Thursday, November 17, 2005

NUOVO ORDINE MONDIALE

"Tutti si preoccupano di come possiamo fermare il terrorismo.
Bene, c'è un modo semplicissimo per riuscirci: smettere di praticarlo"
-Noam Chomsky-


«non solo la storia è un falso, ma è inevitabile che sia così».

“Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero”
anonimo arabo.
“Non condivido le cose che dici ma difenderò sino alla morte il tuo diritto di dirle”.
Voltaire
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[USA-ISRAELE]
"FUNZIONARIO DEL PENTAGONO PASSAVA SEGRETI ALL'AIPAC"

Larry Franklyn, un 58 enne ex analista del Ministero della Guerra USA, ha ammesso ieri davanti a un tribunale della Virginia di aver passato tra il 2002 e il 2004 informazioni riservate sulla politica estera e di Difesa statunitense all'Aipac, la lobby filo-israeliana con sede a Washington. Franklyn - la cui condanna, prevista per il gennaio 2006, in virtù della scelta di collaborare, potrà essere ridotta - ha provato a difendersi affermando che quelle informazioni non avrebbero avuto, secndo lui, una grande importanza e ha affermato di averle fornite a un dipartimento di Tel Aviv. Israele da parte sua nega qualsiasi coinvolgimento nel caso, ma lo stesso Franklyn ha detto sotto giuramento di aver incontrato più volte nel periodo <> personale dell'Ambasciata israeliana, almeno nove volte.
<>, ha dichiarato in aula l'ex funzionario del Pentagono.
Un'altra giustificazione fornita dall'ex analista della Difesa statunitense è stato il suo malcontento nei confronti di alcuni aspetti della politica estera dell'Amministrazione Bush, senza specificare quali.

il manifesto 7.10.2005
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MANIPOLATORI MANIPOLATI
----------------NEOCON---------------

[...]Dall'11 settembre[...] è in questi due trust di cervelli che si è inventata la nuova corrente, anzi il nuovo tipo umano di destra, chiamato "neoconservative" perchè - al contrario del vecchio conservatorismo, è liberista, guerrafondaio e indifferente ai temi della moralità individuale e familiare.
I neocon non muovono un dito contro l'aborto; sono per la liberalizzazione delle droghe, ma si battono per l'uniteralismo in politica estera, e per la difesa di Israele.
Il neoconservatorismo è un'invenzione, una moda o meglio una metamorfosi della comunità ebraica americana. Da quando in Israele si succedono governi di destra, e la "sola democrazia mediorientale" è in mano ai generali di carriera e al rabbinato fanatico, l'ebreo americano è diventato neoconservatore.

Maurizio Blondet "Chi comanda in America"
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NWO ipse dixit

"Che cosa è in gioco è più di un grande paese [Kuwait], è una grande idea: un Nuovo Ordine Mondiale dove le varie nazioni sono disegnate insieme nella causa comune per realizzare le aspirazioni universali dell'umanità: pace, sicurezza, libertà e ordine. Questo è un mondo degno della nostra lotta e degno dei bambini futuri"
-George Bush 16.1.1991-

"In politica nulla accade per caso. Ogni qualvolta sopravviene un avvenimento si può stare certi che esso era stato previsto per svolgersi in quel modo"
-Franklyn Delano Roosevelt 32°grado massoneria, ex pres.Usa-

"Una cospirazione esiste da almeno quarant'anni. Essa ha lo scopo di instaurare nel segreto un governo mondiale, governato dalla sovranità dei banchieri. Il nostro unico problema è l'autodeterminazione dei popoli"
-David Rockefeller 1991-

"Che vi piaccia o meno, avremo un governo mondiale. L'unica cosa da sapere è se esso sarà creato per conquista o per consenso-
-James Paul Warburg 18.2.1950 alla Comm. Esteri Senato Usa-

"Dobbiamo creare un super-rito, che rimarrà sconosciuto, al quale chiameremo quei Massoni di più alto grado che sceglieremo. Questo rito supremo diventerà l'unico centro internazionale, il più potente, perchè la sua finalità rimarrà sconosciuta"
-Giuseppe Mazzini lettera ad Albert Pike, 22.1.1870-
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Q3NY Q3NY
Informazioni sull'incontro di formazione, per i campi di lavoro e per le azioni nonviolente di interposizione civile in Palestina, organizzato dal Servizio Civile Internazionale
Il Servizio Civile Internazionale organizza a Roma per il fine settimana del 5/6 Luglio un incontro di formazione per i campi di lavoro e per le azioni nonviolente di interposizione civile in Palestina previsti per quest'estate.
Per iscrizioni e informazioni contattare Adriana Rosasco presso la Segreteria Nazionale:
e-mail a.rosasco@sci-italia.it
tel. 06/5580661-644

INTERPOSIZIONE CIVILE IN PALESTINA
Contro il muro dell'Apartheid
[Campagna di interposizione civile in Cisgiordania]
La campagna estiva dell'International Solidarity Movement è rivolta a garantire una presenza internazionale all'interno dei territori occupati. I destinatari dell'appello sono individui e gruppi che trascorreranno un periodo in Palestina lavorando insieme alle comunità palestinesi e partecipando ad azioni dirette di interposizione, osservazione e protesta contro l’occupazione militare e la violazione dei diritti umani dei palestinesi. La campagna sarà focalizzata in particolare su azioni contro il muro di separazione tra Israele e Palestina che il governo israeliano sta costruendo lungo una linea che va da Anin (vicino a Jenin), passa per Gerusalemme e arriverà a sud, a Hebron. Inoltre, le azioni si rivolgeranno contro i check-point che impediscono il movimento della popolazione palestinese all'interno dei Territori Occupati.
Sono previste due partenze alla fine di luglio in coincidenza con il training organizzato dall'ISM.

Campo estivo itinerante e interposizione civile
L'associazione "Health Development and Community Society", membro del GIPP (Grassroot International Protection for Palestinians) sta organizzando un campo itinerante all'interno della CisGiordania che vedrà coinvolti attivisti internazionali e palestinesi. Il progetto si svilupperà in 10 giorni di scambio e attività con bambini e adolescenti di diverse città, partendo da Ramallah e 10 giorni di attività di interposizione civile in località che saranno definite in base alle esigenze e alle scelte dei partecipanti.
Partenza prevista per i primi di agosto.
INTERNATIONAL SOLIDARITY MOVEMENT E S.C.I.
Il Servizio Civile Internazionale sostiene da più di un anno le campagne di interposizione civile dell’International Solidarity Movement e continua ad organizzare campi di lavoro nei territori occupati facilitando la formazione e l’invio di gruppi di attivisti e volontari.
L'ISM è un movimento pacifista costituitosi all'inizio della seconda Intifada. Al movimento partecipano attivisti palestinesi, israeliani e internazionali con l'obiettivo di promuovere la protezione del popolo palestinese attraverso l'azione diretta non-violenta della società civile.
Crediamo che la presenza internazionale, se coordinata e numerosa può ridurre l’aggressività, può evitare le demolizioni delle infrastrutture ed è importantissima per rompere l’isolamento al quale i Palestinesi sono costretti e per costruire un’informazione alternativa.
Le attività di interposizione sono diverse e variabili relativamente al luogo ed alla situazione contingente nella quale si svolge l'intervento. In generale le attività consistono in protezione di infrastrutture (case a rischio di demolizione, ospedali, ecc.), accompagnamento di persone nei luoghi di lavoro o studio, accompagnamento di ambulanze in casi di emergenza, distribuzione di cibo in caso di coprifuoco prolungato, osservazione e interposizione ai check point ecc.
Il Servizio Civile Internazionale organizza dei seminari di formazione finalizzati a preparare i volontari prima della partenza e a formare dei gruppi "di affinità". Al ritorno i volontari sono coinvolti in attività di valutazione, testimonianza e programmazione della campagna successiva.

CAMPI DI LAVORO SCI IN PALESTINA
IPYL International Palestinian Youth League
IPYL 036/2003
Data: 2 agosto - 16 agosto
Luogo: Beit Duqqu Village - Gerusalemme
Organizzazione ospitante: Beit Duqqu Community Center
Numero volontari: 30 tra locali e internazionali
Alloggio: presso associazione e famiglie
Quota campo: 120 $
Il villaggio di Beit Duqu, con una popolazione di circa 1.600 persone, è situato a nord-ovest di Gerusalemme ed è circondato da altri 6 piccoli villaggi. La popolazione totale dell'area raggiunge circa i 15.000 abitanti. Beit Duqu e i villaggi circostanti sono stati esposti a sistematiche confische delle loro terre dalle forze di occupazione israeliane per la costruzione di 5 maggiori insediamenti (circa 40.000 coloni). Con la confisca delle terre e la costruzione delle colonie, le autorità israeliane hanno completato un "anello" di insediamenti intorno a Gerusalemme, aumentando la percentuale della popolazione ebraica nell'area a discapito di quella araba.
Come risultato, ora Beit Duqu e i villaggi vicini si trovano al di fuori dell'area metropolitana di Gerusalemme e più lontano dalla città di Ramallah. La principale fonte di reddito dell'area è l'agricoltura e Agosto è il mese principale della raccolta. La zona è famosa per le sue uve e per la frutta. I volontari lavoreranno insieme ai contadini locali, aiutandoli nella raccolta, come segno di solidarietà e di protesta contro le misure repressive israeliane. La parte studio sarà indirizzata alla conoscenza della storia della Palestina, della sua resistenza e, si spera, della sua futura indipendenza.
IPYL 037/2003
Data: 3 ottobre - 17 ottobre
Luogo: Jericho (36 km a est di Gerusalemme)
Quota campo : 120 $
Organizzazione ospitante: The Arab Development Society (F A R M)


FASSION
dattera di elogio al Sionismo di Piero Fassino, segretario dei DS: "Il sionismo contiene dentro di sé una carica di liberazione che non è soltanto nazionale e religiosa, ma anche sociale."

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Citazioni stolte
da una lettera di elogio al Sionismo di Piero Fassino, segretario dei DS
"Il sionismo contiene dentro di sé una carica di liberazione che non è soltanto nazionale e religiosa, ma anche sociale."
Lo Stato d'Israele non si limita ad essere solo uno stato usurpatore ma e' la lunga mano del sionismo mondiale e percio' e' il prototipo classico del razzismo e dell'imperialismo colonialista. Pertanto, esso e' un pericolo che travalica i confini del mondo arabo fino a minacciare i movimenti di liberazione dei paesi afro-asiatici in genere.
Fino alla guerra del 1967, Israele dominava sui 4/5 della Palestina, in contrasto con le decisioni delle Nazioni Unite del 1947 e nonostante il sopruso che queste decisioni commettevano contro i diritti nazionali dei palestinesi.
Dalla sua creazione, Israele non fa che rifiutarsi di obbedire alle risoluzioni ONU. Ben Gurion disse: "Le risoluzioni ONU non sono piu' in vita e non resusciteranno. Noi conserveremo tutto quello che abbiamo preso".
La condotta di Israele dopo la sua creazione e' caratterizzata da continue aggressioni. Nello spazio tra il 1949 e il 1962, il numero di aggressioni commesse da Israele nei confronti dei paesi arabi limitrofi e' stato di 21.240. Il governo di Tel Aviv e' stato condannato fra il 1951 e il 1967, oltre alle condanne dei comitati ordinari di vigilanza sull'armistizio, 6 volte dal Consiglio di Sicurezza ONU e 6 volte dall'Assemblea Generale ONU, mentre, nello stesso periodo, nessun paese arabo e' stato mai condannto per violazioni all'armistizio.
Questa aggressivita' viene chiaramente dimostrata dall'espansionismo sionista espresso nello slogan "Dall'Eufrate al Nilo, il tuo territorio, o Israele", scolpito sulla facciata del Parlamento israeliano. Israele, agli occhi dei suoi governanti e dei dirigenti del sionismo mondiale, non occupa che una minima parte della "patria nazionale ebraica". La "missione" del sionismo non sara' per essi compiuta sino a quando Israele non raggiungera' le "frontiere storiche". Ben Gurion dichiaro' in un celebre discorso all'Universita' ebraica, nel 1948: "Questa non e' la vera condotta per Israele. Voi dovete lottare senza posa per instaurare con la conquista e con la diplomazia l'impero israeliano, che dovra' comprendere i territori che vanno dall'Eufrate al Nilo". Tutto cio', come sappiamo, e' un falso clamoroso: l'unica forma statale mai raggiunta dal popolo ebraico, tra il 1000 e il 587 a.C (meno di 500 anni di storia), non ha mai controllato neppure l'intero territorio palestinese.
Il piano israeliano della concentrazione di cinque milioni di ebrei nell'esigua area dello stato attuale, con risorse molto limitate, non ha che un solo significato ed un solo sbocco: l'espansione.
Israele e' una base imperialistica molto importante, creata dal colonialismo nel cuore della patria araba e nell'intersezione tra Asia e Africa. La storia dei rapporti di Israele con i paesi arabi ed afro-asiatici lo ha pienamente ed inequivocabilmente dimostrato. E' ben noto quanto Israele abbia fatto con l'Inghilterra e la Francia durante la guerra del 1956 contro l'Egitto; esso inoltre era con l'Inghilterra quando questa affiancava la Francia nella repressione in Algeria, era con la minoranza razziale e segregazionista del Sud Africa contro il mondo afro-asiatico, era con il colonialismo belga contro Lumumba nel Congo, ha fornito al Portogallo le armi utilizzate da questo contro le rivolte nazionali in Angola, Guinea e Mozambico, appoggia i reazionari etiopi contro le forze di liberazione eritree che reclamano il diritto all'autodeterminazione e appoggia tutte le tendenze separatiste nel continente africano, ha sostenuto la lotta al Sudan favorendo i tentativi di secessione del sud del paese, e' stato contro la Nigeria in favore dei secessionisti del territorio orientale (Biafra).
"... rendendo evidente cio' che si sarebbe già dovuto sapere, anche da parte della sinistra italiana: che Israele è un paese profondamente democratico, il che non vuol dire che non sbagli o non commetta torti, è ovvio, ma semplicemente che opera attraverso il consenso della maggioranza dei suoi cittadini nel quale esiste una estesa ed autentica dialettica politica".
I palestinesi rimasti in Palestina vivono sotto la coercizione di coloro che si appropriarono della loro terra, in stato di segregazione razziale permanente. La discriminazione razziale e' la legge fondamentale che li governa. Essi vivono dal 1948 in zone amministrate militarmente e vessati da leggi militari (marziali fino agli anni '60). Non e' loro permesso di spostarsi senza un permesso speciale. Hanno cittadinanza israeliana di seconda classe, limitate possibilita' di istruzione e di lavoro (non possono accedere ad alcuni rami universitari, e' loro preclusa una serie di occupazioni), i loro salari sono inferiori a quelli degli ebrei, le loro terre continuano ad essere confiscate, le loro proprieta' confiscate non vengono risarcite, i loro rappresentanti possono essere eletti a determinate condizioni e non viene loro garantita l'immunita' parlamentare, possono essere arrestati e detenuti senza accuse, solo in base a sospetti. Un recente sondaggio d'opinione ha messo in luce la maturita' democratica dei cittadini ebrei di Israele: Il 53 per cento degli intervistati si è detto contrario alla piena uguaglianza dei diritti per la popolazione araba del Paese. Il 57 per cento è favorevole a incoraggiare gli arabi a lasciare "volontariamente" il Paese mentre una fetta consistente della popolazione e' favorevole ad un "transfer forzato" dei palestinesi. Il 69 per cento è contrario a un governo a cui partecipino anche partiti arabi. Questo per non parlare della famigerata Legge sulla nazionalita' (che prevede il diritto automatico alla cittadinanza per ogni ebreo straniero che decida di trasferirsi in Israele, cui fa da contraltare la legge sulla perdita altrettanto automatica della cittadinanza e del diritto al rientro nella sua terra ancestrale per ciascun palestinese risieda all'estero per un certo numero di anni) e dei palestinesi espulsi dalla Palestina storica e che oggi vivono sotto una brutale e letale occupazione militare nei terrotori conquistati da Israele nel 1967.
Tralasciando il come ed il perche' della sua creazione, il fatto stesso di considerarsi stato "etnico" e' una violazione della democrazia, laddove stato etnico significa accordare privilegi speciali ai cittadini di "prima classe" e considerare cittadini di "seconda (o terza) classe altri gruppi etnici o religiosi. Proprio per questo motivo, Israele non ha una costituzione, dal momento che una costituzione scritta non ammetterebbe discriminazioni e violazioni gravi contro le minoranze quali quelle che avvengono, con la complicita' della legge, in Israele.
Bella democrazia davvero, quella riservata ai soli ebrei (e nemmeno a tutti. Si considerino le miserande condizioni delle comunita' ebraiche etiopi o marocchine, discriminate in ogni settore della vita sociale, a cominciare dal luogo di residenza).
"Noi ci sentiamo vicini ad Israele nella sua aspirazione a vivere sicuro. Per questo siamo pieni di orrore per gli attentati kamikaze che fanno strage di innocenti civili israeliani, e per gli innocenti morti palestinesi di tutte le età coinvolti dagli interventi dell' esercito israeliano".
Israele e' uno stato aggressivo ed espansionista: e' l'unico stato i cui confini ufficiali non sono mai stati dichiarati, che attualmente occupa i territori di due stati sovrani, che occupa la restante parte della Palestina non ancora ufficialmente annessa, imponendo oppressione brutale, violazioni sistematiche e gravi dei diritti umani, legge marziale da piu' di 35 anni.
La sicurezza non e' mai stato il problema di Israele, protetto com'e' dal pugno di ferro americano e dallo spaventoso arsenale di armi nucleari che possiede. Non a caso, nel corso di circa 30 anni, ha rifiutato, accantonato e deriso decine di "piani di pace", tracciati da americani, europei, arabi ed eschimesi.
"Tutti i "processi di pace" saranno utilizzati dai sionisti al solo scopo di far stagnare qualunque discorso ed andare avanti con i loro piani omicidi. Non c'e' alcuna differenza tra questo o quel piano di pace, sia esso di Zinni, Tenet o Mitchell. Tra il 1970 ed il 1972, Jarring ed altri statisti produssero un'infinita' di piani di pace. Israele uso' quel tempo per tracciare la sua linea Bar-Lev lungo Suez, facendo stagnare o rifiutando tutti i piani. L'inganno si e' ripetuto con Madrid ed Oslo. I piani Giudeo-Nazisti sono stati svelati. I media da essi controllati tacciono e nascondono l'olocausto palestinese, e le forze armate americane assicurano loro totale protezione ed impunita'. Le loro mani non saranno fermate, almeno non dai piani di pace rituali" (Israel Shamir, Non e' un altro piano di pace)
Gli attentati kamikaze non nascono da un vacuum, ma sono generati dall'occupazione. L'occupazione e' cominciata nel 1948, e' proseguita nel 1967 e continua sino ad oggi, mentre gli attentati kamikaze sono molto recenti e sono cominciati solo quando il popolo palestinese, disarmato ed oppresso, dopo aver bussato a tutte le porte, essersi rivolto a tutte le istituzioni, i governi, le organizzazioni e le associazioni internazionali, ha capito che nessuno al mondo era disposto ad aiutarlo. In breve, dopo 55 anni di illimitata e sovrumana pazienza.
La politica dell'imparzialita' tra vittima e carnefice, tra occupante ed occupato, tra potenza militare e popolo disarmato, tra protetto degli USA e figlio di nessuno, tanto cara ai politicanti ed ai loro servi mediatici, non merita neppure di essere commentata: saranno, forse, i posteri a giudicare tanta immoralita'. Giova solo ricordare qui che esiste qualcosa chiamata "legge internazionale", in base alla quale Israele e' fuorilegge ed i palestinesi no. Per quanti sforzi facciano, per quanto prostrati siano di fronte al "potere in se' " che tutto ingloba, tutto fagocita e tutto dirige, i piccoli uomini della terra non possono cambiare questo dato di fatto, cosi' come non potranno cambiare il corso della storia, che e' al di sopra delle loro piccolissime stature morali.
"I palestinesi certamente preferirebbero lottare per la loro liberta' contro un'occupazione infinita usando mezzi "rispettabili", come ad esempio gli F-16, gli elicotteri d'attacco Apache e missili laser-guidati come quelli che l'America fornisce ad Israele. Se gli Stati Uniti fornissero queste armi anche ai palestinesi, il problema dei kamikaze sarebbe risolto. Fino a che cio' non accada - o, almeno, fino a quando i palestinesi non possano intravedere all'orizzonte qualche genuina speranza di un futuro - nessuno dovrebbe sorprendersi o scandalizzarsi se essi usano l'unica risorsa loro disponibile - i loro corpi". (John V. Whitbeck)
Le citazioni di Fassino non sembrano altro che un tentativo di sottrarsi all'incubo di una prossima sconfitta elettorale, tanto piu' probabile quanto piu' prostrati ad Israele si mostreranno i membri dell'attuale governo.
Non resta allora che giocare tutte le carte (una, in verita'): Inchinarsi piu' profondamente, toccare terra con la fronte e, se possibile, riguadagnare le posizioni perdute agli occhi di Israele non per deficienza propria ma per troppa "abbondanza" altrui.
Per quello che concerne poi la coscienza, nessun problema: chi non l'ha mai avuta, non deve neppure disturbarsi per metterla a tacere.
una lewww.arabcomint.com




«Sharon contro la stampa»
by gfcgftrfgrfgrgfr Friday July 18, 2003 at 12:15 PM

«Sharon contro la stampa»
«Sharon contro la stampa»
La Federazione internazionale dei giornalisti denuncia il boicottaggio della Bbc
STEFANO CHIARINI
La federazione internazionale dei giornalisti ha ammonito ieri Israele che il boicottaggio della Bbc, concretizzatosi, tra l'altro, nella clamorosa esclusione dei reporter del network inglese dall'incontro tra la stampa e il premier israeliano Sharon avvenuto tre giorni fa a Londra, costituisce una minaccia alla libertà di stampa e manda un pericoloso segnale in una regione dove la libertà di stampa è già seriamente minacciata. La decisione di Sharon fa seguito a quella, presa una quindicina di giorni fa dal governo israeliano, di «ritirare qualsiasi forma di cooperazione» con la Bbc in risposta alla messa in onda di un documentario che denunciava la mancanza di controlli internazionali sulle armi israeliane di distruzione di massa in un momento nel quale proprio la presunta presenza di quelle armi (poi rivelatasi falsa ndr) in Iraq veniva portata a giustificazione della guerra contro Baghdad. Le domande della Bbc, all'inizio del programma «Israel's secret weapons» non lasciano dubbi: «Qual è il paese mediorentale che possiede armi nucleari non dichiarate?», «Qual è il paese mediorentale che ha una non dichiarata capacità militare biologica e chimica?», «Quale paese del Medioriente non ha alcuna ispezione internazionale?», «Quale paese ha tenuto in carcere per diciotto anni colui che ha rivelato segreti sul nucleare?». Domande che Sharon non ha gradito. Per la precisione una prima messa in onda del programma in Gran Bretagna a marzo, non aveva portato a immediate misure repressive, ma l'arrivo di un suo trailer e una nuova messa in onda sul canale «Bbc World», hanno spinto il governo Sharon, «protetto» in queste settimane dalla «road map» all'annessione della Palestina, a rompere gli indugi e ha cercare di mettere il bavaglio alla Bbc. Bbc già «rea» due anni fa di aver messo in onda un ineccepibile documentario «l'accusato» sulle responsabilità di Sharon nel massacro di Sabra e Chatila. «Governi che sostengono di essere democratici -ha sostenuto Aidan White, Segretario Generale della Federazione internazionale dei giornalisti - non posssono scegliersi il tipo di copertura giornalistica che a loro garba» e ancora «mandando un segnale che mina la libertà di stampa il Primo ministro israeliano aggrava ulteriormente i problemi già sperimentati da molti giornalisti e media indipendenti nel Medioriente». La Federazione internazionale dei giornalisti ha inoltre sostenuto che le dichiarazioni di Daniel Seaman, direttore del press office del governo di Tel Aviv secondo il quale i pezzi della Bbc «rasenterebbero l'antisemitismo», cercherebbero di «delegittimare Israele e mostrerebbero alcuni attegiamenti una volta tipici del Der Sturmer» non costituirebbero altro che un chiaro esempio della intolleranza di Israele nei confronti delle critiche dei media. Un atteggiamento che quando si tratta di giornalisti palestinesi, pacifisti o free lance, può anche portare a gravissimi fatti come l'uccisione a Ramallah di Raffaele Ciriello. Una repressione che colpisce anche le «fonti», coloro che danno all'opinione pubblica elementi di prova sull'esistenza di programmi bellici nucleari, bilogici o chimici come quelli portati avanti nella centrale nucleare di Dimona (tra l'altro sempre più pericolosa), nel centro di assemblaggio delle bombe H a Yodefat, nei depositi di Zachariah e Eilabun o nei laboratori biologici e chimici di Nes Ziona nei pressi di Tel Aviv. E' il caso di Mordechai Vanunu, il tecnico nucleare israeliano della centrale di Dimona che rivelò al mondo il funzionamento della fabbrica israeliana di bombe atomiche. Mordechai Vanunu, rapito a Roma dal Mossad (l'inchiesta italiana affidata al giudice Domenico Sica non arrivò a nessuna conclusione quasi che Vanunu si fosse inventato tutto) e condannato a 18 anni dei quali undici nel più totale isolamento. Ma anche di personaggi come il generale Yitzhak Yakov che per anni aveva diretto i programmi non convenzionali bellici israeliani. Ormai in pensione, Yakov commise l'«errore» di scrivere le sue memorie sotto forma di fiction e di raccontare la sua vita ad un giornalista. Arrestato segretamente, perseguitato, minacciato, accusato di tradimento, ha passato due anni di inferno ed ha avuto la vita distrutta. In ogni caso in soccorso di Sharon sono scesi di nuovo gli Usa che dopo aver bloccato il processo contro di lui in Belgio per crimini di guerra adesso hanno deciso di lanciare un nuovo network radio-televisivo 24 ore su 24 per promuovere in Medioriente il punto di vista di Washington e di Tel Aviv. Probabilmente gestito anch'esso dai neoconservatori «likudnik» alleati di Ariel Sharon che tanta influenza hanno nell'amministrazione Bush.




dimenticavo
by jksdfhjkldfgfgf Friday July 18, 2003 at 12:16 PM

Dal Manifesto di oggi




visto che ci siamo...
by dsflvjlturoptseriu Friday July 18, 2003 at 12:17 PM

ISRAELE
«Prigioni disumane»
La Fidh: 5.000 palestinesi (325 i minori) detenuti illegalmente, torture, donne maltrattate
ALBERTO D'ARGENZIO
BRUXELLES
Anche se la road map si dice in marcia la situazione nei campi dei prigionieri palestinesi resta «inumana». A dirlo è la prestigiosa Federazione internazionale per i diritti umani (Fidh), che lunedì ha presentato il rapporto di una Missione internazionale d'inchiesta sui «Prigionieri palestinesi in Israele: condizioni inumane dei detenuti politici», vale a dire le condizioni degli oltre 5.000 palestinesi detenuti adesso da Israele, mentre dall'inizio della seconda intifada, settembre 2000, in oltre 28.000 sono passati per le prigioni speciali di Tel Aviv. La Fidh accusa sia il governo israeliano a partire dall'estrema difficoltà di raccogliere prove dirette sulle condizioni di persone a cui non è nemmeno riconosciuto lo status di rifugiato di guerra, sia la comunità internazionale ed in primis i 15, tanto timidi da non assumere la richiesta del Parlamento europeo di sospendere il Trattato di libera associazione con Israele a causa del mancato rispetto dei diritti umani - come previsto dall'articolo 2. E lunedí prossimo l'ambasciatore israeliano e quello palestinese si recheranno a Bruxelles per incontrare, separatamente, i colleghi della Ue - come sempre a due facce visto che la Commissione approvava ieri lo stanziamento di 100 milioni di euro per migliorare le condizioni a Gaza e Cisgiodania.
Per la Fidh «arbitrarietà» è la parola che spiega quasi tutto, tanto che il quadro giuridico che fissa le condizioni dei prigionieri è vecchio di 32 anni, vago, incompleto, una nebulosa figlia anche di tre regimi penitenziari differenti e che genera la quasi-impunità per le forze armate israeliane. I militari israeliani ricorrono quasi sempre al fermo amministrativo che permette di tenere prigioniera una persona per 6 mesi rinnovabili senza obbligo di giudizio. Allo stesso tempo si può restare per 32 giorni senza vedere un avvocato, mentre solamente i legali israeliani possono presentare ricorso alla giurisdizione militare. Ma nemmeno per questi avvocati la vita è facile: accessi limitatissimi ai campi ed interviste con i clienti «non confidenziali», quando poi si arriva ad un giudizio per fermo amministrativo, non viene concesso l'accesso alle prove, cioè ad un processo giusto.
Passando alle condizioni di detenzione, queste «si sono gravemente deteriorate dopo la prima intifada: pessima alimentazione, sovrapopolazione, servizi medici limitatissimi, (..) condizioni igieniche preoccupanti (..) impossibilità di ricevere visite di familiari». Condizioni « estremamente difficili » anche per le donne, in maggioranza arrestate perché familiari di attivisti, e per i minori a partire dai 12 anni (325 prigionieri) che spesso sono detenuti senza separazione dagli adulti. Infine accuse di torture e pressioni psicologiche, limitate dalla Corte suprema il 6 febbraio 1999, ma nella prassi ben presenti. Il rapporto ora passerà per l'Onu e poi sarà presentato allo Stato d'Israele il prossimo 24 e 25 luglio.




problema profughi
by indica Tuesday June 17, 2003 at 06:23 PM

La giordania, con buona pace dei coloni che sognano il trasferimento obbligato, non vogliono i palestinesi perchè verrebbe modificato l'equilibrio interno (si parla di potere tra i diversi gruppi etnici) ) in quanto al quesito del ritorno Per il ritorno dei profughi vedere
1

Nel suo libro, ‘Una Guida per la Colomba Ferita’, Yossi Beilin — che presiedeva la delegazione impegnata nelle trattative di Taba per risolvere la questione dei rifugiati — sostiene di aver raggiunto accordi soddisfacenti con i palestinesi per la risoluzione del problema del diritto al ritorno
http://www.ilmanifesto.it/MondeDiplo/LeMonde-archivio/Settembre-2001/0109lm01.02.html#6

Tale articolo e' citato anche da Dominique Vidal:
http://attac.org/italia/documentazione/document17.htm
2
accordi di TABA
As Yossi Sarid observes, the Palestinians admitted that "the final decision for return of any refugee to Israel is in Israeli hands". Israel agreed to the return of 40,000 refugees over five years - as well as those included as part of the policy of family reunification. The Palestinians replied that any offer under 100,000 would not give enough room for progress. According to Yasser Abed Rabbo, Palestinian minister for culture and information, the last remaining obstacle was determining the exact number.

http://mondediplo.com/2001/09/01middleeastleader

3http://www.haaretzdaily.com/hasen/pages/ShArt.jhtml?itemNo=130128
http://www.haaretzdaily.com/hasen/pages/Sh...l?itemNo=130128
e
http://www.haaretzdaily.com/hasen/pages/Sh...SubContrassID=0
http://www.peacelobby.org/moratinos_document.htm
The peace that nearly was at Taba
By Akiva Eldar
In the current reality of terror attacks and bombing raids, it is hard to remember that Israel and the Palestinians were close to a final-status agreement at Taba only 13 months ago.
The daily chronicle of exchanges of fire between IDF soldiers and Palestinian fighters, F-16 bombing raids and missile firings, terror attacks and assassinations, has turned negotiations on a final-status agreement into a distant memory. Anyone who reads the European Union's account of the Taba talks, prepared by EU envoy Miguel Moratinos and published here for the first time, will find it hard to believe that only 13 months ago, Israel and the Palestinians were so close to a peace agreement. This document, whose main points have been approved by the Taba negotiators as an accurate description of the discussions, casts additional doubts on the prevailing assumption that [former prime minister] Ehud Barak "exposed [Palestinian Authority Chairman] Yasser Arafat's true face." It is true that on most of the issues discussed during that wintry week of negotiations, sizable gaps remain. Yet almost every line is redolent of the effort to find a compromise that would be acceptable to both sides. It is hard to escape the thought that if the negotiations at Camp David six months earlier had been conducted with equal seriousness, the intifada might never have erupted. And perhaps, if Barak had not waited until the final weeks before the election, and had instead sent his senior representatives to that southern hotel earlier, the violence might never have broken out.
The "Moratinos Document," as it is called by the Taba negotiators, is a summary of the opening stages of negotiations that took place in good faith. The main difference between Taba and Camp David is that in the United States, Israel presented its offers, but the Palestinians merely responded with criticism. At the Egyptian resort of Taba, however, the Palestinian delegation also presented its proposals. Ideas were exchanged and plans and even maps were presented. Based on the progress achieved between Camp David and Taba, it is possible that the next meeting between Barak's and Arafat's envoys, or perhaps the one after that, would have ended in a peace agreement.
The EU's special envoy to the peace process, Miguel Moratinos, and his aides were the only outsiders at the Taba Hotel. Moratinos interviewed the negotiators after every working group session and recorded their reports. During the six months after the Taba talks ended, he sent his document to both sides again and again for their comments. The version published here is the final version accepted by both sides last summer.
But Yossi Beilin, one of Israel's chief negotiators, did not hide his annoyance at the document's leak. He said the dry words do not convey the positive spirit that reigned in the hotel, nor do they accurately present either the understandings reached or the gaps that remain. Beilin pointed out that the document reflects both sides' desire to convince their own publics that they protected their peoples' interests. Moreover, he said, this is a midpoint document: It sums up where things stood at an arbitrary point in time.
Beilin stressed that the Taba talks were not halted because they hit a crisis, but rather because of the Israeli election. At the time, the two sides were discussing arranging a Barak-Arafat meeting in an effort to close the gaps; they had also discussed continuing the talks the day after the election, independent of the outcome. Beilin himself continues to talk with the Palestinians about ways to solve the various issues that remain open. From his perspective, the basis for negotiations was, and remains, the proposals made by former U.S. president Bill Clinton.
Taba, January, 2001
[...]
The peace that nearly was at Taba - Part 2
By Akiva Eldar
3. Refugees
Non-papers were exchanged, which were regarded as a good basis for the talks. Both sides stated that the issue of the Palestinian refugees is central to the Israeli-Palestinian relations and that a comprehensive and just solution is essential to creating a lasting and morally scrupulous peace. Both sides agreed to adopt the principles and references with could facilitate the adoption of an agreement.
Both sides suggested, as a basis, that the parties should agree that a just settlement of the refugee problem in accordance with the UN Security Council Resolution 242 must lead to the implementation of UN General Assembly Resolution 194.
3.1 Narrative
The Israeli side put forward a suggested joint narrative for the tragedy of the Palestinian refugees. The Palestinian side discussed the proposed narrative and there was much progress, although no agreement was reached in an attempt to develop and historical narrative in the general text.
3.2 Return, repatriation and relocation and rehabilitation
Both sides engaged in a discussion of the practicalities of resolving the refugee issue. The Palestinian side reiterated that the Palestinian refugees should have the right of return to their homes in accordance with the interpretation of UNGAR 194. The Israeli side expressed its understanding that the wish to return as per wording of UNGAR 194 shall be implemented within the framework of one of the following programs:
A. Return and repatriation
1. to Israel
2. to Israel swapped territory
3. to the Palestine state.
B. Rehabilitation and relocation
1. Rehabilitation in host country.
2. Relocation to third country.
Preference in all these programs shall be accorded to the Palestinian refugee population in Lebanon. The Palestinian side stressed that the above shall be subject to the individual free choice of the refugees, and shall not prejudice their right to their homes in accordance with its interpretation of UNGAR 194.
The Israeli side, informally, suggested a three-track 15-year absorption program, which was discussed but not agreed upon. The first track referred to the absorption to Israel. No numbers were agreed upon, but with a non-paper referring to 25,000 in the first three years of this program (40,000 in the first five years of this program did not appear in the non-paper but was raised verbally). The second track referred to the absorption of Palestinian refugees into the Israeli territory, that shall be transferred to Palestinian sovereignty, and the third track referring to the absorption of refugees in the context of family reunification scheme.
The Palestinian side did not present a number, but stated that the negotiations could not start without an Israeli opening position. It maintained that Israel's acceptance of the return of refugees should not prejudice existing programs within Israel such as family reunification.
3.3 Compensation
Both sides agreed to the establishment of an International Commission and an International Fund as a mechanism for dealing with compensation in all its aspects. Both sides agreed that "small-sum" compensation shall be paid to the refugees in the "fast-track" procedure, claims of compensation for property losses below certain amount shall be subject to "fast-track" procedures.
There was also progress on Israeli compensation for material losses, land and assets expropriated, including agreement on a payment from an Israeli lump sum or proper amount to be agreed upon that would feed into the International Fund. According to the Israeli side the calculation of this payment would be based on a macro-economic survey to evaluate the assets in order to reach a fair value. The Palestinian side, however, said that this sum would be calculated on the records of the UNCCP, the Custodian for Absentee Property and other relevant data with a multiplier to reach a fair value.
3.4 UNRWA
Both sides agreed that UNRWA should be phased out in accordance with an agreed timetable of five years, as a targeted period. The Palestinian side added a possible adjustment of that period to make sure that this will be subject to the implementation of the other aspects of the agreement dealing with refugees, and with termination of Palestinian refugee status in the various locations.
3.5 Former Jewish refugees
The Israeli side requested that the issue of compensation to former Jewish refugees from Arab countries be recognized, while accepting that it was not a Palestinian responsibility or a bilateral issue. The Palestinian side maintained that this is not a subject for a bilateral Palestinian-Israeli agreement.
3.6 Restitution
The Palestinian side raised the issue of restitution of refugee property. The Israeli side rejected this.
3.7 End of claims
The issue of the end of claims was discussed, and it was suggested that the implementation of the agreement shall constitute a complete and final implementation of UNGAR 194 and therefore ends all claims.
[...]
PS in sintesi il numero dei profughi si aggirerebbe tra 40.000 proposta israeliana e 100.000 proposta palestinese

4

E Yossi Sarid:
A Taba i leader palestinesi hanno ripetuto che non volevano mettere in discussione il carattere ebraico dello stato di Israele - carattere che hanno riconosciuto al momento della dichiarazione di indipedenza della Palestina adottata al Consiglio nazionale del 1988.
Come precisa Yossi Sarid, la parte palestinese ha ammesso che «la decisione finale per il ritorno di ogni rifugiato in Israele è in mani israeliane». Israele ha accettato il ritorno di 40mila rifugiati in cinque anni - ai quali si sarebbero aggiunti quelli inclusi nell'ambito del «ricongiungimento familiare» - ma i palestinesi hanno ribattuto che un'offerta inferiore a 100mila non avrebbe permesso di fare passi avanti.

X mazzetta: d'accordo con te Ciao

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SHARON..in una vecchia intervista si dichiarava NAZISTA
by claudio Fosch Monday August 18, 2003 at 07:36 AM

..E scriva pure che io sono una disgrazia per l¹umanità. Non me ne importa,anzi. Facciamo un patto: io farò tutto il possibile per espellere gli Arabi da qui.
Sharon: "Siamo giudei nazisti"
Sharon: "Siamo giudei nazisti"
Antica intervista a Sharon che la dice lunga sull'individuo e sulla
filosofia che ha guidato la sua vita.
Intervista rilasciata dal Primo Ministro d'Israele Ariel Sharon allo
scrittore Amos Oz, pubblicata sul quotidiano israeliano Davar, il 17
dicembre 1982.
(Traduzione di Milly Martinelli)
Nel 1982 Amos Oz pubblicò questa intervista insieme ad altre nel suo
libro
in Ebraico: Amos Oz: Poh va-sham be-Erets-Yisra'el bi-setav, 1982 ,
ripubblicata poi nel 1986 da Am Oved,Tel-Aviv.
L'intervista compare alle pagine 70-82. Amos Oz non menziona il nome di
Sharon, ma usa l'abbreviazione Z. I fatti indicati da Amos Oz confermano
chiaramente che la persona intervistata è Ariel Sharon.
Il libro è stato pubblicato in Francese: Amos Oz: Les voix d'Israël,
translated by Guy Seniak, Calmann-Lévy, Paris, 1983, dove l'intervista
compare alle pagine 79-91. Anche in questo caso Amos Oz non menziona il
nome
di Sharon ma usa l'abbreviazione T. Lo stesso libro è stato pubblicato
in Inglese: Amos Oz. In the Land of
Israel, translated by Maurie Goldberg-Bartura. 1st Vintage Books
Edition.
New York: Vintage Books, 1984. Neppure qui Amos Oz menziona il nome di
Sharon, ma usa l'abbreviazione C.
L'intervista qui riportata è quella pubblicata, tra gli altri, sul sito
http://www.counterpunch.org/pipermail/counterpunch-list/2001-
September/013054.html (inserite l'intera stringa per visualizzare
l'articolo)
dove si indica che la persona indicata con C. è Sharon.
Sharon: "Lei può chiamarmi come le pare. Mi chiami pure mostro o
assassino.
Soltanto tenga presente che io non odio gli Arabi. Al contrario.
Personalmente mi trovo molto meglio con loro, e specialmente con i
beduini,
che con gli Ebrei. Gli Arabi che noi non abbiamo ancora rovinato sono
gente
fiera, sono irrazionali e anche crudeli ma generosi, sono gli yids
(ebrei
della Mitteleuropa) che
li star dritti bisogna
tirarli energicamente dall'altra parte. In questo, in breve, consiste
tutta
la mia ideologia."
"Dica dello stato di Israele ciò che vuole, dica che è uno stato
giudeo-nazista, come fa Leibowitz. E perché no? Meglio un giudeo nazista
vivo che un santo morto. Non mi importa di essere come Gheddafi. Io non
cerco l'ammirazione dei Gentili. Non ho bisogno di essere amato da
loro. E
neppure ho bisogno di essere amato dagli Ebrei come lei. Io devo vivere
e
intendo assicurarmi che anche i miei figli possano vivere, con o senza
la
benedizione del papa e degli altri leader religiosi citati dal New York
Times. Io distruggerò chiunque alzerà una mano sui miei figli,
distruggerò
lui e i suoi figli, con o senza la nostra famosa purezza delle armi. E
non
me ne importa se si tratti di un Cristiano, di un Musulmano, di un
Ebreo o
di un Pagano. La Storia ci insegna che colui che non uccide sarà ucciso.
Questa è una legge di ferro"
"Se anche lei mi provasse con matematica precisione che l'attuale
guerra nel
Libano è una sporca guerra immorale, non m'importerebbe. Dirò di più:
anche
se lei mi provasse che noi non abbiamo raggiunto e non raggiungeremo mai
alcuno dei nostri obbiettivi in Libano, e che neppure potremo creare in
Libano un regime amico né sconfiggere i Siriani e neppure l'OLP, nemmeno
allora mi importerebbe. Questa guerra valeva comunque la pena di farla.
Anche se la Galilea venisse di nuovo bombardata dai "katjusha" entro un
anno, anche di questo in fondo non m'importerebbe. Noi cominceremmo
un'altra
guerra, uccideremmo e distruggeremmo ancora e ancora finché quelli ne
avranno abbastanza. E lo sa lei perché ne vale la pena? Perché sembra
che
questa guerra ci abbia reso ancora più impopolari presso il cosiddetto
mondo
civile."
"Non sentiremo più ripetere le assurdità sulla famosa moralità ebraica,
sulla lezione morale dell'olocausto o sulla immagine di purezza e virtù
degli ebrei emersa dalle camere a gas. Facciamola finita. La
distruzion
utto questo
nido
di calabroni), il salutare bombardamento di Beirut e quel modesto
massacro
(si può chiamare massacro l'uccisione di cinquecento Arabi nei loro
campi?)
che avremmo dovuto compiere con le nostre delicate mani invece di
lasciarlo
fare ai falangisti, queste ottime operazioni hanno troncato finalmente
tutti
quei merdosi discorsi su "un popolo eccezionale, faro per tutte le
nazioni"
. Basta con questo popolo eccezionale, buono, faro di civiltà.
Sbarazziamocene."
"Personalmente non desidero affatto essere migliore di Komeini o di
Breznev,
o di Gheddafi, di Assad o della signora Thatcher e nemmeno di Harry
Truman
che ammazzò mezzo milione di giapponesi con due belle bombe. Io voglio
solo
essere più intelligente, più veloce e più efficiente di loro, non più
buono
o più bello.. Secondo lei i cattivi di questo mondo se la passano
male? Se
qualcuno prova a toccarli, quelli gli tagliano le mani e anche le gambe.
Sono cacciatori che inseguono e acchiappano tutto quello che gli par
buono
da divorare. E non soffrono di indigestione e il Cielo non li punisce.
Io
voglio che Israele si associ a questo club così, forse, alla fine il
mondo
comincerà a temermi invece di compatirmi. Forse allora cominceranno a
tremare, a temere il mio furore invece che ammirare la mia nobiltà.
Grazie a
Dio. Lasciateli tremare, lasciate che ci chiamino uno stato aggressivo,
lasciate che capiscano che siamo un Paese selvaggio, pericoloso per i
popoli
che ci circondano, non normale , e che potremmo diventare feroci se
uccidono
uno dei nostri figli, anche uno solo. Lasciate che pensino che potremmo
perdere ogni controllo e bruciare tutti i pozzi petroliferi del medio
oriente. Se, Dio non voglia, succedesse qualcosa a suo figlio, lei
parlerebbe come me. Si rendano conto a Washington, a Mosca, a Damasco,
in
Cina che se uno dei nostri ambasciatori venisse ammazzato o anche un
console
o uno dei giovanissimi addetti d'ambasciata, noi potremmo scatenare la
terza
guerra mondi
sa casa di campagna di Sharon,
che è
situata su una fiorente moshad. A occidente si vede un tramonto di
fuoco e
nell'aria alita un profumo di alberi da frutta. Ci servono caffè
ghiacciato
in grandi bicchieri. Sharon ha circa cinquant¹anni, è un uomo famoso
per le
sue azioni militari, ha una figura forte e pesante, porta pantaloni
corti
senza camicia Ha il corpo abbronzato: è l'abbronzatura di un uomo
biondo che
vive al sole. Allunga le gambe pelose sul tavolo e appoggia le mani
sulla
poltrona. Ha una ferita sul collo, gli occhi vagano sui suoi campi
coltivati, butta fuori la sua ideologia con una voce roca per il troppo
fumo:
"Mi lasci dire qual è la cosa più importante, il frutto più dolce della
guerra in Libano: è che loro ora, non solo odiano Israele, ma grazie a
noi
odiano anche quei feinschmecker (palati delicati) di ebrei di Parigi,
Londra, New York, Francoforte, Montreal che se ne stanno nei loro gusci.
Alla fine ora odiano anche queste belle anime di Yids che dicono di
essere
diversi da noi di non essere come Thugs israeliani, ma ebrei puliti ed
educati. Ma non gli servirà a niente, a questi Yids così per benino,
come
non è servito all'ebreo assimilato di Vienna e di Berlino che pregava
gli
antisemiti di non confonderlo con i vocianti e puzzolenti giudei
dell'est,
perché lui si era liberato dai costumi degli sporchi ghetti di Ucraina e
Polonia. Lasciamoli gridare che loro condannano Israele , che sono nel
giusto, che non vogliono far del male nemmeno a una mosca, che
preferiscono
essere ammazzati che ammazzare, che si sono assunti il compito di
mostrare
ai gentili come essere buoni cristiani porgendo sempre l'altra guancia..
Questo non gli porterà alcun vantaggio. Ora stanno subendo questo odio a
causa nostra E io le confesso che per me questo è un piacere."
" Questi sono gli stessi Yids che hanno convinto i gentili a capitolare
di
fronte a quei bastardi di Vietnamiti, a mollare di fronte a Komeini, a
Breznev, a impietosirsi per lo sceicco Yam
causa della sua
difficile
infanzia e a fare l'amore e non la guerra. O magari a non fare né l'una

l'altra cosa, piuttosto a scrivere un saggio sull'amore e sulla guerra.
Con
tutto questo abbiamo chiuso. L'ebreo è stato respinto, non solo ha
crocefisso Gesù, ma ha crocefisso anche Arafat a Sabra e Chatila, ormai
essi
sono identificati con noi e questa è una cosa buona. I loro cimiteri
vengono
dissacrati, le loro sinagoghe incendiate, tutti gli epiteti sono stati
rispolverati. Vengono espulsi dai club esclusivi, la gente spara contro
i
loro ristoranti etnici, uccidendo anche i bambini, costringendoli a
cancellare tutte le insegne ebraiche, costringendoli ad andarsene o a
cambiare professione".
"Ben presto i loro palazzi verranno coperti da slogan: Yids, andate in
Palestina e sa che le dico? Loro verranno in Palestina perché non
avranno
altra scelta! Questo è il vantaggio che abbiamo ricevuto dalla guerra in
Libano. Mi dica, non valeva la pena? Presto avremo tempi migliori. Gli
Ebrei
cominceranno ad arrivare, gli Israeliani smetteranno di andar via e
coloro
che se ne sono già andati torneranno. Quelli di loro che hanno scelto
l'assimilazione capiranno finalmente che non gli serve a niente cercare
di
essere la coscienza del mondo. La coscienza del mondo si prenda nel culo
quello che non gli è entrato nella testa. I Gentili si sono sempre
sentiti
insofferenti verso gli ebrei e la loro coscienza e ora gli Yids hanno
una
sola via d'uscita, tornare a casa, tornarci tutti, presto, per
installare
grosse porte d'acciaio, per costruire una robusta barriera, per avere
mitragliatrici posizionate in ogni angolo della loro barriera e
combattere
come diavoli contro chiunque osi alzare la voce contro questo paese. E
se
qualcuno alza la mano contro di noi gli porteremo via metà della sua
terra e
bruceremo l'altra metà, incluso il petrolio. Possiamo anche usare le
armi
nucleari. Andremo avanti finché non ce la faranno più."
"Lei vorrà sapere se l'arrivo in massa di
in fuga dagli
antisemiti,
non mi faccia temere che finiscano per rammollirci tutti coprendoci con
il
loro olio d'oliva. Senta, la storia è buffa, in un certo senso:
possiede una
sua dialettica ironica . Chi è stato colui che ha esteso lo stato di
Israele
quasi fino ai confini del regno di Davide? Chi ha allargato questo stato
fino a coprire l'area dal monte Hermon fino a Raz Muhammad? Levi
Eshcol. Fu,
fra tutti, quel seguace di Gordon, che sembrava una tenera vecchia
signora.
Chi invece sta per spingerci dentro le mura del ghetto, chi ha ceduto
tutto
il Sinai al fine di conservare un' immagine civile? Il governatore di
Beltar
in Polonia, quell'uomo coraggioso di Menahem Begin. Non si può mai
dire. Una
cosa sola so di certo: finché ti batti per difendere la tua vita tutto è
permesso. Anche cacciar fuori tutti gli Arabi dalla West Bank. Tutto ."
"Leiboviz aveva ragione. Davvero siamo giudei nazisti. Perché no? Un
uomo
che si lasci ammazzare, che lasci fare sapone dei suoi bambini e
paralumi
con la pelle della sua donna è un criminale peggiore dei suoi assassini.
Peggiore dei nazisti Se i suoi garbati e civili genitori fossero venuti
qui
in tempo invece di scrivere libri sull'amore per l'umanità e di cantare
"Ascolta Israele", mentre camminavano verso la camera a gas; se invece
(e
non si scandalizzi) avessero ucciso sei milioni di Arabi, ma anche solo
un
milione, che cosa sarebbe successo? Sicuramente sarebbero state scritte
due
o tre brutte pagine nei libri di storia, ci avrebbero appioppato ogni
sorta
di appellativi, ma oggi potremmo essere qui come un popolo di ventidue
milioni di persone"
"Ancora oggi sono disposto a offrirmi volontario per fare il lavoro
sporco
per Israele, per uccidere quanti Arabi è necessario, per deportarli, per
espellerli e bruciarli in modo che tutti ci odino , per togliere il
tappeto
da sotto i piedi degli ebrei della diaspora così che essi siano
costretti a
correre da noi piangendo. Anche se ciò significa vedere saltar
aria una
o due sinagoghe qua e là, non m'importa. E non mi preoccupo se a lavoro
finito sarò messo di fronte al tribunale di Norimberga e poi messo in
carcere a vita. Impiccatemi se volete come criminale di guerra. Così voi
potete ripulire la vostra ebraica coscienza ed entrare nel rispettabile
club
delle nazioni civili, che sono ampie e sane.. Ciò che voi tutti non
capite è
che il lavoro sporco del sionismo non è ancora finito. Siamo ancora
lontani
dalla fine . E' vero, avrebbe potuto essere finito nel 1948, ma voi
avete
interferito, lo avete fermato. E tutto questo a causa della ebraicità
delle
vostre anime, a causa della vostra mentalità di diaspora. Perché gli
ebrei
non afferrano le cose con rapidità.
Se apriste i vostri occhi e vi guardaste attorno vi accorgereste che
l'oscurità sta di nuovo calando sul mondo. E noi sappiamo che cosa
succede a
un ebreo che sta isolato nel buio. Perciò sono contento che questa
piccola
guerra in Libano abbia spaventato gli Yids. Si spaventino pure,
soffrano,
così si affretteranno a tornare a casa prima che venga buio del tutto.
Per
questo, io sarei un antisemita? Bene. Allora non citi me, citi
Lilienblum
che non è sicuramente antisemita, tanto è vero che una strada di Tel
Aviv
porta il suo nome.
(Sharon cita leggendo in un quadernetto che stava già sul suo tavolo
quando
sono arrivato)
"Tutto ciò che sta accadendo non è forse un segno che i nostri antenati
vollero e noi stessi vogliamo, essere perseguitati, che a noi piace
vivere
come zingari".. e questo è Lilienblum a dirlo, non io. Mi creda ho
studiato
la letteratura sionista, posso provare quello che dico.
E scriva pure che io sono una disgrazia per l¹umanità. Non me ne
importa,
anzi. Facciamo un patto: io farò tutto il possibile per espellere gli
Arabi
da qui. Io farò tutto il possibile per incrementare l'antisemitismo e
lei
scriverà poesie e saggi sull'infelicità degli Arabi e si preparerà ad
assorbire gli Yids che io costringerò a rifugiarsi in questo pa
e un faro per i Gentili. Cosa ne dice?".
A questo punto ho interrotto il monologo di Sharon per un momento e gli
ho
espresso un pensiero che mi passava per la testa e che forse riguardava
più
me stesso che il mio ospite. Era possibile che Hitler avesse non solo
ammazzato gli Ebrei ma anche avvelenato le loro menti? E che questo
veleno
assorbito in profondità fosse ancora attivo? Ma neppure questa idea è
riuscita a suscitare la protesta di Sharon, o a fargli alzare la voce.
Dopo
tutto lui stesso dice di non aver mai alzato la voce sotto stress,
nemmeno
durante la famosa operazione alla quale è associato il suo nome.





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Barghouti :accuso israele
by 16 dicembre 2002 Thursday June 12, 2003 at 10:44 PM

http://www.noglobal.org/nato/medioriente/barghuti2.htm


Marwan Barghouti accusa lo Stato di Israele
Quello che segue l'atto di accusa di Marwan Barghouti, leader dellIntifada
palestinese illegalmente arrestato a Ramallah ad aprile 2002 dalle forze
di occupazione israeliane, contro lo Stato di Israele. Marwan Barghouti
sostiene l'illegittimità del processo intentato a suo carico da Israele, che
ritiene essere un tentativo di criminalizzare l'intero popolo palestinese e
la sua lotta di resistenza.
CAPI D'ACCUSA CONTRO LO STATO DI ISRAELE
Marwan Hassib Barghouti, in nome del popolo palestinese
Accusa
- Contro -
Lo Stato di Israele,
Imputato
3 ottobre 2002
Dichiarazione di imputazione
Lo Stato di Israele porta la responsabilità criminale, diretta e indiretta,
di aver commesso atti specifici di genocidio, pulizia etnica, compreso lo
sradicamento dei Palestinesi attraverso attacchi militari, arresti
arbitrari, detenzioni amministrative e illegali, attacchi contro donne,
bambini e anziani, sistematica e deliberata distruzione di proprietà e
case, sistematica espropriazione e confisca di beni, violenza contro la
vita e le persone, in particolare omicidi di ogni tipo, compresi assassini
politici, confisca di terre e di proprietà, creazione di riserve separate e
Bantustan, disgregazione e rovina della vita pubblica terrorizzando
un'intera popolazione, anche attraverso atti di punizioni e rappresaglie
collettive, discriminazioni razziali, rapine, razzie e saccheggi,
provocando gravi danni fisici e mentali tramite tortura maltrattamenti,
punizioni crudeli disumane e degradanti, mutilazioni mortali o permanenti,
deliberata imposizione di condizioni di vita espressamente pensate per
provocare il completo o parziale crollo fisico, approvando e implementando
misure legislative mirate a impedire la partecipazione dei Palestinesi
alla vita politica sociale economica e culturale, e creando
deliberatamente le condizioni per impedire il pieno sviluppo dei
Palestinesi, attraverso lo sfruttamento del lavoro, la persecuzione delle
organizzazioni e dei loro membri, la negazione dei diritti e delle libertà
fondamentali ad un popolo che si oppone all'occupazione militare, al
colonialismo, all'apartheid, e altri atti criminali.
Leggi, trattati e convenzioni violate.
Lo Stato di Israele penalmente responsabile dei crimini che sono
riconosciuti come i pi gravi tra quelli che riguardano la comunità
internazionale nel suo insieme. Questi includono:
Il crimine di genocidio, crimini contro l'umanità, crimini di guerra e
crimini di aggressione come definiti e specificati nello Statuto di Roma
del Tribunale Penale Internazionale, con gli emendamenti dei 10 novembre
1998 e 12 luglio 1999.
Violazione di 85 Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni
Unite;
Violazione dei seguenti trattati e convenzioni:
- Carta delle Nazioni Unite;
- Convenzione sulla Prevenzione e la Punizione del Crimine di Genocidio;
- Convenzione sulla non applicabilità delle Limitazioni allo Statuto sui
Crimini di Guerra e i Crimini contro l'Umanità;
- Convenzione di Ginevra sul Trattamento dei Prigionieri di Guerra;
- Convenzione di Ginevra sulla Protezione dei Civili in Tempo di Guerra;
- Protocollo aggiuntivo della Convenzione di Ginevra del 12 agosto 1949
sulla Protezione delle Vittime dei Conflitti Armati;
- Accordo Internazionale sui Diritti Economici Sociali e Culturali;
- Accordo Internazionale sui Diritti Civili e Politici;
- Dichiarazione sul Diritto e la Responsabilità degli Individui, dei Gruppi
e delle Organizzazioni della Società per Promuovere e Proteggere i Diritti
Umani e le Libertà Fondamentali Universalmente Riconosciuti;
- Dichiarazione sul Risarcimento di Indipendenza ai paesi e ai popolo
colonizzati;
- Convenzione Internazionale sull'Eliminazione di tutte le Forme di
Discriminazione Razziale;
- Convenzione Internazionale sulla Soppressione a la Punizione del Crimine
di Apartheid;
- Convenzione contro la Discriminazione nell'Istruzione;
- Convenzione sull'Eliminazione di tutte le Forme di Discriminazione
contro le Donne;
- Convenzione sui Diritti Politici delle Donne;
- Convenzione sui Diritti del Bambino;
- Regole Minime per il Trattamento dei Prigionieri;
- Principi Basilari per il Trattamento dei Prigionieri;
- Principi per la Protezione di Tutte le Persone sotto ogni Forma di
Detenzione o Prigionia;
- Regole delle Nazioni Unite per la Protezione dei Giovani Privati della
Libertà;
- Convenzione contro la Tortura ed altri Trattamenti o Punizioni Crudeli,
Disumani o Degradanti;
- Principi sull'Effettiva Indagine e Documentazione di Tortura e altri
Trattamenti o Punizioni Crudeli, Disumani o Degradanti;
- Principi di Etica Medica concernenti il Ruolo del Personale Sanitario,
in particolare Medici, a Protezione di Prigionieri e Detenuti sotto
tortura e altri Trattamenti o Punizioni Crudeli Disumani o Degradanti;
- Codice di Condotta per gli Ufficiali delle Forze dell'Ordine;
- Principi di Base sull'Uso della Forza e delle Armi da Fuoco da parte
degli Ufficiali delle Forze dell'Ordine;
- Principi di Base sul Ruolo degli Avvocati;
- Regole Minime di Base delle Nazioni Unite per l'Amministrazione della
Giustizia relativa ai Giovani;
- Principi di Base sull'Indipendenza della Magistratura;
- Principi sull'Effettiva Prevenzione e Indagine delle Esecuzioni
Extragiudiziarie, Arbitrarie e Sommarie.
Capi d'accusa specifici contro lo Stato d'Israele.
I. Crimini di guerra e crimini contro l'umanità.
1. Lo Stato di Israele e i suoi agenti predecessori hanno commesso vari
atti di genocidio, uccidendo migliaia di civili palestinesi, causando
gravi danni fisici e mentali a migliaia di Palestinesi, e imponendo
deliberatamente condizioni di vita che hanno lo scopo di distruggere le
condizioni materiali e fisiche della vita. Tra questi citiamo i seguenti
esempi, non esaustivi:
Baldat al-Shaikh (30-31 gennaio 1947), Yehida (13 dicembre 1947), Khisas
(18 dicembre 1947), Qazaza (19 dicembre 1947), Katamon (5 luglio 1948),
Deir Yassin (9-10 aprile 1948), Naser al-Din (13-14 aprile 1948), Tantura
(15 maggio 1948), Beit Daras (21 maggio 1948), Lydda (11 luglio 1948),
Dawayma (29 ottobre 1948), Houla (26 ottobre 1948), Sharafat (7 febbraio
1951), Kibya (14 ottobre 1953), Kafr Kassim (29 ottobre 1956), Gaza City
(5 aprile 1956), Khan Younis (3 novembre 1956), Rafah (12 novembre 1956),
Al-Sammo (13 novembe 1966), Kawnin (15 ottobre 1975), Bint Jbeil (21
ottobre 1976), Abbasieh (17 marzo 1978), Adloun (17 marzo 1978), Saida (4
aprile 1981), Fakhani (17 luglio 1981), Beirut (17 luglio 1981), Sabra and
Shatila (16-18 settembre 1982), Jibsheet (27 marzo 1984), Sohmor (19
settembre 1984), Seer al-Gharbiah (23 marzo 1985), Maaraka (5 marzo 1985),
Zrariah (11 marzo 1985), Homeen al-Tahta (21 marzo 1985), Jibaa (30 marzo
1985), Yohmor (13 aprile 1985), Tiri (17 agosto 1986), Al-Naher al-Bared
(11 dicembre 1986), Ain al-Hilwe (5 settembre 1987), Nablus (16 dicembre
1988), Nahhalin (13 aprile 1989), Oyon Qara (20 maggio 1990), Siddiqine
(25 luglio 1990), Jerusalem (8 ottobre 1990), Hebron (25 febbraio 1994),
Jalabia (28 marzo 1994), Aramta (15 aprile 1994), Erez (17 luglio 1994),
Deir al-Zahrani (5 agosto 1994), Nabatiyeh (21 marzo 1994), Sohmor (2
aprile 1996), Mansuriah (13 aprile 1996), Nabatiya (18 aprile 1996), Qana
(18 aprile 1996), West Bank/Gaza (25-28 settembre 1996), Tarqumia (10
marzo 1998), Janta (22 dicembre 1998), Beirut (24 giugno 1999), Western
Baq'a (29 dicembre 1999), Jerusalem (29 settembre 2000), Idna (19 luglio
2001), Nablus (31 luglio 2001), Beit Rima (24 ottobre 2001), Jenin (3-21
aprile 2002), Nablus (3-21 aprile 2002).
2. Tra il 1948 e il 1949 lo Stato di Israele ha assassinato almeno 13000
Palestinesi. Durante la guerra del giugno 1967 lo Stato di Israele ha
assassinato, sebbene non siano mai state prodotte stime ufficiali, almeno
15000 Palestinesi, Egiziani, Giordani e Siriani.
3. In Libano lo Stato di Israele ha assassinato oltre 29500 civili
palestinesi e libanesi, il 40% dei quali erano bambini. Nel corso di varie
invasioni lo Stato di Israele ha forzatamente deportato pi di 100000
civili palestinesi e libanesi.
4. Tra dicembre 1987 e settembre 1993 lo Stato di Israele ha assassinato
pi di 1300 civili palestinesi, di cui pi di un quarto sotto i 16 anni, ne
ha ferito pi di 100000, e ha demolito 2089 case. Tra il 1993 e la fine del
1999 lo Stato di Israele ha assassinato 492 civili palestinesi. Nello
stesso periodo lo Stato di Israele ha demolito circa 1000 case
palestinesi, lasciando pi di 5000 Palestinesi senza casa.
5. Dalla fine di settembre 2000 lo Stato di Israele, il suo esercito e
suoi cittadini hanno ucciso 1639 Palestinesi, tra cui 336 bambini.
6. Dalla fine di settembre 2000 lo Stato di Israele ha assassinato almeno
103 Palestinesi, di cui la met erano semplici passanti, e tra questi anche
donne e bambini, in omicidi commissionati direttamente dallo Stato.
7. Dalla fine di settembre 2000 lo Stato di Israele ha assassinato pi di
550 Palestinesi attraverso attacchi e bombardamenti a infrastrutture
civili e pubbliche, case scuole e altri luoghi. Lo Stato di Israele,
impedendo l'accesso al personale medico o attraverso altre restrizioni di
movimento, ha causato la morte o gravi danni a molti Palestinesi ai posti
di blocco.
8. Dalla fine di settembre 2000 lo Stato di Israele ha gravemente
danneggiato, mutilato, ferito almeno 20000 Palestinesi, lasciando pi di
2000 Palestinesi con handicap permanenti. Nello stesso periodo lo Stato di
Israele ha demolito pi di 985 case Palestinesi.
9. Dalla fine di settembre 2000 lo Stato di Israele ha lanciato attacchi
militari contro civili palestinesi. Questi attacchi comprendono spari,
colpi di mortaio e bombardamenti nelle loro case, scuole, universit,
ospedali, campi, cliniche e luoghi di lavoro. Lo Stato di Israele ha
bersagliato ambulanze e paramedici chiaramente identificati, giornalisti e
difensori dei diritti umani. Lo Stato di Israele ha usato armi pesanti
contro i Palestinesi, comprese bombe, colpi da mortai e carri armati,
missili aria-terra e terra-terra sparati da elicotteri da combattimento e
aerei F16, navi da guerra.
Lo Stato di Israele anche responsabile della morte dei Palestinesi che
sono stati colpiti e uccisi da cecchini israeliani, che hanno sparato
proiettili ad alta velocit contro civili in aree civili. In questo periodo
lo Stato di Israele ha ucciso o ferito un numero spropositato di donne e
bambini, personale medico chiaramente identificato, difensori dei diritti
umani e giornalisti.
10. Dal 1967 lo Stato di Israele ha provocato incidenti causati da
esplosioni e deflagrazioni dovute ad oggetti lanciati da veicoli ed
elicotteri militari, mine ed esplosivi, oggetti infiammabili. Questi
oggetti o sono esplosi causando ferite a grappolo, o hanno preso fuoco
provocando gravi ferite. Per esempio il 13 febbraio 1989 Iktimal Dim (6
anni) stata uccisa, e suo fratello, 'Isam Dim (10 anni) stato ferito,
dalle pallottole di uno strumento esplosivo lanciato da un elicottero
israeliano che ha sorvolato il villaggio di Tayasir. Dal 1967, un gran
numero di Palestinesi stato ferito o ucciso per essere incappato in mine
o altri esplosivi cosparsi sul terreno dall'esercito israeliano.
11. Dal 1948 lo Stato di Israele ha ordinato e incoraggiato i suoi
militari all'uso brutale della forza fisica contro Palestinesi disarmati,
per lo pi giovani. Questo include il pestaggio sistematico dei civili
palestinesi da parte dei soldati e della polizia israeliana, che hanno
ottenuto particolare notorietà nel 1988 dopo che Yitzhak Rabin, poi
Ministro della Difesa, annunci una polizia di "forza, potere e pestaggi",
il 18 gennaio 1988. I Palestinesi sono stati picchiati arbitrariamente e a
caso, senza nessuna apparente connessione con le proteste, e sono stati
spesso presi dalle loro case o dalle strade e brutalmente malmenati. I
pestaggi sono di solito stati portati avanti da gruppi di soldati
israeliani che agivano insieme piuttosto che da individui. Episodi di
pestaggi hanno avuto luogo in situazioni in cui le vittime non hanno
opposto alcuna resistenza. Per esempio il 19 e 21 gennaio 1988 nel
villaggio di Huwarra, soldati israeliani hanno rastrellato venti
residenti, li hanno portati in un'area remota, li hanno legati e
imbavagliati, e poi hanno loro deliberatamente rotto braccia e gambe. La
mancanza di appropriate indagini nei casi in cui dei Palestinesi sono
stati gravemente feriti o uccisi in seguito a pestaggi conferma
ulteriormente che queste aggressioni sono una scelta politica dello Stato
di Israele.
12. Tra il 1949 e il 1956 lo Stato di Israele ha assassinato almeno 5000
profughi palestinesi, per lo pi contadini che stavano cercando di tornare
in patria, o per viverci, o per vedere i parenti, o per il raccolto.
13. Lo Stato di Israele ha imposto severe restrizioni alla possibilità di
movimento dei Palestinesi, attraverso chiusure, assedi, coprifuoco, e
attraverso l'uso di trincee, steccati, fil di ferro, muri. Lo Stato di
Israele ha controllato, ristretto, chiuso e negato l'accesso dei
Palestinesi a strutture, merci e servizi di grande importanza, compresi
l'aiuto e l'assistenza umanitaria, gli ospedali e le cliniche da campo, a
fondamentali risorse come le medicine, il cibo e l'acqua, l'istruzione,
attraverso la negazione ai Palestinesi dell'accesso a scuole e università,
luoghi di lavoro e di affari, aree agricole, industrie, famiglie e vita
comunitaria.
14. Lo Stato di Israele ha aggredito le donne palestinesi in vari modi,
tra cui l'uso illegale e indiscriminato di forza letale da parte delle
autorità militari israeliane che ha causato morti e ferite; l'abuso
deliberato di gas lacrimogeni da parte dell'esercito israeliano che ha
provocato soffocamenti, problemi di salute e aborti tra le donne
palestinesi; brutalità da parte dei soldati, molestie e intimidazioni
sessuali da parte dei soldati israeliani, l'uso di un linguaggio osceno,
il mancato soccorso, soldati che hanno urinato sulle donne, molestie e
tentativi di violenza sessuale; arresti, interrogatori e torture nelle
prigioni israeliane; donne usate come ostaggi; espulsioni e ostacoli
continui ai comitati delle donne e alle organizzazioni di beneficenza,
attacchi ai centri, agli asili e alle cooperative delle donne.
15. Lo Stato di Israele ha deliberatamente provocato una crisi umanitaria
con l'impoverimento dei civili palestinesi tramite politiche affamatrici.
Lo Stato di Israele ha imposto restrizioni di movimento, negato e impedito
l'accesso all'aiuto e all'assistenza umanitari, al cibo e all'acqua,
all'assistenza sanitaria, agli ospedali, al lavoro, all'istruzione.

II. Negazione dell'Assistenza Sanitaria.
16. Lo Stato di Israele ha permesso che i suoi militari malmenassero e
detenessero Palestinesi feriti, ostacolando i tentativi del personale
medico e di altri di aiutare Palestinesi gravemente feriti, maltrattando
fisicamente dottori e altri professionisti del sistema sanitario,
maltrattando Palestinesi feriti, attaccando le strutture mediche, sparando
contro le ambulanze, adottando misure che hanno ridotto la qualità e la
disponibilità dei servizi sanitari. Questi abusi illustrano il disprezzo
per le pi fondamentali norme umanitarie da parte dello Stato di Israele.

III. Espulsioni.
17. Lo Stato di Israele ha sistematicamente spossessato, sradicato ed
espulso le comunità palestinesi, in tutto o in parte, costringendo le
comunità palestinesi rimaste a vivere in enclavi separate, inferiori, meno
fertili, frammentate e non contigue, sia dentro i suoi propri confini sia
dentro i territori palestinesi occupati. Per ridurre il numero di
Palestinesi nei confini storici della Palestina dal 70% al 50% lo Stato di
Israele ha usato vari metodi, comprese le espulsioni forzate, atti di
genocidio e pulizia etnica.
18. Lo Stato di Israele ha forzatamente espulso pi di 780000 Palestinesi,
che ammontavano al 60% della popolazione palestinese totale, e ha
spopolato e raso al suolo 531 villaggi e località palestinesi. Nel 1948 lo
Stato di Israele ha deportato internamente circa 37500 Palestinesi. Anche
dopo la firma dell'armistizio nel 1949, lo Stato di Israele ha continuato
ad espellere migliaia di Palestinesi, in particolare dal "Piccolo
Triangolo", e nel sud da Majdal a Fluja e Bir Saba, la regione di Hebron,
e dall'est e dal nord del Mare di Galilea.
19. Lo Stato di Israele ha anche portato avanti rastrellamenti nei
villaggi palestinesi, ed espulso quei Palestinesi che loro avevano deciso
essere "illegali". Nel deserto del Negev, per esempio, tra il 1949 e il
1953 lo Stato di Israele ha espulso quasi 17000 Beduini. Nel solo 1953 lo
Stato di Israele ha espulso con la forza 7000 Beduini. Queste espulsioni
avvenivano di solito in modo brutale. Quello stesso anno, il 14 ottobre
1953, un'unità di un commando israeliano, sotto il comando dell'attuale
Primo Ministro dello Stato di Israele, ha assassinato 69 civili
palestinesi, soprattutto donne e bambini, e fatto saltare in aria 45 case
palestinesi nel villaggio di Qibiya, in Cisgiordania. Il 29 ottobre 1956,
lo Stato di Israele ha assassinato quarantanove abitanti di un villaggio
palestinese, tra cui 15 donne e 11 bambini a Kafr Kassim, un villaggio
palestinese nel "Piccolo Triangolo". Le persone sono state messe in fila e
passate per le armi, per aver rotto un coprifuoco di cui non erano state
informate. Il giorno successivo, il 30 ottobre 1956, lo Stato di Israele
ha espulso con la forza circa 5000 Palestinesi da Krad al Baqqara e da
Krad al Ghannama, in Siria.
20. Nel 1967 lo Stato di Israele ha costretto all'espulsione 388500 civili
palestinesi, di cui 188500 divennero profughi per la seconda volta.
21. Tra il 1967 e il 2002 lo Stato di Israele ha deportato 1531
Palestinesi, tra cui sindaci, scrittori, studenti e professori
universitari, come misura punitiva. Nel solo agosto 1971 lo Stato di
Israele ha deportato 600 profughi palestinesi che vivevano nella Striscia
di Gaza. Tra il 1987 e il 1999, nella sola Gerusalemme Est, lo Stato di
Israele ha revocato il diritto di residenza a 3327 Palestinesi.
22. Fino ad oggi lo Stato di Israele ha impedito il ritorno di circa 6
milioni di profughi palestinesi, che sono stati espulsi o deportati. Il 26
ottobre 1948 il Primo Ministro israeliano David Ben Gurion ha nominato il
"Transfer Committee" (Comitato di Trasferimento) e ha adottato le sue
raccomandazioni per impedire il ritorno dei profughi palestinesi. Fino ad
oggi a circa 250000 Palestinesi che hanno subito deportazioni interne
impedito il ritorno alle loro case e ai loro villaggi. Dal 1948 lo Stato
di Israele ha sradicato circa tre quarti del popolo palestinese dalla
propria terra, facendo di questo caso il pi grande e uno dei problemi pi
lungamente irrisolti tra quelli dei profughi nel mondo odierno. La
maggioranza dei profughi palestinesi che vivono nei territori palestinesi
occupati e di quelli che vivono nei confini dello Stato di Israele, vivono
a non pi di 100 miglia (circa 150 Km) dai loro luoghi di origine ma vedono
negato il loro diritto a tornare nelle loro case e nelle terre.
IV. Demolizioni di case e distruzione di propriet.
23. Dal 1967 lo Stato di Israele ha demolito almeno 9000 case palestinesi,
lasciando 50000 Palestinesi senza casa. Nel solo agosto 1971 lo Stato di
Israele e l'esercito israeliano, guidato dall'attuale Primo Ministro, ha
demolito 2000 case palestinesi nella Striscia di Gaza, sradicando 12000
profughi palestinesi per la seconda volta nella loro vita.
24. Nel 1948 e dopo, lo Stato di Israele ha saccheggiato e razziato
proprietà palestinesi disseminate su centinaia di città e villaggi
palestinesi, tra queste case, oggetti domestici, denaro, equipaggiamento
pesante, camion e intere mandrie di bestiame. La quantità totale di
proprietà palestinese confiscata dallo Stato di Israele ammonta ad oltre 4
milioni di acri di terra, il saccheggio e la confisca di decine di
migliaia di case, appartamenti, negozi, fabbriche e altre strutture.
V. Confisca della Terra e Colonizzazione.
25. Lo Stato di Israele ha confiscato 800000 acri di terra coltivata di
contadini palestinesi, inclusa ogni forma di coltivazione, olivi, tabacco
e frutta. Inoltre lo Stato di Israele ha confiscato animali da soma e da
lavoro, capre, pecore e galline.
26. Lo Stato di Israele ha confiscato i beni del clero musulmano,
donazioni di terra e proprietà, che raccoglievano un decimo della terra in
Palestina prima del 1948, e il 70% di tutte le pecore in alcune città
palestinesi, oltre al demanio, alle case e agli affari urbani. Si stima
che lo Stato di Israele abbia confiscato, distrutto e saccheggiato 1.8
miliardi di dollari di proprietà mobile e terra dei profughi palestinesi.
Oggi valutata in 209 miliardi di dollari.
27. Dal 1948, lo Stato di Israele ha confiscato il 96% della terra
posseduta dai Palestinesi per l'uso esclusivo di Ebrei israeliani. Dal
1967 lo Stato di Israele ha confiscato il 59% della Cisgiordania e della
Striscia di Gaza occupate per uso esclusivo di Ebrei israeliani.
28. Dal 1967, lo Stato di Israele responsabile di aver insediato,
finanziato e protetto colonie ebree illegali in Cisgiordania e Gaza. Lo
Stato di Israele ha confiscato 40000 acri di terra per costruire un vasto
sistema stradale nei territori palestinesi occupati, a cui permesso
l'accesso solo all'esercito e ai coloni. La maggior parte di questa terra
era precedentemente coltivata da contadini palestinesi.
29. Dal 1967, lo Stato di Israele ha trasferito 400000 coloni nei
territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme Est.
30. Dal 1967 a settembre 2001 lo Stato di Israele ha costruito 123
insediamenti illegali su terra palestinese confiscata ed espropriata in
Cisgiordania (esclusa Gerusalemme Est), ospitando 198000 coloni. Tra il
1993 e settembre 2001 la popolazione degli insediamenti aumentata da
100000 a 198000, cioè quasi raddoppiata. Nella Gerusalemme Est occupata,
tra il 1997 e settembre 2001 lo Stato di Israele ha aumentato il numero di
coloni fino a 167000. Tra il 1993 e agosto 2001 lo Stato di Israele ha
confiscato pi di 70000 acri di terra palestinese. Nel solo 1999 lo Stato
di Israele ha confiscato circa 10000 acri di terra palestinese. Solo dal
febbraio 2001 lo Stato di Israele ha costruito almeno 34 nuovi
insediamenti, senza contare l'espansione illegale delle colonie esistenti.
31. Dal 1967, lo Stato di Israele n ha impedito le aggressioni dei coloni
israeliani nei confronti di individui e comunità palestinesi n
effettivamente intervenuto per fermare queste aggressioni. Per esempio il
2 giugno 1980, come conseguenza di autobombe messe da coloni israeliani
sostenuti dell'esercito israeliano, i sindaci di Nablus e Ramallah, Bassam
Shaka e Karim Khalaf, sono stati gravemente menomati. Il 24 settembre 1994
un colono israeliano, Baruch Goldstein, e' entrato nella Moschea Ibrahimi
a Hebron e ha aperto il fuoco sui fedeli che celebravano la fine del
Ramadan. 29 Palestinesi sono stati uccisi. Lo Stato di Israele intervenne
solo per uccidere altri 6 Palestinesi. Lo Stato di Israele ha ordinato ai
suoi soldati di cooperare con i coloni impegnati in provocazioni violente
contro i residenti palestinesi. Inoltre lo Stato di Israele non ha mai
sottoposto a giudizio o considerato i coloni responsabili delle loro
azioni. I coloni palestinesi hanno assassinato o ferito Palestinesi, hanno
distrutto e vandalizzato o rubato grandi parti di proprietà palestinese.
32. Fino ad oggi lo Stato di Israele ha continuato questa politica di
espropriazione della terra, distruzione della terra, distruzione di
proprietà agricole, demolizione di case sia dentro Israele che nei
territori palestinesi occupati. Nei territori palestinesi occupati lo
Stato di Israele ha mantenuto una politica volta ad insediare
continuamente nuove colonie per soli Ebrei che hanno anche lo scopo di
isolare e separare le comunità palestinesi. Inoltre lo Stato di Israele ha
imposto massicce restrizioni alla possibilità di nuove costruzioni
palestinesi.
33. Dentro Israele, lo Stato di Israele ha confinato i Palestinesi in
enclavi ristrette e deliberatamente sottosviluppate, con accesso ridotto
alle risorse ai servizi e alle strutture necessari. Lo Stato di Israele
non ha leggi che impediscano la discriminazione in materia di proprietà
della terra, leasing e residenza. Lo Stato di Israele usa agenzie
quasi-governative e leggi e piani regolatori per confinare i Palestinesi
in aree particolari ed impedire la crescita naturale. A Gerusalemme Est
occupata lo Stato di Israele impedisce ai Palestinesi l'accesso al 66%
della terra grazie a piani regolatori e restrizioni alla edificazione. In
altre parti dei territori palestinesi occupati lo Stato di Israele ha
confinato i Palestinesi in enclavi stile Bantustan, anche qui con accesso
ridotto alle risorse necessarie, compreso il rifornimento di acqua,
servizi e altre strutture.
VI. Confisca dell'Acqua.
34. Dal 1967, lo Stato di Israele ha confiscato pi dell'80% delle falde
acquifere palestinesi. Poco dopo la guerra di giugno 1967 lo Stato di
Israele ha distrutto 140 pompe per l'acqua nella Valle del Giordano, che
venivano usate per irrigare le fattorie palestinesi della zona. Dal 1967
tutta la gestione dell'acqua in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza
stata posta sotto amministrazione militare israeliana.
35. Lo Stato di Israele ha strategicamente insediato colonie illegali per
attingere alle falde acquifere e alle sorgenti di acqua palestinesi,
consentendo una distribuzione discriminatoria delle risorse di acqua. Gli
Israeliani consumano, pro capite, cinque volte pi acqua dei Palestinesi,
anche se la loro popolazione solo il doppio di quella palestinese, a
dispetto di periodi di siccità in cui il rifornimento di acqua municipale
per i Palestinesi si asciuga letteralmente per mesi durante l'estate.
36. Nei soli aprile e maggio 2002 lo Stato di Israele ha causato la
distruzione del settore acquifero palestinese per un valore di 7 milioni
di dollari. Nello stesso periodo lo Stato di Israele ha distrutto la rete
idrica, negando ai Palestinesi l'accesso all'acqua corrente per periodi
anche di due settimane alla volta.
37. Lo Stato di Israele ha sistematicamente scavato trincee lungo le
strade principali, rendendo inutilizzabili l'acqua, i pozzi e le linee di
telecomunicazione fino alle case palestinesi, ha causato danni
intenzionali alle strutture di pompaggio, distruzioni intenzionali alle
linee di trasmissione dell'acqua dai pozzi situati fuori dalle città, ha
impedito alle squadre municipali diportare a termine le riparazioni di
emergenza, uccidendo anche un ingegnere della municipait di Nablus. Un
operatore dei pozzi di Jenin stato preso in ostaggio due volte.
VII. Violazione al Processo Dovuto e Tortura.
38. Dal 1967 ad oggi, lo Stato di Israele ha arbitrariamente detenuto pi
di 620000 Palestinesi. Nel solo 1989 lo Stato di Israele ha imprigionato
50000 Palestinesi, pari al 16% dell'intera popolazione maschile della
Cisgiordania e della Striscia di Gaza compresa tra l'et di 14 e 55 anni.
Come termine di paragone, quello stesso anno su una popolazione totale
africana di 24 milioni di abitanti in Sud Africa, non pi di 5000 persone,
cio lo 0,2%, stata detenuta per offesa alla sicurezza del regime di
apartheid.
39. Dal 1948, lo Stato di Israele ha detenuto migliaia di Palestinesi
senza accusa o senza processo.
40. Pi di 200 prigionieri palestinesi sono morti durante la prigionia a
causa di tortura, maltrattamenti, privazione di cure mediche, abbandono.
41. Lo Stato di Israele ha sistematicamente torturato e maltrattato circa
l'80% dei Palestinesi detenuti. I metodi di tortura usati dallo Stato di
Israele includono sia torture psicologiche sia torture fisiche, come
percosse agli organi pi delicati, impedimenti alla respirazione
(soffocamenti), strappo di peluria dal corpo, regime di isolamento
prolungato; i detenuti palestinesi sono stati sottoposti a rumori, urla e
minacce contro i loro familiari. Altre forme di tortura e maltrattamento
applicate dallo Stato di Israele contro i detenuti palestinesi comprendono
la costrizione a stare in piedi, incappucciati e con le mani legate, per
lunghi periodi di tempo, privati del cibo e del sonno, fame, elettroshock,
bruciature, pugni, bastonate e calci, privazione di cibo, sonno e igiene
minima, con conseguenti pidocchi e disagio generale, costrizione a stare
in piedi per periodi di tempo prolungati.
42. Nei territori palestinesi occupati lo Stato di Israele ha imposto
tribunali militari che non celebrano processi giusti.
43. Lo Stato di Israele garantisce l'impunit a quei soldati e coloni
israeliani che commettono crimini contro Palestinesi. Lo Stato di Israele
non si fatto carico di indagare o di perseguire in modo appropriato e
imparziale quei soldati e coloni israeliani che hanno commesso crimini
contro Palestinesi. Lo Stato di Israele ha negato giustizia e risarcimenti
alle vittime palestinesi.
VIII. Distruzione dei Mezzi di Sostentamento.
44. Dal 1967, lo stato di Israele ha sradicato centinaia di migliaia di
alberi. Nel 1984 lo Stato di Israele ha emanato un ordine militare che
definiva illegale per i Palestinesi piantare nuovi alberi da frutta senza
un permesso. Durante l'estate 1988 lo Stato di Israele ha bruciato 8000
olivi e alberi da frutta e migliaia di frumento (grano?). Tra il 1993 e
agosto 2001 lo Stato di Israele ha sradicato 280000 alberi da frutto a
olivi appartenenti a Palestinesi nella sola Cisgiordania. Nel solo 2001 lo
Stato di Israele ha sradicato 23551 alberi da frutta e olivi.
45. Lo Stato di Israele ha deliberatamente strangolato leconomia
palestinese piegandola ad una dipendenza forzata attraverso i controlli
delle importazioni e delle esportazioni alle frontiere, lo sfruttamento
delle risorse naturali, lo smantellamento delle industrie e del commercio
palestinesi, la violazione di tutta la gamma dei diritti degli impiegati e
dei lavoratori, anche attraverso le chiusure e i coprifuoco.
46. Lo Stato di Israele ha deliberatamente imposto una serie di misure e
atti che hanno peggiorato le condizioni di vita dei Palestinesi ad un
livello che pu solo condurre al loro annientamento fisico. I metodi
includono la confisca e l'espropriazione della terra e di altre risorse
naturali palestinesi, in particolare dell'acqua, che ha gravemente
intaccato la salute e la sostenibilit delle comunit palestinesi e del loro
modo di vita. Lo Stato di Israele ha danneggiato la propriet e l'ambiente
palestinese attraverso l'uso di armi pesanti e ha permesso la fuoriuscita
di prodotti tossici e nocivi. Lo Stato di Israele ha imposto restrizioni
al movimento dei Palestinesi dentro e fuori le localit palestinesi,
colpendo i centri urbani e le comunit agricole ed economiche loro
associate, comprese restrizioni di movimento e privazione dell'accesso
alla propria terra e propriet.
IX. Discriminazione e Apartheid.
47. Lo Stato di Israele ha imposto un sistema fiscale ai Palestinesi,
mentre in termini pro capite gli Ebrei di Israele ricevono cinquanta volte
pi finanziamenti dei Palestinesi. Degli aiuti spesi nei territori
palestinesi occupati il 96.5% stato speso per i coloni israeliani e il
3.5% per il 90% della popolazione palestinese. Nel 1992, senza contare
Gerusalemme Est, i coloni israeliani costituivano appena il 6% della
popolazione di Cisgiordania e Gaza. Sebbene dal 1970 lo Stato di Israele
richieda ai lavoratori palestinesi di pagare contributi all'Histadrut, i
lavoratori palestinesi non possono essere membri di questa federazione
sindacale. Tra il 1970 e il 1994 l'Histadrut ha confiscato 700 milioni di
shekel dai lavoratori palestinesi senza che questi avessero il diritto di
essere rappresentati.
48. Dal 1948 lo Stato di Israele ha imposto una segregazione e un regime
di apartheid crescenti, compresa la separazione dei Palestinesi dalla pi
vasta comunit araba nei paesi arabi vicini, separando i Palestinesi dalle
loro famiglie e comunit in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, e nella
Striscia di Gaza.
49. Dal 1967 lo Stato di Israele ha separato e isolato i Palestinesi di
Gerusalemme Est dalle loro famiglie in altre parti della Cisgiordania e
della Striscia di Gaza. Dal 1987 lo Stato di Israele ha isolato le comunit
palestinesi attraverso recinzioni di filo spinato e porte di ferro, come
per esempio nel campo profughi di Dheishe, vicino Betlemme. Dal 1989 lo
Stato di Israele ha segregato, isolato e separato la Striscia di Gaza
dalla Cisgiordania e da Gerusalemme Est, e anche dalle nazioni confinanti.
50. Dal 1993, lo Stato di Israele ha negato ai Palestinesi in Cisgiordania
l'acesso alla Striscia di Gaza e in Israele. Da questo periodo lo Stato di
Israele ha usato il coprifuoco, chiusure parziali o totali e arbitrarie.
Dal 1993 lo Stato di Israele ha inoltre separato le comunit palestinesi
dentro la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, separando i villaggi dalle
citt e i villaggi dai villaggi attraverso posti di blocco, bypass roads,
colonie e chiusure.
51. Da marzo 2001 lo Stato di Israele ha scavato trincee nelle strade
principali, tagliando ogni movimento dai villaggi palestinesi ad ogni
altra area, compresi i centri urbani da cui gli abitanti dei villaggi
dipendono per il lavoro, l'istruzione, l'aiuto e l'assistenza umanitaria,
comprese medicine, cliniche da campo e ospedali, e le risorse essenziali
come il cibo e l'acqua. Da giugno 2001 lo Stato di Israele ha scavato
ancora pi trincee e eretto recinzioni di ferro in alcune aree, isolando
villaggi e citt. Da giugno 2002 lo Stato di Israele ha segregato, separato
e isolato pi di 11000 Palestinesi che vivono tra la linea verde del 1967 e
un muro in via di costruzione, o il cosiddetto muro di sicurezza nel nord
della Cisgiordania.

X. Negazione della Libert di Stampa.
52. Lo stato di Israele ha impedito ai giornalisti l'accesso ai luoghi, ha
sottoposto i giornalisti alla violenza fisica, e all'intimidazione, ha
arrestato e detenuto giornalisti, ristretto l'accesso alle fonti di
informazione palestinesi, per esempio chiudendone le agenzie di stampa,
confezionando notizie false e confiscando materiale, comprese pellicole,
macchine fotografiche, filmati.
XI. Negazione dell'Istruzione.
53. Lo Stato di Israele ha represso l'istruzione palestinese con chiusure,
attacchi e distruzioni. Lo Stato di Israele ha ucciso, ferito,
imprigionato e intimidito professori insegnanti e studenti palestinesi. Lo
Stato di Israele ha regolarmente chiuso scuole e universit in Cisgiordania
e Gaza per periodi prolungati, vanificando l'istruzione palestinese e
proibendo le forme di istruzione alternative. Inoltre lo Stato di Israele
ha occupato molte scuole e distrutto le loro propriet. Lo Stato di Israele
ha attaccato scuole e universit e usato gas lacrimogeni dentro edifici
scolastici.
XII. Negazione della Libert di religione.
54. Lo Stato di Israele ha impedito e ostacolato il culto. Lo Stato di
Israele ha attaccato moschee e aggredito i fedeli. Lo Stato di Israele ha
consentito ai suoi soldati di sparare gas lacrimogeni dentro i luoghi di
culto, di assaltare moschee e chiese, ha interrotto brutalmente i funerali
dei Palestinesi.

Fonte: Comitato di Difesa di Marwan (traduzione a cura del
Comitato contro la guerra dellUniversit di Roma "Tor Vergata")




Crollato il muro di Berlino, se ne rialza un' altro?
by x matteo Monday June 02, 2003 at 03:15 PM

ARANCI E ULIVI AL DI LÀ DEL MURO DI ISRAELE. “Ben 26mila palestinesi verranno separati dalle proprie terre, che saranno ammesse da Israele nell’altro lato del muro” ha denunciato Mustafa Barghouti, attivista per i diritti umani e presidente dell’Unione dei comitati palestinesi per l’assistenza
L’aranceto del signor Rashid ormai non si vede più.
Dal balcone della sua villetta di Qalqilya, nel nord della Cisgiordania, ormai si scorge solo l’imponente barriera di cemento eretta dagli israeliani: il ‘muro della vergogna’ – come lo hanno chiamato in tanti – con cui il governo di Ariel Sharon intende ‘recintare’ 360 chilometri di territori palestinesi per ‘contenere’ la minaccia terroristica.
“Durante i lavori di costruzione del muro tutta la famiglia è stata sottoposta a coprifuoco negli orari notturni senza poter uscire di casa” racconta alla MISNA Isadora D’Aimmo, che ha visitato quella zona insieme a una delegazione dell’Assessorato al lavoro, immigrazione e cooperazione della provincia di Napoli.
L’altezza media del sofisticatissimo reticolato è di otto metri: a ridosso delle finestre di Rashid si affaccerà una delle torrette di controllo disseminate ogni 300 metri. La stessa scena si ripete anche a Beltemme: nei pressi del check-point da cui gli israeliani controllano l’accesso alla ‘città della natività’ per chi proviene dalla vicina Gerusalemme, il grande muro ha stretto tra le sue maglie di ferro l’ultima abitazione prima del ‘confine’.
“La barriera non è ancora stata ultimata – spiega l’interlocutrice – e per ora la casa è stata circondata da una barriera e da una rete metallica. Anche qui l’appezzamento di terreno antistante l’edificio è rimasto ‘tagliato fuori’ dal tracciato”.
In questo fazzoletto di terra i proprietari coltivavano non aranci ma ulivi, che un tempo erano il simbolo della pace.
A Betlemme migliaia di palestinesi vivono in condizioni economiche disastrate a causa dell’occupazione militare israeliana: il reticolato – fortificato da muri di cemento armato e da recinzioni di filo spinato - costa oltre un milione di dollari al chilometro. “Anche nella striscia di Gaza, a Rafah, la barriera rischia di bloccare l’accesso al mare”, aggiunge ancora D’Aimmo.
I casi di Rashid e di Betlemme non saranno isolati: “Ben 26mila palestinesi verranno separati dalle proprie terre, che saranno ammesse da Israele nell’altro lato del muro” ha denunciato Mustafa Barghouti, attivista per i diritti umani e presidente dell’Unione dei comitati palestinesi per l’assistenza.
“Altri 11mila palestinesi rimarranno intrappolati nella terra di nessuno: è scioccante vedere le dimensioni di questo nuovo ‘muro di Berlino’, insieme alle enormi conseguenze che esso avrà sulla vita dei palestinesi che vivono nella aree dove verrà eretto” ha aggiunto Barghouti.
Le autorità israeliane avevano inizialmente promesso che il tracciato della barriera – ideata come soluzione per garantire sicurezza a Israele - avrebbe ricalcato i confini del 1967. Ma negli ultimi mesi è apparso sempre più chiaramente il progetto di annessione di alcune parti dei Territori palestinesi anche al di là della ‘linea verde’, come ha osservato recentemente Matthew Brubacher, ricercatore presso l’Orient House di Gerusalemme (fatta chiudere di recente da Israele).
Appare quantomeno singolare che la tanto attesa ‘road map’ – definita oggi dal nuovo ministro per i negoziati del governo palestinese di Abu Mazen, Saeb Erekat, “l’ultima chance per la pace” -, presentata solo due giorni fa dalla comunità internazionale per rilanciare il negoziato, non contenga alcun riferimento alla gigantesca ‘gabbia a cielo aperto’ che Israele sta costruendo intorno ai Territori palestinesi. (di Emiliano Bos)
La politica di sharon non si smentisce mai...sempre peggio !

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Hamas psichiatrico
by x squalo Wednesday June 18, 2003 at 10:09 PM

Joseph è convinto che i terroristi suicidi,sia i palestinesi che si fanno saltare in Israele,sia (se ci sono mai stati)quelli sugli aerei dell'11 settembre,possano essere “fabbricati".
Hamas psichiatrico
Tratto dal sito Nexus http://www.nexusitalia.com
Capitolo 22 del libro "Chi comanda in America" di Maurizio Blondet, ed. Effedieffe
Devo tutte le rivelazioni che scriverò qui a Joseph Brewda, un giornalista americano ed ebreo, che mi onora della sua amicizia. Joseph è convinto che i terroristi suicidi, sia i palestinesi che si fanno saltare in Israele, sia (se ci sono mai stati) quelli sugli aerei dell' 11 settembre, possano essere “fabbricati".
Il racconto di Joseph prende le mosse dal Tavistock Institute di Londra: una strana clinica per malati mentali, un centro di ricerche psichiatriche di fama mondiale che - stranamente - è gestito da alti ufficiali delle forze armate britanniche. Fondato nel 1920 sotto la direzione del generale di brigata e psichiatra dr.John Rawlings, il Tavistock nacque per occuparsi dei soldati traumatizzati dalla "Grande Guerra". Gli psichiatri e psicanalisti del generale scoprirono presto che questi individui erano acutamente suggestionabili; e che lo stesso effetto poteva essere ottenuto attraverso interrogatori brutali e torture. Essi misero a punto tecniche del controllo comportamentale, che furono praticate durante il secondo conflitto mondiale, come parte di vasti programmi di "guerra psicologica". Nel 1945, in un suo libro (“The shaping of psichiatry by war”), il generale Rees, un altro degli scienziati del Tavistock, propose che metodi analoghi a quelli sperimentati in guerra, potevano attuare anche il controllo sociale in intere società o gruppi, in tempo di pace. "Se proponiamo di uscire all’aperto”; scriveva Rees, “e di aggredire i problemi sociali e nazionali dei nostri giorni, allora abbiamo bisogno di "truppe speciali" psichiatriche, e queste non possono essere le equipes psichiatriche Stanziali nelle istituzioni. Dobbiamo avere gruppi di psichiatri selezionati e ben addestrati che si muovano sul territorio e prendano contatto con la situazione locale nella sua area particolare".
Dal 1947 il generale Rees fece carriera nell'apparato dell'Onu, dove creò la Federazione Mondiale della Salute Mentale; collaborò con sir Julian Huxley, allora capo dell'Unesco; e, secondo Brewda, entrambi elaborarono un progetto per "la selezione dei quadri" nelle colonie dell'impero britannico, da addestrare alla futura "indipendenza". In Africa e in Asia, però, sorsero movimenti di liberazione incontrollabili da Londra. Gli specialisti del Tavistock perciò cominciarono da allora a creare movimenti "rivali": il primo esperimento avvenne in Kenia. Nei campi di prigionia, taluni detenuti sarebbero selezionati e "preparati con metodi psicologici traumatici a formare frazioni della rivolta Mau Mau. L'idea era di infiltrare il movimento di liberazione keniota con "gruppi rivali", che li penetrassero e frazionassero, creando lotte intestine. I "rivali" dovevano usare metodi terroristici feroci, per screditare i movimenti.
A questo scopo, la Federazione Mondiale della Salute Mentale guidata da Rees lanciò nel 1949‑50 un ampio studio sui profili psicologici di vari paesi. Il programma si chiamava: "Tensione mondiale: la psicopatologia delle relazioni internazionali". Furono studiate le reazioni, le suscettibilità psicologiche di diversi gruppi etnici, secondo Brewda "per poterli meglio controllare". In questo quadro, lo studio più approfondito fu intrapreso sugli ebrei: dapprima sui sopravvissuti alle persecuzioni naziste che erano riparati in Israele. Secondo la tattica suggerita da Rees, psichiatri "ben addestrati" furono mandati "sul territorio". Nacque a Gerusalemme la Società per l'Igiene Mentale in Israele. La guidava il dottor Abraham Weinberg, un uomo del Tavistock.
Prevedibilmente, Weinberg diagnosticò, nella psicodinamica ebraica, la leva su cui poteva agire la psichiatria di guerra: la convinzione di essere il "popolo eletto", diverso da ogni altro. Il fatto che nei secoli gli ebrei siano stati fatti sentire diversi dagli altri popoli, non ha fatto che rinforzare questo carattere, diceva il dottore. E ha creato una "personalità ebraica" intimorita e diffidente del prossimo. Di fronte alla persecuzione nazista, la popolazione ebraica ha reagito in maggioranza rinnovando la fedeltà alla propria identità etnica e alla "missione degli ebrei" nel mondo: la sofferenza subita era parte di questa "missione", e la creazione dello stato d'Israele, il ritorno alla terra promessa dopo duemila anni, era il compenso per questa sofferenza. Oggi (scriveva Welnberg nel 1948) per la prima volta in millenni, "è possibile creare una vera personalità ebraica, fondata sulla sofferenza del genocidio e sull'ambiente controllato di Israele". Di fatto, secondo Brewda, questa diagnosi giustifica (e provoca) la riduzione dell'israeliano d'oggi a membro di un culto del sangue e del suolo; il fatto che Israele pratichi in "Terra Santa" una politica di segregazione e di igiene razziale nei confronti degli arabi, sarebbe la prova del successo del Tavistock.
Nello stesso tempo, il Tavistock conduceva lo stesso tipo di studi sugli arabi, attraverso un affiliato "Istituto di Igiene Mentale" con sede al Cairo; queste ricerche finirono per convergere con studi analoghi, che gli specialisti israeliani di guerra psicologica stavano conducendo per scopi militari. I risultati di queste indagini si ritrovano nell'opera monumentale di Raphael Patai (uno degli specialisti israeliani in profili psicologici), "The arab mind". Patai scopre nella "mentalità araba" il punto debole, che la rende vulnerabile alla manipolazione: la sua tendenza a confondere, specie sotto stress, “realtà e retorica". L'arabo tipico “vuole apparire piuttosto eloquente che profondo, e la sobrietà è di rado un carattere apprezzato nei leader". Lo dimostra, secondo lo studioso, il fatto che dei veri e propri pazzoidi (come il libico Gheddafi) possano godere di autentica popolarità.
È, come si vede, uno studio di "profiling", ben noto ai servizi segreti più sofisticati: un gruppo etnico viene "profilato psicologicamente" dal nemico, per farlo agire - a sua insaputa - a vantaggio del nemico stesso.
Quest'arte orribile non viene nemmeno nascosta. Sul numero del 22 giugno 2001 della rivista International Bulletin of Political Psychology è apparso un dotto articolo col seguente titolo: "L'utilità della ricerca psicologica per accendere e sedare la violenza: gli "scopritori” di terroristi e la selezione e gestione di giovani terroristi".
Ne è autore il dottor ­Jerrold Post, fondatore del Bulletin, che per 21 anni è stato a capo, alla Cia, del centro "Analysis of Personality and Political Behavior”. In questa veste, Post ha scritto infiniti "profili psicologici” di capi di sette e di gruppi terroristi: ha studiato fra gli altri Bin Laden, Saddam Hussein e la psicologia dei dirottatori di aerei. Dall' 11 settembre, viene spesso intervistato dai media americani.
E in Palestina? L'amico Joseph Brewda ci segnala la presenza, nella striscia di Gaza, dei "Gaza Community Mental Health Program (GCMHP), che è di fatto l'unico presidio psichiatrico nella zona occupata dagli israeliani.
Il centro è stato creato da un ramo del Tavistock in collaborazione con la Israel Psychoanalitic Association, ed è finanziato dai governi americano e britannico. Ufficialmente, ha lo scopo di “affrontare i problemi mentali dei bambini traumatizzati nell’Intifada (del 1987) e riabilitare i prigionieri politici palestinesi vittime di torture”.
Difatti,”la tortura è una pratica corrente da parte dei militari israeliani”, scrive Brewda. “Le leggi d’Israele consentono ufficialmente trattamenti come la deprivazione del sonno, prolungate sedute al buio, l’obbligo a mantenere a lungo forzate posizioni corporee, e “confinamento” (in spazi-scatola senza l’uso della toilette), esposizione a temperature estreme. Ci sono medici israeliani che esaminano i prigionieri palestinesi e indicano quali di queste torture possono essere applicate, dato lo stato di salute e le condizioni fisiche del detenuto”.
Almeno centomila palestinesi di Gaza, il 10% della popolazione, è stato prima o poi detenuto nelle carceri israeliane e sottoposto all'una o all'altra tortura; molte di queste vittime sono bambini, dato che la legge israeliana considera adulto chi abbia più di 12 anni. Secondo uno studio condotto dallo stesso "Gaza Mental Health Program", l'85% dei 1300 bambini intervistati hanno assistito a irruzioni della polizia o dei soldati nelle loro case, il 42% è stato picchiato, il 55% ha visto picchiare il proprio padre. Il 19% di questi bambini sono stati essi stessi detenuti. Di conseguenza, molti di loro manifestano segni di deterioramento mentale: mutismo, insonnia, scoppi d'ira e di violenza immotivati verso i propri familiari.
Il "Gaza Community Mental Health Program" fornisce a queste vittime un'assistenza, che si configura come "terapia di gruppo". Una ventina di specialisti conducono queste terapie di gruppo "sul territorio", fra i torturati da Israele insieme alle loro famiglie. Chi ha addestrato e preparato questi specialisti? Il Dipartimento di Psicologia dell'Università di Tel Aviv, con l'approvazione formale del governo israeliano e con fondi degli Stati Uniti. La stessa università di Tel Aviv addestra un gruppo di ricerca psicologica sul campo, il quale produce rapporti dai titoli significativi: “Esperienza della tortura e stress post-traumatico tra prigionieri politici palestinesi", oppure “Predizione del riassetto psichico tra i bambini palestinesi dopo la violenza politica". Insomma, la “ricerca" mette i "ricercatori" a diretto contatto con i futuri, potenziali quadri del terrorismo suicida.
L'intenzione è davvero quella di curarli? Se ne può dubitare: il direttore del Dipartimento di Psicologia dell'Università di Tel Aviv, il dottor Ariel Merari, ha fondato e diretto, per l'esercito israeliano (Israeli Defense For­ce) L’”Unità di Gestione di Crisi", il gruppo cioè che tratta con i rapitori, in caso di presa di ostaggi. Il dottor Merari è uno psichiatra militare, esperto di "profiling" del nemico. Fra l'altro, è stato il primo israeliano, dopo l’11 settembre, a dichiarare che l'attacco su New York era stato diretto da Bin Laden. Secondo Brewda, tutta l'operazione "di salute mentale" ha lo scopo di selezionare e identificare, tra le vittime psicologicamente destabilizzate dalle torture d'Israele, quelli che possono diventare pericolosi terroristi.
Gli indizi che porta sono allarmanti. Anzitutto uno: il direttore dei GCMHP, pagato dagli americani e sotto controllo degli israeliani, è uno psichiatra palestinese, dottor Eyad Sarraj, che è anche un esponente di alto livello di Hamas. Inoltre, Sarray non nasconde, anzi esalta, la sua ammirazione per i terroristi suicidi. Come ha scritto in un articolo del 4 agosto 1997, "Capire il terrorismo palestinese", "in Palestina, la cosa stupefacente non è che accadano atti di terrorismo suicida, ma che accadano così raramente". Il dottor Sarraj è convinto (come l'Istituto Tavi­stock di Londra) che la violenza è il solo mezzo con cui gli adolescenti disturbati della Palestina possano recuperare la salute mentale: "E’ il processo che esteriorizza la coscienza di schiavo che è stata introiettata nel bambino [palestinese dalla violenza israeliana] e ne forma ormai l'intimità personale profonda. Con questi atti, i bambini riaffermano se stessi ed esercitano il diritto a una vita libera e migliore".
Ci si può chiedere come mai Israele, che controlla il centro di salute mentale di Gaza come abbiamo visto, e ne addestra gli specialisti, lasci al suo posto questo individuo. Forse la risposta, suggerisce Brewda, è nel fatto che Sarraj condanna apertamente Arafat e definisce i suoi tentativi di continuare il processo di pace come tradimento. "Siamo diventati semplicemente gli schiavi del nemico. In nome della pace, siamo stati umiliati. Arrestati e persino torturati dalle forze dell'autorità Palestinese per proteggere la pace. La nostra autorità si è scatenata contro di noi per piacere a Netanyahu. I nostri governanti girano su grosse auto e si costruiscono grosse ville... ora capite perché siamo diventati assassini suicidi?".
Nel 1997, cose simili furono ripetute in una conferenza, tenuta all'interno del GCMHP, da Abdel Aziz Rantisi, il portavoce di Hamas nella striscia di Gaza. In quell'occasione, Rantisi spiegò che "il suicidio è vietato dall'Islam, salvo specifiche situazioni". Lo ascoltavano, e condividevano con lui il podio, la dottoressa Yolanda Gampel, direttrice della Israeli Psychoanalitic Association all'Università di Tel Aviv, il dottor Moshe Landsman, supervisore dell'assistenza psichiatrica al centro di Dimona (il centro dove l'esercito israeliano fabbrica le armi nucleari); inoltre, la dottoressa Helen Bambar e il dottor Rami Heilborn, che dirigono la fondazione medica per la cura delle vittime della tortura, fondata dall'Istitu­to Tavistock di Londra.
Per spiegare quale sia il lavoro di questi psichiatri militari fra coloro che il loro stato tortura, Joseph Brewda cita il dottor Jerrold Post, lo psichiatra americano del Bulletin of Political Psychology, a proposito dei "talent scouts di terroristi":
"Come i funzionari dei servizi di spionaggio valutano, nei potenziali candidati a diventare agenti dei servizi, i loro punti vulnerabili (condizioni economiche, status vocazionale e desideri, ferite narcisistiche, ideologia, comportamento sociale, orientamenti sessuali), allo stesso modo i talent scouts di terroristi devono valutare i giovani potenziali terroristi in base ai loro fattori di rischio di violenza". Tali fattori di rischio (Post ne elenca 24) non sono identificati per essere soppressi, bensì per essere "usefully mined", ossia "utilmente sfruttati".
Il dottor Merari compie, di norma, appunto questo “lavoro" per le forze armate israeliane.
Hamas è nata ufficialmente il 14 dicembre 1987, quando lo sceicco suo ispiratore, Ahmed Yassin, emise il primo comunicato a nome del gruppo terroristico-fondamentalista. Ci si può chiedere come Hamas abbia potuto sopravvivere nelle durissime condizioni dell'occupazione israeliana.
La risposta - straordinariamente franca - è in uno scritto della dottoressa Anat Kurz, dei Jaffee Center dell'Università (ebraica) di Tel Aviv. In un "Memorandum n. 48" pubblicato nel luglio 1997, la Kurz rivela che fu il governo Begin a fornire ad Hamas lo stato di associazione legale, già nel 1979, "in coerenza con la politica israeliana di rafforzare i gruppi islamisti come contrappeso ai gruppi nazionalisti palestinesi [ ... ] Israele ha sempre avuto un occhio di riguardo per l'Associazione Islamica [ossia Hamas]. Nel 1984, quando si scoprì che essa aveva costituito depositi segreti di armi, i suoi capi furono imprigionati, ma le autorità israeliane non hanno soppresso l'associazione.
Evidentemente, i politici israeliani continuavano a considerarla un rivale di gruppi militanti e un elemento, utile dal punto di vista israeliano, di disgregazione tra i palestinesi".
Fino al 1993, ossia agli accordi di Oslo che avviarono il processo di pace, Hamas si è distinto solo per sporadiche aggressioni a militari israeliani. Solo dopo la firma degli accordi di Oslo il gruppo ha cominciato a usare terroristi suicidi, e questi contro la popolazione civile. Il terrorismo di questi attacchi atroci è noto: essi accadono sempre al momento giusto per costituire una scusa, agli elementi della politica israeliana contrari al processo di pace, che "trattare con gli arabi è inutile".
Alcuni esempi. Il 6 aprile 1994, Hamas fece saltare un'auto carica di esplosivi in una stazione d'autobus: otto morti e 44 feriti. Una settimana dopo, un terrorista suicida si fece saltare nella stazione dei bus di Hadera: 5 morti e 20 feriti. Ciò accadde mentre stava per riunirsi il tavolo di negoziato fra Israele e OLP per la firma degli accordi del Cairo: quelli che sancivano la nascita del proto-stato palestinese, e a cui il Likud (e Sharon) si opponevano ferocemente.
Nell'ottobre 1994, Hamas creò la prima spaccatura fra il governo Rabin e Arafat, sequestrando un ufficiale israeliano, Nashon Wachsmann, che tenne prigioniero ("deliberatamente", sottolinea Brewda) nel territorio controllato dall'OLP: la cosa finì in un bagno di sangue (i rapitori furono uccisi con il rapito). Ma per la prima volta il primo ministro Rabin fu bollato come "nuovo Chamberlain" dai falchi come Sharon e Netanyahu, gli stessi che dipinsero Arafat come "nuovo Hitler” ). Una vera campagna d'odio, che non mancò di dare risultati: nell'ottobre 1995 Rabin, colpevole di aver avviato il processo di pace, fu trucidato da un estremista ebraico, "attentatore solitario".
Il rapimento dell'ufficiale fu personalmente attuato dal capo delle "Operazioni Speciali" di Hamas, Sallah Jadlallah. Il punto cruciale è che Sallah aveva ottenuto quella carica subito dopo essere stato dimesso da un manicomio israeliano.
Secondo Hamas, Jadlallah simulò la pazzia per evitare la prigione, dopo un suo arresto da parte degli israeliani. In qualche modo, il suo biografo psicologico israeliano Andrian Kreye concorda. In un articolo del 1995 ("Un posto in Paradiso: il culto dei martiri a Gaza"), Kreye scrive che Sallah "durante il processo recitò la sua pazzia in modo così convincente, che sua madre scoppiò in lacrime, pur sapendo che suo figlio recitava". Continua Kreye: "finito il processo, l'esercito lo internò in un manicomio. Qui [JadIallah] perfezionò la sua parte, girando nudo e urlando per i reparti, gettandosi in testa il cibo. Due anni rimase nel manicomio fingendosi folle. Appena rilasciato, Imad Aqel, il capo di Qassam [è l'ala militare di Hamas] mise Sallah Jadallah a capo dell'unità "0perazioni Speciali". Da quel momento, questo giovane sottile è stato la mente di atti di durissima guerriglia e delle missioni più delicate".
Isaac Rabin fu ucciso da un giovane membro di un gruppo israeliano poco noto, chiamato Iyal. Arafat disse testualmente al giornale italiano "La Repubblica": "Siamo sicuri che Rabin è stato ucciso da un gruppo estremista israeliano, proprio come noi sappiamo che esiste un patto tra estremisti israeliani e palestinesi per impedire la pace. Avishai Raviv, il capo del gruppo estremista ebraico lyal, ha ammesso in un'intervista rilasciata il giorno precedente l'assassinio di Rabin, di essersi incontrato con estremisti del Jihad. E ha aggiunto che non era la prima volta".
Nel gennaio 1998, Arafat è tornato sul tema in un'intervista al giornale giordano Al Ray: “Estremisti nei due schieramenti si fanno favori reciproci. Netanyahu [allora primo ministro israeliano, del Likud] è lieto che esistano gli estremisti palestinesi: gli consentono di uscire dal vicolo cieco in cui s'è cacciato, e lo isolano dalle pressioni internazionali".
Capitolo 22 del libro "Chi comanda in America" di Maurizio Blondet, ed. Effedieffe
www.disinformazione.it/hamas.htm




1
Nazareth, autogol israeliano
Adesso che la frittata è fatta gli israeliani si rendono conto dell'errore compiuto: hanno legittimato un gruppo estremista che darà loro problemi e allontanato il riconoscimento internazionale di Gerusalemme capitale dello Stato d'Israele
..............Evviva la sincerità. Segev ammette qualcosa che i politici israeliani non ammetterebbero mai. Ma nemmeno lui ammette che gli israeliani siano responsabili di una più grave forma di manipolazione politica, denunciata sia dal patriarca di Gerusalemme mons. Sabbah che dal portavoce vaticano Navarro-Valls: il tentativo di fomentare divisioni nel campo arabo mettendo i musulmani contro i cristiani. L'accusa ha fatto saltare i nervi al ministro degli Esteri Levy che, molto poco diplomaticamente, ha pensato bene di controbattere un addebito circostanziato dando dell'antisemita al Vaticano: "E' la loro infelice ma antica abitudine di puntare il dito accusatore nella direzione sbagliata".
.................................Eppure la divisione in campo arabo si è prodotta eccome, e non solo fra cristiani e musulmani, ma anche all'interno del campo musulmano: Arafat e il Consiglio superiore islamico di Gerusalemme sono intervenuti, invano, per scongiurare l'avvio dei lavori della moschea. Tagliente la replica dello sceicco Menasra di Nazareth: "Di che cosa si immischia Arafat? Qui siamo cittadini israeliani, non dipendiamo dall'Autorità palestinese".............
Gli israeliani provano rimorso per le decisioni prese per due motivi fondamentali. Il primo è che gli avversari di Arafat da loro in questa occasione incoraggiati e legittimati rischiano, come già successo nel caso di Hamas, di diventare per Israele un nemico molto più spietato e intrattabile del leader palestinese:.........
http://www.tempi.it/archivio/articolo.php3?art=400
2
Protesta dei cristiani in Terrasanta
Serrata delle chiese per la moschea a Nazareth
"Israele soffia sul fuoco per dividere"
.............................................Nazareth
A Nazareth, che con 22.000 cristiani e 44.000 musulmani è la maggiore città araba di Israele, fra i cristiani e i musulmani non integralisti si parla da tempo di un accordo non scritto fra i dirigenti del "Movimento islamico" e il governo di Israele per mettere in conflitto le due più forti minoranze religiose presenti nello Stato ebraico. Una cosa simile "non sarebbe mai stata tollerata in un paese musulmano", ha detto il Patriarca di Gerusalemme, Michel Sabah. .............http://www.lapadania.com/1999/novembre/23/231199p10a5.htm

3
http://www.ilmanifesto.it/MondeDiplo/LeMonde-archivio/Marzo-2000/0003lm17.01.html

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precisazioni
by informazioni Thursday June 19, 2003 at 09:42 PM

postato per dimostrare che è un'antica abitudine dividre per comandare:
per hamas
L’ambasciatore degli USA in Israele Daniel Kurtzer ha affermato, in un discorso pubblico tenuto a Gerusalemme, che la crescita di Hamas e della Jihad islamica è un risultato diretto della politica seguita da Israele.
Secondo il quotidiano israeliano Ha’aretz del 21 dicembre 2001, Kurtzer ha detto che la crescita del “movimento islamico” – come qualcosa che si contrappone all’OLP di Yasser Arafat – è avvenuta “con il tacito sostegno di Israele”.
Kurtzer ha anche spiegato come negli anni Ottanta “gli israeliani fossero convinti che era meglio che la gente si rivolgesse alla religione invece che ad una causa nazionalistica” nei territori palestinesi. Come conseguenza della promozione dell’elemento religioso alle spese dell’istruzione popolare, adesso ci sono palestinesi “che sono terroristi decisi, che usano la religione in maniera perversa per sobillare le masse”. Si tratta di una dichiarazione straordinaria anche perché Kurtzer è un diplomatico di grande esperienza e di fatto indica il riconoscimento ufficiale di un ruolo israeliano nella promozione di Hamas, al contempo costituendo un sostegno ufficiale alle dichiarazioni dello stesso Arafat che, in un’intervista al Corriere della Sera dell’11 dicembre, affermava che Israele finanziava Hamas già all’epoca del Primo ministro Shamir, cosa che fu ammessa persino dal Premier Rabin quando Arafat sollevò il problema in presenza del Presidente egiziano Mubarak. In un’altra intervista a L’Espresso, Arafat ha spiegato che lo scopo di Israele è quello di creare un’organizzazione rivale dell’OLP, che finanzia e di cui ne addestra i quadri, “una cosa che lo stesso Rabin definì un errore fatale”.
http://www.movisol.org/oslo.htm

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x io
by informazione Thursday June 19, 2003 at 11:03 PM

http://www.larouchepub.com/
http://italy.indymedia.org/news/2002/08/70353.php
http://www.tmcrew.org/archiviochomsky/alaqsa.html
http://www.misteriditalia.it/terrorismo-internazionale/questione-mediorientale/questione-coloni/download/QUANTOPESALA%20LOBBYDEICOLONI.pdf

Sharon fa terra bruciata a Beit Hanun
Abu Mazen: basta Intifada. Il premier palestinese: «Troppe le distruzioni». E per le distruzioni israeliane di campi e case a Beit Hanun, proteste della gente contro Hamas.
MICHELE GIORGIO
GERUSALEMME
«Zona di sicurezza, vietato l'ingresso». E' questo il cartello che il premier palestinese Abu Mazen ha trovato ieri poco prima di Beit Hanun, il villaggio a nord di Gaza devastato dall'esercito israeliano. Voleva recarsi a Beit Hanun per esprimere solidarietà alla popolazione civile ma anche per condannare il lancio dei razzi «Qassam» da parte di Hamas che usa come sua base questo villaggio. I carri armati israeliani avevano lasciato Beit Hanun martedì mattina, ma ieri all'alba si sono ripresentati alle porte del villaggio. Dietro ai mezzi corazzati c'erano i giganteschi caterpillar del genio che hanno continuato l'opera di demolizione cominciata una settimana fa. Hanno distrutto quel poco che restava in piedi nelle campagne intorno a Beit Hanun. Per un Abu Mazen che appena poche ore prima aveva incassato il pieno sostegno del presidente americano George Bush, è stata una umiliazione cocente. Uno smacco che, unito alle distruzioni compiute dall'esercito e alle punizioni collettive che subiscono i civili palestinesi, mina ulteriormente la sua scarsa popolarità. Il premier israeliano Sharon gli ha fatto capire chi dirige il gioco.
http://refusniks.splinder.it/1053208800

ciao




X osservatore
by indica Thursday June 19, 2003 at 12:52 PM

Non so se ti possono interessare questi articoli , se trovo qualcosa di altro te lo posto
21.05.2003
Gaza, ribellione contro Hamas: usa un villaggio per lanciare razzi contro gli israeliani
di red.
Hanno manifestato in centinaia gli abitanti di Beit Hanun, a nord della Striscia di Gaza. In centinaia contro Hamas. Al movimento integralista islamico contestano l’aver utilizzato il villaggio come base di lancio dei razzi «Qassam» contro il territorio israeliano. Azioni che hanno provocato le rappresaglie dello Stato ebraico e che adesso a Beit Hanun vorrebbero avessero fine una volta per tutte.La manifestazione è cominciata martedì mattina in modo spontaneo subito dopo il ritiro dei reparti corazzati israeliani che avevano occupato cinque giorni prima Beit Hanun. I dimostranti hanno dato fuoco a pneumatici e scandito slogan contro «Hamas», colpevole di tenere sotto tiro la vicina cittadina israeliana di Sderot, nel deserto Neghev.
Ma nel mezzo delle manifestazioni i carri armati israeliani sono penetrati nella zona di Beit Hanun e hanno preso posizione all’ingresso nord del villaggio. Almeno venti tank israeliani insieme a tre bulldozer sono ritornati dopo che ieri si erano ritirati e hanno ricominciato a demolire le fattorie nei dintorni della città.La situazione vissuta in queste ore a Beit Hanun ha anche avuto delle conseguenze politico-diplomatiche. È stata infatti rimandata la visita nella città del premier palestinese Abu Mazen (Mahmoud Abbas) e del ministro della sicurezza interne Mohammad Dahlan. Una decision,e quella del rinvio della visita, sulla quale non hanno tardato ad esprimere la propria posizione alcune fonti governative palestinesi, che hanno commentato: «Avevano chiesto a Israele di ritirare i suoi tank per consentire la visita ma la richiesta è stata respinta».

le fonti Unita e misna
Centinaia di palestinesi hanno organizzato stamattina una manifestazione spontanea per protestare contro il movimento integralista Hamas a Beit Hanun, nel nord della striscia di Gaza, da dove le Brigate ‘Ezzedin al Qassam’ lanciano frequentemente i rudimentali razzi ‘Qassam’ contro la cittadina di Sderot, nel confinante territorio israeliano. Oggi a Beit Hanun era attesa una visita del primo ministro palestinese Abu Mazen e del suo ministro delegato alla sicurezza Mohammed Dahlan, annullata per ‘motivi di sicurezza’ dopo che l’esercito israeliano è tornato a invadere militarmente la zona con una ventina tra carri armati e veicoli blindati accompagnati da tre ruspe. Ieri le truppe dello Stato ebraico si erano ritirate dal villaggio, mettendo temporaneamente fine a un’operazione durata 5 giorni, durante i quali – secondo testimonianze citate dalla stampa locale - i militari hanno demolito almeno 15 case, sradicato centinaia di alberi e danneggiato gli impianti idrici e fognari. “La presenza dell’esercito di Tel Aviv – ha dichiarato Sofian Abu Zaida, presidente del comitato palestinesi di collegamento con Israele – non è solo un ostacolo e un affronto alla visita del primo ministro Abu Mazen, ma anche una barriera a qualsiasi speranza di raggiungere una pace durevole”.
[EB]
Abu Mazen: siamo stanchi, basta con l’Intifada
Il primo ministro palestinese rilancia la pace: «Il conflitto ci sta annientando»
22/5/2003
TEL AVIV
«Il popolo è stanco, non ce la fa più». Il primo ministro palestinese Abu Mazen abiura ufficialmente la seconda Intifada: «non è più nel nostro interesse». La dichiarazione, rilasciata al settimanale egiziano Al Mussawar, è argomentata con solidi motivi pratici. «Non nego - ha detto il premier - che anche Israele abbia avuto le sue perdite, forse il 10 per cento del turismo, il 15 per cento dell' economia, ma le nostre sono del cento per cento. Tutto è stato distrutto, non possiamo più confrontarci con Israele in queste condizioni». E’ipotizzabile, secondo Abu Mazen, «una resistenza civile come quella della prima Intifada, nel 1987, che ha prodotto risultati, ma l'azione militare è difficile». Il premier palestinese ha rivelato anche di aver rifiutato, durante i colloqui di gennaio al Cairo, una proposta degli integralisti di Hamas per mettere fine agli attentati nei territori controllati dall'Autorità Palestinese, continuandoli invece dalla parte israeliana. «La reazione avrebbe colpito milioni di palestinesi e le violenze sarebbero divampate ancora più aspre. Queste operazioni devono finire, dobbiamo rivendicare la pace». Il premier ha poi difeso la candidatura a ministro degli Interni di Mohamed Dahlan, «una tra le persone che credono alla necessità di imporre l' ordine e la sicurezza» e ha liquidato come «una provocazione» l'annuncio del ministro degli Interni israeliano di autorizzare gli ebrei a pregare sulla spianata delle moschee. Ma, se da un lato ha concesso qualcosa alle posizioni israeliane, il primo ministro palestinese ha d’altra parte ribadito con fermezza la necessità di attenersi al piano fissato dal «Quartetto», che prevede la creazione di uno stato palestinese entro il 2005. «Non accetterò - ha detto - alcun cambiamento della tabella di marcia, nemmeno di una virgola». Restano tuttavia gli scogli indicati dal primo ministro israeliano, Sharon, nel colloquio dei giorni scorsi: il disaccordo sull'abbandono del diritto al ritorno dei profughi palestinesi, le riserve sul congelamento della colonizzazione e i contrasti creati nel governo israeliano dall'ala estremista che rifiuta per principio la creazione di uno stato palestinese. Intanto la situazione «sul campo» continua a restare difficile.
Reparti corazzati israeliani sono nuovamente entrati ieri a Beit Hanun, un villaggio a Nord di Gaza roccaforte di Hamas che lo usa come base per lanciare razzi Qassam contro la vicina cittadina israeliana di Sderot, nel Negev. L’esercito si era appena ritirato dalla località dopo cinque giorni d'occupazione e Abu Mazen ha dovuto cancellare la visita che vi aveva in programma, accompagnato dal ministro per la Sicurezza interna Mohamed Dahlan. Tuttavia anche a Beit Hanun la «stanchezza» palestinese si è manifestata quando, nel breve intervallo concesso dal ritiro dei blindati con la stella di David, centinaia di abitanti hanno inscenato la prima protesta contro Hamas nella striscia di Gaza. «Ogni volta che sparano i loro razzi, i carri armati e i bulldozer israeliani entrano nel nostro villaggio - ha detto uno dei manifestanti - e provocano distruzioni gravissime: hanno spianato ogni tipo di vegetazione, hanno distrutto migliaia di alberi di limone e 15 case. È venuto il momento di dire basta a tutto questo». Per ora, tuttavia, il bollettino di guerra segue il consueto copione. In Cisgiordania due palestinesi - un ragazzo di 17 anni e una donna di 35 - sono stati uccisi dai soldati israeliani vicino a Ramallah, mentre a Nablus è stato scoperto e distrutto un deposito di esplosivo del Fronte popolare per la liberazione della Palestina. Vi erano custoditi, secondo la radio israeliana, almeno 25 chilogrammi di esplosivo di tipo Tatp, sei corpetti esplosivi e valigette con interruttori elettrici capaci di far detonare una carica deposta al loro interno. I soldati hanno trovato inoltre una telecamera con cui i militanti prevedevano di registrare l'ultimo messaggio dei loro uomini-bomba.
e. st.

http://www.lastampa.it/edicola/sitoweb/Esteri/art3.asp

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Grazie indica.
Hai notato anche tu il differente modo di riportare le notizie?

Nella prima ci si concentra unicamente sul fatto e le sue conseguenze:
- centinaia di abitanti palestinesi di Beit Hanun, a nord della Striscia di Gaza, si ribellano contro l'utilizzo del villaggio come base di lancio dei razzi da parte di Hamas, perché ormai distrutti dalle rappresaglie dello stato ebraico,
- la manifestazione è potuta cominciare SOLO DOPO il momentaneo ritiro delle truppe corazzate di occupazione,
- ma nel mezzo delle manifestazioni almeno venti tank israeliani insieme a tre bulldozer sono ritornati dopo che si erano ritirati, e hanno ricominciato a demolire le fattorie nei dintorni della città!!!
- la ribellione dei palestinesi contro Hamas - sembra incredibile - ha causato anche serissime conseguenze politico-diplomatiche. È stata infatti rimandata la visita nella città del premier palestinese Abu Mazen e del ministro della sicurezza interne Mohammad Dahlan. Motivo? «Avevano chiesto a Israele di ritirare i suoi tank per consentire la visita ma la richiesta è stata respinta».
Mi sembra di capire che l'autore del pezzo sia un certo red. L'hai trovato su indy?

Nella seconda (fonte Unita e misna, cos'è misna?):
- non si dice nulla del perché della ribellione contro Hamas (esasperazione a causa delle rappresaglie dell'esercito israeliano),
- non viene esplicitato in maniera chiara l'incredibile rappresaglia dell'esercito israeliano contro gli abitanti del villaggio che manifestavano contro hamas (!!!!),
- ma a rimediare a tanta superficialità si precisa con pedanteria che le distruzioni compiute dagli israeliani (demolizione di almeno 15 case, sradicamento di centinaia di alberi e danneggiamento degli impianti idrici e fognari), sono state riportate da testimonianze locali, quasi a voler delegittimare la notizia perché arriva dal posto in cui sono accaduti i fatti!!!
- chiaramente la visita del primo ministro palestinese Abu Mazen e del suo ministro delegato alla sicurezza Mohammed Dahlan è sta annullata per ‘motivi di sicurezza’...
Ora capisco perché molti sionisti si vantano di essere di sinistra e leggere l'unita.

C'è poi un terzo pezzo con alla fine il link della stampa che:
- mette in bocca ad Abu Mazen le testuali parole: siamo stanchi, basta con l’Intifada
questo è un falso clamoroso, Abu Mazen ha dichiarato più volte che non vuole assolutamente fermare l'intifada!!! Vuole solo spostare il conflitto fuori dal terreno armato, per pure ragioni pragmatiche, semplicemente perché, lui dice, sul conflitto armato i palestinesi non possono competere contro la potenza militare israeliana.
Queste sono le ragioni "pratiche" poi in parte riprese nel pezzo che precisa meglio anche "seconda intifada". Ma anche qui, seconda intifada, non vuol dire solo lotta armata. E qui vorrei chiedere nuovamente il tuo aiuto, o di chiunque altro abbia informazioni chiare sulla seconda intifada e sul suo reale significato.
Tra le pieghe del pezzo si nascondono però altre due notizie molto significative!
- l'annuncio del ministro degli Interni israeliano di autorizzare gli ebrei a pregare sulla spianata delle moschee!
- i contrasti creati nel governo israeliano dall'ala estremista che rifiuta per principio la creazione di uno stato palestinese!

GLI EBREI E LA PALESTINA PRIMA DELLA NASCITA DEL SIONISMO
Riassunto da: Massimo Massara, "La terra troppo promessa"

Gruppi molto piccoli di ebrei avevano continuato a vivere in Palestina, anche dopo che la maggioranza della popolazione ebraica aveva abbandonato il paese disperdendosi ai quattro angoli della Terra:
Gaza, Hebron, Gerusalemme, Nablus, Haifa, Shafer Am, Tiberiade e, soprattutto, Safed e la zona circostante sono località nelle quali è accertata la presenza di nuclei di ebrei ininterrottamente almeno dal XIII secolo, cioè dall'epoca immediatamente successiva alla fine delle crociate.
Dagli inizi del XIX secolo la popolazione ebraica della Palestina era più che raddoppiata, passando da circa 10.000 individui nel 1800 a 24.000 nel 1880.
Tuttavia, questi ebrei si accontentavano di vivere in sostanziale buona armonia con la popolazione araba e non pensavano affatto a creare nel paese un loro Stato, tutto ed esclusivamente ebraico. Per loro il vivere in Palestina era una scelta religiosa positiva e qualsiasi idea di restaurazione di uno Stato ebraico era considerata con estremo sospetto come una manifestazione di pseudo-messianismo sacrilego.
Si trattava di un gruppo umano vivente in un quadro sociologico ancora medievale, caratterizzato da un estremo sottosviluppo culturale e intellettuale oltre che economico. La principale risorsa economica di questi ebrei erano le misere sovvenzioni inviate loro dai correligionari europei e da qualche ricco filantropo, che consideravano un pio dovere l'assistere materialmente i loro fratelli in Terra Santa. Questo aiuto non aveva solo carattere caritatevole ma simbolizzava anche un legame, esprimeva anche simpatia e autoidentificazione con quanti avevano deciso di passare la loro vita in Palestina dedicandosi allo studio e alla devozione. Tuttavia questa carità soffocava ogni spirito di iniziativa e favoriva un modo di vita improduttivo e parassitario.
Per quanto riguarda la condizione degli ebrei all'interno dell'Impero Ottomano è stato rilevato che "malgrado la sua decadenza nel XIX secolo, la Turchia restava fedele al suo atteggiamento liberale nei confronti degli ebrei i quali non avevano di che lamentarsi né del governo né della popolazione musulmana".
Una preziosa testimonianza in merito ci è stata lasciata nella sua corrispondenza diplomatica dal ministro degli Stati Uniti a Costantinopoli, Maynard. Nel 1877, Maynard ordinava ai consoli statunitensi nell'Impero Ottomano di "osservare attentamente la condizione degli ebrei all'interno dei loro distretti consolari e di riferire senza ritardo alla legazione ogni caso di persecuzione o di altro maltrattamento, richiamando su di essi in forma non ufficiale l'attenzione dei governatori o di altre autorità ottomane".
In un dispaccio del 27 giugno al segretario di Stato Evarts, Maynard faceva quella che è stata definita "un'accurata descrizione della situazione degli ebrei in Turchia, prima della prima guerra mondiale":
"Giustizia nei confronti dei turchi vuole che io dica che essi hanno trattato gli ebrei molto meglio di quanto abbiano fatto alcune potenze occidentali dell'Europa. Quando furono espulsi dalla Spagna essi trovarono asilo in primo luogo in Turchia, dove i loro discendenti vivono tuttora, distinguendosi dai loro correligionari per l'uso della lingua spagnola. Prevale l'impressione che sotto il governo turco il trattamento degli ebrei sia migliore di quello dei cristiani. Essi sono riconosciuti come una comunità religiosa indipendente, con il privilegio di avere le proprie leggi ecclesiastiche, e il loro rabbino capo gode, grazie alle sue funzioni, di grande influenza.
Prima dell'Hatti Sherif di Gulhane -il rescritto imperiale del 3 novembre 1839 con il quale il sultano Abdulmecit I inaugurava il periodo delle riforme dell'Impero Ottomano- gli ebrei (come del resto i cristiani, sia pure in misura minore perché protetti dalle potenze europee), pur godendo di una certa autonomia all'interno della loro comunità e pur non incontrando sostanzialmente ostacoli nella pratica della loro religione, erano considerati e trattati come sudditi di seconda categoria e non godevano della pienezza dei diritti riconosciuti ai musulmani. Nulla comunque di paragonabile alle discriminazioni e interdizioni che colpivano gli ebrei nei paesi europei.
On l'atti Sherif di Gulhane, che estendeva le riforme senza eccezione a tutti i sudditi della Porta, "a qualsiasi religione o setta essi appartengano", gli ebrei ottomani avevano ottenuto l'uguaglianza giuridica con gli altri abitanti dell'Impero.
L'Hatti Humayun promulgato dal sultano Abdulmecit I nel febbraio 1986, (alla vigilia della Conferenza di Parigi che avrebbe messo fine alla guerra di Crimea e avrebbe riconosciuto "la sublime Porta ammessa a partecipare ai vantaggi del diritto pubblico e del concerto europeo"), pose su basi giuridiche ancor più salde l'emancipazione della popolazione non musulmana. Le norme del decreto garantivano una completa libertà religiosa e l'eguaglianza di fronte alla legge e al fisco. In particolare venivano abrogate le due maggiori misure discriminatorie che per secoli avevano indicato l'inferiorità dei non musulmani: la tassa per la protezione e il divieto di portare armi. Queste importanti riforme incontrarono l'aspra reazione della popolazione musulmana che si scatenò con violenza inaudita contro i cristiani. L'agitazione anticristiana, caratterizzata da violenze d'ogni genere e da omicidi, culminò nei massacri di Aleppo (1850), Nablus (1856) e Damasco (1860). Va però rilevato che gli "umili e discreti ebrei", che avevano avuto la prudenza di non ostentare l'ottenuta eguaglianza in modo da provocare la suscettibilità dei musulmani, non vennero coinvolti nemmeno marginalmente in questi tragici disordini.
Certo non bisogna farsi un quadro troppo idilliaco dei rapporti tra arabi ed ebrei. Va rilevato tuttavia, che le prime significative manifestazioni di ostilità antiebraica (o più esattamente antisionista) si avranno in Palestina solo a partire degli anni 80 del XIX secolo, quando avrà inizio l'immigrazione sionista nel paese.
Fino a questa data, anche se non mancheranno episodi circoscritti di violenza individuale, gli ebrei subiranno quasi esclusivamente le molestie dei numerosissimi missionari delle varie confessioni cristiane (verso la fine del secolo a Gerusalemme la loro percentuale rispetto alla popolazione totale era incomparabilmente più elevata che in qualsiasi città del mondo), che, essendo proibito per legge far opera di proselitismo tra i musulmani, avevano scelto come campo di evangelizzazione la comunità dei seguaci della religione mosaica e suscitavano con il loro comportamento invadente aspre e interminabili dispute religiose.
Gli ebrei palestinesi, in prevalenza sefarditi, originari cioè del bacino del Mediterraneo, non costituivano un gruppo sociale omogeneo, ma erano frazionati sulla base della diversa origine nazionale, della lingua se ne parlava un vero mosaico: yiddish, arabo, ladino, tedesco, francese, inglese, persiano, georgiano) e delle congregazioni di carità di appartenenza. I vari gruppi conservavano la lingua e i costumi dei paesi d'origine, e poiché non comprendevano la lingua gli uni degli altri, per intendersi tra loro erano costretti a parlare l'ebraico biblico, prima ancora che Eliezer Ben Yehuda resuscitasse l'ebraico dopo oltre duemila anni di letargo. Sul miracolo della riesumazione della lingua ebraica e i suoi limiti si veda quanto ha scritto Arthur Koestler: " I genitori degli ebrei nati in Palestina nel XX secolo erano notoriamente poliglotti; essi sono stati invece educati a una sola lingua, ch'era in letargo da venti secoli quando è stata artificialmente riportata in vita".
Secondo una leggenda saldamente consolidata e ampiamente accettata, e perciò tanto più dura a essere sfatata, gli ebrei, scacciati definitivamente dalle legioni romane, per quasi duemila anni non avrebbero avuta altra aspirazione che tornare in Palestina per rifondarvi il loro Stato nazionale. Nulla di più falso.
Già dopo l'esilio babilonese, che coinvolse oltre al re di Giuda IoIachin e al profeta Ezechiele circa 10.000 dei più importanti ebrei, nonostante l'autorizzazione concessa nel 538 a.C. dal re di Persia Ciro a tornare nella terra dalla quale erano stati deportati, solo una parte di ebrei optarono per il rimpatrio in Palestina: 42360 secondo Esdra. Solo una piccola minoranza approfittò della concessione del permesso di tornare in Palestina e di ricostruire il Tempio e la città di Gerusalemme. La maggior parte, certamente i più ricchi e le famiglie più influenti, furono riluttanti ad abbandonare le loro case e le istituzioni per partire verso nuove avventure. Durante l'intero periodo successivo ebrei vissero in gran numero in tutta la Babilonia, a sud come a nord, sotto i loro dominatori persiani.
A dispetto di tutte le costruzioni fantastiche che sono state fatte in merito dai suoi apologeti, il sionismo è un fenomeno moderno che non affonda le sue radici nella millenaria storia ebraica : il sionismo, naturalmente, inteso come aspirazione politica al ritorno a Sion, nella "terra dei padri", dove solo avrebbe potuto realizzarsi il "destino" del popolo ebraico.
Dopo la prima dispersione (cattività babilonese), che era stata parziale e dalla quale, come si è visto, erano tornati solo una parte degli esiliati e dei loro discendenti, gli ebrei non furono più espulsi in massa dalla Palestina ma se ne andarono spontaneamente.
Contrariamente a quanto è stato sostenuto e si continua a sostenere, la conquista romana di Gerusalemme nel 70 non ebbe come conseguenza l'esilio dalla Palestina degli ebrei, che continuarono a costituire la maggioranza della popolazione in Giudea e in Galilea.
Nemmeno la rivolta antiromana di Bar Kokhba del 132-135 ebbe come conseguenza la cacciata dalla Palestina degli ebrei, che per tutto il II secolo continuarono a vivere in Galilea, in altre regioni della Palestina e nell'attuale Transgiordania. Ancora al tempo della conquista musulmana vivevano in Palestina consistenti gruppi di ebrei che ebbero una parte nel successo arabo contro i bizantini, così come, qualche anno prima, avevano favorito la conquista sassanide della Siria-Palestina.
Gli ebrei, quindi, non sono stati scacciati con la forza dalla Palestina, ma se ne sono andati spontaneamente per motivi economici o di altro tipo, finendo col fondersi con i popoli del bacino del Mediterraneo. "Non di rado l'emigrazione era il risultato di cause economiche come, ad esempio, i movimenti degli ebrei dalla Palestina verso l'Egitto a causa della carestia, o l'emigrazione moderna dall'Europa orientale verso l'America a causa delle difficili condizioni economiche. La tendenza generale del movimento ebraico fino al secolo XIX fu pressappoco la seguente: nella prima metà di questo periodo gli ebrei si spostarono dai paesi di cultura economica inferiore verso paesi di alta cultura economica, come l'Egitto e la Babilonia, mentre nella seconda metà di questo periodo emigrarono da paesi di alta cultura economica verso quelli di cultura economica bassa, come l'Europa orientale o l'Impero Ottomano, dove però erano al riparo dalle persecuzioni".

Dal canto loro, gli ebrei rimasti in Palestina si sono fusi con le altre popolazioni del paese finendo con l'arabizzarsi. Le ricerche etnologiche dimostrano, con buona pace dei sostenitori della "purezza" del popolo ebraico, che gli ebrei contemporanei discendono solo in minima parte dagli antichi ebrei, e sono nella stragrande maggioranza elementi giudaizzati, spesso nemmeno di origine semitica, originari del bacino del Mediterraneo e delle regioni meridionali dell'ex Unione Sovietica, per non parlare degli ebrei neri d'Etiopia, i falascia, solo di recente riconosciuti come ebrei a tutti gli effetti dalle autorità civili e religiose israeliane.
Per 18 secoli la storia della Palestina è rimasta estranea agli ebrei, non per una sorta di coatta cattività, ma per la sostanziale estraneità degli ebrei a questa terra.

LA NASCITA DEL SIONISMO

Il nazionalismo arabo e quello ebraico (sionismo) si sono venuti formando e si sono manifestati praticamente nello stesso periodo e, benchè siano nati a migliaia di chilometri l'uno dall'altro e in contesti totalmente diversi, erano destinati a incontrarsi e a scontrarsi tra di loro perché avevano in comune la terra sulla quale ritenevano che solo avrebbero potuto affermarsi e svilupparsi.
Esiste la tendenza diffusa a far risalire molto indietro nel tempo l'origine dello spirito nazionale arabo ed ebraico. Il sionismo affonderebbe le sue radici nientemeno che nell'età dei Profeti di Israele, mentre il nazionalismo arabo le affonderebbe nel califfato arabo-musulmano che si formò subito dopo la morte di Maometto nel VII secolo.
In realtà, sia il sionismo sia il nazionalismo arabo sono fenomeni recenti sorti e sviluppatisi nel quadro del risveglio delle nazionalità che ha caratterizzato la storia dei popolo a partire dal XIX secolo.

TEODOR HERZL

Il maggior artefice della rinascita ebraica e il maggior esponente del sionismo è stato un giornalista e scrittore nativo di Budapest, totalmente assimilato quando aveva cominciato ad occuparsi della questione degli ebrei: Teodor Herzl (1860-1904).
Solo dieci anni della sua breve vita furono dedicati alla causa sionista, ma in questi dieci anni egli seppe dispiegare un'attività così intensa e appassionata da dar corpo, da trasformare in un organismo politico moderno, con un preciso indirizzo teorico e pratico, quello che fino al suo irrompere sulla scena era stato piuttosto uno stato d'animo diffuso ma indistinto e un pullulare di gruppuscoli atomizzati e privi di un preciso punto di riferimento che non fosse una vaga attesa messianica.
L'incontro di Herzl con il sionismo avvenne casualmente nel 1894 quando era uno dei redattori capo dell'autorevole "Neue Freie Presse", uno dei maggiori giornali europei del tempo, e si trovava a Parigi come corrispondente del suo giornale quando esplose il "caso Dreyfuss" che assunse rapidamente un carattere violentemente antisemita.

Profondamente scosso dalla constatazione che l'ostilità antiebraica fosse tanto profondamente diffusa in Europa, Herzl maturò la convinzione che l'assimilazione degli ebrei fosse impossibile e che, quindi, l'unica soluzione concreta della questione che li riguardava fosse la creazione di uno Stato ebraico indipendente.

Convertitosi agli ideali sionisti pubblicò nel 1896 un libretto intitolato "Lo Stato degli ebrei. Saggio di una soluzione moderna della questione degli ebrei".
L' ideale politico di Herzl quale emerge dal suo scritto è l'ideale classista e antidemocratico di un piccolo-borghese mitteleuropeo amante dell'ordine (la polizia dello Stato degli ebrei avrebbe dovuto essere formata dal 10 per cento della popolazione maschile). E' estremamente indicativo il fatto che Herzl si rivolgerà alle masse dei diseredati ebrei dell'Europa orientale, per assicurare un seguito di massa al suo progetto, solo dopo che sarà fallito il tentativo di interessare al progetto sionista gli ebrei ricchi dell'Europa occidentale, con i quale egli si identificava profondamente.

Per Herzl la questione degli ebrei non era né sociale né religiosa, ma era una questione nazionale, perché gli ebrei, nonostante tutti gli sforzi di assimilarsi non vi riuscivano perché avevano perso l'assimilabilità sia perché continuavano ad essere considerati stranieri da tutti i popoli in mezzo ai quali vivevano. L'unica soluzione possibile della questione ebraica era dunque la creazione di uno Stato degli ebrei.

Per la realizzazione di questo progetto Herzl contava sull'appoggio delle potenze europee, in particolare di quelle dove era più diffuso l'antisemitismo, alle quali faceva intravedere i vantaggi economici e sociali che avrebbero tratto dall'esodo massiccio degli ebrei.
Come territori dove creare lo Stato degli ebrei Herzl prendeva in considerazione l'Argentina e la Palestina. L'Argentina era uno dei paesi naturalmente più ricchi della terra, molto esteso, poco popolato e con un clima temperato.

Quanto alla Palestina, scriveva Herzl, "è la nostra indimenticabile patria storica. Questo solo nome sarebbe un grido di raccolta potentemente avvincente per il nostro popolo. Se sua Maestà il sultano ci desse la Palestina, noi potremo incaricarci di mettere completamente a posto le finanze della Turchia. Per l'Europa noi costituiremmo laggiù un pezzo del bastione contro l'Asia, noi saremmo la sentinella avanzata della civiltà contro la barbarie. Noi resteremmo, in quanto Stato neutrale, in rapporti costanti con tutta l'Europa, che dovrebbe garantire la nostra esistenza. Per quanto concerne i Luoghi Santi della cristianità, si potrebbe trovare una forma di extraterritorialità in armonia col diritto internazionale."

Herzl, come i suoi predecessori non si poneva nemmeno il problema dell'esistenza di altri abitanti nei territori scelti per crearvi lo Stato degli ebrei.
Come gli altri sionisti, a parte alcune rare e perciò tanto più lodevoli eccezioni, Herzl condivideva in pieno il pregiudizio eurocentrico secondo cui al di fuori dell'Europa ogni territorio poteva essere occupato dagli europei senza tenere conto alcuno dei diritti e delle aspirazioni degli abitanti.
E' questo il peccato d'origine del sionismo che, sorto come movimento di liberazione nazionale del popolo ebraico, era costretto a cercarsi, in una prospettiva colonialistica, un territorio al di fuori dell'Europa, perché nel Vecchio Continente non c'era un qualsiasi territorio che potesse essere rivendicato come proprio dagli ebrei.

La realizzazione degli obiettivi del sionismo era quindi condannata a compiersi a danno dei diritti nazionali di un altro popolo senza che, peraltro, la creazione di uno Stato degli ebrei portasse alla soluzione sionista della questione ebraica.
Di ciò si resero pienamente conto i teorici e i sostenitori del "sionismo spirituale", primo fra tutti Asher Ginzberg (Ahad Ha-am), il più lucido e profondo pensatore ebraico dei tempi moderni.
Il libretto di Herzl venne accolto con aspre critiche e ostilità negli ambienti ebraici. Alcuni critici lo considerarono un chimerico ritorno al messianismo medievale. Altri, come il gran rabbino di Vienna Moritz Gudemann, contestarono ""'elucubrazione del nazionalismo ebraico"" sostenendo che gli ebrei non costituivano una nazione e che in comune avevano solo la fede nello stesso Dio, e che il sionismo era incompatibile con l'insegnamento del giudaismo.
L'accoglienza fu fredda anche negli ambienti sionisti, in particolare in quelli dell'Europa orientale per i quali era essenziale la rinascita culturale degli ebrei.
La critica più severa e più pertinente fu quella di Ahad Ha-am, il maggiore esponente del sionismo spirituale secondo il quale nello Stato progettato da Herzl non era dato riscontrare nessuno di quei caratteri specificatamente ebraici, di quei grandi principi morali per i quali gli ebrei avevano vissuto e sofferto e per i quali ritenevano valesse la pena di operare per divenire di nuovo un popolo.
Nonostante il poco incoraggiante esito del suo esordio sulla scena sionista nelle vesti di re-messia venuto a salvare e redimere il polo ebraico, Herzl si dedicò totalmente alla causa sionista facendosi instancabile ambasciatore del progetto di creazione di uno Stato degli ebrei presso il sultano, l'imperatore tedesco, il re d'Italia, il papa, i governanti britannici, e i potenti ministri che nell'impero zarista guidavano il movimento antisemita. Egli diede vita alla Jewish Society creando "l'Organizzazione Sionista Mondiale" che guidò fino alla sua morte.
Nel 1887 egli organizzò a Basilea il primo congresso sionista mondiale e diede vita all'Organizzazione sionista mondiale, nella quale avveniva l'unificazione organizzativa e programmatica del sionismo orientale e di quello occidentale.
Gli sforzi principali per realizzare gli scopi del sionismo vennero fatti in direzione dell' Impero Ottomano. Herzl propose al Sultano Abdulhamid di risanare il debito pubblico ottomano in cambio della Palestina, ma la proposta venne rifiutata.
Herzl si risolse allora di cercare altrove il territorio sul quale creare il focolare ebraico. Nel 1902 Herzl propose al governo di Londra la penisola del Sinai, la Palestina egiziana o Cipro.
Il governo britannico, scarsamente entusiasta della prospettiva di un massiccio afflusso nel Regno Unito di ebrei dall'Europa orientale, soprattutto dalla Romania, decise di contribuire alla creazione della sede ebraica in un territorio del Mediterraneo orientale. Scartata per ragioni strategiche l'isola di Cipro, la scelta cadde sulla zona di ElArish, nella costa mediterranea del Sinai ma anche questo progetto cadde perché per approvvigionarlo d'acqua si sarebbe dovuto sottrarne in misura eccessiva da altre zone. Venne allora proposto l'insediamento ebraico nell'Africa orientale, in Uganda. Herzl presentò questa proposta al sesto congresso sionista e qui incontrò la decisa opposizione dei delegati dell'Europa orientale, soprattutto di quelli russi. Il progetto dell'Uganda venne definitivamente abbandonato nel corso del settimo congresso tenuto nel 1905, un anno dopo la morte di Herzl.

IL SIONISMO ARMATO : JABOTINSKY E IL REVISIONISMO

Nel panorama complesso ed estremamente vario delle ideologie e dei movimenti sionisti, una posizione di eccezionale importanza è occupata dal sionismo revisionista, la tendenza di estrema destra, sciovinista e aggressiva, con venature non superficiali di fascismo, che ha avuto il suo massimo teorico e organizzatore nell'ebreo russo Vladimir Jabotinsky (1880-1940). E questo non solo per la notevole personalità del suo fondatore, ma anche perché, al di là di tutte le apparenze e le dichiarazioni contrarie, quella estremista di Jabotinsky ha finito con l'essere la linea vincente, e perché l'ideologia revisionista ha permeato più profondamente di qualsiasi altra la realtà dello Stato di Israele, fino a diventare l'ideologia ufficiale con la conquista del potere in Israele, nel 1977, da parte di Menachem Begin che di Jabotinsky è il maggior erede.
Il credo politico ed ideologico di Jabotinsky può essere riassunto nei seguenti punti: cessazione del mandato britannico sulla Palestina;
creazione immediata di uno Stato ebraico sulle due rive del Giordano (quindi anche in Transgiordania);
educazione nazionalistica e militarista della gioventù;
antimarxismo, anticomunismo e e antisovietismo di principio;
conservatorismo economico;
rifiuto della lotta di classe;
mistica dello Stato;
creazione di uno Stato autoritario e corporativo.



Riassunto da: Massimo Massara, "La terra troppo promessa" , TETI editore



Sionismo e nazionalsocialismo
by Vladimir Jabotinsky (1880-1940) Thursday April 10, 2003 at 11:47 PM

Sionismo e nazionalsocialismo

Nel 1922 Vladimir Jabotinsky si ritirò dall’esecutivo dell’Organizzazione sionistica e fondò nel 1924 il Partito Revisionista.
Il Nuovo schieramento combatteva la politica dell’Esecutivo sionista troppo disponibile al compromesso con gli inglesi e con gli arabi e «in campo sociale… palesava una certa simpatia per il corporativismo teorizzato in Italia dal fascismo».
A questo proposito il Blondet è più esplicito e ricco di informazioni:
«Vladimir Z. Jabotinsky (1880-1940) propugnò uno Stato armato e razzista e voleva che Israele si costituisse come “Stato autoritario e corporativo”. Finì per aderire al fascismo e simpatizzò apertamente per il Terzo Reich».
«Jabotinsky sembra aver subito l’influenza di Ahad Ha’am, grande ammiratore, come Herzl, di Nietzske, da cui prese in prestito l’idea di superuomo, associandola a quella di NAZIONE SUPERIORE».

Conobbe poi un ex ufficiale zarista, mutilato, certo Joseph Trumpeldor e con lui ideò l’organizzazione di una “legione ebrea” all’interno di non importa quale esercito alleato.
Proprio Trumpeldor ha dato il suo nome alla principale organizzazione di gioventù sionista revisionista, il BÉTAR o B’RITH TRUMPELDOR (Alleanza di Trumpeldor). Bétar è anche il nome della fortezza dove Bar Kochba condusse la rivolta contro le legioni di Roma nel secondo secolo.

Durante il dodicesimo Congresso sionista del settembre 1921 a Karlovy Vary, Jabotinsky, senza informare i dirigenti sionisti, firmò un accordo con Maxime Slavinsky, rappresentante del leader del governo ucraino in esilio, Simon Petlioura (accusato oggi di antisemitismo).
Questo accordo con un regime che favoriva i pogrom, fu giustificato da Jabotinsky con l’affermazione che se l’Armata Rossa gli avesse fatto la stessa proposta, l’avrebbe egualmente accettata. L’alleanza con l’Ucraina costrinse Jabotinsky a dimettersi dall’Esecutivo sionista e dall’Organizzazione sionista.

Nel 1923 pubblicò una serie di articoli in cui mirava ad intraprendere una sorta di REVISIONE del Sionismo, affermando che si trattava di un ritorno alle tesi originarie di Herzl.
Sostenne così posizioni di ACCESO NAZIONALISMO, il cui unico fine era di trasferire milioni di ebrei in Israele facendo della Palestina uno Stato ebraico di fatto.
Gli arabi, «per Jabotinsky non avevano nessun diritto sulla Palestina e dovevano essere espulsi. Ancor oggi, per i suoi discepoli… “non esistono territori occupati in Israele”».

Jabotinsky è convinto che lo stato abbia il primato sull’individuo, per cui non bisogna assolutamente rifarsi all’etica biblica ma attingere le proprie forze alle teorie del NAZIONALISMO INTEGRALE; «ciò lo farà passare agli occhi di numerosi dirigenti ebrei come un ebreo fascista».

Jabotinsky è assolutamente contrario alla diaspora e PER IMPEDIRE L’ASSIMILAZIONE degli ebrei, SARÀ ANCHE PRONTO AD ACCOGLIERE favorevolmente LE IDEE ANTISEMITE, che avrebbero spinto gli ebrei a ritornare nella loro terra e a riscoprire l’identità che stavano perdendo. «Per Jabotinsky ogni assimilazione ai goyim è non solo infausta ma impossibile…

“La fonte del sentimento nazionale si trova nel SANGUE dell’uomo… nel suo TIPO FISICO-RAZZIALE… È inconcepibile che un ebreo… possa adattarsi alla visione spirituale di un tedesco o di un francese”».

Inoltre elimina l’idea di un Dio trascendente e la sostituisce con quella di nazione, minando alla base le fondamenta stesse del Giudaismo ortodosso.

A tutto ciò unisce un odio viscerale per il socialcomunismo, mentre vede, di conseguenza, la forza principale del Sionismo nel supercapitalismo. a)

Il Bétar

Nel 1923 Jabotinsky fondò il braccio armato del Revisionismo sionista il Bétar B’rith Trumpeldor, i cui membri «portano la camicia bruna, e saranno denunciati come fascisti dai loro avversari».
Dal 1934 al 1937 una scuola navale del Bétar funzionerà in Italia, a Civitavecchia, con 153 cadetti diplomati.

Per Marius Schattner «tutta la filosofia del Bétar consiste in ciò: dalla fossa alla luce, dal ghetto a Israele.
Essa intrattiene il mito di una razza spiritualmente ebrea …
Saltando diciannove secoli di diaspora, il Bétar annuncia il ritorno del tipo ebreo antico».
Il Bétar è un’organizzazione rigida, con un rituale stretto e severo: ogni betariano deve impegnarsi a consacrare i due primi anni del suo insediamento in Palestina alla militanza a tempo pieno nel Bétar, il quale si fonda sostanzialmente sul mito della forza, sulla potenza del cerimoniale, su una struttura paramilitare.
Negli anni 1931-32 Jabotinsky visse a Parigi, «dove sembra essere stato iniziato alla Loggia Stella del Nord del Grande Oriente di Francia».
Nel 1935 fondò a Vienna, durante un congresso, la Nuova Organizzazione Sionista (N.O.S.), che inaugurava una politica molto discussa con tutti i governi (anche antisemiti) PURCHÉ FOSSERO INTENZIONATI A REGOLARE LA QUESTIONE EBRAICA IN SENSO SIONISTA, consentendo cioè l’emigrazione ebraica in Palestina.
Ciò non impedirà per altro a Jabotinsky di pronunciarsi, negli anni della guerra, a favore della creazione di un esercito ebreo destinato a combattere la Germania hitleriana. b)

Menahem Begin

Fino alla vittoria di Begin nel 1977 a capo del Likud, formazione politica erede del Bétar di Jabotinsky, la maggior parte degli storici del Sionismo avevano relegato il Revisionismo nel ghetto spirituale dei fanatici o addirittura dei lunatici esaltati.
Ma nel 1977 il “fascista” Begin sale al potere in Israele e, fin dal suo primo discorso, si rifà esplicitamente alle idee di Jabotinsky, anche se aveva fatto parte dell’ala più radicale del Revisionismo, quella più vicina al fascismo e associata al B’ritj Ha Biryonim (il gruppo dei bruti), scavalcando a destra lo stesso Jabotinsky!
Dopo la seconda guerra mondiale Begin come leader del partito Hérout (Libertà) farà lavorare al quotidiano del partito il suo amico Abba Ahimert, ideologo estremista revisionista, che aveva scritto:
«Sì, NOI REVISIONISTI ABBIAMO UNA GRANDE AMMIRAZIONE PER HITLER. Hitler ha salvato la Germania… E SE ABBANDONA IL SUO ANTISEMITISMO, NOI POTREMO FARE UN PO’ DI STRADA CON LUI».

Quando Begin si recò per la prima volta negli USA nel 1948, alcuni intellettuali ebrei, tra cui Einstein, Hannah Arendt e Sydney Hook, scrissero una lettera aperta al New York Times (4 dicembre 1948) in cui affermavano che il partito di Begin era «un partito politico assai vicino, quanto alla sua organizzazione, ai suoi metodi, alla sua filosofia politica e alla sua dottrina sociale, ai partiti nazista e fascista».

Begin non rinnegherà in nulla le sua vecchie idee estremiste: dopo di lui diverrà primo ministro di Israele il suo amico (e terrorista) Yitzhak Shamir, per il quale «Eretz Israel appartiene solo e soltanto al popolo di Israele». c)

Revisionismo e nazismo

Nella primavera del 1936 una coppia di ebrei, i Tuchler, inviati dalla Federazione Sionista di Germania, ed una coppia di nazisti, i von Mildenstein, inviati dal N.S.D.A.P. e dalle SS., si ritrovarono alla stazione di Berlino dove presero il treno per Trieste e s’imbarcarono sulla Martha Washington per la Palestina.
Lo scopo del viaggio era quello di fare un’indagine il più possibile completa e documentata sulle POSSIBILITÀ DI INSEDIAMENTO DI EBREI TEDESCHI IN PALESTINA.
«Malgrado le dichiarazioni di principio e diverse misure specifiche (boicottaggio degli ebrei tedeschi a partire dal 1 aprile 1933), tutti gli storici sono d’accordo nell’ammettere che Hitler non aveva una politica d’insieme precisa sulla questione ebraica fino alla notte dei cristalli del 9-10 novembre 1938.
Ciò lasciò campo libero all’Ufficio degli Affari ebraici delle SS, per esplorare le diverse politiche attuabili. Il viaggio del barone von Mildenstein fu una di esse. Ora Mildenstein era ufficiale superiore delle SS… s’era interessato da molto tempo alla questione ebraica… Fervente sionista, entrò nelle SS. e fu reputato uno dei più qualificati specialisti del Giudaismo. Fu lui che vide per primo l’interesse che si poteva trarre dalle organizzazioni sioniste, specialmente revisioniste… Scrisse una serie di dodici lunghi articoli, molto documenteti, sul quotidiano berlinese Der Angrif di Goebbels, dal titolo Un nazista viaggia in Palestina. Vi esprimeva la sua ammirazione per il Sionismo… e concludeva che “il focolare nazionale” ebreo in Palestina “…indica un mezzo per guarire una ferita vecchia di molti secoli: la questione ebraica”.
Per commemorare tale visita fu coniata una medaglia, su richiesta di Goebbels. Una faccia era ornata dalla svastica nazista e l’altra dalla stella di David… Le SS. erano divenute la componente più filosionista del partito nazista».
In seguito a questo viaggio il giornale delle SS. Das schwarze Korps proclamò ufficialmente il suo appoggio al Sionismo. Il 26 novembre lo stesso quotidiano rinnovava il suo appoggio al Sionismo: «Il riconoscimento della comunità ebrea, come COMUNITÀ RAZZIALE FONDATA SUL SANGUE e non sulla religione conduce il giovane tedesco a garantire senza riserve l’integrità razziale di questa comunità ».

Ancora, nel maggio 1935 Heyndrich in un articolo distingueva gli ebrei in due categorie dimostrando una forte predilezione per quelli che «professano una concezione strettamente razziale» e Alfred Rosemberg scriveva che «il Sionismo deve essere vigorosamente (31) sostenuto». Con l’avvento al potere di Hitler il Bétar fu la sola organizzazione a continuare ad uscire in parata in uniforme nelle strade di Berlino.
Il 13 aprile 1935 la polizia della Baviera (feudo di Himmler e di Heyndrich), ammetteva eccezionalmente che gli aderenti al Bétar potessero indossare la loro uniforme.
Questi cercavano così di spingere gli ebrei di Germania a CESSARE DI IDENTIFICARSI COME TEDESCHI e a farli innamorare della loro nuova identità nazionale israeliana (104).
La Gestapo fece tutto il possibile per favorire l’emigrazione verso la Palestina; ancora nel settembre 1939 autorizzò una delegazione di sionisti tedeschi a partecipare al 21° Congresso sionista di Ginevra.
Jabotinsky invece si era pronunciato per il boicottaggio della Germania, mentre Kareski, membro del movimento revisionista, perseguiva una politica di collaborazione con la Germania in vista di poter costituire lo Heretz Israel.
Nel 1942 restava ancora in attività nella Germania un Kibbutz a Nevendorf per esercitare dei potenziali emigranti verso la Palestina. «Il Mossad… dispose di un centro di circa quaranta campi e centri agricoli, ove i futuri coloni si preparavano per lo sbarco in Palestina».
d)

Un patto segreto tra la banda Stern e il terzo Reich

I dirigenti ebrei della gang Stern – incredibile ma vero - fecero ai nazisti una proposta di alleanza nel 1941 per lottare contro gli inglesi: la cosa che più colpisce è che uno di essi era Yitzhak Shamir, futuro primo ministro di Israele. «Lo scarso equipaggiamento militare dell’Italia, sia in Libia che in Grecia, convinse Stern che l’Italia non aveva i mezzi per condurre a termine la sua politica, mentre la Germania nel 1940, riportava vittoria su vittoria. Tali successi impressionarono Stern, che si lanciò in un’avventura folle e senza uscita: formare un’alleanza con la Germania hitleriana. Stern lavora fino al febbraio 1941 (quando fu ucciso dagli inglesi) a concretizzare questo obiettivo, fondandosi su un’analisi insolita della situazione del Giudaismo.

Per lui l’Inghilterra è il vero nemico, mentre la Germania è solo un OPPRESSORE che appartiene alla linea dei PERSECUTORI che il popolo ebreo ha incontrato durante la sua storia. Questo è l’errore più grande di Stern: vede nel Nazismo un movimento animato da un antisemitismo ragionevole…».
All’inizio del 1941 Lubentchik, agente segreto della banda Stern, propone un patto militare tra l’Organizzazione militare sionista Irgun (una scissione della stessa banda) e la Germania, proposta nota col nome di testo di Ankara, trasmesso a Berlino l’11 gennaio 1941 e ritrovato tempo fa negli archivi dell’ambasciata tedesca in Turchia.
In esso si legge: «…I principali uomini di stato della Germania nazionalsocialista hanno spesso insistito sul fatto che un Ordine Nuovo in Europa richiede come condizione previa una soluzione radicale della questione ebraica, mediante l’emigrazione. L’evacuazione di masse ebree d’Europa è la prima tappa della soluzione della questione ebraica. Tuttavia, il solo mezzo per cogliere tale fine è l’installazione di queste masse nella patria del popolo ebraico, la Palestina, mediante lo stabilimento di uno Stato ebraico nelle sue frontiere storiche… ».
Lo Stato maggiore tedesco, tuttavia, decise di appoggiarsi nella lotta alla Gran Bretagna, agli arabi che erano milioni, piuttosto che agli ebrei, che non erano che un pugno di uomini. La veridicità di questo documento è stata messa in dubbio, ma Israël Eldadsnab, uno dei capi storici del gruppo Stern, ha confermato la verità dei fatti e il settimanale Hotam affermò che tale documento era stato consegnato personalmente da Shamir e Stern.
Quando il 10 ottobre Shamir divenne primo ministro dello Stato di Israele dopo il dicastero Begin, l’Associazione Israeliana dei combattenti antifascisti e delle vittime del Nazismo manifestò la sua indignazione in un telegramma al presidente Herzog nel vedere il posto di primo ministro occupato da «uno di quelli che tentarono di arrivare ad un’alleanza con dei rappresentanti ufficiali della Germania nazista».
Se la banda Stern fu l’unico gruppo sionista revisionista a negoziare col Terzo Reich in piena guerra, le organizzazioni sioniste moderate non avevano esitato a farlo prima della guerra, in gran segreto.
«I circoli nazionalisti ebrei sono molto soddisfatti della politica della Germania, poiché la popolazione ebrea in Palestina sarà da tale linea politica talmente accresciuta che in un futuro prossimo gli ebrei potranno contare su una superiorità numerica di fronte agli arabi».

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LA COLONIZZAZIONE DELLA PALESTINA
FINO ALLA FONDAZIONE DI ISRAELE
 
A metà del XIX secolo l’interesse europeo per la regione del Vicino Oriente acquista, in maniera esplicita, la sua dimensione coloniale e le premesse ideologiche per questa operazione sono costituite dal revival del mito delle crociate e l’interesse romantico per l’Oriente.
La Palestina viene considerata una sorta di "terra ignota" paragonabile al continente africano di cui, appunto nel XIX secolo, si inizia l’esplorazione ma l’interesse per quanto concretamente si trova in quella terra, popolazione inclusa, è molto relativo. Nel 1860 la flotta franco-inglese sbarca in Siria e nel 1865 diventa attivo il Palestine Exploration Fund, fondato a Londra che, insieme ad altre grandi organizzazioni mettono a disposizione di ricercatori ed esploratori ragguardevoli finanziamenti.
In questo contesto vanno collocati i primi episodi di stanziamento ebraico, di ebrei non palestinesi, di molto anteriori alla nascita ufficiale del sionismo.
Per l’Inghilterra la Palestina rappresentava un punto strategico per la difesa della rotta per l’India, dominio coloniale fondamentale per lo sviluppo industriale inglese in piena crescita. Tale importanza aument? ancora dopo l’apertura del canale di Suez nel 1869, tenendo conto che la Gran Bretagna aveva acquistato la maggioranza di azioni della società di gestione del canale. Inoltre la Gran Bretagna controllava il petrolio persiano ed iracheno.
La Francia era invece preoccupata di contrastare la supremazia inglese in tutto il Vicino e Medio oriente e anche la penetrazione tedesca nell’impero ottomano metteva in pericolo non solo le posizioni economiche dell’Impero Britannico, ma anche quelle strategiche. La Palestina poi rientrava nelle varie ipotesi di smembramento dell’impero ottomano a cui le potenze europee erano estremamente interessate. L’Europa in questo periodo è percorsa dai movimenti nazionalistici e là dove ancora non esiste si intende creare, sul modello francese, lo Stato-nazione. Il concetto stesso di nazione e nazionalismo, estraneo nel mondo musulmano, non ha, in particolare, cittadinanza in seno alla parte orientale dell’impero ottomano, per definizione sovranazionale.
In Palestina non accade che una comunità si proclami rappresentante dello Stato-nazione mentre è dall’esterno che una minoranza ebraica, partecipe, in quanto europea del nuovo clima nazionalistico comincia ad autodefinirsi tale. Nel 1881furono scatenati nella Russia zarista pogrom antiebraici che provocarono la morte di centinaia di ebrei e la distruzione delle sinagoghe e di altri beni. Circa 1 milione di ebrei abbandonarono l’impero zarista e la maggior parte si rifugi? nei paesi occidentali mentre una esigua minoranza scelse come meta la Palestina. Qui riuscirono a sopravvivere solo grazie alle generose sovvenzioni del barone Edmond de Rotschild, che finanzi?, secondo un indirizzo filantropico, il primo tentativo di colonizzazione ebraica della Palestina.
L’immigrazione ebraica in Palestina va avanti suscitando le preoccupazioni del governo ottomano e le prime reazioni della popolazione indigena e tra il 1886 e il 1914 ci furono attacchi arabi contro vari insediamenti agricoli ebraici.
Disordini gravi vi furono nel 1901 a causa dell’acquisto di terre presso Tiberiade da parte degli ebrei e nel 1903 a seguito dell’apertura a Jaffa dell’ Anglo-Palestine Bank. Per secoli arabi ed ebrei erano vissuto pacificamente fianco a fianco in Palestina ma ora i nuovi venuti rappresentavano una presenza che mirava ad imporsi come dominatrice nel paese.
L’acquisto di nuove terre da parte degli ebrei era una causa fondamentale di conflitto con i contadini poveri, che erano la maggioranza della popolazione palestinese, dato che i coloni ebrei, soprattutto a partire dalla seconda ondata immigratoria (1903), non impiegavano mano d’opera araba sulle loro terre e ogni creazione di nuove colonie ebraiche si traduceva in un’espulsione dei braccianti palestinesi dalla terra.
A tutto cio' si aggiunga il rifiuto dei coloni ebrei di mantenere in comune con gli arabi i pascoli secondo le consuetudini. Nel 1911 un banchiere di Beirut e grande latifondista vendette agli ebrei un importante lotto di terre: come conseguenza di questa vendita, 1746 famiglie arabe vennero espulse dai loro villaggi nel modo più legale del mondo. La forte emozione provocata da questo avvenimento acceler? la nascita del primo partito politico palestinese, il Partito Patriottico ottomano.
Allo scoppio della prima guerra mondiale l’Impero ottomano entra nel conflitto a fianco dei tedeschi.
Allora controllava tutta la costa orientale del Mar rosso e, con un’offensiva attraverso il deserto del Sinai, difficilmente difendibile, poteva portare una minaccia mortale al Canale di Suez, che i tedeschi avevano definito "la vena giugulare dell’Impero britannico".
La particolare posizione strategica della Palestina ne faceva un paese di prima linea ed ebbe grandissima importanza per il suo futuro. Nel frattempo, in piena ostilità bellica nel 1917, viene annunciata la "Dichiarazione di Balfour" con cui l’Inghilterra auspicava la creazione di una patria ebraica in Palestina.
Nel 1918, la sconfitta turca a Megiddo diede il colpo di grazia a quello che era stato il grande impero ottomano che venne spartito definitivamente nel 1920 tra Francia (mandato sul Libano e la Siria) e Gran Bretagna (mandato sulla Palestina e l’Iraq.
La Gran Bretagna ottiene al tavolo delle trattative di pace, cui gli arabi non sono ammessi, l’affidamento del mandato sulla Palestina.
Questa formula indica nei fatti un dominio coloniale, mentre formalmente sancisce solo la temporanea immaturità politica del paese e del popolo su cui il mandato si esplica.
La prima mossa precisa della Gran Bretagna per favorire il progetto sionista in Palestina, fu quella di permettere alla comunità ebraica che andava aumentando, e non ai palestinesi, di organizzarsi con una specie di parlamento e di esecutivo.
Un ennesimo rifiuto della potenza mandataria a costituire un Consiglio legislativo Palestinese, dove gli arabi avessero una maggioranza, porta alla proclamazione di uno sciopero generale dei lavoratori arabi nel 1936 che si concluderà dopo 174 giorni con la capitolazione degli scioperanti. Bisogna notare poi che l’appoggio inglese non fu solo politico.
Le modificazioni economiche derivanti dalla presenza coloniale resero in qualche modo irreversibile il processo. L’acquisto ad esempio di terre arabe fu favorito, anche in vista di uno sfruttamento moderno e tecnologicamente avanzato delle potenzialità del paese, nei confronti del quale, peraltro, diversamente da quanto avvenne in India o in certe zone dell’Africa, la Gran Bretagna non vant? mai un suo piano economico specifico. Nel 1939 gli ebrei in Palestina rappresentavano solo il 28% della popolazione ma si era ormai cominciato a parlare di uno Stato in Palestina, non più arabo, ma arabo-ebraico.
Nello stesso tempo si stava formando l’embrione della struttura di uno Stato ebraico, compreso un corpo militare, l’Haganà, formalmente clandestino ed illegale, in realtà tollerato dalle autorità britanniche. I primi anni ’40 sono segnati da un’esplosione di attività terroristica ebraica contro la Gran Bretagna, colpevole di aver posto limiti all’immigrazione.
La pressione politica nel paese e fuori, insieme all’azione terroristica, spinsero la Gran Bretagna a rimettere il mandato sulla Palestina, investendo l’Organizzazione della Nazioni Unite della responsabilità del futuro paese. Il 29 novembre 1947 l’ONU voto' un piano di spartizione tra uno Stato ebraico ed uno arabo proponendo uno statuto speciale per Gerusalemme. Il 14 maggio 1948 la Gran Bretagna lascia la Palestina e Ben Gurion proclama immediatamente la nascita dello Stato di Israele.
Le truppe arabe dei paesi confinanti organizzano un’avanzata militare in territorio palestinese, ottenendo anche parziali successi. Israele comincia sistematicamente una campagne di terrore contro la popolazione locale costretta a fuggire dai villaggi attaccati e, durante l’armistizio accettato dai paesi arabi, riesce ad occupare alcuni luoghi importanti ed ad integrarli nel suo territorio. I nuovi confini vengono accettati come fatto compiuto e la parte di territorio palestinese rimasta in mano araba viene annessa al Regno di Giordania, mentre la striscia di Gaza viene affidata all’Egitto.
L’esodo palestinese è cominciato e la parola Palestina esce dal vocabolario politico e storico della regione.


Ma secondo voi l'Onu aveva il diritto di creare lo stato di Israele???
by mah! Friday April 18, 2003 at 11:41 AM

La Carta dell'ONU non riconosce il compito di creare uno stato all'Organizzazione
La Carta dell'ONU non riconosce tale compito all'Organizzazione: la creazione degli stati e delle nazioni e' un processo lento e graduale, basato sul possesso naturale di un popolo sul territorio sul quale abita. La creazione di Israele e' un fatto unico nella storia dell'umanita', nel quale un'organizzazione creata con lo scopo di salvaguardare la pace nel mondo si arroga il diritto di negare la naturale sovranita' di un popolo sulla sua terra per consegnarla ad una terza parte. Riconoscendo l'anomalia senza precedenti della propria azione, l'ONU cerco', ma soltanto sulla carta, di proteggere i palestinesi del progettato stato ebraico, dichiarando che i loro diritti civili, politici, economici, religiosi e di proprieta' non dovevano in alcun modo essere pregiudicati dalla spartizione.
Tali risoluzioni vengono ratificate annualmente dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ma senza alcun esito.

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Israele non ha il diritto di esistere
by ... Friday April 18, 2003 at 01:43 PM

fonte:
http://www.guardian.co.uk/Archive/Article/0,4273,4111684,00.html
Israel simply has no right to exist
Peace might have a real chance without Israelis' biblical claims
Special report: Israel and the Middle East
Faisal Bodi
Guardian
Wednesday January 3, 2001
Several years ago, I suggested in my students' union newspaper that Israel shouldn't exist. I also said the sympathy evoked by the Holocaust was a very handy cover for Israeli atrocities. Overnight I became public enemy number one. I was a Muslim fundamentalist, a Jew-hater, somebody who trivialised the memory of the most abominable act in history. My denouncers followed me, photographed me, and even put telephone calls through to my family telling them to expect a call from the grim reaper.
Thankfully, my notoriety in Jewish circles has since waned to the extent that recently I gave an inter-faith lecture sponsored by the Leo Baeck College, even though my views have remained the same. Israel has no right to exist. I know it's a hugely unfashionable thing to say and one which, given the current parlous state of the peace process, some will also find irresponsible. But it's a fact that I have always considered central to any genuine peace formula.
Certainly there is no moral case for the existence of Israel. Israel stands as the realisation of a biblical statement. Its raison d'être was famously delineated by former prime minister Golda Meir. "This country exists as the accomplishment of a promise made by God Himself. It would be absurd to call its legitimacy into account."
That biblical promise is Israel's only claim to legitimacy. But whatever God meant when he promised Abraham that "unto thy seed have I given this land, from the river of Egypt unto the great river, the Euphrates," it is doubtful that he intended it to be used as an excuse to take by force and chicanery a land lawfully inhabited and owned by others.
It does no good to anyone to brush this fact, uncomfortable as it might be, under the table. But that has been the failing with Oslo. When it signed the agreement, the PLO made the cardinal error of assuming that you could bury the hatchet by rewriting history. It accepted as a starting point that Israel had a right to exist. The trouble with this was that it also meant, by extension, an acceptance that the way Israel came into being was legitimate. As the latest troubles have shown, ordinary Palestinians are not prepared to follow their leaders in this feat of intellectual amnesia.
Israel's other potential claim to legitimacy, international recognition, is just as dubious. The two pacts which sealed Palestine's future were both concluded by Britain. First we signed the Sykes-Picot agreement with France, pledging to divvy up Ottoman spoils in the Levant. A year later, in 1917, the Balfour Declaration promised a national home for the Jewish people. Under international law the declaration was null and void since Palestine did not belong to Britain - under the pact of the League of Nations it belonged to Turkey.

By the time the UN accepted a resolution on the partition of Palestine in 1947, Jews constituted 32% of the population and owned 5.6% of the land.
By 1949, largely as a result of paramilitary organisations such as the Haganah, Irgun and Stern gang, Israel controlled 80% of Palestine and 770,000 non-Jews had been expelled from their country.

This then is the potted history of the iniquities surrounding its own birth that Israel must acknowledge in order for peace to have a chance.

After years of war, peace comes from forgiving, not forgetting; people never forget but they have an extraordinary capacity to forgive. Just look at South Africa, which showed the world that a cathartic truth must precede reconciliation.
Far from being a force for liberation and safety after decades of suffering, the idea that Israel is some kind of religious birthright has only imprisoned Jews in a never-ending cycle of conflict.

The "promise" breeds an arrogance which institutionalises the inferiority of other peoples and generates atrocities against them with alarming regularity. It allows soldiers to defy their consciences and blast unarmed schoolchildren. It gives rise to legislation seeking to prevent the acquisition of territory by non-Jews.

More crucially, the promise limits Israel's capacity to seek models of coexistence based on equality and the respect of human rights.

A state based on so exclusivist a claim to legitimacy cannot but conceive of separation as a solution. But separation is not the same as lasting peace; it only pulls apart warring parties. It does not heal old wounds, let alone redress historical wrongs.

However, take away the biblical right and suddenly mutual coexistence, even a one-state solution, doesn't seem that far-fetched. What name that coexistence will take is less important than the fact that peoples have forgiven and that some measure of justice has been restored.
Jews will continue to live in the Holy Land - as per the promise - as equals alongside its other rightful inhabitants.
If that kind of self-reproach is forthcoming, Israel can expect the Palestinians to be forgiving and magnanimous in return.
The alternative is perpetual war.

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Dicembre 1948 Lettera al New York Times
http://www.rense.com/general27/let.htm
Si riporta nella sua completezza una lettera al New York Times inviata da intellettuali ebrei tra cui Albert Einstein, Hannah Arendt and Sidney Hook che fu pubblicata il 4 Dicembre 1948. La lettera è solo segnalata da vari siti, ma in nessuno è pubblicata interamente mentre sembra utile divulgarla nella sua interezza originale
AGLI EDITORI DEL NEW YORK TIMES:
Fra i fenomeni più preoccupanti dei nostri tempi emerge quello relativo alla fondazione, nel nuovo stato di Israele, del Partito della Libertà (Tnuat Haherut), un partito politico che nella organizzazione, nei metodi, nella filosofia politica e nell'azione sociale appare strettamente affine ai partiti Nazista e Fascista. E' stato fondato fuori dall'assemblea e come evoluzione del precedente Irgun Zvai Leumi, una organizzazione terroristica, sciovinista, di destra della Palestina.
L'odierna visita di Menachem Begin, capo del partito, negli USA è stata fatta con il calcolo di dare l'impressione che l'America sostenga il partito nelle prossime elezioni israeliane, e per cementare i legami politici con elementi sionisti conservativi americani. Parecchi americani con una reputazione nazionale hanno inviato il loro saluto. E' inconcepibile che coloro che si oppongono al fascismo nel mondo, a meno che non sia stati opportunamente informati sulle azioni effettuate e sui progetti del Sig. Begin, possano aver aggiunto il proprio nome per sostenere il movimento da lui rappresentato.
Prima che si arrechi un danno irreparabile attraverso contributi finanziari, manifestazioni pubbliche a favore di Begin, e alla creazione di una immagine di sostegno americano ad elementi fascisti in Israele, il pubblico americano deve essere informato delle azioni e degli obiettivi del Sig. Begin e del suo movimento.
Le confessioni pubbliche del sig. Begin non sono utili per capire il suo vero carattere. Oggi parla di libertà, democrazia e anti-imperialismo, mentre fino ad ora ha apertamente predicato la dottrina dello stato Fascista. E' nelle sue azioni che il partito terrorista tradisce il suo reale carattere, dalle sue azioni passate noi possiamo giudicare ciò che farà nel futuro.
Attacco a un villaggio arabo
Un esempio scioccante è stato il loro comportamento nel villaggio Arabo di Deir Yassin. Questo villaggio, fuori dalle strade di comunicazione e circondato da terre appartenenti agli Ebrei, non aveva preso parte alla guerra, anzi aveva allontanato bande di arabi che lo volevano utilizzare come una loro base. Il 9 Aprile, bande di terroristi attaccarono questo pacifico villaggio, che non era un obiettivo militare, uccidendo la maggior parte dei suoi abitanti (240 tra uomini, donne e bambini) e trasportando alcuni di loro come trofei vivi in una parata per le strade di Gerusalemme. La maggior parte della comunità ebraica rimase terrificata dal gesto e l'Agenzia Ebraica mandò le proprie scuse al Re Abdullah della Trans-Giordania. Ma i terroristi, invece di vergognarsi del loro atto, si vantarono del massacro, lo pubblicizzarono e invitarono tutti i corrispondenti stranieri presenti nel paese a vedere i mucchi di cadaveri e la totale devastazione a Deir Yassin.
L'accaduto di Deir Yassin esemplifica il carattere e le azioni del Partito della Libertà.
All'interno della comunità ebraica hanno predicato un misto di ultranazionalismo, misticismo religioso e superiorità razziale. Come altri partiti fascisti sono stati impiegati per interrompere gli scioperi e per la distruzione delle unioni sindacali libere. Al loro posto hanno proposto unioni corporative sul modello fascista italiano. Durante gli ultimi anni di sporadica violenza anti-britannica, i gruppi IZL e Stern inaugurarono un regno di terrore sulla Comunità Ebraica della Palestina. Gli insegnanti che parlavano male di loro venivano aggrediti, gli adulti che non permettavano ai figli di incontrarsi con loro venivano colpiti in vario modo. Con metodi da gangster, pestaggi, distruzione di vetrine, furti su larga scala, i terroristi hanno intimorito la popolazione e riscosso un pesante tributo. La gente del Partito della libertà non ha avuto nessun ruolo nelle conquiste costruttive ottenute in Palestina. Non hanno reclamato la terra, non hanno costruito insediamenti ma solo diminuito la attività di difesa degli Ebrei. I loro sforzi verso l'immigrazione erano tanto pubblicizzati quanto di poco peso e impegnati principalmente nel trasporto dei loro compatrioti fascisti.
Le discrepanze
La discrepanza tra le sfacciate affermazioni fatte ora da Begin e il suo partito, e il loro curruculum di azioni svolte nel passato in Palestina non portano il segno di alcun partito politico ordinario. Ciò è, semza ombra di errore, il marchio di un partito Fascista per il quale il terrorismo (contro gli Ebrei, gli Arabi e gli Inglesi) e le false dichiarazioni sono i mezzi e uno stato leader l'obbiettivo.
Alla luce delle soprascritte considerazioni, è imperativo che la verità su Begin e il suo movimento sia resa nota a questo paese. E' maggiormente tragico che i più alti comandi del Sionismo Americano si siano rifiutati di condurre una campagna contro le attività di Begin, o addirittura di svelare ai suoi membri i pericoli che deriveranno a Israele sostenendo Begin. I sottoscritti infine usano questi mezzi per presentare pubblicamente alcuni fatti salienti che riguardano Begin e il suo partito, e per sollecitare tutti gli sforzi possibili per non sostenere quest'ultima manifestazione di fascismo.
(firmato)
ISIDORE ABRAMOWITZ, HANNAH ARENDT, ABRAHAM BRICK, RABBI JESSURUN CARDOZO, ALBERT EINSTEIN, HERMAN EISEN, M.D., HAYIM FINEMAN, M. GALLEN, M.D., H.H. HARRIS, ZELIG S. HARRIS, SIDNEY HOOK, FRED KARUSH, BRURIA KAUFMAN, IRMA L. LINDHEIM, NACHMAN MAISEL, SEYMOUR MELMAN, MYER D. MENDELSON, M.D., HARRY M. OSLINSKY, SAMUEL PITLICK, FRITZ ROHRLICH, LOUIS P. ROCKER, RUTH SAGIS, ITZHAK SANKOWSKY, I.J. SHOENBERG, SAMUEL SHUMAN, M. SINGER, IRMA WOLFE, STEFAN WOLFE
New York, Dec. 2, 1948


Palestina: La distruzione arriva al suo apogeo – Il miglior comlpice dei suicidi
by garabombo TRADUZIONE Tuesday June 24, 2003 at 04:24 PM
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............La distruzione della terra di Palestina giunge al suo apogeo. Quello che fu ridotto ad un 46% nel 1947 si e’ convertito in un 22% venti anni dopo ed a meno della meta’ (- del 10%) attualmente. Non ci sono piani, processi, mappe che trattano di ripristinare la situazione precedente, nemmeno parzialmente.............

Rebellion - PALESTINA EN LUCHA
21 de junio del 2003 Traducido para Rebelión por Germán Leyens
http://www.rebelion.org/palestina/030621loewe.htm
Palestina: La distruzione arriva al suo apogeo – Il miglior comlpice degli attentatori suicidi.
Jennifer Loewenstein
Originale in inglese su: CounterPunch
http://www.counterpunch.org/loewenstein06142003.html
Recent Stories -June 14 / 15, 2003 –
Jennifer Loewenstein - Suicide's Most Willing Accomplice
A Limited Palestinian State (Washington Post)
http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/articles/A14717-2003Jun19.html
By Benjamin Netanyahu Page A25, Jun 20, 2003
JERUSALEM -- In our quest for peace with the Palestinians, three imperatives unite Israelis: Terror must end, our borders must be secure, and the ...
Recinzioni di filo spinato affilatissime di alta sicurezza, palizzate elettrificate di acciaio, barriere e blocchi stradali di cemento, torri di guardia e carriarmati, elicotteri, aerei teleguidati ed F16 in cielo, e la prospettiva di un muro grigio che ci circondera’ -queste sono le frontiere di Gaza e della Cisgiordania. Jennifer, questo e’ cio che ci rinchiude nella nostra terra che ogni giorno che passa e’ sempre piu’ piccola, cio’ che profana le nostre citta e villaggi.
Le ruspe fanno a pezzi il suolo e si mangiano le nostre case ed i nostri orti. Spaventosi artigli robotizzati lacerano la nostra terra e il pavimaneto delle nostre strade e perfino camminare si fa impossibile. ¿In che modo fuggire?
Le frontiere vicine mi intrappolano ad ogni curva. M ail peggio di tutto e’ quando chiudo gli occhi e o stesso filo spinato attraversa la mia mente, cosi che non posso evadere. Nemmeno nei miei sogni.
Un altro universo corre parallelo a quello descritto dalla stampa. Li, dove la Road Map e’ analizzata e criticata, elogiata o condannata, una dura realta’ affrontano i lettori preoccupati che l’ultimo fatto di violenza vada a distruggere tutti i tentativi di pace –o sminuendone l’importanza mentre le parole si convertono in pezzi di carne umana nelle strade.
Lontani dal commento critico, un processo di cinquantacinque anni di vita da profughi e di distruzione umana continua interrotto dalla tempesta provocata dai titoli.
Per capire il conflitto palestinese, bisogna lasciar perdere le parole che lo occultano. Non c’e’ uno stato in costruzione, non c’e’ una autonomia che si sta creando, non c’e’ un’autorita’ sovrana palestinese, non c’e’ nessun ritiro dai territori occupati illegalmente, non c’e’ la fine dell’occupazione.
Una vera mappa mostrerebbe la Cisgiordania tagliata in due dai crescenti insediamenti di Ariel, strangolata dai posti di blocco e postazioni militari avanzate, accoltellata da strade solo per ebrei, divisa e circondata dal nuovo muro dell’Apartheid, frammentata in villaggi rinsecchiti, le cui risorse vengono rapinate da Israele per gli insediamenti che si prefigge di mantenere.
Una mappa reale mostrerebbe la Striscia di Gaza rosicchiata dai due lati da rulli compressori, le case e le botteghe ai bordi di Rafah e Beit Hanoun convertiti in cumuli di ferri ritorti e calcinacci.
Le frontiere di Gaza stanno cedendo lentamente, sotto i nostri occhi, mentre le famiglie fuggono verso l’interno, in capi zeppi di gente –isolati perdipiu’ per moti posti di controllo o strade di circonvallazione per i coloni ebrei.
Le vasche di trattamento delle acque non funzionano mentre i wadis (torrenti) ed i pozzi si riempiono di batteri e veleni, l’aria e l’acqua imputridiscono per la asfissia ambientale. La costa appartiene quasi esclusivamente al blocco di insediamenti di Gush Katif e ai battelli israeliani che pattugliano il mare.
La distruzione della terra di Palestina giunge al suo apogeo. Quello che fu ridotto ad un 46% nel 1947 si e’ convertito in un 22% venti anni dopo ed a meno della meta’ (- del 10%) attualmente. Non ci sono piani, processi, mappe che trattano di ripristinare la situazione precedente, nemmeno parzialmente.
Il grande problema che rimane e’ cosa farne degli abitanti che non vogliono andarsene.
(Su questo punto l’esperienza anglo/statunitense potrebbe essere molto d’aiuto: si va dall’Apartheid e dai bantustan, al genocidio dei pellirossa alle riserve per i sopravissuti, insegnamenti entrambi seguiti con diligenza da Israele. N.d.R.)
Lentamente, poco a poco, li stanno spianando e dinamitando, li perseguitano o li incarcerano, li deportano, arrestano, bombardano, sepelliscono, circondano, sparano, o li trasferiscono gradualmente fuori dalla vista.
La comunita’ internazionale resta muta, senza intenzioni di intervenire.
¿Perche’ non parlano di questo i giornali?
Dimenticatevi la Road Map. Non lasciatevi sedurre dalla verbosita’ sulla pace, Israele e’ una base militare e un terreno di prova offshore delle armi degli USA. E’ una colonia occidentalizzata per supermatisti bianchi che cercano la maniera di liberarsi discretamente della loro popolazione di niggers.
E’ un franchising degli USA, per la nuova economia globale, un affare per il consumo, un annuncio per un Disneyworld- reso-naturale, un campo di addestramento per ebrei fondamentalisti, la organizzazione terrorista a livello mondiale maggiormente finanziata dagli Stati Uniti, un punto di appoggio strategico in Medio Oriente per i neoconservatori assetati di petrolio e affamati di potere.
E’ il miglior alleato dei terroristi suicidi.
14 giugno 2003
Jennifer Loewenstein vive a Madison, Wisconsin (USA). Ha passato gran parte degli ultimi tre anni nei campi di rifugiati palestinesi nella Striscia di Gaza, Cisgiordania e Libano. E’ membro della Palestine/Israel Peace & Justice Alliance (PIPAJA) fondatrice del Rafah- Madison Sister City Project.
La sua e-mail e’:
jsarin@facstaff.wisc.edu

Rebellion - PALESTINA EN LUCHA 21 de junio del 2003 Traducido para Rebelión por Germán Leyens
http://www.rebelion.org/palestina/030621loewe.htm
Palestina: La destrucción llega a su apogeo - El mejor cómplice de los suicidios
Jennifer Loewenstein
Originale in inglese su: CounterPunch
http://www.counterpunch.org/loewenstein06142003.html
Recent Stories -June 14 / 15, 2003 –
Jennifer Loewenstein - Suicide's Most Willing Accomplice
A Limited Palestinian State (Washington Post)
http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/articles/A14717-2003Jun19.html
By Benjamin Netanyahu Page A25, Jun 20, 2003
JERUSALEM -- In our quest for peace with the Palestinians, three imperatives unite Israelis: Terror must end, our borders must be secure, and the ...
Alambradas de navajas de alta seguridad, vallas eléctricas y de acero, barreras y bloques de ruta de hormigón, torres de vigilancia y tanques, helicópteros, aviones teleguiados y F-16 en el aire, y la perspectiva de un muro gris que nos rodeará -esas son las fronteras de Gaza y de Cisjordania. Jennifer, eso es lo que nos encierra en nuestra tierra que cada día es más pequeña, lo que deja cicatrices y profana nuestras ciudades y aldeas.
Las aplanadoras destrozan el suelo y se tragan nuestros hogares y nuestros huertos. Espantosas garras robóticas desgarran nuestra tierra y el pavimento de nuestras calles y hasta caminar se hace imposible. ¿Cómo puedo escapar?
Las fronteras a mi alrededor me atrapan en cada curva. Lo peor de todo es que cuando cierro los ojos la misma alambrada de púas atraviesa mi mente, así que no puedo fugarme. Ni siquiera en mis sueños.
Un universo paralelo corre junto al que es evocado por la prensa. Ahí, donde la Hoja de Ruta a la Paz es analizada y criticada, elogiada o condenada, una dura realidad confronta a los lectores preocupados de que la última violencia va a destrozar todo intento hacia la paz -o restándole importancia mientras las palabras se convierten en trozos de carne humana en las calles.
Lejos del comentario crítico, un proceso de cincuenta y cinco años de desplazamiento y destrucción humana continúa interrumpido por la tempestad que se desencadena en los titulares.
Para comprender el conflicto palestino, hay que dejar de lado las palabras que lo oculta. No hay un estado que se prepare, no hay una autonomía que se esté creando, no hay una autoridad palestina soberana, no hay retiro alguno de los territorios en los que se han asentado ilegalmente, no hay cese de la ocupación.
Un mapa auténtico mostraría Cisjordania cortada en dos por los crecientes asentamientos de Ariel, estrangulada dentro de puntos de control y puestos militares de avanzada, acuchillada por carreteras sólo para judíos, dividida y rodeada por el nuevo muro del Apartheid, fragmentada en aldeas resecas, cuyos recursos Israel ha robado para sí y los asentamientos que tiene el propósito de conservar.
Un mapa real mostraría la Franja de Gaza roída por los dos lados por aplanadoras, las casas y negocios a los bordes de Rafah y Beit Hanoun convertidos en montones de alambre retorcido y piedras quebradas.
Las fronteras de Gaza van cediendo lentamente, ante nuestros propios ojos, mientras las familias huyen al interior, a los campos atestados de gente -aislados también por más puntos de control o carreteras de circunvalación de los colonos.
Las piletas de tratamiento de aguas no funcionan mientras los wadis y los pozos de llenan de bacterias y enfermedades, el aire y el agua se pudren por la asfixia medioambiental. La costa pertenece casi exclusivamente al bloque de asentamientos Gush Katif y a los botes patrulleros israelíes en el mar.
La destrucción de la tierra de Palestina llega a su apogeo. Lo que fue reducido a un 46% en 1947 se había convertido en un 22% veinte años más tarde y es menos de la mitad de eso hoy en día. No hay planes, procesos, o mapas que traten de restaurar eso, aunque fuera en parte.
El gran problema que queda es qué hacer con los habitantes que se niegan a partir.
Lentamente, poco a poco, los están aplanando y dinamitando, los persiguen o los encarcelan, los deportan, detienen, bombardean, entierran, rodean, les disparan, o los transfieren gradualmente fuera de la vista.
La comunidad internacional se queda muda, sin intención de intervenir.
¿Por qué no hablan de esto sus periódicos?
Olvídense de la Hoja de Ruta. No se dejen seducir por la verborrea sobre la paz. Israel es una base militar y terreno de pruebas de armas offshore de EE.UU. Es una colonia occidentalizada para suprematistas blancos que buscan manera de librarse discretamente de su población de niggers.
Es una franquicia de EE.UU. para la nueva economía global, un negocio para el consumo, un anuncio para un Disneyworld- vuelto-nativo, un campo de entrenamiento de terroristas para fundamentalistas judíos, la organización terrorista mejor financiada del mundo fuera de Estados Unidos continental, un punto de apoyo estratégico en el Medio Oriente para los neoconservadores sedientos de petróleo, hambrientos de poder.
Es el mejor cómplice de los suicidios.
14 de junio de 2003
Jennifer Loewenstein vive en Madison, Wisconsin (EE.UU.) Pasó gran parte de los últimos tres años en campos de refugiados palestinos en la Franja de Gaza, Cisjordania y Líbano. Es miembro de la Palestine/Israel Peace & Justice Alliance (PIPAJA) y fundadora del Rafah- Madison Sister City Project. Su correo es:
jsarin@facstaff.wisc.edu
bbb



terribile
by terribile Tuesday June 24, 2003 at 04:40 PM

terribile.....cosa altro aggiungere?




E' vero
by Lollo Wednesday June 25, 2003 at 07:13 AM

"...Israele e’ una base militare e un terreno di prova offshore delle armi degli USA. E’ una colonia occidentalizzata per supermatisti bianchi che cercano la maniera di liberarsi discretamente della loro popolazione di niggers. E’ un franchising degli USA, per la nuova economia globale, un affare per il consumo, un annuncio per un Disneyworld- reso-naturale, un campo di addestramento per ebrei fondamentalisti, la organizzazione terrorista a livello mondiale maggiormente finanziata dagli Stati Uniti, un punto di appoggio strategico in Medio Oriente per i neoconservatori assetati di petrolio e affamati di potere."
non c'è davvero bisogno di dire altro: mi pare che queste affermazioni (luoghi comuni e falsità?) diano tono e credibilità al tutto (poi cosa diavolo sarà questo "annuncio per un disneyworld - reso - naturale"?). Ah, c'è il petrolio in Israele?




mea culpa
by mea culpa Wednesday June 25, 2003 at 01:36 PM

"Quello che fu ridotto ad un 46% nel 1947 si e’ convertito in un 22% venti anni dopo ed a meno della meta’ (- del 10%) attualmente"...
E se invece di fare 5 guerre gli arabi avessero accettato la risoluzione 181 dell'ONU tutto questo non sarebbe successo. Dov'è il mea culpa?




lollo studia di più
by jigsaw Wednesday June 25, 2003 at 04:36 PM

lollo vai a studiare e non rompere




come sempre
by ma Friday June 27, 2003 at 04:34 AM

come sempre tutto preso ovviamente da siti pro-palestinesi
strano, gli articoli cosidetti del w.post non si possono leggere.....




da quando
by incredibile Friday June 27, 2003 at 07:09 AM

......un quotidiano americano è filopalestinese.....




conferma
by indica Friday June 27, 2003 at 07:30 AM

By Michael Ben-Yair
(Originaly printed in "Haaretz" on Sunday, March 3rd, 2002)
Back to Links The War's Seventh Day לגרסה העברית
By Michael Ben-Yair
(Originaly printed in "Haaretz" on Sunday, March 3rd, 2002)
The Zionist dream's realization and the Jewish people's national rebirth through the creation of Israel were achieved not because of the Jewish side's superior number of tanks, planes or other aggressive means. The State of Israel was born because the Zionist movement realized it must find a solution to the Jews' persecution and because the enlightened world recognized the need for that solution.
The enlightened world's recognition of the solution's moral justification was an important, principal factor in Israel's creation. In other words, Israel was established on a clear, recognized moral base. Without such a moral base, it is doubtful whether the Zionist idea would have become a reality.
The Six-Day War was forced upon us; however, the war's seventh day, which began on June 12, 1967 and has continued to this day, is the product of our choice. We enthusiastically chose to become a colonial society, ignoring international treaties, expropriating lands, transferring settlers from Israel to the occupied territories, engaging in theft and finding justification for all these activities. Passionately desiring to keep the occupied territories, we developed two judicial systems: one - progressive, liberal - in Israel; and the other - cruel, injurious - in the occupied territories. In effect, we established an apartheid regime in the occupied territories immediately following their capture.
That oppressive regime exists to this day.
The Six-Day War's seventh day has transformed us from a moral society, sure of the justice of Israel's creation, into a society that oppresses another people, preventing it from realizing its legitimate national aspirations. The Six-Day War's seventh day has transformed us from a just society into an unjust one, prepared to expand its control atop another nation's ruins. The discarding of our moral foundation has hurt us as a society, reinforcing the arguments of the world's hostile elements and sowers of evil and intensifying their influence.
The intifada is the Palestinian people's war of national liberation. Historical processes teach us that no nation is prepared to live under another's domination and that a suppressed people's war of national liberation will inevitably succeed. We understand this point but choose to ignore it. We are prepared to engage in confrontation to prevent an historical process, although we are well aware that this process is anchored in the moral justification behind every people's war of national liberation and behind its right to self-determination, and although we are well aware that this process will attain its inevitable goal.
This is the background of the difficult testimony we have received about actions of Israel Defense Forces personnel in the occupied territories. No need to repeat the details of the painful phenomena entailed in the occupation regime and in our battle to prolong it. Suffice it to recall the killing of little children fleeing for safety; the executions, without trial, of wanted persons who were not on their way to launch a terrorist act; and the encirclements, closures and roadblocks that have turned the lives of millions into a nightmare. Even if all these actions stem from our need to defend ourselves under an occupation's conditions, the occupation's non-existence would render them unnecessary. Thus, a black flag hovers over these actions.
This is a harsh reality that is causing us to lose the moral base of our existence as a free, just society and to jeopardize Israel's long-range survival. Israel's security cannot be based only on the sword; it must rather be based on our principles of moral justice and on peace with our neighbors - those living next door and those living a little further away. An occupation regime undermines those principles of moral justice and prevents the attainment of peace. Thus, that regime endangers Israel's existence.
It is against this background that one must view the refusal of IDF reservist officers and soldiers to serve in the territories. In their eyes, the occupation regime is evil and military service in the occupied territories is evil. In their eyes, military service in the occupied territories, which places soldiers in situations forcing them to commit immoral acts, is evil, and, according to their conscience, they cannot be party to such acts. Thus, their refusal to serve is an act of conscience that is justified and recognized in every democratic regime. History's verdict will be that their refusal was the act that restored our moral backbone.
The author was attorney general from 1993-96.
http://www.seruv.org.il/MoreArticles/Engli...enYairEng_1.htm

la traduzione non è perfetta,ho usato il traduttore scaciato di google

L'Occupazione - 03/03/02
Giorno della guerra il settimo
Michael Ben-Yair - Ha'aretz
La realizzazione del sogno sionista era il ritorno nazionale della gente ebrea attraverso la creazione di israele sono stati realizzati non a causa del numero superiore di ebrei ,di aerei o di altri mezzi aggressivi. Lo stato dell'Israele è stato sopportato perché il movimento zionist ha realizzato che doveva trovare una soluzione alla persecuzione degli ebrei e perché il mondo ha riconosciuto l'esigenza di quella soluzione.
Il riconoscimento era un fattore importante e principale nella creazione dell'Israele. Cioè l'Israele è nata su una base morale riconosciuta. Senza questa base morale, è dubbio che l'idea zionist si sarebbe transformata in in una realtà.
La guerra di sei giorni era forzata su noi; tuttavia, giorno della guerra il settimo, che è niziato il 12 giugno 1967 ed è continuato fino a questo giorno, è il prodotto della nostra scelta. Abbiamo scelto di diventare una società coloniale, ignorando i trattati internazionali,espropriando terre , trasferendo i settlers dall'Israele ai territori occupati e trovando la giustificazione per tutte queste attività. volendo mantenere i territori occupati, abbiamo sviluppato due sistemi giudiziari: uno - progressive, liberale - nell'Israele; e l'altro - crudele, nocivo - nei territori occupati. In effetti, abbiamo stabilito un regime di segregazione nei territori occupati subito dopo del loro bloccaggio. Quel regime oppressive esiste
e ci ha trasformati da una società morale, sicura della giustizia , in una società che opprime altra gente, impedente la realizzazione delle relative aspirazioni nazionali legittime. Giorno della guerra di sei giorni il settimo ci ha trasformati da una società giusta in una ingiusta , preparato per espandere il controllo e procurare rovine ad un'altra nazione. Lo scarto del nostro fondamento morale ci ha danneggiati come società
l' intifada è la guerra della gente palestinese della liberazione nazionale. I processi storici ci insegnano che nessuna nazione è preparata per vivere sotto la dominazione di un altro e che la guerra della gente soppressa della liberazione nazionale riuscirà inevitabilmente. Capiamo questo punto ma scegliamo ignorarli. Siamo preparati ad impedire un processo storico, anche se siamo bene informati che questo processo è ancorato nella giustificazione morale e inevitabilmente riuscirà
Nessuna necessità di ripetere i particolari dei fenomeni dolorosi prodotti dal regime di occupazione e dalla nostra battaglia per prolungarla. basta per ricordare l'uccisione dei bambini piccoli ,le esecuzioni, senza prove ed le chiusure ed i blocchi stradali che hanno trasformato la vita di milioni di persone in un incubo. Anche se tutte queste azioni provengono dalla nostra necessità di difendeci il non-existence dell'occupazione le renderebbe inutili. Quindi, una bandierina nera si libra sopra queste azioni.
Ciò è una realtà dura che sta provocando la perdita della base morale della nostra esistenza come società libera e giusta e per compromettere la sopravvivenza a lungo raggio dell'Israele. La sicurezza non può essere basata soltanto sulla spada; deve piuttosto essere basata per nostri principii di giustizia morale e su pace con i nostri vicini - Un regime di occupazione insidia quei principii di giustizia morale ed impedisce il raggiungimento di pace. Quindi, questo regime mette in pericolo l'Israele.
È contro ciò che uno deve osservare il rifiuto degli ufficiali e dei soldati del reservist .Nei loro occhi, il regime di occupazione è diabolico ed il servizio militare nei territori occupati è diabolico. Nei loro occhi, il servizio militare nei territori occupati, che permette ai soldati di commettere gli atti immorali, è diabolico e, secondo la loro coscienza, non può essere accettata

Il verdetto della storia sarà che il loro rifiuto era l'atto che ha ristabilito la nostra base morale.





Buone letture collegate
by sull' argomento Israele-Palestina Friday June 27, 2003 at 01:27 PM

Palestina: la distruzione arriva al suo apogeo – il miglior comlpice dei suicidi
by garabombo TRADUZIONE 2003-06-24 04:24 PM
http://italy.indymedia.org/news/2003/06/318092.php
............La distruzione della terra di Palestina giunge al suo apogeo. Quello che fu ridotto ad un 46% nel 1947 si e’ convertito in un 22% venti anni dopo ed a meno della meta’ (- del 10%) attualmente. Non ci sono piani, processi, mappe che trattano di ripristinare la situazione precedente, nemmeno parzialmente............. (Articolo completo e 4 commenti)

La road map del marchese de sade
by Israel Shamir tradotto da garabombo 2003-06-26 04:16 PM
http://italy.indymedia.org/news/2003/06/319603.php
........Dopotutto, nella civilizzata Francia, il Marchese de Sade fu inviato in un ospedale psichiatrico e non gli chiesero di fare Roads Maps......... (Articolo completo)
voci discordanti
by lettura Friday June 27, 2003 at 07:27 AM
http://italy.indymedia.org/news/2003/06/319392_comment.php#320012
L'ideologia dell'occupazione
di Ran HaCohen
12 settembre 2002
"Un giornalista israeliano confuta le argomentazioni a favore dell'occupazione che, da sempre, Israele usa come propaganda.




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Appunti sul Sionismo
by Franco Morini Wednesday August 06, 2003 at 12:49 PM

Appunti sul Sionismo

Appunti sul sionismo 1)
Il 9 dicembre 1946 si tenne a Basilea, primo nel dopoguerra, il XXII° Congresso Sionistico.
I congressisti dovevano dibattere principalmente i seguenti argomenti:
- creazione della Stato ebraico in una parte della Palestina;
- creazione di uno Stato ebraico in tutta la Palestina;
- costituzione di uno stato binazionale basato sull'uguaglianza delle popolazioni araba ed ebraica;
- elezione del nuovo Presidente dell'Organizzazione Sionistica Mondiale, contemporaneamente Capo della Jewish Agency e del nuovo Esecutivo da eleggere.
Dopo quattro giorni di animate discussioni il Congresso sionista di Basilea decise a maggioranza che:
a) la Palestina fosse costituita come uno Stato Ebraico integrato nel mondo democratico;
b) le porte della Palestina fossero aperte all'immigrazione ebraica;
c) la Jewish Agency fosse investita del controllo dell'immigrazione ebraica e dell'autorità necessaria per la ricostruzione del paese.
Per quanto concerne l'elezione del nuovo Presidente, tale carica venne lasciata vacante per non riconfermare né umiliare l'ex Presidente, Chaim Weizmann, considerato troppo moderato nei confronti dell'Inghilterra e pertanto avverso alle azioni terroristiche anti-britanniche che si svolgevano in Palestina. In quel contesto Ben Gurion venne nominato Presidente-ombra dell'Esecutivo Sionista nella veste di primus inter pares di tale organismo.
Appunti sul sionismo 2)
Riproponiamo, sempre ai fini della documentazione sul sionismo, un articolo a firma di Nathan Mayer Rothschild - discendente della nota dinastia inglese dei Rothschild - pubblicato sul mensile qualunquista "L'Europeo Qualunque" n. 2 del 28 febbraio 1947, pag. 8, sotto il titolo L'Irgun Zwai e 900 miliardi di dollari
La grande finanza ebraica controlla il quaranta per cento del capitale nordamericano e il venti per cento del capitale britannico e noi siamo sicuri di raggiungere lo scopo della sollevazione ebraica mondiale: la creazione della Libera Repubblica Teocratica Palestinese (sic!). Gli ebrei nel mondo sono ora sette milioni dopo lo sterminio di sei milioni di israeliti operato da Hitler e la Palestina può e deve contenerli. Ove non li contenesse l'hinterland africano è vuoto e noi lo dissoderemo, l'arricchiremo con i miliardi a nostra disposizione. Uno solo è il motivo della guerra santa scatenata dall'Irgun contro l'Inghilterra: la proibizione da questa nazione sancita, dell'ulteriore immigrazione in Palestina. Uno dopo l'altro i nemici del popolo ebraico sono stati schiacciati e l'Inghilterra che noi facemmo grande nell'impero e nella madre patria con traffici e diplomazia deve acconsentire alla nostra legittima aspirazione. La fede, la costanza ebraica sono addirittura enormi. Non ci ha piegato Hitler con le camere a gas, non ci può piegare il divieto inglese di immigrazione anche se questo divieto è motivato dalle ragioni di tutela degli Arabi che sono i veri intrusi sul Mar Rosso, dopo gl' inglesi. Possiamo dare delle cifre di ammonimento: L'Irgun Zwai Leumi possiede in cifra tonda novecento miliardi di dollari di capitale. Questa cifra è rappresentata dagli investimenti negli Stati Uniti e nelle colonie inglesi e dalle montagne di azioni delle principali banche sudamericane. Con questo denaro noi possiamo smuovere il mondo e non lo vogliamo fare avendo provato sulle nostre carni la sciagurata persecuzione razziale del bruto teutonico. E' ancora un sentimento di moderazione quello che ci vieta di dare pratica attuazione al piano già pronto in tutte le sue parti. Nel grande conflitto ideologico che travaglia il mondo l'Irgun Zwai Leumi si inserisce solo quel tanto che basti a sollevare e tener vivo il problema ebraico presso le grandi potenze come il piccolo Piemonte d'Italia vi riuscì dopo la Crimea. Sta però per scoccare l'ora, l'ora delle decisioni e la Gran Bretagna dovrà permettere che la Palestina si regga da sola sotto il dominio rabbinico. E' bello, è entusiasmante l'avvenire del popolo ebraico dopo la vittoria dell'Irgun Zwai Leumi. Verso le rive del Giordano guarderanno tutti gli stati del mondo perché in Palestina, la Banca Ebraica concederà il tasso più alto e più favorevole. Non si dirà più che l'ebreo è usuraio ma il più illuministico della terra. Un centro possente di propulsione e di civiltà nascerà a Gerusalemme, la nostra capitale che noi, con tutto il rispetto per i monumenti cristiani, trasformeremo e renderemo grande, ricca, grandiosa, affascinante. Dal mondo chiameremo i fratelli di cento lingue e di una sola razza: i polacchi avviliti e semidistrutti, gli italiani alti burocrati e ufficiali, gli inglesi Lord e Deputati, gli americani capitani d'industria: la lingua ufficiale sarà quella ebraica, la fede quella delle tavole del Sinai, l'esperienza di cento popoli generosi, lo slancio conseguente alle persecuzioni atroci dell'ultimo decennio. Noi non vogliamo la rovina dell'Inghilterra ma l'Inghilterra civile e libera deve darci la libertà e la nostra piccola patria. Perché a Cipro gli ebrei sono ancora nel filo spinato? E perché in tutta l'Europa, un pò dovunque, gli ebrei sono prigionieri e guardati a vista? Un tentativo di "incameramento" è stato fatto da una Grande Potenza [l'Urss- n.d.c.] nei nostri riguardi: si trattava di mettere a disposizione di questa Potenza, che professa una teoria sociale livellatrice e contraria al nostro mondo teocratico ( retto cioè da un sacerdote del Dio Javè), la nostra immensa forza in senso anti-inglese. Ebbene questo è il grido dell'ebraismo mondiale all'Inghilterra: uno stato colossale è pronto per noi. Con le sue armate, con i suoi territori, con i suoi beni uniti al nostro denaro noi possiamo abbattere Londra se Londra ci negherà la piccola Palestina, aspirazione suprema della Diaspora.
Nathan Mayer Rothschild
Appunti sul sionismo 3)
Il movimento sionista poteva contare in Palestina su tre organizzazioni paramilitari più o meno segrete rappresentate in ordine d'importanza da: Haganah, Irgun Zwai Leumi e i sedicenti "Combattenti per la libertà d'Israele" (Lehi), più conosciuti come gruppo o banda Stern. La Haganah venne fondata già al principio dell'emigrazione ebraica come milizia civile ed era controllata direttamente dalla Agenzia Ebraica. Fino al 1945 la Haganah non entrò mai in conflitto con gli inglesi che di fatto l'appoggiavano. Quando Rommel avanzò fino alle porte di Alessandria, l'Haganah venne ufficialmente riconosciuta dall'Inghilterra. A questa organizzazione gli inglesi affidarono la "difesa" della Palestina in caso di loro evacuazione. Forte già allora di circa ventimila uomini addestrati ed equipaggiati da ufficiali inglesi. Questa forza era comandata dal generale Wingate il quale aveva già combattuto contro gli italiani in Abissinia. In previsione dell'occupazione della Palestina da parte dell'Asse, il Quartier Generale britannico consegnò alla Haganah immensi depositi d'armi che dovevano servire all'azione clandestina contro l'Afrika Korps. Quelle stesse armi vennero utilizzate invece contro i Palestinesi dal 1945 al 1948. Politicamente la Haganah era orientata verso il Mapai, cioè un sionismo di tipo socialdemocratico. L'organico della Haganah oscillava tra gli 80 e i 120 mila uomini tutti inquadrati e modernamente equipaggiati. Fra loro molti gli ex combattenti già aggregati ad unità britanniche o reduci dalla Brigata ebraica incorporata nell'esercito inglese. L'Irgun Zwai Leumi derivava invece dalla scissione del partito revisionista che a suo tempo si era sganciato dall'Agenzia Ebraica per entrare in clandestinità. Il partito revisionista rappresentava, fin dalla sua fondazione ad opera di Wladimir Jabotinsky, l'ala più radicale del sionismo. La sua parola d'ordine era infatti "Uno Stato Ebraico sulle rive del Giordano" come dire l'intera area tra il Nilo e l'Eufrate ( la stessa bandiera nazionale d'Israele esprime graficamente tale concetto. In essa, infatti, la stella di Davide domina fra due bande azzurre che raffigurano appunto i fiumi Nilo ed Eufrate). D'ispirazione apertamente fascistoide ed ultranazionalista, gli aderenti all'Irgun predicavano la conquista totale della Palestina con l'uso delle armi e della violenza intimidatrice. Nell'Irgun confluivano ebrei provenienti dalla più ricca borghesia insieme a disperati profughi dalla Polonia. Quando nel 1939 l'Inghilterra pubblicò il Libro Bianco che limitava l'immigrazione ebraica in Palestina, l'Irgun entrò immediatamente in azione contro gli inglesi, ma al momento della dichiarazione di guerra alla Germania, anche il partito revisionista decise di appoggiare la Gran Bretagna considerando Hitler un nemico prioritario. Alla fine della guerra molti aderenti all'Irgun portavano ancora la divisa britannica e parlavano un perfetto inglese. Furono loro, infatti, che riuscirono ad infiltrarsi nel Quartier generale britannico nell'Albergo "King David" e a farlo saltare provocando almeno una cinquantina di morti. Il partito revisionista contava in Palestina alcune decine di migliaia di aderenti e 10-15 mila militanti attivi. Una parte dell'Irgun, ancor più estremista, era dell'opinione che occorresse combattere l'Inghilterra al pari della Germania. Il loro capo era uno studente universitario di nome Stern, da cui prese il nome la formazione sionista più intransigente, il Lehi. Il Lehi aveva scritto al ministro degli Esteri della Germania proponendogli un'alleanza. Secondo questa lettera, il Lehi era dell'opinione che possano esistere interessi comuni tra lo stabilire un nuovo ordine in Europa in conformità con il concetto tedesco e le vere aspirazioni nazionali del popolo ebraico (L.Brenner, Zionism in the Age of Dictators Westport, CT, Lawrence Hill - 1983 - pag. 267). Nel 1941 la Haganah e l'Irgun, alleati con gli inglesi, riuscirono a scovare il nascondiglio di Stern presso Tel-Aviv e a segnalarlo alla polizia militare che provvide ad uccidere Stern e ad arrestare un certo numero di suoi seguaci. Alla fine della guerra la "banda Stern" si era riorganizzata con più di mille militanti che si resero responsabili di plateali atti terroristici come l'assassinio di lord Mayne e l'imboscata mortale al mediatore dell'ONU, il cugino del re di Svezia, Folke Bernadotte. Ma già dal 1944 anche l'Irgun aveva ripreso la lotta armata contro arabi ed inglesi. Nel 1945 le tre organizzazioni paramilitari, Haganah, Irgun e Stern-Lehi, si unirono nel Fronte di Liberazione Nazionale. L'Irgun era diretta da Menachem Begin mentre Yithzak Shamir era a capo della Lehi-Stern.
Appunti sul sionismo 4)
Quando Simon Wiesenthal sentì pronunziare per la prima volta il nome di Adolf Eichmann, era seriamente preoccupato che si trattasse di un ebreo nativo della Palestina. Ciò perché il suo informatore, certo capitano Choter-Ischai della Brigata ebraica, dopo avergli nominato Eichmann aveva aggiunto: "Sarà meglio che controlli quel nome, purtroppo viene dal nostro paese. E' nato in Palestina" (S.Wiesenthal, Gli assassini sono tra noi Milano - 1967, pag. 100). In realtà Eichmann era indubitabilmente "ariano" essendo nato a Solingen, la città del migliore acciaio tedesco. L'equivoco nasceva dal fatto che lo stesso Eichmann, specie nei suoi rapporti con esponenti ebraici, ci teneva a dichiararsi di origine ebraica coadiuvato in ciò dal fatto di aver studiato yddish e l'ebraico, idiomi che parlava correttamente. Del resto il suo ufficio non mancava certo di collaborazionisti ebrei. Rimane comunque il fatto che Eichmann, durante il suo processo a Gerusalemme, ebbe a dichiarare più volte il suo favore verso il sionismo, se non altro per certe sue convergenze del tutto funzionali alle prospettive, in tema di razza, del nazionalsocialismo. Di questo ci da conferma sempre il Wiesenthal quando scrive che per qualche tempo in famiglia credettero che Adolf fosse un "sionista", perché parlava spesso della possibilità di una immigrazione ebraica su larga scala dalla Germania alla Palestina (id. pp. 114-115). Questa sua posizione, mai smentita per altro nei particolari, viene riaffermata nelle memorie scritte da Eichmann in detenzione a Gerusalemme e quindi pubblicate in Italia, in due puntate, dal settimanale "Epoca". Ivi si narra dei suoi rapporti con il dottor Rudolph Kastner "autorevole rappresentante del movimento sionista". La narrazione di Eichmann così prosegue: "Questo dottor Kastner era un giovane uomo della mia età, gelido avvocato e fanatico sionista. Assicurò che avrebbe convinto gli ebrei a non opporsi alla deportazione e persino mantenere il buon ordine nei campi di raccolta, purché io chiudessi un occhio e lasciassi emigrare clandestinamente in Palestina qualche migliaio di giovani ebrei. Quindici o ventimila ebrei - a conti fatti non potevano essere di più - non erano un prezzo troppo alto per me, visto che in cambio avevo assicurato un buon ordine nei campi. (...) Io credo che Kastner avrebbe sacrificato mille, centomila individui del suo sangue pur di realizzare la sua meta politica. Non gli importava degli ebrei anziani o di quelli che si erano assimilati. Ma con incredibile ostinazione cercava di salvare il sangue ebraico biologicamente valido, cioè il materiale umano capace di riproduzione e di duro lavoro. "Si tenga pure gli altri" mi diceva,"ma lasci questo gruppo". E poiché Kastner ci rendeva un gran servigio aiutandoci a tener quieti i campi di deportazione, io lasciavo che i gruppi da lui prescelti scampassero. Dopo tutto cosa m'importava di questi gruppetti di qualche migliaio di ebrei. (...) Gli uomini di Becher sorvegliavano un gruppo particolare di 700 ebrei che Kastner aveva scelto da un elenco. Erano quasi tutti giovani pur essendoci fra gli altri tutta la famiglia Kastner. A me non importava che Kastner si portasse via i suoi parenti: poteva tirarseli dietro dove voleva. Quasi tutta l'emigrazione clandestina era organizzata in questo modo: un gruppo speciale di ebrei veniva preso in consegna e portato in un luogo indicato da Kastner e dai suoi uomini; li venivano custoditi dalle SS, perché nessuno facesse loro del male. Quindi le associazioni politiche ebraiche organizzavano il trasporto fuori dal paese [ nel caso in questione, si tratta dell'Ungheria n.d.r.]. Io ordinavo alla polizia di frontiera che lasciasse passare questi convogli. In genere viaggiavano nottetempo. Era il gentleman's agreement fra me e Kastner. (A.Eichmann, Memoriale - 2° parte in "Epoca" n. 543 del 26 febbraio 1961, pag.35).
L'accordo più importante nato dai rapporti intercorsi fra Eichmann e Kastner riguardava l'ipotesi di uno scambio tra un grande numero di ebrei, ungheresi e non, e un certo numero di autocarri; si trattava in sostanza di scambiare cento ebrei per un camion. A questo proposito Kastner si era dichiarato certo di poter ottenere tramite l'Angenzia Ebraica fino a 10 mila autocarri in cambio di un milione di ebrei da trasferire in Palestina. Eichmann prese in parola Kastner e si recò due volte a Berlino per ottenere da Himmler l'autorizzazione a perfezionare l' accordo. Scrive Eichmann in proposito: Non ricordo se Himmler abbia definito personalmente i termini dello scambio o se abbia lasciato a me la questione. Ma ripensandoci, mi pare che Himmler abbia autorizzato l'offerta "per un numero ragguardevole" e che io abbia fissato il numero in diecimila contro un milione. Questo perché io ero un idealista e volevo fare il meglio possibile per il mio Reich. Sicché ogni singolo ebreo venne valutato dall'affarista Eichmann circa la centesima parte del costo di un camion ovvero neanche il costo di un biglietto per un viaggio internazionale in tempo di pace, come dire quasi un semplice rimborso spese per vitto, trasporto e logistica varia. Tutto ciò fa presumere che sia Himmler che Eichmann più ancora che ai camions mirassero, con questa operazione, a portare il caos nelle retrovie nemiche ed in particolare in Palestina. La questione in ogni caso prese corpo nel maggio 1944 con l'attivarsi, ai fini dei necessari contatti preliminari, dell'esponente sionista ungherese, Joel Brand, a cui fu concessa l'autorizzazione e tutti i documenti necessari per recarsi in Palestina via Vienna-Istambul. Narra Eichmann con una certa costernazione che una volta giunto in Siria, il Brand venne arrestato dagli inglesi, interrogato e quindi incarcerato al Cairo e comunque, afferma sempre Eichmann i dirigenti ebraici non vollero accettare la nostra proposta. Storicamente ciò non corrisponde al vero. Infatti, secondo Raul Hilberg, giunto a Istambul, Brand si mise subito in contatto con il locale rappresentante dell'Agenzia Ebraica, Moshe Shertok, il quale anziché recarsi in Palestina si diresse a Londra accompagnato da Weizmann ove presentò le proposte al ministero degli esteri britannico insieme alla richiesta di bombardamento [ su Auschwitz ]. Aveva compiuto il suo dovere, ma gli inglesi respinsero le richieste. Non si fece neppure un tentativo simulato di trattare con i nazisti e gli ebrei non furono salvati (R.Hilberg Carnefici, vittime e spettatori Milano -1994, pp.238-39). La conclusione di tutta la vicenda viene così commentata da Eichmann: Io aspettavo che Brand tornasse per dirmi: "la questione è risolta. Cinque, diecimila autocarri sono già in marcia. Mi dia mezzo milione, un milione di ebrei. Lei mi ha promesso che se fossi tornato con una risposta positiva, avrebbe inviato centomila ebrei, come deposito in un Paese neutrale". In questo caso avremmo senz'altro spedito gli ebrei. Se la trattativa fosse andata in porto, io penso che sarei riuscito a organizzare il primo imbarco di ventimila ebrei verso la Palestina, via Romania, o anche verso la Spagna, via Francia. Ogni eventuale ritardo sarebbe stato imputabile a loro, non a noi. Ma la verità è che non c'era luogo sulla terra disposto ad accogliere gli ebrei, nemmeno questo milione. (Eichmann si confessa: cento ebrei per un camion in "Epoca" n. 543 del 26 febbraio 1961, pag. 36). Si capisce a questo punto perché il governo israeliano abbia lasciato tranquillamente circolare in Europa e nel mondo il memoriale a firma di Eichmann. Perché contiene specifiche accuse a tutto il mondo, nuove accuse che si vanno a sommare a quelle più specifiche rivolte solitamente alla Germania. In ogni caso con la sortita dei camions in cambio di ebrei, i sionisti si erano assicurati comunque una carta importante da giocare ai loro fini; se "l'affare" fosse andato in porto gli ebrei avrebbero sommerso subito con il loro numero la Palestina e, in caso contrario, il mancato accordo per decisione degli alleati avrebbe determinato una consistente ipoteca ricattatoria su tutte le future decisioni relative all'assetto finale della Palestina. Se Eichmann venne impiccato subito dopo il processo, Kastner lo aveva preceduto con una fine non meno cruenta. Nel nuovo stato israeliano, Kastner ricoprì subito alte cariche presso il ministero del commercio e industria fino a quando un reduce dai campi, Malkiel Grinwald, lo accusò pubblicamente di malversazioni e atti di favoritismo e di collaborazione con il nemico. Kastner intentò allora una causa di diffamazione contro il suo accusatore ma il giudice, pur condannando Grinwald ad una pena simbolica, stabilì nel suo verdetto che Kastner aveva "venduto" l'anima a Satana. Il 3 settembre 1957, Kastner fu ucciso davanti alla sua abitazione dal fuoco di tre ex membri del Lehi-Stern. Nel gennaio 1958 la suprema corte modificò il verdetto, aggravando la pena per Grinwald e dichiarando senza fondamento l'accusa fatta a Kastner di collaborazione con i nazisti. Questa sentenza conferma agli effetti legali che Kastner, nei suoi rapporti con Eichmann, non rappresentava semplicemente se stesso ma egli era regolarmente delegato ad agire, come agì, dai massimi vertici dell'organizzazione sionista.
Appunti sul sionismo 5)
La vulgata massmediatica che va per la maggiore, non perde occasione di ripeterci continuamente la favola di un pacifico e indifeso stato d'Israele, nato per volontà dell'ONU e subito assalito da ogni parte con le armi dai potenti eserciti dell'area circostante. L'entità sionista si autoproclamò - e poi vedremo come - Stato d'Israele il 14 maggio 1948 ed era quindi di circa 40 giorni antecedente la sua autocostituzione l'eccidio indiscriminato di tutta la popolazione del villaggio arabo di Deir Yassin: 254 vittime tra uomini, donne, anziani e bambini. Se questo non è stato un crimine di guerra, in assenza di regolare belligeranza, dobbiamo considerarlo, specie dopo i deliberati giuridici che erano appena stati solennemente sanciti a Norimberga, un vero e proprio crimine contro l'umanità. Per lo storico ebreo Barnet Litvinoff si tratterebbe solo di "una nota oscura e stonata" dovuta al fatto che Begin - futuro Presidente israeliano nonché premio Nobel per la pace - aveva semplicemente deciso.. di prendere (sic!) il villaggio di Deir Yassin per rendere più agevole la via d'accesso alla costa dalla Citta Santa. Magari qualcuno potrebbe anche chiedersi, seppure del tutto accademicamente, l'eventuale ragione di questa azione tipicamente bellica svolta in un momento in cui i paesi vicini ancora non erano intervenuti contro i pacifici sionisti e una risposta in merito sarebbe interessante. Da parte sua, Litvinoff narra che dopo aver stroncato "una resistenza inaspettata" i sionisti, al comando di Begin, facendo uso di altoparlanti intimarono la resa agli abitanti di Deir Yassin. Osserviamo che, sempre in mancanza di stato di guerra, non vi è alcuna giustificazione a che elementi sionisti armati pretendano la resa di una intera comunità a loro estranea, tale azione non può essere considerata che sotto il profilo del banditismo organizzato. Non ci fu risposta, aggiunge Litvinoff argomentando che forse gli arabi che non appartenevano a formazioni combattenti (!?) si trovavano al lavoro nei campi e non potevano udire l'intimazione o forse ebbero paura. Comunque sia l'Irgun [ che ufficialmente non esisteva più, essendosi federata nel comune Fronte di Liberazione Nazionale n.d.r.] si diede al massacro di quasi 250 tra uomini, donne e portò alcuni dei cadaveri a Gerusalemme per vantare la propria forza. (...) Conseguenza dei fatti di Deir Yassin fu l'affannosa fuga della popolazione araba da ogni parte dei territori contesi. La storiografia sionista ne ha descritto la partenza come un gesto volontario dettato dalla convinzione d'un prossimo ritorno quando facendogliela pagare a caro prezzo, gli ebrei sarebbero stati incalzati fin sulla costa e forse rigettati a mare. La realtà era che paventavano il ripetersi di episodi come quelli di Deir Yassin. Le parole erano altrettanto efficaci delle armi: folti gruppi di arabi abbandonarono Jaffa, Safed e Tiberiade e molti fuggirono dalla città mista di Haifa; riparavano in Libano, in Trasgiordania e a sud di Gaza. La guerra con le nazioni arabe non era ancora stata ufficialmente dichiarata, ma già era tragicamente chiaro che Israele avrebbe risolto il problema dei rifugiati ebrei creando il problema dei rifugiati arabi (B.Litvinoff, Il roveto ardente Cles (TN) 1989, pag.442).
Appunti sul sionismo 6)
Il 22 luglio 1946, alcuni terroristi sionisti aderenti all'Irgun facevano saltare in aria l'intera ala dell'Hotel King David, ove era installato il Quartier Generale dell'amministrazione mandataria inglese sulla Palestina. Complessivamente le vittime - arabi, inglesi ed ebrei - furono 49 e fu proprio a causa di questo feroce attentato che il laburista Ernest Bevin - primo ministro inglese - decideva d'imporre la legge marziale in tutta la regione palestinese. L' iniziativa inglese, per quanto giustificata dal gravissimo fatto, incontrò una malcelata disapprovazione internazionale che, per contro, era d'incentivo al moto di solidarietà nei confronti degli ebrei specie per le loro note e ben pubblicizzate vicissitudini belliche. Qualche tempo prima - sulla fine del '45 - il capo dell'U.N.R.R.A. in Germania, il generale Morgan, aveva previsto e annunciato l'esistenza di un complotto ebraico in Europa finalizzato agli scopi del sionismo internazionale e, giustappunto per questa sua esplicita affermazione, si era giocato immediatamente la carica alla quale venne reintegrato solo dopo aver sconfessato però le sue sfortunate dichiarazioni (v. Altre notizie della rubrica La parata atomica in Milano Sera del 30 gennaio 1946). A sconfessare la sconfessione del generale Morgan provvide comunque il terrorismo sionista che il 12 novembre 1946 colpiva anche l'Italia facendo saltare l'ambasciata inglese posta in Via XX settembre a Roma. Questa azione venne subito rivendicata dall'Irgun con vari manifestini affissi in Via del Tritone. Secondo la cronaca dei giornali dell'epoca i manifestini riproducono il messaggio della organizzazione ebraica indirizzata all'on. De Gasperi nel quale viene rivendicata la responsabilità dell'attentato e sul quale la polizia avanzò dubbi di autenticità (v. Manifestini dell'Irgun in Corriere dell'Emilia n. 311 del 14 novembre 1946; stessa pagina v. L'attentato di Roma ha iniziato il terrorismo ebraico in Europa id.). Altri successivi articoli apparsi sulla stampa italiana illustravano nel tempo lo sviluppo delle indagini; citiamo solo alcuni di essi per chi volesse maggiori dettagli: - A Roma un Governo provvisorio della Palestina? - 10 ebrei fermati per l'attentato all'ambasciata inglese - in Corriere Lombardo del 3 dicembre 1946; - Scoperti gli attentatori dell'Ambasciata inglese? in Corriere Lombardo n. 225 del 12 dicembre 1946 -Arrestati cinque terroristi che fecero saltare l'Ambasciata in Corriere Lombardo del 24 dicembre 1946. Tornando ai problemi della Palestina, non ci si può meravigliare più di tanto se in quel contesto lo stesso Bevin cedendo alle pressioni interne e internazionali si dichiarò sconfitto ( B. Litvinoff cit. in Appunti n. 5, vedi pag. 442). Di conseguenza, il governo Bevin rinunciò ufficialmente al mandato inglese sulla Palestina a far luogo dal 15 maggio 1948 e pertanto l'intero problema palestinese si spostava sulle spalle delle neocostituite Nazioni Unite. A tale scopo venne costituita una speciale commissione ONU per la Palestina la stessa che, il 29 novembre 1947, spinse la maggioranza a votare una risoluzione firmata da Canada, Cecoslovacchia, Guatemala, Olanda, Paraguay, Perù e Svezia, ove si auspicava la suddivisione della Palestina in due singoli stati indipendenti, con la provincia autonoma di Gerusalemme posta sotto controllo internazionale. Iran, India e Iugoslavia da parte loro avevano avanzato un'altra risoluzione, risultata in minoranza, che caldeggiava l'ipotesi di uno stato federale arabo-ebraico in cui l'immigrazione sionista sarebbe dovuta cessare nel momento in cui si fosse raggiunta la parità numerica fra le due etnie.
Appunti sul sionismo 7)
Il 14 maggio 1948 all'interno del palazzo dell'ONU la seduta proseguiva, come spesso accade, fiaccamente. In palese contrasto con la relazione di maggioranza già passata il 29 novembre 1947, quella cioè che auspicava la spartizione della Palestina in due singole entità statali, la diplomazia americana si era fatta ora portavoce del progetto di prolungare il mandato ONU tramite una amministrazione fiduciaria internazionale e ciò in apparente accordo con la posizione della Lega Araba, notoriamente contraria allo smembramento in due tronconi della Palestina. Improvvisamente, come documenta nelle sue memorie Abba Eban, l'ambasciatore americano all'ONU, Warren Austin ricevette istruzioni di non parlare più di amministrazione fiduciaria e di leggere, invece, una breve dichiarazione a nome del presidente Truman: "Questo governo è stato informato che uno Stato ebraico è stato proclamato in Palestina e il riconoscimento è stato richiesto dallo stesso Governo provvisorio. Gli Stati Uniti riconoscono tale Governo provvisorio come l'autorità de facto del nuovo Stato d'Israele" ( A.Eban, Storia dello Stato d'Israele Verona - 1974, pag. 16). A New York erano le diciotto e quindici, mezzanotte circa in M.O., era l'attimo in cui lo Stato della Palestina, internazionalmente riconosciuto - batteva infatti moneta propria, così come emetteva valori fiscali e francobolli - veniva cannibalizzato dall'interno e dall'esterno. Un caso del tutto unico nell'intera storia dell'umanità civilizzata. Sempre a dar retta a quanto scrive Abba Eban, tutto questo sarebbe successo in modo del tutto casuale e per l'umore, più o meno instabile, dei governanti americani. Puntualizza, infatti, Eban: "il 14 maggio l'opinione del segretario di Stato Marshall e del suo sottosegretario Lovett s'indirizzò lentamente verso l'idea del riconoscimento (sic.!!). In una chiamata telefonica dalla Casa Bianca, Clark Clifford, consigliere del presidente, disse a Eliahu Elath, rappresentante a Washington dell'Agenzia Ebraica che, se fosse [vedi mai... ] giunta notizia della fondazione dello Stato ebraico, gli Stati Uniti l'avrebbero riconosciuto. Una lettera che annunciava nella debita forma la creazione di uno "Stato ebraico", venne rapidamente redatta e mandata alla Casa Bianca con un'auto pubblica. Nel tempo che impiegò per giungere a destinazione, si era saputo che il nuovo Stato si sarebbe chiamato "Israele", e fu con questo nome che l'atto di riconoscimento venne dichiarato" (ibid.). Leggermente meno fantastica ci appare la versione del Litvinoff secondo la quale, Truman, ricevendo Chaim Weizmann - in data che non viene opportunamente specificata - gli promise che in qualità di capo dell'esecutivo avrebbe onorato la parola degli Stati Uniti (?!), indipendentemente da quanto poteva dichiarare il rappresentante americano alle Nazioni Unite. Se gli ebrei si fossero proclamati indipendenti, egli stesso si sarebbe fatto garante del riconoscimento statunitense (B. Litvinoff cit. pag. 440). Il riconoscimento americano fu subito seguito, a dimostrazione di una trama internazionale perfettamente definita nei suoi minimi particolari, da quello sovietico e guatemalteco. La surreale situazione che si era creata in quel momento all'ONU viene riassunta in modo abbastanza trasparente nelle sue più buie implicazioni dallo stesso Abba Eban con questi concetti: "Mentre l'Assemblea generale si rifiutava così di stabilire un nuovo regime per la Palestina nel suo insieme, quanto nella sola Gerusalemme, la sua indecisione fu riscattata da un'azione fuori dalle sue pareti. Infatti, quando il rappresentante americano, che aveva insistito per un'amministrazione fiduciaria, sbalordì l'uditorio - e se stesso - annunciando il riconoscimento d'Israele da parte degli Stati Uniti, la confusione degli arabi fu immensa. Adesso, la minaccia di "massacro mongolo" era sfidata non solo dal piccolo Israele, ma dalla più grande delle potenze. Entro breve tempo, anche l'Unione Sovietica, e poi il Guatemala, dovevano annunciare il loro riconoscimento. " Siamo stati ingannati!" ruggì Charles Malik del Libano, in un attacco di furore contro i delegati americani. Erano adesso le diciotto e quindici e il Mandato era spirato. Il nuovo Stato d' Israele era sorto e aveva ottenuto il riconoscimento americano e sovietico, mentre le Nazioni Unite non erano riuscite a frapporre alcun ostacolo alla legalità della sua proclamazione. L'attacco degli eserciti arabi sarebbe stato adesso rivolto contro uno Stato riconosciuto e l'aggressione sarebbe stata condannata in base al principio fondamentale della carta dell'ONU" (A.Eban cit. pag. 21). i
Appunti sul sionismo 8)
Il nome di "Israele" venne coniato in origine per Giacobbe, uno dei vari figli di Isacco, in circostanze a dir poco strambe. Il primogenito era in realtà Ismaele, cioè il biblico capostipite dell'attuale popolo arabo. Infatti, allorché Giacobbe riuscì con il trucco della pelle di capretto a carpire la benedizione di Isacco, che spettava al primogenito, cioè ad Esaù, correva l'anno 1755 a.C. e, a quell'epoca, Ismaele era già deceduto alla veneranda età di 137 anni, nel 1769 a.C., cioè circa 6 anni prima. Non era la prima volta che quella buona lana di Giacobbe aveva fatto fesso il povero Esaù: c'era infatti il precedente del piatto di lenticchie pagato con una formale primogenitura. D'altra parte, omen nomen, Giacobbe in ebraico antico significava, guarda caso, "colui che soppianta". Quando Esaù si rese conto dell'ennesimo "pacco" che gli aveva destinato il fratello chiese al padre Isacco: "Hai tu una sola benedizione, padre mio? Benedici anche me padre mio". E dette in alte grida e pianse. Allora Isacco, suo padre, rispose dicendo: "priva di fertilità sarà la tua dimora e senza la rugiada dal cielo. Vivrai della tua spada e servirai tuo fratello; ma quando ti rivolterai, ne scuoterai il giogo dal tuo collo." (Sacra Bibbia Genesi Ed. Paoline 1968, pag. 58). Esaù decise allora di "rivoltarsi" contro Giacobbe non appena il padre Isacco fosse morto. Per quanto non godesse una buona salute avendo all'epoca 113 anni, Isacco riuscì comunque a campare fino a 180 anni, essendo deceduto nel 1712 a.C. cioè ben 67 anni dopo i fatti qui narrati. Anziché aspettare la morte del padre per vedere come si sarebbero messe le cose, vuoi per prudenza o per sollecitazioni materne, fatto sta che Giacobbe decise di filarsela immediatamente presso uno zio materno, certo Labano che abitava nella città di Paddàn-Haran. Nel corso del viaggio verso Haran, giunto ormai nella città di Luz, Giacobbe decise di fare una sosta per dormire. Durante il sonno ebbe il fatidico sogno (o visione ) di Dio il quale gli comunicò, nella circostanza, che "darò a te e alla tua progenie la terra dove tu riposi; e la tua progenie sarà come la polvere della terra; ti estenderai ad occidente e a oriente, a settentrione e a mezzogiorno, e in te e nella tua progenie saranno benedette tutte le nazioni della terra. Ed ecco, io sono con te; ti custodirò dovunque andrai, e ti ricondurrò in questa terra, poiché non ti abbandonerò finche non avrò compiuto quanto ti ho detto" (ibid.). Giacobbe prese tanto sul serio quel sogno che, appena sveglio, decise di cambiare il nome di quella città da Luz in Bet-El. Decise inoltre di sottoscrivere un vero e proprio patto con il Dio che gli si era manifestato, in questi precisi termini: Se Dio sarà con me e mi proteggerà in questo viaggio che sto facendo e mi darà del pane da mangiare e vesti per coprirmi, e se io tornerò sano e salvo alla casa paterna, allora il Signore sarà il mio Dio e questa pietra, di cui ho fatto un cippo, diventerà una casa di Dio, e di ogni cosa che mi concederai io ti darò puntualmente la decima (id. pag, 59). Giacobbe raggiunse così, evidentemente protetto dal suo Dio, il paese di Haran, dove si pose al servizio dello zio Labano di cui, in circostanze sempre strane e perigliose, sposò le figlie - sue cugine - Lia (dagli occhi ammalati) e Rebecca (bella e formosa). Circa poi il lavoro, Giacobbe si era accordato con lo zio Labano per custodirgli il bestiame. Lo zio chiese cosa pretendesse per i suoi servizi e a questo punto Giacobbe gli fece una estrosa proposta: Oggi passerò in mezzo a tutto il tuo gregge, e metterò da parte, fra le pecore tutti gli agnelli chiazzati e brizzolati e tutti quelli neri, e fra la capre quelle brizzolate e macchiate: questo sarà il mio salario. Così la mia onestà farà testimonianza per me, un giorno, sotto i tuoi occhi, quando tu dovessi contendermi il mio salario. Ogni capo di bestiame, trovato presso di me, non macchiato né brizzolato fra le capre e non nero fra le pecore sia considerato un furto. E Labano disse:" Va bene, sia come tu hai detto". (....) Giacobbe prese dei rami verdi di pioppo, di mandorlo e di platano, e li sbucciò a strisce bianche, mettendo a nudo il bianco dei rami. Poi piantò i rami così sbucciati nei truogoli e negli abbeveratoi, di fronte alle pecore che andavano a bere. Così quelle che si accoppiavano in vista delle verghe, figliavano agnelli striati, brizzolati e chiazzati. Quanto ai montoni, Giacobbe li mise da parte e li faceva voltare verso tutto ciò che vi era di striato o nero nel gregge di Labano. Si formò così dei greggi per conto proprio e non li mise più insieme a quelli di Labano. Giacobbe metteva i rami negli abbeveratoi dinnanzi agli occhi delle pecore, ogni volta che quelle robuste si accoppiavano, affinché si accoppiassero alla vista di quei rami; ma quando le pecore erano deboli, allora non li metteva. Così quelle deboli erano per Labano e quelle forti per Giacobbe. In tal modo quest'uomo si arricchì sempre più ed ebbe numerosi greggi, serve e servi, cammelli e asini ( id. pag. 61 ). Alla lunga, tuttavia, Labano cominciò a maturare dei sospetti e stava giusto meditando d'impartirgli una severa lezione quando Dio tornò in sogno a Giacobbe al quale si presentò come: "Io sono Iddio di Bet-El, dove tu ungesti ecc....ora è meglio che parti da questo paese e torni alla tua terra natia". Senza fare una grinza, Giacobbe caricò i suoi beni, mogli, animali e masserizie e quindi lesto lesto si allontanò da Haran. Passarono ben tre giorni prima che Labano venisse a sapere della improvvisa fuga di Giacobbe e subito decise d'inseguirlo per impartirgli la prevista lezione. A questo scopo radunò tutti i suoi servi e congiunti e per sette giorni inseguì, per quanto inutilmente, la carovana di Giacobbe. Stava giusto per raggiungerla quando Dio si frammise, apparendogli in sogno con espressioni semi-minacciose: "Guardati dal parlare a Giacobbe né in male né in bene". Poche, ma decise parole che Labano, per quanto avesse dalla sua parte un non meglio identificato Dio di Nahor, non si sentì di sfidare. Raggiunto, comunque, Giacobbe gli chiese ragione della sua fuga, ricevendo come risposta una "supercazzola" del tipo: "Io ebbi timore al pensiero che tu mi avresti ripreso le tue figliuole. Ma colui presso il quale tu troverai i tuoi dei, egli non vivrà!" Reso ormai frastornato e psicolabile dagli avvertimenti piovuti dal cielo e dalla terra - e anche per non passare troppo da coglione - Labano si prestò a sottoscrivere un patto di pace con Giacobbe che venne regolarmente siglato con un: Iddio di Abramo e il Dio di Nahor siano testimoni fra noi. Giacobbe decise, in ogni caso, di proseguire il suo cammino verso la Palestina dove peraltro aveva un conto in sospeso con Esaù che, anticipando la cronaca, riuscì a superare come sempre indenne. Ma è appunto con il suo ritorno in Palestina che Giacobbe (colui che soppianta), diventerà Israele (colui che lotta contro Dio) Dopo averli presi e fatti attraversare l'acqua [ trattasi del torrente Jabboc ], fece fare passare quanto aveva con se. Giacobbe rimase solo: or, un uomo lottò con lui fino allo spuntar dell'alba [ scambiato forse per un sicario di Esaù?]. E vedendo che non poteva vincere Giacobbe, lo colpì nella giuntura dell'anca di Giacobbe, sicché la giuntura dell'anca di Giacobbe si slogò nel lottare con lui. Allora quell'angelo gli disse:" Lasciami andare che spunta l'aurora". Ma Giacobbe rispose: "Non ti lascerò, finche tu non mi avrai benedetto". L'altro gli domando:"come ti chiami?". Rispose: "Giacobbe". Ed egli: "Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché sei stato forte contro Dio e con gli uomini ed hai vinto". Giacobbe, gli chiese: "Dimmi ti prego, il tuo nome".. Ma quello rispose: "Perché vuoi sapere il mio nome?". E li stesso lo benedisse. Giacobbe pose nome a quel luogo Fanuel, "perché disse, ho visto Dio faccia a faccia ed ho avuto salva la vita" (id. pag. 64 ).
Appunti sul sionismo 9)
Qualche giorno prima che scoppiasse ufficialmente il I° conflitto arabo-palestinese, nel maggio 1948, una coppia agghindata come i tradizionali beduini si sarebbe recata segretamente in visita all'emiro di Transgiordania, re Abdullah. Narra Abba Eban che la coppia di apparenti mussulmani era in realtà formata da Golda Meyerson, più conosciuta come Golda Meir, e l'esponente sionista Ezra Danin. Costoro, sempre secondo le "memorie" di Eban ( cit. pag. 12 ), avevano il compito di convincere Abdullah a tessere un accordo di pace fra arabi ed ebrei all'indomani dell'autoproclamazione d'Israele. Inutile aggiungere che questa missione di pace fallì perchè era chiaro che [Abdullah] intendeva annettersi tutto il paese, facendo della popolazione ebraica, nel migliore dei casi, un gruppo minoritario dipendente dalla sua tolleranza (id.). Ma chi era in realtà questo Abdullah che Eban considerava in ogni caso il più umano dei capi arabi? Innanzi tutto era sospettato di essere complice nell'assassinio del fratello Feisal, il "profeta armato" di Lawrence, grande fautore dell'indipendenza e dell'unità dei popoli arabi. Ma Abdullah, aveva anche tradito il proprio padre, re Hussein, già Sceriffo della Mecca, arrestato e deportato a Cipro dagli inglesi. Legato a doppio filo alla politica britannica in M.O., Abdullah accettò ben volentieri di servire l'Inghilterra in qualità di emiro di Transgiordania. Infine, per completare il quadro: re Abdullah di Giordania, nonostante la convinzione tuttora assai diffusa che i paesi arabi fossero tra loro uniti per annientare sul nascere Israele, in realtà non si era opposto irrevocabilmente allo stato ebraico. Negoziati segreti, ai quali avevano partecipato Shiloah, Moshe Dayan e altri esponenti della cerchia ristretta di Ben Gurion, avevano infatti portato ad un accordo agevolato da promesse economiche, in base al quale Abdullah avrebbe agito d'intesa con Israele al fine di assicurare che lo stato palestinese indipendente, prefigurato dalle Nazioni Unite, non vedesse mai la luce (A. e L. Cockburn Amicizie pericolose Roma 1999, pag.61). Ciò vuol dire, in poche parole, che Abdullah si era accordato con i sionisti per la spartizione della Palestina; a lui sarebbe infatti toccata l'annessione della vasta enclave a ovest del Giordano, nonché tutta la parte araba di Gerusalemme. L'empio tradimento venne sigillato spudoratamente con il cambio stesso della denominazione nazionale: da Transgiordania a Giordania tout court, il che stava a sottolineare l'acquisita sovranità su ambedue le sponde del fiume Giordano. Questo, fra l'altro, non sarebbe stato che il suo primo passo in un disegno globale mirante a riunire i vari popoli arabi sotto un unico regno hascemita e tutto ciò con la protezione dell'Inghilterra e la complicità del sionismo internazionale da cui Abdullah era direttamente sovvenzionato (cfr. B.Litvinoff cit.pag.444; id. v.nota n.14, pag. 469). Se la storia dei tradimenti fosse finita qui, tutto sommato andrebbe anche bene, ma vi è purtroppo dell'altro ancora. L'Egitto di Faruk, per esempio, fingendo d'intervenire a fianco del popolo arabo depredato della sua terra più cara, si ritagliò invece la sua fetta di bottino annettendosi la striscia di Gaza. Scrive Pisanò in un servizio dall'Egitto degli anni '50, appena conquistato dal generale Neguib: Si era arrivati al punto - mi è stato detto - che al tempo della guerra di Palestina il re stesso [Faruk] commerciava armi con gli ebrei, con coloro cioè contro i quali mandava poi i suoi soldati a farsi ammazzare (G.Pisanò La guerra del Canale sembra inevitabile in "Settimo Giorno" n. 24 del 13 giugno 1953. pag. 5). Un caso questo non certo isolato visto che nello stesso modo anche gli esponenti del governo siriano si erano appropriati del denaro votato dal parlamento per l'acquisto di armi (cinquantamila sterline), rivendendo agli ebrei l'armamento acquistato (M.Peloncini Incerta tra dollari e sterline la Siria dei colpi di stato in "Settimo Giorno" n. 51 del 20 dicembre 1951. pag. 15). In Libano, invece, presso piste isolate funzionava da tempo un ponte aereo con aerei da trasporto pieni di armi provenienti da Praga, armi ovviamente destinate ai sionisti insieme ad aerei da combattimento, Messerchmitt e Spitfire, residuati della II° guerra mondiale i quali andranno a costituire il primo nucleo dell'aviazione militare sionista. Le forze meglio organizzate tra i paesi arabi belligeranti (si fa per dire), era costituita dalla Legione Araba di Abdullah, il quale pretese anche il comando in capo di tutte le operazioni. La Legione Araba, forte di 15 mila uomini discretamente addestrati ed armati, comandati da ufficiali inglesi, era al comando del britannico Glubb Jhon Bagot, più comunemente conosciuto come Glubb Pascià. Dopo aver conquistato, si fa ancora per dire, la città vecchia di Gerusalemme, la Legione Araba avrebbe dovuto naturalmente proseguire in direzione del mare per tagliare così in due sacche separate le forze sioniste. Capita invece, e non a caso, che la Legione Araba si fermi senza più combattere. Vengono fatti solo prigionieri, in particolare molti civili fra la popolazione ebraica di Gerusalemme con il solo scopo di condurli al sicuro nelle retrovie transgiordane. E, sempre non a caso, l'unica forza militarmente organizzata che da parte araba diede veramente filo da torcere ai sionisti, fu l'Armata araba di liberazione comandata da Adib detto "il Ribelle", il quale riuscì a difendere ad oltranza il suo settore di Tulkarm che in tal modo si salvò dalla prima guerra di conquista sionista. Dobbiamo pertanto concludere che non corrisponde affatto al vero l'oleografia di comodo che dipinge uno stato ebraico che alla sua (auto)proclamazione in accordo con l'ONU, viene aggredito dalle forze preponderanti degli stati limitrofi, poi sonoramente battuti in battaglia. In effetti ci troviamo di fronte a una vera e propria congiura internazionale alla quale attivamente parteciparono tutte le maggiori potenze mondiali dell'epoca: USA, URSS, Inghilterra, con tutti i loro stati satelliti e dipendenti, a cominciare proprio dai governanti arabi completamente asserviti al colonialismo angloamericano.
Appunti sul sionismo 10)
E' un fatto ricorrente che, quando la storiografia più conformista si trova a dover trattare argomenti relativi alla nascita dello stato sionista, tenda quasi sempre a privilegiare la favola del piccolo stato aggredito alla sua nascita dai numerosi e potenti vicini: Egitto, Transgiordania, Siria, Iraq e Libano. Ciò che però viene regolarmente taciuto è il rapporto delle forze scese realmente in campo. Secondo il libro di memorie A Soldier with the Arabs scritto da J. Glubb, comandante inglese della Legione Araba di Giordania - ma estromesso poi dal comando - il totale delle forze arabe che scesero in campo il 15 maggio 1948, sarebbe da lui stimato come segue: Egitto 10.000 uomini, Legione Araba 4.500, Siria 3.000, Iraq 3.000, Libano 1.000 per un totale complessivo di 21.500 combattenti arabi, del tutto disarticolati in mancanza di un qualsiasi piano d'azione comune. I sionisti potevano contare invece su almeno 50.000 elementi locali perfettamente armati e organizzati oltre ad un consistente numero di volontari provenienti dall'estero e raggruppati nel Machal, organizzazione che disponeva perfino di una sua piccola flotta (Cfr. A. Eban cit. pag. 57). Sempre secondo Glubb, le forze armate sioniste assommavano a non meno di 65.000 uomini, ovvero in rapporto di 3 a 1 a favore d'Israele. Inoltre, come abbiamo documentato in precedenza (App. 9), gli arabi venivano mandati deliberatamente allo sbaraglio dai loro governanti corrotti e, di fatto, sodali con gli anglo-sionisti; al contrario gli ebrei potevano contare sulla complicità di un fronte di potenze planetarie che andava dagli USA all'URSS con l'intermezzo degli altri paesi servi e satelliti dei primi. In queste condizioni risultò estremamente facile al terrore sionista di occupare centinaia di paesi e cittadine arabe, che non risultavano assegnate agli israeliani dal Piano di spartizione ONU del 1947, tra cui Jaffa, Nazaret, Acre, Lydda Ramleh ecc. Così, mentre i caccia Messerschmidt della ex Lutfwaffen, spuntati curiosamente fra le mani dei sionisti, si spingevano a bombardare in Siria e Transgiordania, il Segretario generale dell'ONU - il norvegese Trygve Lie - incaricava il nipote del re di Svezia e Alto incaricato della Croce Rossa internazionale, conte Folke Bernadotte, di esperire opera di mediazione in Palestina per conto dell'ONU, allo scopo di pervenire ad una tregua e quindi, possibilmente, ad una soddisfacente pacificazione delle parti. I sionisti non gradirono affatto questa interferenza dell'ONU che minacciava, fra l'altro, d'incrinare il loro piano egemonico sulla Palestina. Quando il 24 giugno 1948 Bernadotte raggiunse Tel-Aviv, trovò questa città tappezzata di cartelli e bandiere che recavano scritte minacciose come: Stoccolma è vostra, Gerusalemme è nostra; Tu lavori invano; Noi siamo qui; Fin tanto che vi sia un solo nemico della nostra causa, noi avremo una pallottola nel caricatore per lui (v. M. Menuhim Un tributo alla memoria del conte Folke Bernadotte Roma - 1970, pag. 16 ). Inoltre, fin dall'inizio, l'organizzazione sionista "Lehi" aveva condannato a morte l'intruso mediatore mandato dall'ONU. Perfettamente conscio dei pericoli inerenti alla sua missione, prima di partire Bernadotte provvide a stilare il testamento, fornendo disposizioni dettagliate sul suo eventuale funerale. A posteriori si venne a sapere che il suo aereo bianco con la sigla dell'ONU, era stato inseguito da due aerei pirata sul Mediterraneo e solo grazie all'abilità del pilota, il capitano olandese Viruly, riuscì a sfuggire a questo primo attentato alla sua vita. Uno dei primi rapporti trasmessi da Bernadotte alle Nazioni Unite, riguardava il già scottante problema dei profughi arabi dalla Palestina, un fenomeno che l'inviato dell'ONU così denunciava: " (...) E' tuttavia innegabile che nessun insediamento [ israeliano ] può essere giusto e completo se non viene accordato pieno riconoscimento ai diritti dei profughi arabi di ritornare alle proprie case da cui sono stati scacciati a causa dei pericoli e della strategia del conflitto armato tra gli arabi e gli ebrei in Palestina. (....) L'esodo degli arabi palestinesi è risultato dal panico creato dai combattimenti svoltisi nelle loro comunità e da voci concernenti atti, reali o presunti di terrorismo o di espulsione. Sarebbe un'offesa ai principi basilari della giustizia se a queste vittime innocenti del conflitto venisse negato il diritto di ritornare alle proprie case mentre gli immigrati ebrei affluiscono in Palestina e, in vero, rappresentano la minaccia di un rimpiazzo permanente dei profughi arabi che si erano installati nel paese da secoli". Il 28 giugno Bernadotte consegnava alle parti in conflitto una bozza contenente le sue proposte di pace i cui punti salienti erano: a) le aree arabe della Palestina avrebbero dovuto riunirsi alla Giordania e a sua volta, la Giordania così costituita, avrebbe dovuto formare una unione con Israele: b) tale unione avrebbe dovuto occuparsi degli affari economici, della politica estera e della difesa sia di Israele che della Giordania; c) i soggetti di questa unione, Giordania ed Israele, avrebbero dovuto curare ciascuno i propri affari interni. Riguardo alle questioni territoriali, si univa alla proposta uno schema di divisione tendente a riunire in zone omogenee le parti isolate e le intersecazioni che si riscontravano nel precedente Piano di spartizione consigliato dall'ONU. In questo modo il Negev sarebbe rimasto sotto controllo arabo; in cambio agli israeliani sarebbe andata l'intera Galilea e la città di Jaffa. Sia il porto di Haifa che l'aeroporto di Lydda dovevano rimanere zone franche. Con queste bozze, il conte Bernadotte aveva praticamente sottoscritto la sua condanna a morte, visto che i sionisti non avrebbero mai accettato una simile ripartizione. Al fine di controllare l'osservanza del cessate il fuoco, Bernadotte richiese all'ONU l'invio di almeno 300 osservatori ; gli venne risposto che per aderire alla sua richiesta sarebbero occorsi almeno due mesi e, nel frattempo, la tregua veniva quotidianamente violata. Bernadotte aveva intanto fissato la sede del suo quartier generale a Rodi ove si mise a compilare possibili soluzioni di pace che sarebbero poi state votate dall'assemblea generale dell'ONU in riunione a Parigi il 21 settembre 1948. Qualche giorno prima di tale scadenza, il 17 settembre, Bernadotte tornò in Palestina per definire gli ultimi dettagli con le parti. Poco dopo il suo arrivo, all'altezza dell'università ebraica nei pressi di Gerusalemme, la Chrysler su cui viaggiava Bernadotte venne centrata da un proiettile che andò a conficcarsi nella ruota posteriore sinistra. Giunto poi nei pressi di Ramallah, il corteo di auto si trovò il percorso sbarrato da una jeep militare israeliana messa di traverso sulla strada. Le auto furono costrette a fermarsi e di quel frangente approfittarono alcuni uomini in divisa israeliana per raggiungere a colpo sicuro l'automobile che ospitava Bernadotte e, attraverso il deflettore, spararono abbondantemente contro il sedile posteriore uccidendo Bernadotte insieme al suo vicino d'auto, l'osservatore francese, colonnello André Serot. Subito dopo il fatto, il Governo provvisorio sionista, guidato da Ben Gurion, manifestò l'orrore e l'indignazione ufficiale del suo governo per l'ignobile attentato. Nella realtà invece il giorno dell'assassinio di Bernadotte non meno di trenta passaporti israeliani furono consegnati ai consolati cecoslovacchi in Israele con la "raccomandazione", da parte del governo, che ai loro possessori fossero garantiti i relativi visti. Tutti recavano quello d'uscita da Israele con la data di quel giorno e appartenevano a membri del "Lehi" che sarebbero stati coinvolti nell'organizzazione e nell'esecuzione dell'omicidio del non gradito mediatore dell'ONU. Entro la fine del mese la maggior parte dei loro intestatari era riparata a Praga compresi i tre che erano stati fermati nelle ore immediatamente successive all'assassinio ma che, misteriosamente, erano riusciti a fuggire alla custodia della polizia israeliana ( A. e L. Cockburn cit. pag. 65 ). A un mese dell'assassinio di Bernadotte e dell'osservatore francese, il Governo provvisorio sionista ancora non aveva fornito alcuna notizia circa l'inchiesta in corso. Il 19 ottobre 1948, l'ONU approvò una risoluzione che sollecitava il governo sionista a fornire una relazione ufficiale sull'incidente e notizie circa gli eventuali... provvedimenti presi in relazione alla negligenza dimostrata da una parte delle autorità ed altri fattori connessi con il crimine perpetrato. A scopo di pura rappresentazione, il governo sionista organizzò una retata di aderenti al "Lehi" i quali furono concentrati in un campo... in cui fu loro permesso di assumere il controllo e fuggire in massa a volontà (M. Menuhin cit. pag. 28). In ogni caso, nel dicembre 1948, il comandante in capo della "Lehi", Nathan Friedman-Yellin e il suo aiutante, Matityahu Shmulevitz, vennero portati davanti a un tribunale israeliano che li giudicò colpevoli di aver organizzato e diretto l'attentato a Bernadotte. I due vennero tuttavia subito amnistiati tanto che, già nel 1950, Yellin si presentò candidato alle elezioni per il Knesset (parlamento) israeliano, dove venne regolarmente eletto. Il cadavere del mediatore dell'ONU era ancora caldo, quando il governo provvisorio sionista chiese l'ammissione di Israele all'ONU. La decisione spettava al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che il 29 novembre del '48, esaminò la richiesta israeliana la quale raccolse il parere positivo di Stati Uniti, URSS, Ucraina, Argentina e Colombia, ma non era ancora sufficiente; mancavano due voti favorevoli. Scrive Eban che comunque si sperava che altri voti si sarebbero ottenuti quando il Consiglio di sicurezza si sarebbe riunito, con un'altra composizione, nel gennaio 1949. Si confidava, per esempio, che Francia e Canada sarebbero stati favorevoli (A.Eban cit. pag. 72). Infatti... il 4 marzo 1949, il Consiglio di sicurezza si pronunciò a favore dell'ammissione d'Israele alle Nazioni unite. La Francia e il Canada si unirono ai cinque che avevano votato si due mesi e mezzo prima. La Norvegia e la Cina aggiunsero il proprio voto (id. pag. 78). Prima dell'ammissione ufficiale alle Nazioni Unite venne costituito un comitato dell'ONU incaricato di valutare quale sarebbero stati gli atteggiamenti e la politica israeliana. Il governo d'Israele rifiutò di comprare l'ammissione con qualunque impegno a ritornare alle linee di demarcazione del novembre 1947, infrante dalla violenza araba ( !! ). Si soffrì a contribuire alla soluzione del problema dei profughi ( !!! ), ma non di assumersene tutto il peso ( ! ); e propose che a Gerusalemme il principio dell'internazionalità fosse applicato non all'amministrazione di tutta la città, ma soltanto ai Luoghi santi e ai diritti e privilegi religiosi. Malgrado queste riserve, Israele ottenne un vero trionfo l'11 maggio 1949 quando Israele si sedette al suo posto, come cinquantanovesimo membro delle Nazioni Unite (id. pag. 79).
Appunti sul sionismo 11)
L'anno 1948 rappresenta l'inizio ufficiale della cosiddetta "guerra fredda" con il blocco di Berlino effettuato dai sovietici (20 marzo), a cui gli Usa risposero organizzando, dal 28 giugno, il noto ponte aereo. Ed è appunto fra queste due date che viene a collocarsi il riconoscimento del governo provvisorio sionista da parte delle ormai conflittuali potenze Usa-Urss. Una convergenza che era evidentemente scaturita da valutazioni assai diverse tra loro. Per quanto concerne l'Urss, pare che Stalin si fosse inizialmente illuso di contribuire in tal guisa all'annosa soluzione del problema ebraico, per quanto avesse ancora presente il fallito esperimento d'indurre gli ebrei sovietici a colonizzare la regione russa del Biro-Bidzhan; una vasta zona semi-vergine ove era prevista la realizzazione di un oblast giudaico il quale, se vi si fosse stabilito un numero sufficiente di ebrei, sarebbe stato successivamente elevato al rango di nuova repubblica federale sovietica.Questa iniziativa fallì perché, a parte un limitato gruppo di ebrei che effettivamente si misero a dissodare le terre in concessione, la più parte finì per dissolversi nelle varie città di confine (cfr. C. Bohlen Witness to History N.Y. 1973, pag.203). L'appoggio sovietico alla creazione dello stato sionista soddisfava, contemporaneamente, finalità destabilizzanti all'interno dell'area mediorientale, largamente egemonizzata dal colonialismo franco-inglese tramite le corrotte monarchie locali. Altro discorso è il riconoscimento "a sorpresa" effettuato dagli Usa, essendo quest'atto null'altro che la contropartita pagata da Truman a saldo dell'aiuto ricevuto dalla comunità ebraico-americana nel corso della sua seconda elezione a presidente nel 1948. Non a caso la raccolta di fondi per finanziare la campagna elettorale di Truman venne coordinata e diretta dal fervente sionista Abe Feinberg, vero e proprio squalo dell'economia, il quale si era arricchito a dismisura con le commesse di guerra. Il sostegno dato a Truman da Feinberg ed altri come il gioielliere Ed Kaufman, continuò sino alle elezioni. Stephen Smith, cognato di J.F. Kennedy e veterano delle segrete stanze del Partito democratico, a questo proposito avrebbe dichiarato: "Due milioni di dollari salirono sul treno di Truman in una busta di carta. Questa fu la somma pagata per lo Stato d'Israele" (Andrew e Leslie Cockburn cit. pag.53). Al di là di questi - per quanto gravi - intrallazzi elettorali, da un punto di vista puramente geopolitico anche gli usa erano interessati ad un rimescolamento di carte in Medio Oriente al fine di sostituire il vetusto colonialismo europeo con il più aggiornato e moderno impero del dollaro. Effetto della sconfitta del popolo arabo da parte dei sionisti e loro alleati - con l'occupazione di ben 1.300 Kmq di quel territorio che sarebbe comunque spettato ai Palestinesi - fu la totale e prevedibile destabilizzazione dell'intero mondo arabo con pesanti effetti fino ai nostri giorni. Il plateale tradimento dei governanti arabi, diretta emanazione del colonialismo europeo, determinò un fermento indipendentista rivoluzionario che portò al rovesciamento dei regimi più corrotti e asserviti. Solo in Siria, dal marzo 1949 al dicembre 1950, si contarono ben 5 colpi di stato; Abdullah di Giordania venne pugnalato all'uscita dalla Moschea e, nel 1952, anche il re Faruk d'Egitto venne cacciato dal paese. Tornando ad Israele, mentre l'Urss aveva riconosciuto a tutti gli effetti lo stato sionista, gli Usa non avevano ancora adempiuto formalmente al riconoscimento dello stato ebraico e ciò a causa della forte opposizione del Dipartimento di Stato preoccupato d'inimicarsi il monarca dell'Arabia Saudita, Ibn Saud, con cui, fin dal lontano 1933, erano stati effettuati vantaggiosissimi accordi per lo sfruttamento del petrolio saudita da parte della californiana Standard Oil. In effetti il sionismo delle origini era orientato nettamente a sinistra con malcelati sentimenti filosovietici specie fra le forze armate del Palmach; più stemperato nel neutralismo era invece il Mapai. Un pragmatico realismo rafforzava queste posizioni dal momento che Israele aveva necessità sia dei capitali americani che dei vari milioni di ebrei ancora trattenuti nell'Europa sovietizzata. Gli ebrei americani avevano provveduto di tasca loro all'acquisto di armamenti cecoslovacchi ma, era anche necessario finanziare il costo del nuovo Stato e ciò non era possibile con le sole esportazioni di agrumi e diamanti tagliati di cui poteva allora disporre l'economia sionista. Per poter adeguatamente mungere la "mucca" americana era necessario trovare delle valide contropartite, ma anche questo non fu un gran problema. Dai freschi immigrati dall'Europa orientale i servizi segreti israeliani raccoglievano importanti dati e notizie dei paesi d'oltrecortina che venivano poi girati all'Army Security Agency poi diventata NSA (National Security Agency). Oltre alle notizie ricavate dagli immigrati, i sionisti potevano contare sulla discreta collaborazione degli ebrei rimasti nell'Europa dell'Est ed in particolare sui vari membri del partito di origine ebraica come nel caso della Cecoslovacchia. Gli Israeliani d'altra parte, per ingraziarsi l'Unione Sovietica, gli fornirono in diverse occasioni i più moderni armamenti ottenuti per vie clandestine dagli Stati uniti, come il modernissimo aereo americano BT-13 da esercitazione o il sistema radar di avvistamento rapido; strumenti di un settore nel quale i sovietici erano ancora assai arretrati. Un così spudorato pragmatismo era stato del resto teorizzato da un alto membro del Mapai, il quale aveva dichiarato che: L'orientamento sionista deve essere quello di gettare la sua esca sulle acque sporche dell'umanità; dove arriva, così sia. Non c'è spazio per posizioni di parte (U. Bialer Between East and West - N.Y. Cambridge University Press, 1990 - pag. 13 ). Ma con la guerra in Corea anche le posizioni di comodo israeliane non sarebbero durate a lungo. A quell'epoca, il Congresso degli Usa era fermamente intenzionato a concedere oppure a bloccare eventuali aiuti economici alle altre nazioni in base alla volontà di partecipare o meno allo sforzo bellico americano in Corea. Di conseguenza il Dipartimento di Stato americano aveva provveduto a congelare diversi prestiti a tasso agevolato già destinati ad Israele. A questo punto, Ben Gurion si dichiarò perfino disposto ad inviare un piccolo contingente israeliano in Corea a fianco degli americani, ma la sua proposta fu respinta per non alienarsi in modo definitivo l'amicizia sovietica. In ogni caso il rappresentante israeliano all'Onu non poté esimersi dall'appoggiare in quella sede l'aggressione americana alla Corea del Nord. Per ritorsione, l'Unione Sovietica tolse il suo appoggio ad Israele votando contro, insieme ai paesi arabi, ad una proposta Onu ritenuta troppo favorevole al governo sionista. In Cecoslovacchia vennero arrestati alcuni diplomatici ed esponenti politici israeliani accusati di spionaggio, le cui confessioni - estorte o meno - diedero poi origine al processo Slansky, un ebreo diventato segretario del partito comunista cecoslovacco. In Romania cadde invece in disgrazia l'ex ministro degli esteri, Anna Pauker, la quale venne espulsa dal partito e messa agli arresti domiciliari con l'accusa di aver agito a favore del cosmopolitismo sionista. In Unione Sovietica venne denunciato un complotto di medici ebrei appartenenti al corpo sanitario interno al Cremlino, con l'accusa di aver attentato con cure volutamente sbagliate, alla vita di dirigenti e militari sovietici, oltre ad avere effettuato attività di spionaggio in favore dei servizi segreti sionisti e occidentali. La situazione cominciò veramente a precipitare quando nel febbraio del 1953 l'Urss ruppe le relazioni diplomatiche con Israele; inoltre correvano voci insistenti, all'epoca, che la prossima mossa di Stalin sarebbe stata la deportazione in Siberia di tutti gli ebrei sovietici, minaccia fortunosamente scongiurata dalla morte del tiranno sopravvenuta per attacco cardiaco il mese seguent




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LA PACE GIUSTA DI BARAK!!!!!
by GERT Tuesday August 19, 2003 at 02:55 PM

PREMETTO DI ESSERE POCO SORPRESO DALLA SEMPRE PIU' DEVASTANTE (PER LA SINISTRA) DERIVA MODERATA DA PARTE DEI DS, E' UN PROCESSO CHE FRA ALTI E BASSI DURA DA QUASI TRENTA ANNI. CERTO IN QUESTI ULTIMI ANNI GLI STRAPPI SI STANNO FACENDO SEMPRE PIU' NUMEROSI E APPUNTO DEVASTANTI, MA QUESTO PROCESSO E' ORMAI INARRESTABILE E NON DARA' (PURTROPPO PER LORO) L'ESITO SPERATO DELLA CONQUISTA DEL POTERE, COME DETTO DA WU MING QUALCHE TEMPO FA' I DS HANNO GIA' IL PRIMO CHIODO PIANTATO SULLA BARA.
NON CONQUISTERANNO IL POTERE NON PERCHE' IL LORO PROGETTO SIA IRREALIZZABILE, (LE VARIE SINISTRUZIE EUROPEE LO HANNO GIA' DIMOSTRATO), MA PERCHE' IN ITALIA CI SONO DELLE PARTICOLARITA' CHE LO IMPEDISCONO E SONO:
1- UNA CULTURA POLITICA DI SINISTRA FIGLIA DELLA RESISTENZA E DELLE GRANDI STAGIONI DI LOTTA '68/'77
2- IL FENOMENO BERLUSCONI (CHE LORO STESSI HANNO FAVORITO)
3- LA LORO ASSOLUTA INCAPACITA', IMPREPARAZIONE E CIALTRONERIA POLITICA
NE E' UN ESEMPIO QUESTA TRISTE VICENDA DELLA "SINISTRA PER ISRAELE", TUTTO L'IMPIANTO LOGICO DELLA OPERAZIONE SI FONDA SUL TENTATIVO DI DIMOSTRARE L'INDIMOSTRABILE CIOE' CHE LA "RAGIONE" NEL CONFLITTO SIA PASSATA DAI PALESTINESI AGLI ISRAELIANI NEL MOMENTO IN CUI QUESTI HANNO RIFIUTATO LA PROPOSTA DI PACE DI BARAK,
COME SI EVINCE DA QUESTO STRALCIO DEL POST INIZIALE
...racconta Luciano Belli Paci, 44 anni, membro del consiglio direttivo dell'associazione. "All'epoca ero nel Psi. Pur essendovi tradizionalmente tra i socialisti molti amici di Israele, in pochi avevamo il coraggio di criticare le posizioni visceralmente ostili sviluppate in quegli anni da Craxi. Ho sentito l'esigenza di rifondare ora l'associazione a causa delle posizioni di una sinistra che, invece che solidarizzare con gli israeliani impegnati per la pace, faceva ancora una volta prevalere gli antichi pregiudizi filopalestinesi. Barak, con un coraggio da leone, aveva deciso il ritiro unilaterale dal Libano, poi, a Camp David, aveva fatto un'offerta di pace che nessuno farà più, almeno per lungo tempo, alla dirigenza palestinese. C'era da aspettarsi che la sinistra gli facesse un monumento. Dopo avere assistito in pochi mesi a vari congressi e convegni del mio partito (i DS di Milano, ndr) nei quali veniva invitato solo il rappresentante dell'Autorità Palestinese, accolto ogni volta con standing ovation, ho capito che bisognava fare qualcosa."....
E NELLA INTERVISTA A FASSINO
"...in quella fase c'era un'ampia parte di opinione pubblica israeliana che aveva fiducia in Arafat. Poi i tempi lunghi del processo di pace hanno finito per favorire contraddizioni ed errori – il più grave dei quali il rifiuto delle offerte di Barak – che hanno via via logorato credibilità e fiducia del Presidente palestinese. Tutto ciò ha reso la figura di Arafat più debole,..."
BENE VEDIAMOLA QUESTA FAMOSA E GENEROSA PROPOSTA DA PARTE DEL "GENERALE" LABURISTA BARAK, SONO RIUSCITO DOPO UNA RAPIDA RICERCA A BECCARE QUESTA INTERVISTA ALL'AUTORE DI UN LIBRO PROPRIO SUL PERIODO BARAK, MA VOLENDO E' MOLTO IL MATERIALE CHE SI PUO' REPERIRE SULLA TRUFFA BARAK, BUONA LETTURA E...HASTA LA VICTORIA
"Israele-Palestina, come terminare la guerra del '48"
Intervista a prof. Tanya Reinhart, autore di "Israel/Palestine, how to end the war of 1948. Editore Seven Stories, USA", docente all'universita' di Tel Aviv e di Utrecht. reinhart@post.tau.ac.il - reinhart@let.uu.nl
Ringraziamo Alessandra Fava per la traduzione. L'intervista è stata pubblicata su Znet l'8.11.2002. La versione originale: Colorado Campaign for Middle East Peace http://www.ccmep.org/2002_articles/Israel-Palestine/110802_interview_with_tanya_reinhart.htm
Può spiegarci di che cosa parla il suo libro "Israele- Palestina come terminare la guerra del '48"?
Israele, con l'appoggio dei principali media occidentali, definisce la guerra contro i palestinesi come guerra difensiva, una risposta necessaria al terrorismo palestinese, una nobile presa di posizione nella guerra globale contro il terrorismo. E' incredibile oggi, dopo due anni di distruzione della società palestinese, che sia conosciuto così poco di come la guerra si è sviluppata e quale ruolo abbia Israele. Il libro cerca di far luce su questo. Il libro segue la politica israeliana da quando Barak divenne primo ministro sino all'estate del 2002, il periodo peggiore della storia di Israele. Prendendo informazioni dai media israeliani ci accorgiamo come si siano prese le distanze dai concetti di Oslo già dal '93. E' difficile ora dimostrare il come, ne parla ampiamente il libro, ma faccio un esempio. Dal '67 quando è iniziata l'occupazione dei territori palestinesi, il primo pensiero dell'esercito israeliano e dell'élite politica è stato come avere il massimo di terra e acqua con il minimo di popolazione palestinese. La soluzione di annettere semplicemente la terra popolata dai palestinesi avrebbe creato problemi demografici, paura che la maggioranza degli ebrei trova insostenibile.
Così il piano Alon del partito laburista proponeva l'annessione del 35-40 per cento dei territori con un ruolo anche della Giordania o qualche forma di autonomia per il resto del paese, dove sarebbero stati confinati i palestinesi. Questo sembrava un compromesso necessario. Sembrava allora inconcepibile ripetere la soluzione della guerra di Indipendenza del '48, quando la terra fu liberata dagli arabi con espulsioni di massa. La seconda soluzione, caldeggiata da Sharon, voleva di più. E così trovò una soluzione complessa e appetibile, cioè mandare altrove i palestinesi, in una Giordania palestinese. E siamo negli anni '80.
Nel '93 a Oslo, sembrava che il piano Alon avesse la meglio. E questo successe anche grazie alla cooperazione di Arafat. In passato i palestinesi si erano opposti anche al piano Alon che toglieva loro grande parte delle terre. Ma nel '93 Arafat stava perdendo il polso della società palestinese, era criticato da più parti per il suo personalismo e per la corruzione della sua organizzazioni. Allora sembrava che solo una vittoria incredibile avrebbe potuto tenerlo al potere. Così alle spalle del gruppo palestinese di negoziatori con a capo Haider Abd al-Shafi, Arafat accettò l'accordo che lasciava tutte le colonie israeliane intatte persino nella Striscia di Gaza, dove 6 mila coloni occupano un terzo delle terre, mentre un milione di palestinesi affollano il resto. Intanto, Israele aveva esteso le zone "disarabizzate" al 50 per cento dei territori palestinesi. Così i laburisti cominciarono a parlare di Alon Plus, come più terra a Israele.
Tuttavia, sembrava che permettessero che il restante 50 per cento potesse restare sotto il controllo palestinese, seppure in condizioni simili ai bantustan del Sud Africa. Alla vigilia degli accordi di Oslo, la maggior parte degli israeliani, erano stanchi di guerre. Ai loro occhi, le lotte per la terra e le risorse erano finite. Perseguitati dalla memoria dell'Olocausto, la maggior parte riteneva che la guerra del '48 per l'indipendenza, con le terribili conseguenze sui palestinesi, fosse stato il modo per ottenere uno stato per gli ebrei. Ma ora che lo avevano, volevano solo vivere in pace sulla terra posseduta. Come la maggior parte dei palestinesi, anche la maggioranza degli israeliani si illuse che quello di cui erano testimoni erano accordi di passaggio e che un giorno l'occupazione sarebbe finita e le colonie smantellate. Così due terzi degli israeliani, secondo i sondaggi, appoggiarono l'accordo di Oslo. Era chiaro che la maggioranza non avrebbe appoggiato nuove guerre per la terra o le risorse. Ma l'ideologia della guerra per la terra non è mai morta nell'esercito e nei circoli militari che influenzano la politica, quelle carriere che dall'esercito passano alla politica. Dalla partenza del processo di Oslo, i massimalisti non volevano dare più terra o diritti ai palestinesi. Questo fu evidente soprattutto negli ambienti militari, il cui portavoce era Ehud Barak, che si oppose a Oslo da subito. E così Ariel Sharon. Nel '99, l'esercito tornò al potere con generali passati alla politica - Barak per primo, e Sharon (il mio libro parla anche della lunga storia della loro collaborazione). Così si apriva la strada per correggere quelli che consideravano gli errori di Oslo. Ai loro occhi, l'alternativa dello scontro per eliminare i palestinesi e imporre un nuovo ordine nella regione era fallito in Libano nel '82 solo per la debolezza della "viziata società israeliana". Ma ora con la nuova filosofia della guerra costruita dall'esercito Usa con le operazioni in Iraq, Kossovo e Afganistan, i generali prestati alla politica pensavano che con la superiorità evidente dell'aviazione israeliana, si poteva ribaltare il passato. Per ottenere questo, era necessario convincere la "viziata società israeliana" che i palestinesi non vogliono vivere in pace e che stanno minacciando l'esistenza di Israele. Sharon da solo forse non ce l'avrebbe fatta, ma Barak ci riuscì con la storia dell'"offerta generosa".
Ad oggi, è stato scritto molto sulla non-offerta di Barak a Camp David. Tuttavia, un attento esame delle informazioni dei media israeliani rivela molto sulla costruzione della frode e un capitolo del libro è dedicato ai dettagli. Molti mesi prima, Barak aveva fatto lo stesso con la Siria, facendo credere al mondo che Israele era pronto a ritirarsi dai territori del Golan. Nei sondaggi, il 60 per cento degli israeliani era felice di andarsene dal Golan. Ma alla fine è andata come con i negoziati con i palestinesi. Gli israeliani furono convinti che Asad rifiutasse gli accordi, non volesse avere indietro i suoi territori e fare la pace con Israele. Da allora la possibilità di una guerra con la Siria diventava reale. Gli ambienti militari spiegavano apertamente che gli Hezbollah, Siria e Iran cercavano di tendere una trappola a Israele e che quindi Israele doveva trovarne una in cui far cadere i nemici. Le circostanze giuste si sarebbero creato alla fine della guerra americana contro l'Iraq". (Amir Oren, Ha'aretz, July 9, 2002).
Il 28 settembre del 2000, Sharon con l'appoggio di Barak, buttò benzina sulla frustrazione accumulata nella società palestinese con la passeggiata provocatoria al tempio della Montagna, Haram al-Sharif. Le guardie del corpo che lo seguivano numerose colpirono ripetutamente con proiettili di gomma i dimostranti disarmati. Così il giorno dopo la protesta crebbe e Barak ordinò all'esercito di invadere con i carri armati alcune zone palestinesi densamente popolate. Se la reazione israeliana fosse stata più contenuta anche i Palestinesi avrebbero limitato la protesta. Anche davanti a una resistenza armata, la reazione d'Israele è stata del tutto sproporzionata come ha sottolineato anche l'Onu che ha condannato Israele per "uso eccessivo della forza" il 26 ottobre del 2000. Israele definisce l'azione militare come una difesa necessaria contro il terrorismo. Ma nei fatti il primo attacco terroristico palestinese a civili israeliani all'interno di Israele è avvenuto il 2 novembre del 2000. Insomma dopo un mese intero durante il quale Israele ha usato tutto il suo arsenale contro i civili, compresi proiettili, fucili automatici, elicotteri da combattimento, carri armati e missili. E' stupefacente come la tattica militare condotta da Israele nei mesi seguenti è stata concepita all'inizio, nell'ottobre del 2000, compresa la distruzione delle infrastrutture palestinesi (il piano "Field of Thorns"). La strategia politica che tentava di discreditare Arafat e l'autorità palestinese era pronta sin dall'inizio. Barak e il suo entourage prepararono un manoscritto chiamato come Libro bianco che annunciava che Arafat non aveva mai abbandonato l'opzione della violenza. Insomma un tema propagandistico che lega queste circostanze a quelle della guerra del '48. Il generale Moshe Ya'alon, allora vice capo dello staff (ora capo) spiegò che "questa era la campagna più critica nei confronti dei palestinesi inclusa la popolazione araba di Israele dalla guerra del '48", anzi per lui, "in effetti, era la seconda fase della guerra del '48". (Amir Oren, Ha'aretz, November 17, 2000).
Dopo due anni di brutale oppressione israeliana dei palestinesi, è difficile non concludere che l'esercito e la cerchia politica abbiano concluso che la seconda metà - la pulizia etnica iniziata nel '48 - è necessaria e possibile. Il secondo scopo del libro è sottolineare che, nonostante gli orrori di questi due anni, c'è un'alternativa per terminare la guerra del '48 ed è la strada della pace e di una vera riconciliazione. E' incredibile quanto sarebbe semplice e facile raggiungerla. Basterebbe che Israele si ritirasse dai territori occupati nel '67. La maggior parte dei coloni (150 mila di essi) sono concentrati in grandi colonie nel centro del West Bank. Questa area non si può lasciare in quattro e quattr'otto. Ma il resto della terra (il 90 -96 per cento della Cisgiordania e la striscia di Gaza) possono essere abbandonate subito. Molti coloni che vivono in zone isolate dicono apertamente ai media israeliani che se ne vogliono andare. E' solo necessario offrire loro una compensazione adeguata per le proprietà che lasciano. Il resto - i fanatici della terra promessa - sono una minoranza ridotta che dovrà accettare le scelte della maggioranza. Il ritiro immediato lascerebbe da discutere che fare del 6-10 per cento della Cisgiordania, quella con le colonie più numerose, come risolvere la questione di Gerusalemme e il diritto al ritorno. Su questi punti, servono negoziati di pace.
E intanto durante i negoziati, la società palestinese potrebbe ricominciare, insediarsi nelle terre lasciate dagli israeliani, costruire delle istituzioni democratiche e sviluppare un'economia basata con liberi contatti con chi prescelgono. Con queste premesse, sarà allora possibile stabilire quale sia la strada giusta per costruire insieme il futuro di due popoli che dividono la stessa terra. In Israele, la proposta del ritiro immediato ha avuto simpatizzanti come Amy Ayalon (ex capo del servizio di sicurezza) che ne ha parlato apertamente, e nel febbraio del 2002 anche il Consiglio per la pace e la sicurezza che ha mille membri ha appoggiato l'idea. A giudicare dai sondaggi, il piano ha il supporto del 60 per cento degli ebrei israeliani. E non stupisce, perché a partire dal '93 altrettanti hanno appoggiato l'abbandono delle colonie. In una sondaggio Dahaf del 6 maggio del 2002, commissionato da Peace Now, il 59 per cento propendeva per il ritiro unilaterale dell'esercito israeliani dalla maggior parte dei territori occupati e l'abbandono della maggior parte delle colonie. Pensano che questo possa dare fiato al processo di pace. Questa maggioranza non rappresenta tutto il mondo politico, ma esiste.
Può spiegare come si scrive un libro? Da dove arrivano i contenuti? Come si è costruito quello che leggiamo adesso?
Ho cominciato a scrivere il libro durante il primo mese di Intifada. All'inizio era un fondo del giornale israeliano Yediot Aharonont, con articoli più lunghi su Znet e Indymedia Israele che seguivano gli eventi giorno per giorno. Ma poi ho esteso a tutto il periodo. La prima parte era pronta nel febbraio del 2002. Ed è apparsa in francesi come "Distruggere la Palestina o come terminare la guerra del '48" (France: La Fabrique, 2002). La versione in inglese invece arriva all'estate 2002 quando Israele ha iniziato la nuova e più crudele fase della distruzione della Palestina, con l'operazione "Scudo di difesa" e gli orrori del campo dei Jenin. La mia fonte sono per lo più i media israeliani. Sui giornali si trova molto di più che nei reportage fatti dagli stranieri. A volte si sente dire che questo significa che i media israeliani sono più liberali e critici che nei paesi occidentali. Ma questa non è la spiegazione giusta. Con l'eccezione di giornalisti coraggiosi e coerenti come Amira Hass Gideon Levi e pochi altri, la stampa israeliana è sottomessa come altrove e riporta fedelmente le veline dell'esercito o del governo. Ma quel che ci dà la notizia è la mancanza di inibizioni. Opinioni che altrove sarebbero considerate oltraggiose, sono all'ordine del giorno. Per esempio il 12 aprile dopo le atrocità del campo di Jenin, Ha'aretz innocentemente ha scritto che fonti militare avrebbero riferito al giornale: "L'esercito vuole seppellire oggi i palestinesi uccisi nella Cisgiordania". La fonte disse che "due compagnie sarebbero entrate subito per raccogliere i corpi. Quelli identificati come civili sarebbero stati portati all'ospedale di Jenin e quindi nelle fosse, mentre quelli identificati come terroristi sarebbero stati seppelliti in una cimitero nella valle del Giordano".Apparentemente, nessun israeliano si è preoccupato delle leggi internazionali sui crimini di guerra o le fossi comuni. La tv israeliana mostrò la notte prima, i camion con refrigeratori che aspettavano fuori Jenin per trasferire i corpi nel cimitero dei terroristi. E' stato solo dopo che l'attenzione internazionale si è concentrata su Jenin che le informazioni sono state manipolate e reinterpretate con scuse assurde negando che fosse successo alcunché. Più tardi Ze'ev Schiff, firma di Ha'aretz, ha così commentato l'accaduto: "Verso la fine della battaglia, l'esercito ha mandato tre grossi camion con celle frigorifere in città. I riservisti hanno deciso di dormire lì per stare al fresco e così i palestinesi hanno visto dozzine di corpi nei camion ed è circolata la voce che i camion fossero pieni di morti". (Ha'aretz, 17 luglio, 2002).
Quale spera possa essere il contributo del suo libro?
Con l'aria che tira negli Stati Uniti e in Europa, chiunque osi criticare Israele viene subito tacciato di antisemitismo. Una delle ragione per cui la lobby israeliana ed ebrea ha avuto così successo nell'accusare i palestinesi, è la mancanza totale di conoscenza circa quello che è successo realmente. Senza i fatti, la vulgata rimane che Israele combatte per esistere ancora. L'attenzione va solo al terrorismo orribile e deprecabile dei palestinesi, così chiunque critica Israele viene accusato anche di giustificare il terrorismo. Io spero di dare ai miei lettori una relazione precisa dei fatti in modo da avere risposte a questa accusa. La seconda speranza è di ridare speranza. Una soluzione razionale e giusta è ancora possibile. La gente ha trovato il modo in passato di passare da una storia di stragi alla coesistenza pacifica. L'Europa è un esempio. Dopo due anni di orrori, la maggioranza degli israeliani come dei palestinesi, spera di aprire una nuova pagina. Mostro questo nel mio libro e concludo il libro con la storia degli attivisti israeliani e palestinesi che si battono per l'unico futuro possibile, quello basato sui valori umani. Tocca ora al mondo intervenire per dare speranza e per fermare la giunta militare israeliana che non rappresenta la maggioranza degli israeliani. Infine, forse è questa la parte più importante, cerco di dare un'idea della tragedia palestinese facendo parte dei privilegiati, gli oppressori. Con gli americani che coprono le spalle e il silenzio degli occidentali, c'è il serio pericolo che questo sia solo l'inizio e che col paravento della guerra in Iraq, il popolo palestinese si trovi davanti a un aut aut: l'annullamento o un secondo esilio. La descrizione dell'Afganistan di Arundhati Roy sembra riprendere la situazione palestinese: "guarda la giustizia infinita di questo secolo. I civili stanno morendo di fame aspettando di essere uccisi". La mia più grande speranza e il mio appello è: salvate i palestinesi! Fermate Israele! Deve essere una parte della lotta contro la guerra americana all'Iraq. Se i governi del mondo non lo faranno, io spero che lo facciano i popoli.
A cura di InfoPalestina

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Dal punto di vista obiettivo degli storici israeliani L'esodo Palestinese
by x israeliano Monday June 02, 2003 at 03:39 PM

Gli storici israeliani Benny Morris, Avi Shlaim e Ilan Pappé hanno portato alla luce la verità sull'esodo palestinese, una verità a lungo occultata sotto le scorie delle tesi ufficiali.Alla luce della loro indagine,possiamo dire una cosa con sicurezza: la rinascita di Israele ha generato una catastrofe nazionale per i palestinesi. La rinascita di Israele, peraltro giusta in se stessa, è stata quindi in parte ottenuta a spese dei palestinesi. Nelle stesse opere però ,ci spiegano anche le provocazioni degli arabi subite dagli ebrei in Palestina
Benny Morris, Avi Shlaim e Ilan Pappé,storici israeliani hanno portato alla luce, sulle orme del loro precursore Simha Flapan, la verità sull'esodo palestinese, una verità a lungo occultata sotto le scorie delle tesi ufficiali. La loro disamina vaglia con inflessibilità il racconto ufficiale israeliano della tragedia palestinese e lo mette in difficoltà e in imbarazzo. Alla luce della loro indagine,possiamo dire una cosa con sicurezza: la rinascita di Israele ha generato una catastrofe nazionale per i palestinesi. Con l'esodo palestinese, così rivisitato,lo stato ebraico non può più apparire nelle sue vesti immacolate. La rinascita di Israele, peraltro giusta in se stessa, è stata in parte ottenuta a spese dei palestinesi.
Nelle stesse opere però ,ci spiegano anche le provocazioni degli arabi subite dagli ebrei in Palestina
-----------------------------------------------------------La storia dell'espulsione palestinese che, suffragata dagli archivi israeliani, emerge da una colossale rimozione collettiva, mostra la parte di responsabilità che spetta a Israele e ai suoi padri fondatori. Senza un piano globale né una premeditata politica di espulsione, ma con la deliberata volontà di espellere la popolazione araba e di distruggere i suoi villaggi, Israele, secondo Benny Morris, avrebbe incoraggiato e provocato l'esodo massiccio. Il suo collega, Ilan Pappé, convalida, nel fuoco della polemica con i vecchi storici, l'esistenza in Ben Gurion di una strategia globale di espulsione e, persino, di una ideologia di transfert.
La cosa da ricordare è che Benny Morris,che ci spiega come i 700 mila profughi palestinesi siano il risultato delle pressioni di Israele e di vere e proprie espulsioni,è uno storico di destra.
Ecco alcuni stralci tratti dalle opere di questi storici:
"Ben Gurion voleva chiaramente che rimanesse il minore numero possibile di arabi nel nuovo stato ebraico. Sperava di vederli via tutti. Lo rivelo' ad amici e colleghi durante gli incontri di agosto, settembre ed ottobre [1948]. Ma non fu annunciata alcuna politica generale di espulsione e Ben Gurion evito' sempre di dare ordini chiari o scritti di espulsione; preferiva che i suoi generali "capissero" cosa lui volesse che fosse fatto. Voleva evitare di passare alla storia come il "grande esecutore di pulizia etnica" e voleva che il governo israeliano non fosse coinvolto in una politica moralmente indegna ... Ma, nonostante non vi fosse un chiaro ordine di espulsione, gli attacchi di luglio ed ottobre [1948] furono caratterizzati da numerosissime espulsioni e brutalita' contro i civili palestinesi maggiori di quelle subite nella prima meta' della guerra". Benny Morris, "The Birth of the Palestinian Refugee Problem, 1947-1949"
"Dopo il 1936, nessun leader [sionista] riusciva a concepire una futura coesistenza senza che vi fosse una netta separazione fisica con i nativi, possibile solo attraverso l'espulsione ed il "transfer". Pubblicamente, continuavano a parlare di coesistenza e ad attribuire le violenze ad un piccolo numero di zeloti e di agitatori. Ma questa era una posa puramente pubblica ... Ben Gurion riassume cosi': "Con un transfer forzato avremmo una vasta area [per gli insediamenti] ... Io supporto il transfer forzato. Non vi vedo nulla di immorale". storico israeliano Benny Morris, "Righteous Victims."
"Non vi e' dubbio che la mira ultima di Ben Gurion fosse quella di cacciare quanti piu' palestinesi possibile dallo stato ebraico, ed utilizzo' numerosi mezzi per raggiungere tale scopo ... piu' decisamente, la distruzione di interi villaggi e l'espulsione dei suoi abitanti ... anche se non avevano partecipato alla guerra e, pur di restare nelle loro case, accettavano di vivere in Israele secondo uguaglianza, come promesso nella Dichiarazione d'Indipendenza". Scrittore israeliano Simha Flapan, "The Birth of Israel."
"La conferenza di Losanna fu aperta ufficialmente il 27 aprile 1949. Il 12 maggio la Commissione ONU di Conciliazione in Palestina siglo' il suo unico successo allorche' fu ingiunto alle parti di firmare un protocollo basato su una pace giusta ... Israele accetto' il principio del rimpatrio dei profughi e dell'internazionalizzazione di Gerusalemme ... [ma] lo fece come puro esercizio di pubbliche relazioni mirante a rafforzare l'immagine internazionale di Israele ... Walter Eytan, capo della delegazione israeliana, [stabili']: "Il mio obiettivo principale era quello di cominciare ad invalidare il protocollo del 12 maggio, firmato sotto la pressione della nostra lotta per essere ammessi alle Nazioni Unite. Il nostro rifiuto a firmare sarebbe stato immediatamente riportato al Segretario Generale ed a vari governi". Storico israeliano, Ilan Pappe, "The Making of the Arab-Israel Conflict, 1947-1951."
------------------------------------------------------------
Dunque l'onestà degli storici ebraici ci dimostra che gli intellettuali israeliani,di destra o di sinistra ammettono le colpe del loro stato.
Ecco adesso però alcuni stralci del libro di Morris "Vittime" dove si parla delle angherie subite dagli ebrei
"Gli acquisti di terrreni e gli insediamenti sionisti del 1880-1900 si concentrarono (...) su aree spesso semidesertiche, non coltivate e prive di abitanti". (pag 55 opera citata)
""Tra il 1878 e il 1908 gli ebrei acquistarono circa 400.000 dunam. A vendere furono le più importanti famiglie palestinesi -i Nashashibi, gli Husayni (...). Il maggiore incentivo erano i prezzi in rapido aumento (...)"
"Il sionismo mise radici in una terra governata da un impero ostile alla sua impresa (...) Per di più c'era qualcosa di innaturale, per non dire blasfemo, nell'idea che un ebreo - un dhimmi, un inferiore- avesse, e cercasse di realizzare delle ambizioni politiche." (pag 56 op cit)
"Alcuni funzionari locali ottomani giunsero ad aizzare la popolazione contro i sionisti; fu questo il caso del kaymakan di Tiberiade, che nel 1910 disse ai capi arabi del luogo: "Tra la primavera del 1909 e quella del 1911, sei ebrei furono uccisi da arabi senza che alcuno fosse condannato (mentre quando nel 1910 alcuni arabi assassinarono un cristiano, colono tedesco di Haifa, entro un mese uno dei responsabili fu gustiziato e gli altri incarcerati (pag 58 op cit).
In questo periodo incomincia il terrorismo arabo, impunito, come spiega Morris successivamente.
Nello stesso periodo, mentre il colonialismo europeo si poneva ben pochi problemi di fronte allo sfruttamento delle risorse umane ed economiche delle colonie, alcuni ebrei si interrogavano sui -diritti dei lavoratori-!!! "Un eminente palestinese, lo sceicco Sulayman al Taji, pubblicò in novembre su "Filastin" una poesia, in cui si leggeva:
".... Gli ebrei, il più debole e infimo tra tutti i popoli, mercanteggiano con noi per la nostra terra, come possiamo dormire?" (da notare l'uso del verbo mercanteggiare, che poi è stato abbandonato per il più incisivo -strappare. (pag 89 op cit)
Intanto nell'Aprile 1914 il console britannico a Gerusalemme riferì: "Le aggressioni e gli omicidi degli Israeliti da parte degli arabi sono sempre più frequenti nei distretti periferici" (pag 85 op cit).
Non mancavano voci tendenti al dialogo, come quella di Barakat: "È assolutamente necessaria un'intesa tra sionisti e arabi. I sionisti sono necessari al paese; i capitali che porteranno, il loro sapere e la loro intelligenza, l'industriosità che li caratterizza non potranno che essere utili alla rinascita del paese.
Il 17 dicembre 1914 Costantinopoli ordinò la deportazione di una buona metà della comunità ebraica, diverse migliaia fermarono ad Alessandria.
Dopo la prima guerra mondiale continuano le aggressioni, i saccheggi e gli omicidi ai danni degli ebrei. Andiamo oltre le pagine in cui Morris riporta gli agghiaccianti slogan dei nazionalisti arabi. Violenze ed omicidi nel 1920, nel 1921. A Gerusalemme durante la Pasqua ebraica. L'assalto della folla all'ostello di Giaffa....
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Le colpe non saranno da una parte sola. Nessuno stato può vantare una storia pulita e senza macchia. Il massacro degli indiani in America. La Spagna di Isabella. L'Italia alleata di Hitler.... Nemmeno Israele è esente da colpe.
Sarebbe però opportuno che gli storici palestinesi affrontassero la questione con la stessa obiettività od onestà intellettuale dimostrata dagli storici israeliani.
Con questo ho chiuso.Grazie

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Sigmund FREUD contro il sionismo
by anti-popper Friday July 04, 2003 at 03:51 PM

leggere l'articolo di Le Monde
Le "Corriere della Sera" a retrouvé une lettre du fondateur de la psychanalyse critiquant "le fanatisme irréaliste de -notre- peuple". Freud ajoute que "la Palestine ne pourra jamais devenir un Etat juif".
www.lemonde.fr/article/0,5987,3232--326544-,00.html



freud era un porco maschilista
by corrado Friday July 04, 2003 at 06:20 PM

meglio non citarlo
e se volete sapere il perche'
andate
su
http://www.club.it/cuculo/controterapia.html




Freud era un grande!
by xx Friday July 04, 2003 at 06:32 PM

freud maschilista ???
e porco, già, perché parlava di sesso?
superate questi pregiudizi! SF è nato nell'800...
ha avuto grandi intuizioni ed è stato un precursore.
- - - - - - - -
era anche un cocainomane, anzi si può dire che l'abbia inventata lui, la cocaina.
porco e cocainomane. sembra di parlare di uno stronzo qualsiasi...
non ti sembra riduttivo ?
hai mai letto qualcosa DI Freud ? (non SU Freud)




vedo che no hai letto l'articolo citato
by corrado Monday July 07, 2003 at 08:19 AM

nel link
basato sulle lettere del ... grande freud
cmq se conosci la storia umana di freud e quella della psicanalsi dell'inizio devi proprio riconoscere che era un gran porco maschilista
se poi certe cose non le conosci .. amen
leggere freud? ma se si inventava persino i casi clinici!
meglio leggere la fantascienza, almeno si sa che li' e tutto inventato




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E Freud disse no al sionismo: la diaspora è di tutti
by corriere della sera Sunday June 29, 2003 at 09:36 AM

E Freud disse no al sionismo: la diaspora è di tutti
E Freud disse no al sionismo: la diaspora è di tutti
Paolo Di Stefano
Nel febbraio 1930, Sigmund Freud riceve un appello dell'associazione «Keren Hajessod» in cui gli si chiede di protestare contro le popolazioni arabe in Palestina che vietano agli ebrei le manifestazioni di culto e l'accesso al Muro del Pianto. A quell'appello, inviato a molti eminenti intellettuali ebrei, Freud risponde il 26 febbraio con una lettera che aiuta a comprendere meglio le sue posizioni rispetto al sionismo. Una lettera considerata «non propizia» dal destinatario, il dottor Chiam Koffler, e quindi condannata a rimanere inedita. Non a caso fu trasmessa dallo stesso Koffler al dr. Abraham Schwadron di Gerusalemme (un sionista di sinistra collezionista di autografi) in cambio della promessa che «nessun occhio umano potesse mai vederla». Quel documento «non propizio» viene ora pubblicato da Michele Ranchetti in un saggio intitolato La terra promessa. Una lettera inedita di Freud che appare ne L'ospite ingrato , il semestrale del Centro Studi Franco Fortini. La lettera, in realtà già conosciuta in parte, come osserva lo stesso Ranchetti, rimane imbarazzante ancora oggi, a oltre settant'anni dalla sua stesura. Perché «non è propizio il pensiero di Freud, se esso non serve ad una delle due o più parti in conflitto».
«E' uno dei pochissimi esempi... in cui Freud non si mostri reticente o prudente nei riguardi del sionismo e al contrario formuli un giudizio sulle ragioni di una conflittualità che si sarebbe sviluppata in quelle terre», osserva Ranchetti.
Sul suo essere ebreo, Freud si era pronunciato più volte: «Posso dire di sentirmi lontano dalla religione ebraica come da tutte le religioni - scrive nel '25 -. Per contro ho sempre avuto molto forte il senso di appartenenza al mio popolo, che ho cercato di coltivare anche nei miei figli».
E l'anno dopo: «Ciò che mi legava all'ebraismo era (...) non la fede, e nemmeno l'orgoglio nazionale (...). Ho sempre cercato di reprimere l'orgoglio nazionale, quando ne sentivo l'inclinazione (...). Ma tante altre cose rimanevano che rendevano irresistibile l'attrazione per l'ebraismo e gli ebrei, molte oscure potenze del sentimento». E rispetto al movimento sionista? Mai un cenno di assenso, anzi la lettera testimonia una volta per tutte le sue riserve. Ranchetti mette in parallelo la nascita del sionismo (nel 1896, con la pubblicazione de Lo Stato ebraico di Herzl) con la nascita della psicoanalisi (1899, con l'uscita de L'interpretazione dei sogni ). Due progetti di «conquista di un territorio», di una terra promessa. Freud non conobbe mai personalmente Herzl, anche se per qualche anno abitarono nella sua stessa strada, la famosa Bergstrasse di Vienna. Nel 1902, Freud gli scrive per informarlo che ha chiesto all'editore di mandargli, per recensione, una copia della Traumdeutung , aggiungendo: «La prego di conservare la copia come testimonianza dell'alta stima in cui ormai da anni, così come altri, tengo lo scrittore e il combattente per i diritti umani del nostro popolo».
Ma Freud, che tenne sempre a respingere l’identificazione della psicoanalisi come scienza ebraica, non si dichiarò mai sionista e la sua «terra promessa» era altra cosa rispetto a quella dello scrittore ungherese che fondò l'Organizzazione sionistica mondiale. La «terra promessa» era una patria, per Herzl; la coscienza umana, per Freud.
Come sottolinea Ranchetti, per l'uno si tratta di definire un luogo «dove la condivisione degli ideali e delle tradizioni sia libera in una forma di assetto statuale»; per l'altro «la diaspora riguarda tutti gli uomini... per questo la soluzione "territoriale" di Herzl non può non sembrargli riduttiva e, per così dire, inficiata dalla pericolosità di alcune delle sue componenti: il territorio, la lingua, il popolo, lo Stato e, da quando la Palestina è diventata la terra di elezione, la religione e la storia religiosa presente nelle rovine (false) del tempio».
Verrà poi, nel '39, la grande opera testamentaria di Freud, L'uomo Mosè e la religione monoteistica , oggetto di interpretazioni contrastanti. Per alcuni fu un attacco alle radici stesse dell'ebraismo. Per altri, autobiografia camuffata. Per altri, infine, come il celebre Yosef H. Yerushalmi che vi dedicò uno studio, la storia psicoanalitica di un popolo e di una religione.
Resta da chiedersi, osserva ancora Ranchetti, come mai la psicoanalisi non trovò successo in Israele, nonostante i tentativi realizzati sin dagli anni Venti da allievi come Max Eitingon di impiantarvi una scuola freudiana. Ma questa è un'altra storia.
Corriere della Sera 28 giugno 2003




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Storia del conflitto arabo israeliano palestinese
by Giovanni Codovini Monday June 16, 2003 at 11:12 AM

Intervista all'Autore: Giovanni Codovini - Bruno Mondadori, 2002 Storia del conflitto arabo israeliano palestinese. Tra dialoghi di pace e monologhi di guerra
D. - Scrivere la storia di un conflitto come quello mediorientale, nel quale Lei giustamente identifica tre attori principali, la parte araba, la parte israeliana e quella palestinese, è certamente un impegno non facile. Sappiamo, infatti, quanto l'interpretazione storica delle vicende culturali, religiose e nazionali che si intrecciano in modo sorprendente nella questione mediorientale sia stata influenzata da correnti di pensiero spesso mutevoli. D'altro canto, non può trascurarsi la difficoltà di gestire il rapporto con l'attualità, pervasiva e incombente, la cui lettura subisce il condizionamento di profonde divisioni e pregiudizi. Vuole descriverci la sua esperienza come storico rispetto a tali questioni?
R. - La domanda solleva una questione centrale non soltanto per la ricostruzione della storia e della storiografia del novecento, ma anche per i rapporti tra lo storico e l'urgenza politica dei fatti e degli avvenimenti. Proprio per questa ragione nella seconda edizione del mio libro ho aggiunto un capitolo riguardante l'uso pubblico della storia. Ritengo, infatti, che ci sia l'esigenza fondamentale di rivedere storiograficamente le categorie di interpretazione, la vulgata per così dire, attraverso le quali, tanto da parte israeliana che da parte palestinese, è stato ricostruito il conflitto. Va innanzitutto detto che l'uso pubblico della storia ha rappresentato, sia per la storiografia palestinese che per quella israeliana, una vera e propria clava. In realtà, più che di un uso pubblico della storia si tratta di uso politico della storia. Porto soltanto due esempi per semplificare la questione ed evidenziare come la ricostruzione storiografica abbia inciso sulla politica di entrambe le parti. Esiste un testo della Joan Peters, studiosa americana, uscito negli anni ottanta, che analizza il problema della nazionalità del popolo palestinese e pone la domanda radicale se tale popolo esista o meno. Su questa domanda si sono basate anche le politiche pubbliche all'interno dello Stato d'Israele. In particolare, Golda Meir riprese il tema fondamentale circa l'esistenza o meno di un popolo palestinese. La rilettura della storia del novecento, a partire dal 1917, anno della dichiarazione di Balfour, è stata portata avanti dalla politica e dalla storiografia israeliana sulla base di questa categoria: l'esistenza o meno del popolo palestinese, come arma di legittimazione ovvero di delegittimazione. Sull'altro versante, è sufficiente riferirsi ai testi - ormai sono diventati sacri, quasi una vulgata per la storiografia palestinese - di Edward W.Said, che tra le altre cose è un fine intellettuale palestinese che vive in America, attualmente docente alla Columbia University, il quale pone la questione contrapposta, o meglio, per così dire, rovesciante rispetto a quella della Peters. Egli si domanda se in realtà Israele non sia nato con un vizio di origine fondamentale, cioè con il vizio della violenza imposta attraverso l'espulsione dei profughi, assumendo la questione dei profughi come elemento di divisione fondante tra lo Stato d'Israele e la Palestina. La storia è quindi un terreno di confronto e di grandissimo scontro. Per comprendere la questione dal punto di vista storiografico basti ripensare proprio alla vicenda dei profughi, tutta giocata sui numeri, sulla quale le due scuole di pensiero si dividono. Mentre la storiografia palestinese insiste sui sei-settecentomila profughi espulsi nel 1948, in Israele, al di là del revisionismo storico di cui è interprete Morris nel suo ultimo testo, Vittime, la questione è affrontata con ben altro impegno documentale, dal momento che, ad esempio, non esiste, e nel mio libro lo cito espressamente, un vero e proprio censimento della popolazione palestinese nel 1948. Per il primo censimento bisognerà aspettare il 1993/1994, rilevamento tra l'altro riferito specificamente a Gerusalemme e non a tutto il territorio dell'Autorità Nazionale Palestinese e svoltosi durante le prime ed ultime elezioni da questa organizzate e gestite. IL FATTO CHE MANCHINO I DOCUMENTI SUI PROFUGHI E I CENSIMENTI HA CREATO UNA NOTEVOLE QUERELLE ALL'INTERNO DELLA STORIOGRAFIA. Riporto nei miei studi un rapporto dei servizi segreti israeliani del 1947/48 su un documento importantissimo, che anche Morris cita insieme alla storiografia filopalestinese, riguardante il cosiddetto piano di espulsione di Weitz che parla, invece, di 391.000 profughi. Le quantità sono diverse, insomma, ma su queste si gioca la ricostruzione dell'immaginario collettivo palestinese e israeliano. Propongo un ultimo esempio, che riguarda il ritorno dei profughi palestinesi, per sottolineare come l'urgenza politica si incroci con la difficoltà della ricostruzione storica. Sulla questione del ritorno dei profughi esiste la risoluzione n. 194 dell'ONU. Mentre Israele la interpreta facendo una distinzione, a mio avviso, puntuale, sia dal punto di vista giuridico che storico, tra esiliati, profughi e deportati, i palestinesi, al contrario, accettano soltanto l'idea di un ritorno tout court dei profughi del 1948, sostenendo il ricongiungimento familiare e anche dei discendenti. QUESTO SIGNIFICHEREBBE CHE QUATTRO MILIONI DI PALESTINESI POTREBBERO RIENTRARE IN ISRAELE QUASI VIOLANDO IL PRINCIPIO DI AUTODETERMINAZIONE NAZIONALE ISRAELIANO. Tale ulteriore esempio evidenzia come anche sui numeri della ricostruzione storiografica si giochi gran parte della polemica politica.
Il compito dello storico in questi casi risulta particolarmente difficile perché ci si trova di fronte ad una mancanza di innocenza che si riflette sulla ricerca documentale. Ho potuto osservare durante la mia ricerca come la stessa sistemazione dei documenti sia avvenuta in base a diverse e presupposte categorie. Ho già riferito relativamente alla questione dei profughi. Ma un altro esempio è illuminante, il modo in cui l'Inghilterra ha gestito il suo mandato dal 1922 al 1947. Anche in questo caso è stato difficilissimo ricostruire - al di là dei vari Libri Bianchi che si sono succeduti nel tempo, a cominciare da quello pubblicato da Churchill - le categorie di interpretazione circa il mandato inglese. Mancando l'innocenza fondamentale nella ricostruzione documentale, ho cercato di incrociare le due vulgate, le due codificazioni.
D. - Il Suo lavoro è articolato in sei principali capitoli cui segue un notevole contributo di documentazione. Il punto di partenza è l'origine della questione arabo-israeliana. Lei scrive, proprio in apertura, che non è esatto riferirsi a quella del 1948 come unica spartizione della Palestina e affermare che Israele sorse su gran parte di essa. Data l'importanza che il tema dello spazio e del territorio riveste in questo conflitto, definito in altra parte del libro come il più geografico dei conflitti, caratterizzato da un'inflazione di frontiere, vorrebbe spiegare ai nostri lettori il peso della questione territoriale nello sviluppo della vicenda mediorientale?
R. - La mia affermazione ha come punto di partenza la prima e originaria spartizione del territorio della Palestina, di cui dirò, che è la dichiarazione di Balfour. Il dato di fatto è che, rispetto a quella dichiarazione, al territorio allora considerato e ai diversi progetti, che poi magari citeremo, allora elaborati, il territorio poi accordato allo Stato d'Israele nel 1948 è più ristretto. Ma arriviamo al nodo della domanda, perché "il più geografico e geopolitico dei conflitti?". è certamente vero che si è condotta per anni una guerra di mappe, come dice lo stesso Said, e come è anche emerso nei diversi colloqui di pace, da Oslo I in poi, proprio perché la questione mediorientale si gioca sulla mobilità delle frontiere. Questa è una terra stretta, è una terra promessa, anche troppo promessa, è un luogo geografico che i primi sionisti definivano come una terra senza un popolo abitata da un popolo senza terra. Allo stesso tempo è una terra mobile, perché è stata sottoposta a diverse ed artificiali spartizioni, ad iniziare appunto da quella del 1922.
Va ricordato che il 1917 è l'anno mirabilis per la questione arabo-israeliana-palestinese. Tra l'altro, vorrei fare un inciso sul mio metodo di approccio. Nel mio lavoro ho preso in considerazione il cd. "secolo lungo" (che per me non è il "secolo breve") del novecento perché questo elimina un problema fondamentale, quello di evitare di leggere il problema arabo-israeliano-palestinese in termini metastorici o sovrastorici. Il novecento ci permette di leggere tutto secondo lo schema delle relazioni internazionali, valutare cioè la misurabilità geopolitica e geostrategica senza riferimento a nodi teologici, anche se non sono così ingenuo da pensare che il nodo terra-religione non sia uno dei fondamenti della questione arabo-israeliano-palestinese. Leggerlo però secondo quest'ottica farebbe venir meno il termine e, per così dire, la lunga durata geopolitica dello scontro. Nel 1917 il Ministro degli Esteri inglese, Lord Balfour, scrive a Lord Rothschild, che era il Vice Presidente onorario dell'organizzazione sionistica mondiale, una lettera brevissima di cinque, sei righe, ma decisiva, epocale, perché in quella lettera si fa riferimento ad un focolare nazionale ebraico in terra di Palestina, posto però ad una condizione, ossia che fossero garantiti i diritti, in particolare religiosi, delle popolazioni esistenti in Palestina. Nel 1922, alla Conferenza di Sanremo, che segue la Conferenza di Parigi, momento culminante per la ristrutturazione geopolitica della cartina mondiale, si stabilisce una distinzione. Si affida mandato all'Inghilterra e alla Francia, su un territorio che viene denominato Palestina, stabilendo che il terzo più meridionale della Palestina sia affidato all'Inghilterra, mentre la cd. Siria e il futuro Libano vengano ristrutturati secondo il mandato francese. L'Inghilterra ricorrerà nella gestione del territorio ad essa affidato ad un criterio geografico, ossia dividerà la Palestina ad est e ad ovest del Giordano. Facendo riferimento all'articolo sesto del mandato - ma anche alla dichiarazione di Lord Balfour, che venne recepita dalla Conferenza di Sanremo e divenne in questo modo rilevante come documento internazionale - venne creato ad est del Giordano, artificialmente, un emirato transgiordano a capo del quale venne posto Abdullah, mentre il territorio ad ovest venne affidato al futuro stato ebraico. Anche in questo caso, le dimensioni sono diverse rispetto a quelle stabilite nel 1948. Nel frattempo l'Inghilterra faticava molto a gestire i primi flussi migratori ebraici che provenivano dall'Europa in Palestina. Sui flussi migratori bisogna dire qualcosa perché, anche su questo punto, adotto un punto di osservazione diverso, rovesciante rispetto alla codificazione utilizzata dalla pubblicistica italiana nella ricostruzione della questione palestinese. Si parte dal presupposto che in terra di Palestina esistono i palestinesi e gli arabi mentre gli ebrei vi sono entrati togliendo, limitando, circoscrivendo o imponendo limiti alle popolazioni indigene preesistenti. SI TRATTA, A MIO AVVISO,
DI UNA FALSITÀ STORICA IN QUANTO I FLUSSI MIGRATORI VENGONO ORGANIZZATI DETTAGLIATAMENTE E SPECIFICAMENTE ANCHE CON LA COLLABORAZIONE ARABA. Il problema deriva dalla circostanza che non è l'Inghilterra a gestire questi flussi attraverso i vari Libri Bianchi, a cominciare dal già citato di Churchill per arrivare a quello di Mac Donald. CHI GESTISCE IN REALTÀ I FLUSSI SONO I GRANDI PROPRIETARI TERRIERI, I LATIFONDISTI ARABO-PALESTINESI, I CD. "EFFENDI", CHE NON FANNO ALTRO CHE GUADAGNARE DALL'ALIENAZIONE DELLE TERRE CONCESSE AI FLUSSI MIGRATORI EBRAICI. ANCHE QUESTO È UN PUNTO DI OSSERVAZIONE DIVERSO CHE CI DICE MOLTO SULLA SOCIETÀ PALESTINESE, MOLTO CHIUSA, GERARCHIZZATA TRA EFFENDI E AYAN, CHE SONO I MAGGIORENTI DEI GRANDI CLAN TUTTORA ESISTENTI, DAGLI HUSSEIN AI KHALIDI, GRANDI FAMIGLIE CHE TROVIAMO AI PRIMI DEL NOVECENTO E ANCORA OGGI. Anche questo è un punto di vista rovesciante che ci aiuta a capire il problema della necessità e del ruolo degli inglesi e dei palestinesi nella spartizione del territorio, che viene affidato, nel 1924, agli insediamenti dei primi sionisti che, va detto, sono diversi per idee politiche ed estrazione sociale rispetto a quelli che troveremo nel 1933, quando Hitler salirà al potere.
è vero, quindi, che ci troviamo di fronte al più geografico dei conflitti e lo si comprende anche da queste continue divisioni del territorio attribuito all'insediamento ebraico originale. C'è un altro particolare da rilevare e che, a mio avviso, è decisivo per capire la fondatezza di questa affermazione. Nel 1939, nel documento in cui si regola la questione dei flussi migratori, si stabilisce addirittura un limite alla presenza ebraica, determinato in settanta-settantacinquemila ebrei in cinque anni. Si stabilisce, inoltre, che l'Inghilterra sovrintenda a questi flussi e alle alienazioni realizzate dagli effendi e dagli ayan. A ben vedere, quindi, nel 1939 si verifica un paradosso che pochi ricordano. ESISTONO IN QUEL MOMENTO SOLO DUE PAESI AL MONDO CHE NON RICEVONO GLI EBREI: LA GERMANIA E IL MANDATO INGLESE SULLA PALESTINA. Questo la dice lunga sul modo in cui l'Inghilterra ha gestito quel territorio. Arriviamo così all'inizio della seconda guerra mondiale. MENTRE L'INSEDIAMENTO EBRAICO SI SCHIERA APERTAMENTE E CONCRETAMENTE CON GLI ALLEATI, PARTECIPANDO CON UN CONTINGENTE ANCHE ALL'OTTAVA ARMATA, I PAESI ARABI, O MEGLIO, IL GRAN MUFTÌ DI GERUSALEMME HUSSEIN SI SCHIERA CON I NAZISTI, SCELTA MOLTO GRAVE DAL PUNTO DI VISTA STORICO PIÙ CHE GEOPOLITICO. L'ANTISEMITISMO, CHE POI È DIVENTATO ANTISIONISMO, NASCE PROPRIO DA QUESTA POSIZIONE. Tale elemento è, tra l'altro, ancora poco studiato anche perché noi storici ancora non possiamo accedere agli archivi dei paesi arabi. Abbiamo solo fonti "di seconda mano", come lo stesso Morris ha avuto modo di rilevare. CERTO È CHE I PALESTINESI E IL LORO PRINCIPALE RAPPRESENTANTE, IL GRAN MUFTÌ APPUNTO, SI SCHIERANO DALLA PARTE DEI NAZISTI E QUESTO È UN VULNUS FONDAMENTALE, ANCHE PER L'IMMAGINARIO COLLETTIVO DI NOI EUROPEI, E SOPRATTUTTO PER LE POTENZE EUROPEE NELLA RICOSTRUZIONE DEL 1945. Arriviamo così al problema del 1947, quando l'Inghilterra è impossibilitata a gestire i rapporti e si verifica un intervento internazionale fondamentale. Viene cioè costituita una commissione chiamata "UNSCOP" (United Nations Special Committee for Palestine) per dirimere la questione arabo-palestinese-israeliana ed elaborare un progetto di spartizione di quel territorio basato sui modelli precedenti al fine di addivenire ad una divisione del territorio della Palestina, già affidato al mandato inglese, in due Stati: quello israeliano e quello palestinese. LA COMMISSIONE DECIDE E NEL 1947 VIENE EMANATA DALL'ONU LA PRIMA, E FONDAMENTALE, FRA TUTTE LE RISOLUZIONI: LA NUMERO 181. CON QUESTA SI STABILISCE LA DIVISIONE DEL TERRITORIO DELLA PALESTINA CON LA LEGITTIMAZIONE INTERNAZIONALE DELL'ONU: STATO EBRAICO DA UNA PARTE E STATO PALESTINESE DALL'ALTRA. L'AGENZIA EBRAICA, CHE RAPPRESENTAVA GLI INSEDIAMENTI EBRAICI, ACCETTA TOUT COURT QUELLA SPARTIZIONE, CHE PREVEDE L'INSEDIAMENTO SU UN TERRITORIO PIÙ CIRCOSCRITTO RISPETTO A QUELLO STABILITO NEL 1917, MENTRE GLI STATI ARABI LA RIFIUTANO. IL PROBLEMA PALESTINESE NASCE PROPRIO IN QUESTO MOMENTO, È L'EFFETTO, DUNQUE, E NON LA CAUSA, DI QUESTO "GRAN RIFIUTO".
D. - Alla questione del territorio, si collega anche la vicenda dei coloni e più in generale alcune posizioni del movimento sionista.
R. - Certamente anche la questione dei coloni si ricollega al problema dei territori. Da un punto di vista strategico acquista la sua importanza a partire dal 1970, all'interno delle stesse frontiere del 1948. Facciamo cioè riferimento a quei coloni che si trovano in Cisgiordania, che non chiamo Giudea e Samaria secondo il linguaggio di un certo sionismo, che non è quello che ha fondato lo Stato d'Israele. Bisogna distinguere, all'interno del movimento sionista, tra il sionismo socialista, laburista, laico di Ben Gurion e degli stessi Rabin e Peres e il sionismo della destra revisionista di Jabotinski che si muove secondo categorie religiose e attribuisce molta importanza al nodo terra-religione ed è, in qualche modo, possiamo dire, più "fondamentalista". è laico nella visione politica ma rilancia i temi cari all'ebraismo religioso, cioè sostiene che la terra di Israele deve appartenere allo Stato di Israele, in particolare la Giudea e la Samaria, cioè la Cisgiordania, in cui vivono appunto la maggior parte dei coloni. Secondo questa visione, quindi, questi territori spettano allo Stato di Israele originariamente. Questa tesi è sostenuta dall'attuale destra del Likud e, in particolare, dal Gush Emunim che è il braccio politico e secolare dei coloni. Anche la caratterizzazione dei coloni è cambiata dagli anni settanta ad oggi rispetto ai primi grandi insediamenti realizzati, tra l'altro, dal laburismo socialista e non dalla destra israeliana. In realtà, in questa fase ha acquistato molta importanza il nodo terra-religione tant'è vero che i coloni rappresentano strategicamente il cd. "giubbotto antiproiettile" di Israele in quanto si trovano sulla linea del Giordano e in Golan, altro punto strategico fondamentale per Israele dal punto di vista dei rapporti con il Libano e con la Siria, anche per la gestione dell'acqua. è cambiata, quindi, la caratterizzazione di questi coloni e non è un caso che la difficoltà per Israele di procedere al ridispiegamento degli stessi dalla Cisgiordania nasce proprio dall'argomento fondamentale che quel territorio appartiene storicamente ad Israele, non solo perché gli è stato affidato nel 1948, ma anche perché è stato conquistato nel 1967, anno che, come vedremo, rappresenta uno spartiacque per il fondamentalismo sia arabo che israeliano.
D. - Nell'esaminare le quattro guerre arabo-israeliane, l'ultima quella del Kippur del 1973, Lei riferisce che la guerra dei Sei Giorni del 1967 mise in moto il fondamentalismo islamico. è interessante questa considerazione dal momento che molti osservatori ritengono che l'islamizzazione della questione palestinese, insieme alla crescita di movimenti radicali quali Hezbollah e Hamas, sia piuttosto la conseguenza di errori politici, dell'una e dell'altra parte, nell'ultimo decennio. Islamizzazione che rischia di portare allo scontro, senza soluzione di continuità, non solo due nazionalismi ma anche due fondamentalismi. Cosa emerge nel suo studio in relazione a questo processo?
R. - Anche in questo caso siamo in presenza di una strumentalizzazione della questione palestinese, di un uso pubblico della storia da parte dei terroristi e, per esempio, di Bin Laden. La questione palestinese non nasce con un rapporto stretto fra fondamentalismo islamico e rivendicazione nazionale, ma recupera alcune categorie religiose. Su questo però c'è una discussione in corso. Andiamo ad analizzare i documenti e, in particolare, l'atto istitutivo dell'OLP. QUESTA NASCE SOLO NEL 1964 E CIÒ RIPROPONE TRA L'ALTRO IL PROBLEMA DELLA MANCANZA, TRA IL 1917 E IL 1964, DI UN MOVIMENTO NAZIONALE PALESTINESE. LA NASCITA DELL'OLP ANDREBBE INQUADRATA NELL'AMBITO DELLA GUERRA FREDDA PIUTTOSTO CHE LEGGERLA COME VERO E PROPRIO MOVIMENTO AUTONOMO CREATO DA ARAFAT NEL GRANDE ARCIPELAGO PALESTINESE. Tornando all'atto costitutivo, il primo articolo pone il problema dell'esistenza o meno del collegamento tra rivendicazione nazionale palestinese e il punto di vista religioso, se non fondamentalista. Il documento sembra rispondere affermativamente, e non è un caso che uno degli accordi raggiunti nell'ambito di Oslo I e Oslo II riguardava proprio l'eliminazione dall'atto istitutivo dell'OLP dell'obiettivo della cancellazione dello Stato di Israele dalla carta del mondo. Il suddetto primo articolo stabiliva proprio che: "La Palestina è la patria del popolo arabo-palestinese. Essa è parte indivisibile della patria araba" - il riferimento è quindi alla umma araba, alla totalità del mondo arabo, alla fratellanza araba, concetto sovrastorico, teologico e religioso - e il popolo palestinese è parte integrante della nazione araba". Questa è una dichiarazione che riprende proprio il linguaggio religioso dell'islamismo. Si parla di "nazione araba" tout court, cioè di umma araba e il popolo palestinese costituisce un pezzo di quella nazione. Tuttavia bisogna considerare anche la storia concreta dell'OLP e poi Arafat è un uomo pieno di realpolitik, anche troppa, visto che ha anteposto sempre, e questo è un dato di fatto e non un giudizio di valore, l'indipendenza prima e la costituzione dello Stato palestinese poi, come fondamento della propria azione politica. Quindi ha dato la precedenza alla costituzione dello Stato palestinese e non alla costituzione della nazione araba. Non dimentichiamo infatti che dentro l'OLP è stata sempre maggioritaria la linea tendenzialmente marxista dei Fronti nazionali di liberazione dei vari Abu Abbas o Hawatmeh o di Khaddumi e Jibril che hanno sfruttato il filone terzomondista e quindi le rivendicazioni rivoluzionarie piuttosto che quelle statuali. Anche su questo c'è un'ambiguità di fondo di Arafat, tuttora esistente, perché ancora non ha sciolto il nodo fondamentale tra la via rivoluzionaria e quella negoziale statuale. Per rispondere quindi alla domanda e ritornando ai documenti, l'articolo primo di cui parlavo ci fa capire che la questione palestinese non è leggibile senza il contenitore più largo della questione nazionale araba.
Per quanto riguarda la Guerra dei Sei giorni, questa sicuramente ha rappresentato un motore per il fondamentalismo islamico. Con la precedente sconfitta nasseriana del 1956, infatti, e con la sconfitta terribile del 1967 - con la quale Israele ha riconquistato Gerusalemme est, che era della Giordania, e i territori della Cisgiordania, del Golan e del Sinai e della Striscia di Gaza - il nasserismo e la mediazione tra terzomondismo, socialismo, via rivoluzionaria e nazionalismo palestinese crollano e con queste crolla anche il progetto politico sia delle monarchie che delle repubbliche arabe. L'aspetto religioso, quindi, diventa ideologicamente l'unica alternativa. Il fallimento del progetto politico nasseriano e la guerra fredda ricompongono il mosaico dei progetti politici. Il fondamentalismo diventa l'unico elemento di omogeneizzazione, tanto per i palestinesi che per gli arabi, e costituisce l'unico elemento di identità forte rispetto ai diversi nazionalismi. Il 1967 è quindi l'anno in cui il fondamentalismo assume un ruolo importante e così sarà anche negli anni a seguire, a partire dall'assassinio di Sadat negli anni settanta. Ma anche la situazione internazionale inizia a modificarsi, in particolare, tra il 1953 e il 1956. FINO A QUESTA DATA L'UNIONE SOVIETICA AVEVA DATO IL PROPRIO SOSTEGNO AD ISRAELE. RICORDIAMO CHE L'UNIONE SOVIETICA, INSIEME AGLI STATI UNITI, FU UNO DEI PAESI CHE APPROVÒ LA FAMOSA RISOLUZIONE DELL'ONU N. 181. ANALOGO APPOGGIO PROVENNE DA TUTTA LA SINISTRA ITALIANA, IN PARTICOLARE DAL PARTITO COMUNISTA GUIDATO DALL'ALLORA SEGRETARIO PALMIRO TOGLIATTI, CHE SOSTENNE LA NASCITA DI ISRAELE, VISTO ANCHE COME IL PRIMO PAESE COOPERATIVISTICO, COMUNITARIO CHE SI STRUTTURAVA NEI KIBBUTZ. LO STESSO SI PUÒ DIRE PER LA CECOSLOVACCHIA CHE SOSTENNE CONCRETAMENTE, MILITARMENTE, STRATEGICAMENTE E LOGISTICAMENTE ISRAELE NELLA PRIMA GUERRA ARABO-ISRAELIANA. EBBENE, A PARTIRE DAL 1953 L'UNIONE SOVIETICA SI SCHIERA APERTAMENTE A FAVORE DI NASSER, DELL'EGITTO E DEL TERZOMONDISMO IN CONTRAPPOSIZIONE AGLI STATI UNITI.
D. - Se bene comprendiamo la sua interpretazione, con la guerra dei Sei Giorni si crea una base comune che in qualche modo sostituisce l'ideologia religiosa al fallimento dell'ideologia politica. è dunque ipotizzabile che la successiva maggiore presa del fondamentalismo si ricolleghi in modo diretto ad altri eventi, quali ad esempio la rivoluzione di Khomeini in Iran, che rafforza gruppi come Hezbollah e Hamas. Questa posizione più radicale, che nasce successivamente e si muove in relazione alle esigenze politiche dei diversi paesi arabi, sembra quindi l'unico terreno di coesione che sopravvive alla crisi politica.
R. - Esattamente così. Porto alcuni esempi per spiegare ancora meglio questa tesi. Il canone religioso costituisce l'unico elemento di identità ed omogeneità non solo per le grandi masse diseredate ma anche perché mette insieme opzioni politiche diverse, il bathismo di Saddam o quello siriano di Assad con la monarchia hascemita. Altro elemento importante: l'aspetto religioso rimane l'unico punto di coesione arabo-palestinese anche a causa dell'ambiguità di alcuni paesi arabi nei confronti della questione palestinese e in particolare dei profughi palestinesi. MI RIFERISCO, IN PARTICOLARE, AL PROBLEMA GIORDANO, AL QUALE SI RICOLLEGA SETTEMBRE NERO, la spedizione in Libano o meglio la cd. Pace in Galilea di cui Sharon sarà l'interprete principale, e così via. In Giordania troviamo un elemento di ambiguità di fondo. Bisogna, infatti, ricordare che soltanto nel 1986 la Giordania dichiara ufficialmente l'abbandono totale del progetto della costituzione di uno Stato giordano-palestinese. Già nella divisione del 1948 si era evidenziato lo scetticismo giordano nel partecipare alla prima guerra arabo-israeliana visto che i territori in possesso della Giordania erano quelli del futuro Stato palestinese. NON VA DIMENTICATO, PRIMA DEL 1986, IL VERIFICARSI DEGLI AVVENIMENTI DEL SETTEMBRE NERO, QUANDO RE HUSSEIN DI GIORDANIA, DETTE L'ORDINE DI UCCIDERE, SECONDO FONTI ONU, CIRCA SEIMILA PALESTINESI CHE COLÀ RISIEDEVANO, EVENTO DAL QUALE DERIVÒ L'ORGANIZZAZIONE TERRORISTICA DENOMINATA APPUNTO "SETTEMBRE NERO" CHE PORTÒ AL TRAGICO ATTENTATO ALLE OLIMPIADI DI MONACO E, TRA GLI ALTRI, ANCHE A QUELLO DI FIUMICINO NEL 1972. Questi sono dati importantissimi per ricordare e comprendere le ambiguità delle diverse posizioni in gioco. Infine vorrei fare una precisazione storica. Hezbollah e Hamas nascono dopo gli anni '70, ma precedentemente esistevano i Fratelli Musulmani che rappresentano la base e il riferimento ideologico di queste organizzazioni successive. Tanto è vero che saranno proprio i Fratelli Musulmani ad organizzare l'assassinio di Sadat, il quale fu il grandissimo leader e statista arabo che avviò le relazioni con Israele e per primo firmò la pace con lo Stato ebraico a Camp David riottenendo il Sinai. A questo proposito vorrei fare un'ultima annotazione. Si parla tanto della difficoltà della destra israeliana ad accettare lo Stato palestinese, ma ricordo che gli accordi di Camp David furono firmati da Begin, cioè dal Likud, e ricordo che Wye Plantation del 1998 fu firmata da Netanyahu, quindi sempre dalla destra.
D. - Nel Suo lavoro, fa risalire ai primi anni settanta l'orientarsi della politica dei gruppi palestinesi, anche interni all'OLP, verso il terrorismo. Quali convinzioni ha tratto, dall'analisi storica e documentale, della simbiosi questione palestinese e terrorismo? In particolare, come può influire l'undici settembre sulla situazione palestinese?
R. - Iniziamo analizzando storicamente il rapporto tra terrorismo palestinese e metodo terroristico. Sappiamo che negli anni settanta l'arcipelago palestinese è frammentato. Arafat già da allora ha difficoltà ad imporre una superiore unità politica alle diverse aspirazioni palestinesi. Ma esiste un altro dato di fatto storico: l'ispirazione rivoluzionaria marxista presente all'interno della cultura degli anni settanta - terzomondista, rivoluzionaria - che ricorre alla lotta armata. Non dimentichiamo poi tutti i rapporti internazionali, a cominciare da Cuba e dall'Unione Sovietica, e a tutte le alleanze che vengono concluse da Bandung in poi tra i paesi non allineati e il blocco sovietico. Questo è un elemento da considerare. Altro punto è la questione nazionale palestinese, abbandonata per lo più dai paesi arabi, e riproposta da Arafat in termini internazionali proprio attraverso il terrorismo, la lotta armata. E il nostro paese, come crocevia del terrorismo, ne sa qualcosa. Si consideri poi la mancata mediazione dell'Europa tra israeliani e palestinesi in un momento in cui il progetto di creazione di un Europa politica unita stava crescendo, e siamo tra gli anni settanta e ottanta. Anche l'Europa non viene fuori da quell'ambiguità di fondo cui facevamo riferimento precedentemente, perché sostiene la causa nazionale palestinese ma introduce alcuni elementi che peseranno sull'immaginario collettivo, riguardanti il rapporto tra terrorismo e nazionalità, quasi che quest'ultima possa essere considerata una giustificazione al terrorismo internazionale. CIÒ CONFERMA UN ATTEGGIAMENTO GENERALE DI PIÙ LUNGA DURATA: SI È VERIFICATO DA PARTE DELL'EUROPA E, SOPRATTUTTO, DELLA SINISTRA EUROPEA UNA SORTA DI SLITTAMENTO DALL'ORIGINARIO SOSTEGNO ALLA CAUSA ISRAELIANA A QUELLO DELLA CAUSA PALESTINESE. LA RAGIONE È CHE ISRAELE VIENE VISTO DALL'EUROPA COME L'ATTORE POLITICO CHE OCCUPA TERRE LEGITTIME DEL POPOLO PALESTINESE, TANTO È VERO CHE LA COMUNITÀ EUROPEA SI RIFÀ CONTINUAMENTE ALLE VARIE DICHIARAZIONI ONU, MA MAI ALLA PRIMA RISOLUZIONE ONU, LA N. 181, DI CUI ABBIAMO PARLATO ALL'INIZIO, CHE COSTITUISCE LA "MADRE" DI TUTTE LE RISOLUZIONI SOTTO IL PROFILO GEOPOLITICO E CHE RIVELA APPUNTO LA RESPONSABILITÀ DEI PAESI ARABI RISPETTO ALLA MANCATA COSTITUZIONE DELLA STATO PALESTINESE. In questo modo si sostiene l'idea fondamentale alla base del terrorismo palestinese e dei palestinesi moderati, quella che in realtà esista un blocco antipalestinese (costituito da ONU, USA, Israele, Paesi occidentali) che non vuole applicare le risoluzioni legittimamente votate dall'ONU, tra le quali anche la citata 181. Altro elemento storico per capire la frattura del 1967 è che in quell'anno l'URSS è impegnata nella primavera di Praga, come negli anni cinquanta era impegnata in Ungheria, e quindi non vede la questione palestinese come il nodo fondamentale del Medio Oriente. Questo elemento è un ulteriore fattore che ha favorito la nascita del terrorismo internazionale palestinese. Su questo ha avuto un buon gioco comunicativo proprio Arafat che è stato l'uomo capace di recarsi all'ONU con il ramoscello d'ulivo e il mitra. Arafat ha buon gioco nel dimostrare di essere vittima della situazione internazionale piuttosto che causa o concausa del terrorismo internazionale.
E veniamo al nesso con l'undici settembre. L'idea che abbiamo ricavato da questo tipo di terrorismo è molto diversa da quella che avevamo del terrorismo palestinese. Quest'ultimo è giocato totalmente sul fattore nazione quindi sulla via rivoluzionaria e statuale. Il terrorismo dell'undici settembre presenta gli elementi fondamentali degli anni settanta, quali, ad esempio, l'antimperialismo americano o l'opposizione alla mondializzazione, ma ha rotto le frontiere dei diversi terrorismi nazionali. Questo è l'elemento fondante su cui noi occidentali dobbiamo riflettere. Questo terrorismo è arrivato fin nel territorio americano, spezzando i diversi terrorismi legati a considerazioni locali o nazionali. Troviamo Bin Laden, che è un wahabita saudita, che si reca in Afganistan; sappiamo della sua presenza, dalla metà degli anni novanta, in Sudan, altro grande luogo di carneficine dimenticate. Sono presenti elementi della centrale islamica internazionale un po' dovunque: nelle Filippine con Mindanao o in Cecenia, in Indonesia o a Timor, idem in Birmania. L'undici settembre ha fatto prendere coscienza agli occidentali di questo fatto: il verificarsi dell'internazionalizzazione islamica. In quest'ambito, poi, si è ribaltato il rapporto tra islamismo e modernità, che è l'elemento culturale di fondo che si pone alla riflessione dell'Occidente. Credo che sia avvenuta una islamizzazione della modernità. E Bin Laden l'ha dimostrato, sia rispetto al metodo e alla logistica che usa, sia nel profondo rapporto che c'è tra islamismo e cultura moderna. Elemento che mancava totalmente al terrorismo degli anni settanta. Il terrorismo attuale ha una vasta penetrazione e va al di là del localismo e della territorializzazione perché pone il nodo di fondo dei rapporti tra modernità e Islam, a partire da categorie proprie e non importate dall'Occidente. Io non accetto però su questo la teorizzazione dello scontro di civiltà. A mio avviso, l'islamismo radicale ha cambiato metodo di approccio strategico e pone all'Occidente il problema di una sua nuova collocazione, di un rapporto diverso nei confronti del Terzo e del Quarto mondo. Ossia, l'islamismo fondamentalista, oggi più mobilitante e propagandistico, pone una domanda radicale che noi geopoliticamente dobbiamo risolvere.
D. - Potremmo quindi sostenere che dal punto di vista del radicalismo islamico globalizzato la questione palestinese può essere utilizzata, strumentalizzata come una delle testimonianze di questo scontro e dal punto di vista palestinese il rischio è che Hamas e le altre organizzazioni possano vedere in Bin Laden o Al Qaeda o organizzazioni di quel genere un riferimento. Possiamo dire che le possibili connessioni siano queste?
R. - Sicuramente è così. Queste sono le connessioni fattivamente e storicamente già operanti. Ad esempio, lo sceicco Yassin che si trova nella striscia di Gaza e rappresenta l'anima spirituale di Hamas o, comunque, dell'islamismo radicale, ha rapporti profondissimi con Al Qaeda e Bin Laden. Di nuovo la questione palestinese viene usata come una clava, strumentalmente.
D. - Abbiamo un intreccio di globale e locale.
R. - Esattamente. Vorrei fare, poi, una piccola considerazione sull'Europa e sul rapporto tra il suo ruolo e il terrorismo internazionale perché dice molto su quel rapporto. L'anno scorso a dicembre, l'Unione Europea, nell'ambito dei provvedimenti varati a seguito dell'undici settembre per contrastare il finanziamento del terrorismo internazionale, non ha inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche internazionali Hezbollah, anche per la grande pressione esercitata dalla Francia, e questo rappresenta un vulnus. Anche il problema, postosi di recente, dei tredici terroristi palestinesi asserragliati nella basilica della Natività non ha visto l'Europa assumere una posizione comune. Alla Conferenza di Durban, inoltre, c'è stata la riproposizione da parte di alcuni paesi arabi dell'identificazione tra sionismo e razzismo. Su questo l'Europa ha taciuto. Se passa di nuovo l'idea culturale, di psicologia collettiva prima, che sionismo è uguale a razzismo, vuol dire che stiamo tornando indietro agli anni settanta, e alla risoluzione ONU del 1975 che parificava il sionismo al razzismo. Gli sforzi straordinari di Solana e Moratinos sono stati efficaci ma mancano del necessario orizzonte geopolitico nel quale collocare le diverse misure da adottare e le diverse sequenze. L'Europa, sicuramente, ha dimostrato in questa fase di aver superato l'atteggiamento notarile che ha sempre avuto nei confronti della questione arabo-palestinese e si pone ora in termini di mediazione politica e questo va riconosciuto come un grande passo avanti. Ha un progetto di pace, discute e se pensiamo che nel 1991 alla conferenza di Madrid l'Europa era presente solo in veste di ascoltatore, qualcosa è cambiato. Ma l'Europa deve uscire da una certa titubanza culturale, deve sciogliere il nodo nei confronti di Israele e abbandonare l' ambiguità nei suoi confronti pur sostenendo prioritariamente le ragioni della parte palestinese, altrimenti è difficile ricostruire dopo l'undici settembre una vera unità culturale anche occidentale. Altra cosa vorrei dire a proposito dell'undici settembre. Negli anni settanta si parlava degli arabi e dei palestinesi come di vittime della situazione senza tenere conto del fatto che proprio i paesi arabi erano comunque detentori della fonte primaria della ricchezza: il petrolio. Ora si fa un'altra errata comparazione tra la tecnologizzazione dell'Occidente avanzato e un Islam o un mondo arabo islamico arretrato, e non è proprio così. Bin Laden, anzi, dimostra esattamente il contrario con l'uso che fa non solo dei mass media ma della scienza e della tecnica occidentale. E questo è un punto che differenzia molto il terrorismo di oggi da quello degli anni settanta.
D. - Un'ultima riflessione riguarda la città di Gerusalemme. Ogni tentativo di trattativa ha trovato nella sistemazione della città sacra per le tre religioni monoteiste un punto critico di difficile soluzione. Cosa emerge, nel Suo approfondimento, anche in relazione alle prospettive di una soluzione per Gerusalemme?
R. - Gerusalemme è una città tre volte santa e questo richiama subito il nodo tra geopolitica e aspetto territoriale e sacrale. Camp David si è bloccato sia rispetto alla questione dei profughi che di Gerusalemme. Arafat non ha accettato la proposta israeliana, in realtà americana secondo Arafat, il cd. "Piano Clinton", della divisione e della sovranità congiunta e tutela dei luoghi santi islamici-arabi da parte dei palestinesi. SULLA QUESTIONE DI GERUSALEMME A CAMP DAVID ARAFAT HA DIMOSTRATO TUTTA LA SUA SUBALTERNITÀ NEI CONFRONTI DEI PAESI ARABI, ANTEPONENDO L'INTERPRETAZIONE E LA CATEGORIA TEOLOGICA E SOVRASTORICA DI GERUSALEMME RISPETTO ALLA CATEGORIA DELLA REALPOLITIK STATUALE, NAZIONALE CHE ARAFAT AVEVA PORTATO AVANTI DAGLI ANNI SESSANTA IN POI. QUESTO, A MIO AVVISO, È STATO UN GRANDE ERRORE. ARAFAT HA CIOÈ POSTO AL MONDO UN PROBLEMA. NON SOLO LA SUA SUBALTERNITÀ RISPETTO AI PAESI ARABI, MA ANCHE IL FATTO CHE ALL'INTERNO DEL MONDO PALESTINESE (HAMAS E JIHAD INSEGNANO), LA QUESTIONE DI GERUSALEMME NON È SOLO UN PROBLEMA PALESTINESE MA È ANCHE IL PROBLEMA DELLA UMMA ARABA. INSOMMA, ARAFAT NON HA VOLUTO ESSERE IL PRIMO LEADER ARABO A CONTRATTARE LA CITTÀ DI GERUSALEMME CHE PER GLI ARABI RIMANE A TOTALE SOVRANITÀ ARABO-ISLAMICA. Questo è il nodo territoriale: ci sono delle "linee rosse" che arabi, israeliani e palestinesi hanno messo nella zona di Gerusalemme. In questo senso si va riprendendo da più parti il progetto che fu di Paolo VI ma che è anche di Giovanni Paolo II, il quale in una lettera apostolica del 1984 parlò di uno statuto internazionalmente garantito per Gerusalemme est, quindi per la città vecchia, quella entro le mura e che porta il peso millenaristico della città. In questo modo sottintendeva di tralasciare la questione di una sovranità palestinese o israeliana per Gerusalemme ovest, la parte fuori le mura. Sarebbe quindi possibile pensare, su questa base, ad una internazionalizzazione non dell'intera città ma solo di quella vecchia, che potrebbe essere divisa in linee rosse arabo-palestinesi da una parte e israeliane dall'altra. Questo sarebbe possibile, e lo ha dimostrato Barak a Camp David. Un po' meno possibile lo sarà per il governo di Sharon o di Netanyahu. Gerusalemme pone anche un altro grandissimo problema: quello degli insediamenti israeliani all'interno della città. I palestinesi accusano i governi israeliani che si sono succeduti dal 1993 in poi di aver riproposto l'antico progetto della Grande Gerusalemme di Shamir realizzando una serie di insediamenti all'interno della città. Prima di addivenire ad un accordo quadro sarà necessario risolvere il problema di questi insediamenti. Altra questione di difficile soluzione sta nel rapporto tra i paesi arabi e la Palestina. Nell'accordo poi fallito di Camp David si parlava di una sovranità limitata nei luoghi islamici da parte dei palestinesi insieme ad una Commissione islamica congiunta presieduta dal Marocco, come a dire che i palestinesi possono esercitare una sovranità, ma limitata non solo dagli israeliani bensì anche da parte dei paesi arabi. Ecco l'altro nodo legato alla fratellanza tra paesi arabi e comunità palestinese.
Per quanto riguarda il futuro, l'unica cosa certa su Gerusalemme, e sul problema palestinese-israeliano più in generale, è che una riconciliazione totale è difficile. Non è possibile, cioè, addivenire ad un accordo quadro che risolva tutti i problemi, a cominciare proprio da Gerusalemme. Vanno scorporate le varie questioni. Tra le altre cose, un progetto di peace building deve passare attraverso alcune sequenze che è necessario vengano interiorizzate dalle due parti contendenti. La questione di Gerusalemme, tanto per farmi capire meglio, è diversa dal problema delle risorse idriche e del Golan. Non sarebbe possibile riunire in una conferenza generale su Israele e la Palestina i due attori principali tralasciando, ad esempio, la Siria, perché il Golan non è né israeliano né palestinese, ma della Siria che attualmente non è più il paese di Assad ma del figlio, Bashir Assad. Scorporare i diversi problemi già sarebbe un grandissimo passo verso la pace: separare la questione di Gerusalemme da quella dell'acqua o del Golan o dei coloni in Cisgiordania è segno di realismo. Bisogna fare poi un ulteriore passo prima di una conferenza di pace. Bisogna cioè arrivare ad una riconciliazione storica. Le parti in gioco dovrebbero fare qualcosa di simile a quello che è accaduto in Sudafrica dove fu costituita una "Commissione di riconciliazione per la verità storica" che è stata poi il fondamento della ristrutturazione e della redistribuzione del territorio tra le varie comunità etniche.
E ritorniamo così alla domanda iniziale, all'uso pubblico della storia e alla necessità di procedere alla riconciliazione affermando il principio del reciproco riconoscimento. Bisogna affermare il principio del riconoscimento delle responsabilità prima ancora di misurarsi sulle questioni e questo significherebbe anche superare certe ingessature e rigidità delle risoluzioni ONU, come, ad esempio, la numero 194 sul diritto del ritorno per i profughi, ai quali Israele riconosce le sofferenze morali ma non storiche e quindi ne ammette il ricongiungimento familiare ma non il ricongiungimento tout court. Se prima di tutto non c'è il riconoscimento reciproco degli attori in antagonismo è difficile arrivare ad una mediazione concreta, diplomatica sulle diverse questioni.
Ciò ci conduce così al problema del Medio Oriente allargato. Sfuggono, a mio avviso, alle relazioni internazionali, e alla pubblicistica che ad esse guarda, alcuni elementi sviluppatisi negli ultimi anni novanta, proprio durante gli accordi di Oslo, e la novità fondante che Israele aveva introdotto rispetto alle relazioni internazionali. Israele nel corso degli accordi di pace di Oslo ricostruiva, proprio per la certezza che attribuiva alla pace di Oslo, nuovi rapporti allargati nel Medio Oriente, cercando di superare il proprio ruolo e il proprio "complesso di Masada", cioè dell'accerchiamento - complesso psicologico e collettivo di Israele dell'accerchiamento, non solo territoriale, ma anche demografico rispetto ai paesi arabi (e qui ritorna la tematica geopolitica pensando al proprio ruolo in funzione non solo dello stato palestinese, ma anche degli altri stati arabi). Israele, ricordo, ha concluso alcuni accordi di pace separata: uno con la Giordania, paese arabo moderato, sul problema specifico delle acque e dell'overpumping, e non è di poco conto; un altro accordo strategico, che riguarda il controspionaggio, l'intelligence e i rapporti geopolitici in generale con la Turchia. Non dimentichiamo che l'accordo turco-israeliano è stato fondamentale per il controllo delle acque in Medio Oriente; altro accordo importantissimo è stato quello con le repubbliche, ora islamiche, dell'Asia centrale, Azerbaigian in particolare, e Uzbekistan, altro grande rapporto legato all'intelligence e alla manutenzione e organizzazione dei pipeline.
D. - Lei sostiene, insomma, che Israele stava cercando di assumere il ruolo di una sorta di potenza locale?
R. - Esattamente. Una vera e propria potenza locale, concependo questo ruolo accanto allo stato palestinese. Quest'ultimo rappresentava l'equilibrio per realizzare queste aperture. Questa è stata la strategia dello stato israeliano negli anni 1994/1998. Ricordo poi l'accordo, bloccato da parte degli Stati Uniti, con la Cina sugli armamenti riguardanti l'aviazione. Questi sono rapporti propri di una potenza che pensa se stessa non più ripiegata dentro il territorio regionale ma che si fa asse di equilibrio geopolitico internazionale.
D. - E questo, a suo avviso, agevola o complica la risoluzione della questione palestinese? Questo ripensamento strategico di Israele favorisce la volontà di risolvere il conflitto o ne agevola il mantenimento?
R. - Io credo che la favorisca, ma questa non è la stessa percezione che ha l'Autorità nazionale palestinese. Infatti, nel mio libro riporto una citazione di un'affermazione di Faisal Hussein che accusava Israele di cercare paci separate, appunto con la Giordania, con l'Egitto, con il Libano (per la fascia di sicurezza). I palestinesi hanno quindi la percezione che Israele voglia isolarli e delocalizzare l'Autorità nazionale palestinese. Ma Israele sa bene che isolare e circoscrivere strategicamente l'Autorità nazionale palestinese significa aggiungere una variabile conflittuale ai rapporti con i paesi arabi, se non islamici. Questo, secondo me, è un punto dirimente la questione arabo-israeliana-palestinese. Avevamo ed abbiamo due piani: uno in cui Israele cominciava a configurarsi come potenza non solo regionale ma internazionale, pur con la difficoltà della creazione di uno stato palestinese; ma c'era anche la percezione da parte di Israele, e questo è il secondo piano, che il problema palestinese doveva entrare in un contesto più ampio, non solo regionale. Questo punto era ben chiaro ad Israele sia nel corso del primo che del secondo accordo di Oslo, tanto è vero che nello Stato ebraico era nato un grandissimo dibattito circa il fatto che Israele avesse o meno un ruolo nell'ambito dell'Unione Europea, anche se non necessariamente come membro effettivo. QUESTO VUOL DIRE RAGIONARE SU UN PIANO COMPLETAMENTE DIFFERENTE RISPETTO AGLI ANNI SETTANTA-OTTANTA, E ANCHE NOVANTA, PERCHÉ FAR ENTRARE ISRAELE IN EUROPA SIGNIFICA FARVI ENTRARE AUTOMATICAMENTE, COME EFFETTO A CASCATA, ANCHE L'AUTORITÀ NAZIONALE PALESTINESE E QUESTO CREEREBBE UNA SERIE DI CONSEGUENZE IMPORTANTI SULLE RELAZIONI INTERNAZIONALI.
D. - Un'ultima domanda: chi è che può avere interesse ad ostacolare questo progetto strategico di Israele e, quindi, a continuare nella strumentalizzazione della questione palestinese?
R. - Sicuramente i paesi arabi che ancora non riconoscono lo stato di Israele e che nutrono nei suoi confronti un antagonismo radicale, culturale e storico: la Siria prima di tutto, per il Golan, che, tra l'altro, ha di recente cambiato dirigenza e non sappiamo ancora bene come si comporterà; poi l'Iran e l'Iraq, e poi il Libano, dove non c'è stata contropartita al ridispiegamento israeliano della fascia di sicurezza e non è un caso che gli Hezbollah si trovino proprio in quei luoghi. Questi sono, a mio avviso, i paesi che non vogliono Israele come potenza regionale o anche transregionale, diversamente dalla Turchia, legata strategicamente all'alleanza occidentale, e in particolare agli Stati Uniti che, come contropartita, non la disturbano minimamente, sul problema dei curdi.
Note:
(*) Il testo presentato costituisce l'esito di una conversazione della Redazione, in data 20 maggio 2002, con il Prof. Giovanni Codovini.




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Il sodalizio tra sionismo e nazismo scritto da La Verità Storica il 30/01/2002
by Nazisionismo Monday September 08, 2003 at 05:43 PM

LA NASCITA DELLO STATO RAZZISTA E TERRORISTA DI ISRAELE GRAZIE al NAZISMO I SIONISTI COMPLICI DEI NAZISTI PER IL GENOCIDIO DEGLI EBREI EUROPEI LA NASCITA DELLO STATO RAZZISTA E TERRORISTA DI ISRAELE SOTTO IL SEGNO DELLA SVASTICA
Nella primavera del 1936 una coppia di ebrei, i Tuchler, inviati dalla Federazione Sionista di Germania, ed una coppia di nazisti, i von Mildenstein, inviati dal N.S.D.A.P. e dalle SS., si ritrovarono alla stazione di Berlino dove presero il treno per Trieste e s’imbarcarono sulla Martha Washington per la Palestina. Lo scopo del viaggio era quello di fare un’indagine il più possibile completa e documentata sulle POSSIBILITÀ DI INSEDIAMENTO DI EBREI TEDESCHI IN PALESTINA. «Malgrado le dichiarazioni di principio e diverse misure specifiche (boicottaggio degli ebrei tedeschi a partire dal 1 aprile 1933), tutti gli storici sono d’accordo nell’ammettere che Hitler non aveva una politica d’insieme precisa sulla questione ebraica fino alla notte dei cristalli del 9-10 novembre 1938. Ciò lasciò campo libero all’Ufficio degli Affari ebraici delle SS, per esplorare le diverse politiche attuabili. Il viaggio del barone von Mildenstein fu una di esse. Ora Mildenstein era ufficiale superiore delle SS… s’era interessato da molto tempo alla questione ebraica… Fervente sionista, entrò nelle SS. e fu reputato uno dei più qualificati specialisti del Giudaismo. Fu lui che vide per primo l’interesse che si poteva trarre dalle organizzazioni sioniste, specialmente revisioniste… Scrisse una serie di dodici lunghi articoli, molto documenteti, sul quotidiano berlinese Der Angrif di Goebbels, dal titolo Un nazista viaggia in Palestina. Vi esprimeva la sua ammirazione per il Sionismo… e concludeva che “il focolare nazionale” ebreo in Palestina “…indica un mezzo per guarire una ferita vecchia di molti secoli: la questione ebraica”. Per commemorare tale visita fu coniata una medaglia, su richiesta di Goebbels. Una faccia era ornata dalla svastica nazista e l’altra dalla stella di David… Le SS. erano divenute la componente più filosionista del partito nazista». In seguito a questo viaggio il giornale delle SS. Das schwarze Korps proclamò ufficialmente il suo appoggio al Sionismo. Il 26 novembre lo stesso quotidiano rinnovava il suo appoggio al Sionismo: «Il riconoscimento della comunità ebrea, come COMUNITÀ RAZZIALE FONDATA SUL SANGUE e non sulla religione conduce il giovane tedesco a garantire senza riserve l’integrità razziale di questa comunità ». Ancora, nel maggio 1935 Heyndrich in un articolo distingueva gli ebrei in due categorie dimostrando una forte predilezione per quelli che «professano una concezione strettamente razziale» e Alfred Rosemberg scriveva che «il Sionismo deve essere vigorosamente (31) sostenuto». Con l’avvento al potere di Hitler il Bétar fu la sola organizzazione a continuare ad uscire in parata in uniforme nelle strade di Berlino. Il 13 aprile 1935 la polizia della Baviera (feudo di Himmler e di Heyndrich) ammetteva eccezionalmente che gli aderenti al Bétar potessero indossare la loro uniforme. Questi cercavano così di spingere gli ebrei di Germania a CESSARE DI IDENTIFICARSI COME TEDESCHI e a farli innamorare della loro nuova identità nazionale israeliana (104). La Gestapo fece tutto il possibile per favorire l’emigrazione verso la Palestina; ancora nel settembre 1939 autorizzò una delegazione di sionisti tedeschi a partecipare al 21° Congresso sionista di Ginevra. Jabotinsky invece si era pronunciato per il boicottaggio della Germania, mentre Kareski, membro del movimento revisionista, perseguiva una politica di collaborazione con la Germania in vista di poter costituire lo Heretz Israel. Nel 1942 restava ancora in attività nella Germania un Kibbutz a Nevendorf per esercitare dei potenziali emigranti verso la Palestina. «Il Mossad… dispose di un centro di circa quaranta campi e centri agricoli, ove i futuri coloni si preparavano per lo sbarco in Palestina».
Documentazione inconfutabile:

Nel 1941 Itzak Shamir commise "un crimine imperdonabile dal punto di vista morale: proporre un'alleanza con Hitler, con la Germania nazista contro la gran Bretagna".
Fonte: M. Bar Zohar, Ben Gurion. Le Prophèt armé,
Parigi, Fayard, 1966, p. 99
Quando cominciò la guerra contro Hitler la quasi totalità delle organizzazioni ebraiche s'impegnò a fianco degli alleati e anche alcuni dei più importanti dirigenti, come Chaim Weizmann, presero posizione a loro favore, ma il gruppo sionista tedesco, all'epoca comunque molto minoritario, assunse un atteggiamento contrario e dal 1933 al 1941 si impegnò in una politica di compromesso e perfino di collaborazione con Hitler. Le autorità naziste, mentre perseguitavano gli ebrei, in un primo tempo estromettendoli per esempio dalle funzioni pubbliche, trattavano con i dirigenti sionisti tedeschi e accordavano loro un trattamento di favore, distinguendo gli ebrei integralisti da quelli cui davano la caccia.
L'accusa di collusione con le autorità hitleriane non è indirizzata all'immensa maggioranza degli ebrei, che non avevano atteso la guerra per contrastare il fascismo in Spagna, armi alla mano nelle Brigate internazionali dal 1936 al 1939, che crearono un Comitato ebraico di lotta perfino nel ghetto di Varsavia e seppero morire combattendo, ma è rivolta alla minoranza fortemente organizzata dei dirigenti sionisti che per otto anni (1933-1941) patteggiarono con i nazisti.
L'unica preoccupazione dei sionisti, che era di creare un potente Stato ebraico, unita alla loro visione razzista del mondo, li rendeva molto più anti-inglesi che anti-nazisti. Dopo la guerra essi divennero, come Menahem Begin o Itzak Shamir, dirigenti di primo piano nello Stato di Israele.
* * *
In data 5 settembre 1939 due giorni dopo la dichiarazione di guerra dell'Inghilterra e della Francia alla Germania Chaim Weizmann, presidente dell'Agenzia ebraica, scrisse a Chamberlain, primo ministro inglese, una lettera nella quale lo informava: "noi ebrei siamo al fianco della Gran Bretagna e combatteremo per la Democrazia". E precisava: "i rappresentanti degli ebrei sono pronti a firmare immediatamente un accordo per permettere l'utilizzo di tutte le loro forze in uomini, delle loro tecniche, del loro aiuto materiale e di tutte le loro capacità".
Pubblicata nel "Jewish Chronicle" dell'8 settembre 1939, questa lettera costituì un'autentica dichiarazione di guerra del mondo ebraico alla Germania e pose il problema dell'internamento di tutti gli ebrei tedeschi nei campi di concentramento come "fuorusciti di un popolo in stato di guerra con la Germania".
* * *
Quanto ai dirigenti sionisti, essi hanno dato prova, all'epoca del fascismo hitleriano e mussoliniano, di un comportamento equivoco, oscillante dal sabotaggio della lotta antifascista al tentativo di collaborazione.
L'obiettivo essenziale dei sionisti non era, infatti, salvare la vita degli ebrei, ma creare uno Stato ebraico in Palestina.
Il primo dirigente dello Stato d'Israele, Ben Gurion, il 7 dicembre 1938 affermò senza esitazioni davanti ai vertici sionisti: "Se sapessi che è possibile salvare tutti i bambini della Germania portandoli in Inghilterra, e solamente la metà di essi portandoli in Eretz Israel, sceglierei la seconda soluzione. Perché non dobbiamo pensare solamente alla vita di questi bambini, ma anche alla storia del popolo d'Israele".
Fonte: Yvon Gelbner, Zionist policy and the fate of European Jewry,
in "Yad Vashem Studies", XII, p. 199, Gerusalemme
"La salvezza degli ebrei in Europa non figurava ai primi posti nella lista di priorità della classe dirigente. Ciò che aveva importanza primaria agli occhi di questa era la creazione dello Stato".
Fonte: Tom Segev, Le septième million,
Parigi, Liana Levi, 1993, p. 539
"Dobbiamo aiutare tutti coloro che ne hanno bisogno senza tenere conto delle caratteristiche di ciascuno? Non dobbiamo dare a questa azione un carattere nazionale sionista e tentare di salvare, in primo luogo, coloro che possono essere utili alla terra d'Israele e all'ebraismo? So che può sembrare crudele impostare la questione in questo modo, ma sfortunatamente dobbiamo stabilire chiaramente che se siamo in grado di salvare 10.000 persone tra le 50.000 che possono contribuire alla costruzione del paese e alla rinascita nazionale, oppure un milione di ebrei che diventerebbero per noi un fardello o, meglio, un peso morto, ci dobbiamo limitare e salvare i 10.000 che possono essere salvati, nonostante le accuse e gli appelli del milione lasciato da parte".
Fonte: Memorandum del "Comitato per la salvezza"
dell'Agenzia ebraica, 1943. Cfr. Tom Segev, op. cit.
Questo fanatismo aveva ispirato, per esempio, l'atteggiamento della delegazione sionista alla conferenza di Évian nel luglio 1938, nella quale 31 nazioni si erano riunite per discutere della sistemazione dei profughi della Germania nazista: la delegazione sionista chiese, come unica soluzione possibile, di ammettere duecentomila ebrei in Palestina.
Lo Stato ebraico era più importante della vita degli ebrei.
Il nemico principale per i dirigenti sionisti era l'assimilazione.
Essi condividevano la preoccupazione fondamentale di ogni razzismo, compreso quello hitleriano: la purezza del sangue.
Ecco perché i nazisti, in funzione stessa dell'antisemitismo sistematico che li animava, fino a concepire il disegno mostruoso di cacciare tutti gli ebrei della Germania e poi dell'Europa, fintanto che ne furono padroni, considerarono i sionisti come preziosi interlocutori, giacché questi assecondavano il loro disegno.
Esistono le prove di tale collusione. La Federazione sionista tedesca il 21 giugno 1933 indirizzò al partito nazista un memorandum che dichiarava specificamente:
"Nella formazione di un nuovo Stato, che ha proclamato il principio della razza, noi desideriamo adattare la nostra comunità a queste nuove strutture [...] il nostro riconoscimento della nazionalità ebraica ci permette di stabilire relazioni chiare e sincere con il popolo tedesco e le sue realtà nazionali e razziali. Proprio perché non vogliamo sottovalutare questi principi fondamentali, perché anche noi siamo contro i matrimoni misti e per la conservazione della purezza del gruppo ebraico [...].
"Gli ebrei coscienti della loro identità, a nome dei quali parliamo, possono trovare posto all'interno della struttura dello Stato tedesco perché sono liberati dal risentimento che devono provare gli ebrei assimilati. [...] noi crediamo nella possibilità di relazioni leali tra gli ebrei consapevoli della loro comunità e lo Stato tedesco.
"Per raggiungere questi obiettivi pratici, il sionismo spera di essere in grado di collaborare anche con un governo fondamentalmente ostile agli ebrei [...]. La realizzazione del sionismo non è ostacolata che dal risentimento degli ebrei all'estero contro l'orientamento tedesco attuale.
"La propaganda per il boicottaggio attualmente diretta contro la Germania è essenzialmente non sionista [...]".
Fonte: Lucy Davidowicz, A Holocaust reader, p. 155
Il memorandum aggiungeva: "Nel caso in cui i tedeschi accettassero questa cooperazione i sionisti si sforzeranno di dissuadere gli ebrei all'estero dal progetto di boicottaggio antitedesco".
Fonte: Lucy Davidowicz, The war against jews (1933-1945),
Londra, Penguin, 1977, pp. 231-232
I dirigenti hitleriani accolsero favorevolmente l'orientamento dei capi sionisti che, con la loro preoccupazione esclusiva di costituire uno Stato in Palestina, non andavano contro il loro desiderio di sbarazzarsi degli ebrei.
Il principale teorico nazista Alfred Rosenberg scriveva: "Il sionismo deve essere rigorosamente sostenuto, di modo che un contingente annuale di ebrei tedeschi sia trasferito in Palestina".
Fonte: A. Rosenberg, Die Spur des juden im Wandel der Zeiten,
Monaco, Lehmann, 1937, p. 153
Reinhardt Heydrich, più tardi Gauleiter in Cecoslovacchia, scriveva nel 1935, quando era capo dei servizi di sicurezza SS: "Dobbiamo separare gli ebrei in due categorie, i sionisti e i sostenitori dell'assimilazione. I sionisti professano una concezione strettamente razziale e sono favorevoli all'emigrazione in Palestina, essi aiutano a costruire il loro proprio Stato ebraico [...] le nostre buone intenzioni e la nostra buona volontà ufficiale sono dalla loro parte".
Fonte: H. Höhne, Order of the Death's Head,
New York, Ballantine, 1971, p. 333
"Al Betar tedesco fu assegnato un nuovo nome: Herzlia. Le attività del movimento in Germania ottennero certamente l'approvazione della Gestapo.
"Un giorno un gruppo di SS attaccò un campo estivo del Betar. Il capo del movimento si lamentò allora presso la Gestapo e qualche giorno più tardi, la polizia segreta fece sapere che le SS in questione erano state punite. La Gestapo domandò al Betar quale poteva essere il risarcimento più adeguato. Il movimento domandò che fosse abolito il recente divieto di indossare camicie brune: la richiesta fu esaudita".
Fonte: Ben Yeruham, Sefer Betar, Korot u-Mekorot, 1969
Una circolare della Wilhelmstrasse spiega: "Gli obiettivi di questa categoria di ebrei che si oppongono all'assimilazione e che sono favorevoli a un raggruppamento di loro correligionari in seno a un focolare nazionale, nelle prime file dei quali si trovano i sionisti, sono quelli che meno si preoccupano degli scopi che in realtà persegue la politica tedesca riguardo agli ebrei".
Fonte: Lettera circolare di Bülow-Schwante a tutte l
e missioni diplomatiche del Reich, n. 83, 28 febbraio 1934
"Non c'è alcuna ragione scriveva Bülow-Schwante al ministro degli interni di ostacolare con misure amministrative l'attività sionista in Germania, poiché il sionismo non è in contraddizione con il programma del nazionalsocialismo, il cui obiettivo è quello di allontanare progressivamente gli ebrei dalla Germania".
Fonte: Lettera n. ZU 83-21.28/8 del 13 aprile 1935
Questa direttiva, che confermava le misure precedenti, era applicata alla lettera.
Sullo sfondo di questa condizione privilegiata del sionismo la Ge-stapo bavarese il 28 gennaio 1935 inviò alla polizia questa circolare: "I membri dell'organizzazione sionista, in ragione della loro attività orientata verso l'emigrazione in Palestina, non debbono essere trattati con lo stesso rigore che è necessario per i membri delle organizzazioni tedesche (assimilazioniste)".
Fonte: Kurt Grossmann, Sionistes et non-sionistes sous la loi nazie
dans les années 30, "American Jewish Yearbook", VI, p. 310
"L'organizzazione sionista degli ebrei tedeschi ebbe esistenza legale fino al 1938, cinque anni dopo la salita al potere di Hitler [...]. La "Judaische Rundschau" (giornale dei sionisti tedeschi) pubblicò fino al 1938".
Fonte: Yeshayahou Leibowitz, Israël et Judaïsme: ma part de vérité,
Bruxelles, Desclée de Brouwer, 1993, p. 116
In cambio del loro riconoscimento ufficiale come unici rappresentanti della comunità ebraica, i dirigenti sionisti offrirono di impedire il boicottaggio tentato da tutti gli antifascisti del mondo.
A partire dal 1933 cominciò la collaborazione economica: furono create due compagnie: la Ha'avara Company a Tel Aviv e la Paltreu a Berlino.
Il meccanismo dell'operazione era il seguente: un ebreo che desiderasse emigrare depositava alla Wasserman Bank di Berlino, o alla Warburg Bank di Amburgo, una somma minima di 1.000 sterline. Con questa somma gli esportatori ebraici potevano comprare mercanzie tedesche destinate alla Palestina e pagavano il valore corrispondente in lire palestinesi, per conto della Ha'avara, alla banca anglo-palestinese di Tel Aviv. Quando l'emigrante arrivava in Palestina, riceveva la somma equivalente al suo deposito in Germania.
Numerosi futuri primi ministri israeliani parteciparono all'impresa Numerosi futuri primi ministri israeliani parteciparono all'impresa della Ha'avara, specialmente Ben Gurion, Moshe Sharett (che allora si chiamava Moshe Shertok), Golda Meir, che l'appoggiò da New York, e Levi Eshkol, che ne fu il rappresentante a Berlino.
Fonte: Ben Gourion e Shertok su "Black",
in Tom Segev, op. cit., pp. 30 e 595
L'operazione era vantaggiosa per entrambe le parti: i nazisti riuscivano a spezzare il blocco (i sionisti poterono vendere i prodotti tedeschi anche in Inghilterra) e i sionisti realizzavano l'emigrazione "selettiva" che desideravano. Potevano emigrare soltanto i milionari (i cui capitali permettevano lo sviluppo della colonizzazione in Palesti-na). Conformemente agli scopi del sionismo era più importante salvare dalla Germania nazista i capitali ebraici necessari allo sviluppo della loro impresa che le vite degli ebrei poveri o non adatti al lavoro o alla guerra, che sarebbero stati un peso.
Questa politica di collaborazione durò fino al 1941 (cioè per 8 anni dopo l'avvento di Hitler al potere). Eichmann collaborava con Kastner. Il processo Eichmann, scoprì, almeno in parte, i meccanismi di questa connivenza, di questi "scambi" tra ebrei sionisti "utili" alla creazione dello Stato ebraico (persone ricche, tecnici, giovani adatti a rafforzare un esercito, ecc.) e una massa di ebrei meno avvantaggiati, abbandonati nelle mani di Hitler.
Il presidente della comunità ebraica, Itzak Gruenbaum, dichiarò il 18 gennaio 1943: "Il sionismo viene prima di tutto [...]. Diranno che sono antisemita, che non voglio salvare l'Esilio, che non ho "un caldo cuore yiddish" [...]. Lasciamoli dire quello che vogliono. Non pretenderò che l'Agenzia ebraica conceda la somma di 300.000 né di 100.000 sterline per aiutare l'ebraismo europeo. E io penso che chiunque lo esiga, compia un'azione antisionista".
Fonte: Itzak Gruenbaum, Jours de destruction, p. 68
Questo era anche il punto di vista di Ben Gurion: "Il compito del sionista non è quello di salvare il "resto" d'Israele che si trova in Eu-ropa, ma quello di salvare la terra d'Israele per il popolo ebraico".
Fonte: Tom Segev, op. cit., p. 158
"I dirigenti dell'Agenzia ebraica sono d'accordo sul fatto che la minoranza che potrà essere salvata dovrà essere scelta in funzione dei bisogni del progetto sionista in Palestina".
Fonte: Op. cit., p.125
Hannah Arendt, celebre sostenitrice della causa ebraica, assistendo ai dibattiti del processo Eichmann ha loro consacrato un libro: Eichmann à Jérusalem (Parigi, Gallimard, 1966), denunciando la passività e anche la complicità dei "consigli ebraici" (Judenräte), due terzi dei quali erano diretti da sionisti (pp. 134-141).
Nel libro di Isaiah Trunk, Judenrat, New York, Mac Millan, 1972, si legge: "Secondo i calcoli di Freudiger, il cinquanta per cento degli ebrei avrebbe potuto salvarsi se non avesse seguito le istruzioni dei Consigli ebraici" (p. 141). È significativo che, in occasione della celebrazione del 50 o anniversario dell'insurrezione del ghetto di Varsavia, il capo di Stato israeliano abbia chiesto a Lech Walesa di non dare la parola a uno dei sopravvissuti, Marek Edelman, vice-comandante dell'insurrezione. In effetti Marek Edelman, in una intervista del 1993 con Edward Alter per il giornale israeliano "Haaretz" aveva ricordato quali erano stati i veri promotori ed eroi del Comita-to ebraico di lotta del ghetto di Varsavia: socialisti antisionisti del Bund, comunisti e i Mihal Rosenfeld e i Mala Zimetbaum, con Edelman.
Costoro lottarono contro il nazismo armi alla mano, come fecero gli ebrei volontari delle Brigate internazionali in Spagna: più del 30% degli americani della Brigata Abraham Lincoln erano ebrei, denunciati dai sionisti perché combattevano in Spagna invece di andare in Palestina.
Fonte: "Jewish Life" aprile 1938, p. 11
Nella Brigata polacca Dombrowski 2.250 membri su 5.000 erano ebrei.
A questi eroici ebrei che lottarono su tutti i fronti del mondo con le forze antifasciste, i dirigenti sionisti, in un articolo del loro rappresentante a Londra intitolato Gli ebrei devono partecipare al movimento antifascista?, rispondevano: "No!" e fissavano l'obiettivo unico: "La costruzione della terra d'Israele".
Nahum Goldmann, presidente dell'Organizzazione sionista mondiale e poi del Congresso mondiale ebraico, racconta nella sua Autobio-graphie il suo drammatico incontro del 1935 con il ministro degli affari esteri della Cecoslovacchia, Edvard Bene_, che rimproverava ai sionisti di avere impedito il boicottaggio di Hitler attraverso la Ha'avara (gli accordi di trasferimento) e il rifiuto dell'Organizzazione sionista mondiale di organizzare la resistenza contro il nazismo.
"Nella mia vita ho dovuto prendere parte a diversi incontri penosi, ma non mi sono mai sentito così infelice e pieno di vergogna, come durante quelle due ore. Sentivo in tutte le fibre del mio essere che Bene_ aveva ragione".
Fonte: Nahum Goldmann, Autobiographie,
Parigi, Fayard, 1969, pp. 157-158 e 260
I dirigenti sionisti avevano preso contatto con Mussolini contando sulla sua opposizione all'Inghilterra. Egli li ricevette il 20 dicembre 1922, dopo la marcia su Roma.
Fonte: Ruth Bondy, The Emissary: a life of Enzo Sereni, p. 45
Weizmann fu ricevuto il 3 gennaio 1923, e un'altra volta il 17 settembre 1926; Nahum Goldmann il 26 ottobre 1927 si incontrò con Mussolini che gli disse: "Vi aiuterò a creare questo Stato ebraico".
Fonte: Nahum Goldmann, Autobiographie, cit., p. 170
Questa collaborazione costituiva già un sabotaggio della lotta antifascista internazionale, subordinando tutta la politica sionista all'unico disegno di costruire uno Stato ebraico in Palestina. Continuò anche durante la guerra, nel momento più atroce della persecuzione di Hitler contro gli ebrei europei.
Durante la deportazione degli ebrei ungheresi il vicepresidente dell'organizzazione sionista, Rudolf Kastner, negoziò con Eichmann su questa base: se Eichmann avesse permesso il trasferimento in Palestina di 1.684 ebrei "utili" alla costruzione del futuro Stato d'Israele (capitalisti, tecnici, militari, ecc), Kastner avrebbe promesso di far credere ai 460.000 ebrei ungheresi che non si trattava di una deportazione ad Auschwitz, ma di un semplice trasferimento.
Il giudice Halevi ricordò, al momento del processo contro Eichmann, che Kastner intervenne per salvare uno dei suoi interlocutori nazisti: uno degli agenti di Himmler, lo Standartenführer Kurt Becher. La testimonianza di Kastner al processo di Norimberga gli evitò la condanna.
Il giudice fu formale: "Non si è avuta né verità né buona fede nella testimonianza di Kastner [...]. Kastner ha giurato il falso scientemente nella sua testimonianza davanti a questa corte, quando ha negato di essere intervenuto in favore di Becher. Inoltre egli ha nascosto questo fatto importante: il suo intervento a favore di Becher avvenne a nome dell'Agenzia ebraica e del Congresso ebraico mondiale [...]. È chiaro che la raccomandazione di Kastner non fu fatta a titolo personale, ma anche a nome dell'agenzia ebraica e del congresso ebraico mondiale [...] e questo è il motivo grazie al quale Becher fu rilasciato dagli alleati".
Il processo scosse l'opinione pubblica israeliana.
Nel giornale "Haaretz" del 14 luglio 1955 il dott. Moshe Keren scrisse: "Kastner doveva essere accusato di collusione con i nazisti". Ma il giornale della sera "Yediot Aharonoth" (23 giugno 1955) spiegò perché non poteva essere così: "Se Kastner viene giudicato è l'intero governo che rischia il crollo totale davanti alla Nazione in seguito a ciò che questo processo può mettere in luce".
Ciò che rischiava di essere scoperto era che Kastner non aveva agito da solo, ma con l'appoggio degli altri dirigenti sionisti che sedevano al governo al momento del processo. Il solo modo per evitare che Kastner parlasse e che scoppiasse lo scandalo era che sparisse. Egli infatti morì opportunamente.
Il governo israeliano fece ricorso davanti alla Corte suprema per riabilitarlo. E vi riuscì.
Questa politica di collaborazione giunse al suo punto culminante nel 1941, quando il gruppo più estremista dei sionisti, il Lehi (Combattenti per la liberazione d'Israele) diretto da Abraham Stern e dopo la sua morte da un triumvirato di cui faceva parte Itzak Shamir, commise "un crimine imperdonabile dal punto di vista morale: promuovere l'alleanza con Hitler, con la Germania nazista, contro la Gran Bretagna".
Fonte: M. Bar Zohar, Ben Gourion.Le Prophète armé, cit., p. 99
Elizer Halevi, noto sindacalista laburista, membro del kibbutz Gueva, rivela il 19 agosto 1983, sul settimanale "Hotam" di Tel Aviv, l'esistenza di un documento firmato da Itzak Shamir (che allora si chiamava Jezernitsky) e da Abraham Stern, consegnato all'ambasciata tedesca ad Ankara quando la guerra in Europa infuriava e le truppe del maresciallo Rommel erano già in territorio egiziano. Vi era detto chiaramente: "In materia di concezione noi ci identifichiamo con voi. Perché, quindi, non collaborare l'uno con l'altro?". "Haaretz", il 31 gennaio 1983, cita una lettera contrassegnata dalla parola "secret", inviata nel gennaio 1941 dall'ambasciatore di Hitler ad Ankara, Franz von Papen, ai suoi superiori. Von Papen raccontava dei contatti con i membri del gruppo Stern. Vi è allegato un memorandum dell'agente dei servizi segreti nazisti a Damasco, Werner Otto von Hentig, sulle trattative con gli emissari di Stern e di Shamir in cui si dice che "la cooperazione tra il movimento di liberazione d'Israele e il nuovo ordine in Europa sarà conforme a uno dei discorsi del cancelliere del III Reich, nel quale Hitler sottolinea la necessità di utilizzare tutte le possibilità di coalizione per isolare e vincere l'Inghilterra". Vi è detto ancora che il gruppo Stern è "strettamente legato ai movimenti totalitari in Europa, alle loro ideologie e alle loro strutture".
Questi documenti si trovano presso il Memoriale dell'olocausto (Yad Vashem) a Gerusalemme, classificati con il numero E 234151-8.
Uno dei capi storici del gruppo Stern, Israel Eldad, in un articolo pubblicato sul quotidiano di Tel Aviv "Yediot Aharonoth" del 4 febbraio 1983, conferma l'autenticità di quelle trattative tra il suo movimento e i rappresentanti ufficiali della Germania nazista.
Egli afferma con chiarezza che i suoi colleghi avevano spiegato ai nazisti che era probabile una comunanza di interessi tra il nuovo ordine in Europa secondo la concezione tedesca e le aspirazioni del popolo ebraico in Palestina, rappresentato dal gruppo Stern.
Ecco i principali passaggi di questo testo intitolato Principi di base dell'Organizzazione militare nazionale (NMO) in Palestina (Irgun Zvai Leumi) sulla soluzione della questione ebraica in Europa e sulla partecipazione attiva dell'NMO alla guerra a fianco della Germania:
"Risulta dai discorsi dei dirigenti dello Stato nazionalsocialista tedesco che una soluzione radicale della questione ebraica implica un'espulsione delle masse ebraiche dall'Europa (Judenreines Europa). Questa è la condizione primaria della soluzione del problema ebraico, ma non è realizzabile se non tramite il trasferimento di queste masse in Palestina, in uno Stato ebraico dotato di frontiere storiche. Risolve-re il problema ebraico in modo definitivo e liberare il popolo ebraico è l'obiettivo dell'attività politica e dei lunghi anni di lotta del Movimento per la libertà d'Israele (Lehi) e della sua Organizzazione militare nazionale in Palestina (Irgun Zevai Leumi). L'NMO, conoscendo la posizione benevola del governo del Reich verso l'attività sionista all'interno della Germania e i piani sionisti riguardanti l'emigrazione, stima che:
"1) Potrebbero esistere degli interessi comuni tra l'instaurazione in Europa di un ordine nuovo secondo la concezione tedesca e le reali aspirazioni del popolo ebraico, così come sono incarnate dal Lehi.
"2) Sarebbe possibile la cooperazione tra la nuova Germania e una rinnovata nazione ebraica (Volkish Nationalen Hebraertum).
"3) La fondazione dello Stato storico ebraico su una base nazionale e totalitaria, legato con un trattato al Reich tedesco, potrebbe contribuire a mantenere e a rinforzare nell'avvenire la posizione della Germania nel Vicino Oriente.
"A condizione che siano riconosciute, dal governo tedesco, le aspirazioni nazionali del Movimento per la libertà d'Israele (Lehi), l'Orga-nizzazione militare nazionale (NMO) offre la sua partecipazione alla guerra a fianco della Germania. La cooperazione del Movimento per la libertà d'Israele andrebbe nel senso dei recenti discorsi del Cancel-liere del Reich tedesco, nei quali il signor Hitler sottolinea che tutti i negoziati e tutte le alleanze devono contribuire a isolare l'Inghilterra e a sconfiggerla.
"Secondo la sua struttura e la sua concezione del mondo, l'NMO è strettamente legato ai movimenti totalitari europei".
Fonte: Testo in tedesco, Appendice n. 11, David Ysraeli,
Le problème palestinien dans la politique allemande de 1889 à 1945,
Bar Ilan University, Ramat Gan, Israele, 1974, pp. 315-317
Secondo la stampa israeliana, che ha pubblicato una decina di articoli a questo proposito, in nessun momento i nazisti hanno preso sul serio le proposte di Stern, di Shamir e dei loro amici.
Le trattative subirono una battuta d'arresto quando le truppe alleate catturarono, nel giugno 1941, Naftali Loubentchik, l'emissario di Abraham Stern e Itzak Shamir, nell'ufficio stesso dei servizi segreti a Damasco.
Altri membri del gruppo mantennero i contatti fino all'arresto di Shamir da parte delle autorità britanniche nel dicembre 1941, con l'accusa di "terrorismo e collaborazione col nemico nazista".
Un simile passato non ha impedito a Shamir di diventare primo ministro e di essere ancora oggi il capo di una potente "opposizione", quella che più si accanisce nell'occupazione della Cisgiordania. La realtà è che i dirigenti sionisti, nonostante le loro rivalità interne, perseguono lo stesso obiettivo razzista: cacciare con il terrore, l'esproprio o l'espulsione tutti gli autoctoni arabi dalla Palestina, per restarvi unici conquistatori e padroni.
Ben Gurion dichiarava: "Begin appartiene incontestabilmente al tipo hitleriano. È un razzista disposto a distruggere tutti gli arabi nel suo sogno di unificazione d'Israele, pronto a usare tutti i mezzi per realizzare questo fine sacro".
Fonte: E. Haber, Menahem Begin, the man and the legend,
New York, Delle, 1979, p. 385
Lo stesso Ben Gurion non ha mai creduto alla possibilità di una coesistenza con gli arabi. Sarebbe infatti stato preferibile per lui che nei confini del futuro Israele ce ne fosse il minor numero possibile. Non lo diceva esplicitamente, ma l'impressione che si ricava dai suoi discorsi e dalle sue puntualizzazioni è chiara: una grande offensiva contro gli arabi non solo avrebbe impedito un attacco da parte loro, ma avrebbe ridotto al minimo la percentuale della popolazione araba nello Stato. "Lo si può accusare di razzismo, ma allora si dovrà fare il processo a tutto il movimento sionista, che si fonda sul principio di un'entità puramente ebraica in Palestina".
Fonte: M. Bar Zohar, op. cit., p. 146
Al processo di Gerusalemme contro Eichmann il procuratore generale Haim Cohen ricordò ai giudici: "Se questo non coincide con la vostra filosofia, voi potete criticare Kastner [...] ma cosa ha a che fare tutto ciò con la collaborazione? [...] Ha sempre fatto parte della nostra tradizione sionista selezionare un'élite per organizzare l'immigrazione in Palestina [...]. Kastner non ha fatto che questo".
Fonte: Resoconto n. 124/53. Corte distrettuale di Gerusalemme
Questo alto magistrato in effetti invocava una dottrina costante del movimento sionista: esso non aveva come obiettivo salvare degli ebrei, ma costruire un forte Stato ebraico.
Il 2 maggio 1948 il rabbino Klaussner, incaricato dei profughi, presentò un rapporto alla Conferenza ebraica americana: "Io sono convinto che è necessario costringere la gente ad andare in Palestina. Per essa un dollaro americano è il più grande degli obiettivi. Con la parola "costringere" intendo suggerire un programma. Esso è già servito, e molto recentemente. È servito nell'espulsione degli ebrei dalla Polonia e nella storia dell'Esodo. Per applicare questo programma bisogna, invece di dare conforto ai "profughi", creare loro il massimo della scomodità [...] e, in un secondo tempo, intervenire con una procedura che faccia appello all'Haganah per logorare gli ebrei".
Fonte: Alfred H. Lilienthal, What price Israel? Chicago 1953, pp. 194-195
Le varianti di questo metodo d'incitamento e di coercizione furono molteplici. Il 25 dicembre del 1940, per sollevare indignazione contro gli inglesi che avevano deciso di salvare gli ebrei minacciati da Hitler accogliendoli nelle isole Mauritius, la nave che li trasportava e che aveva fatto scalo nel porto di Haifa fu fatta esplodere, senza alcuna esitazione, dai dirigenti sionisti dell'Haganah (tra i quali Ben Gurion), provocando la morte di 252 ebrei e dei membri inglesi dell'equipaggio.
Fonte: Rivelazione di Herzl Rosenblum, direttore di
"Yediot Aharonoth", "Jewish Newsletter",
New York, novembre 1958
Un altro esempio è l'Iraq: la comunità ebraica (110.000 persone nel 1948) vi era ben radicata. Il gran rabbino del paese, Kheduri Sas-soon, aveva dichiarato: "Da mille anni, in questa nazione, gli ebrei e gli arabi hanno goduto degli stessi diritti e privilegi e non si considerano come elementi contrapposti".
Cominciarono allora, nel 1950, azioni terroristiche israeliane a Baghdad. Di fronte alle reticenze degli ebrei iracheni a iscriversi sulle liste d'emigrazione verso Israele, i servizi segreti israeliani non esitarono a convincere gli ebrei che erano in pericolo, gettando delle bombe contro di loro. L'attacco contro la sinagoga Shem-Tov uccise tre persone e ne ferì alcune decine. Così cominciò l'esodo battezzato: "Operazione Ali Babà".
Fonti: "Ha'olam hazeh", 20 aprile e 1o giugno 1966,
e "Yediot Aharonoth", 8 novembre 1977
La dottrina è la stessa da quando Theodor Herzl diede la definizione di ebreo non più in base alla religione, ma in base alla razza.
L'articolo 4b della legge fondamentale dello Stato di Israele (che non ha costituzione), detta Legge del ritorno (n. 5710 del 1950), stipula: "è considerato ebreo un individuo nato da madre ebrea o convertita" (criterio razziale o criterio confessionale).
Fonte: Klein, L'État juif, Parigi, Dunod, p. 156
Ciò era in linea con la dottrina di Theodor Herzl. Egli vi ritornò sempre nei suoi Diaries. Nel 1895 specificò a un interlocutore tedesco (Speidel): "Io capisco l'antisemitismo, noi ebrei siamo restati, anche se non è colpa nostra, dei corpi estranei nelle diverse nazioni".
Fonte: T. Herzl, Diaries, p. 9
Poche pagine più avanti il testo è ancora più esplicito: "Gli antisemiti diventeranno i nostri migliori amici, i paesi antisemiti nostri alleati".
Fonte: Op. cit., p. 19
In effetti lo scopo era comune: riunire gli ebrei in un ghetto mondiale.
I fatti hanno dato ragione a Theodor Herzl.
Gli ebrei devoti, come d'altra parte molti cristiani, ripetevano ogni giorno: "L'anno prossimo a Gerusalemme", facendo di Gerusalemme non un territorio determinato, ma il simbolo dell'Alleanza di Dio con gli uomini e dello sforzo personale per meritarla. Ma il "Ritorno" non si produce che sotto l'effetto di minacce antisemitiche da parte dei paesi stranieri.
Il 31 agosto 1949, rivolgendosi a un gruppo di americani in visita in Israele, Ben Gurion dichiarò: "Pur avendo realizzato realizzato il nostro sogno di creare uno Stato ebraico, non siamo che all'inizio. Oggi, in Israele ci sono soltanto 900.000 ebrei, mentre la maggioranza del popolo ebraico si trova ancora all'estero. Il nostro compito futuro è riunire tutti gli ebrei in Israele". L'obiettivo di Ben Gurion era quello di portare in Israele quattro milioni di ebrei tra il 1951 e il 1961. Ve ne andarono 800.000. Nel 1960 non vi furono che trentamila immigrati. Nel 1975-76 l'emigrazione da Israele superò l'immigrazione.
Solo le grandi persecuzioni, come quelle avvenute in Romania, avevano dato un certo impulso al "Ritorno".
Neppure le atrocità hitleriane riuscirono a esaudire il sogno di Ben Gurion. Tra le vittime ebraiche del nazismo rifugiate all'estero tra il 1935 e il 1943 appena l'8,5% si è stabilito in Palestina. Gli Stati Uniti limitarono la loro accoglienza a 182.000 ebrei (meno del 7%), l'In-ghilterra a 67.000 (meno del 2%). L'immensa maggioranza, vale a dire il 75%, trovò rifugio in Unione Sovietica.
Fonti: Institute for Jewish Affairs, New York,
in Cristopher Sykes, Crossroads to Israel,
Londra, 1965; Nathan Weinstock, Le sionisme contre Israël,
Parigi, Maspero, 1969, p. 146




Non capisco una cosa
by Child Tuesday September 09, 2003 at 01:51 AM

E' una riproposizione del bell'art. di LAVERITASTORICA oppure è un commento? Basta con le richieste di censure! Chi ritiene che una cosa sia non vera non lo denuncia. Che bisogno vi è di chiedere la testa di altri con le solite definizioni trite e ritrite? Sui rapporti fra Sionismo e Nazismo, così come fra quellli tra Sionismo e Comunismo non è ancora stata detta tutta la verità per intero e con l'equilibrio giusto. Tuttavia il sionismo ha a che fare anche col Centro. Il Liberalismo è di origine sionista. Per sapere cosa fosse in origine il Sionismo al di là dell'epoca storica di nascita del Movimento Sionista, tuttavia, bisogna sapere cos'era il Priorato di Sion. Compresi i rapporti col Templarismo.




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Gerusalemme dopo il 1967
by http://www.hakeillah.com/ Monday April 28, 2003 at 07:10 PM

Il 29 giugno 1967, dopo la vittoria nella guerra dei sei giorni, Israele proclamò unilateralmente la "riunificazione" di Gerusalemme, impegnandosi a tutelare la libertà di accesso ai Luoghi Santi e a garantire l’autonoma amministrazione, da parte delle varie comunità confessionali, dei loro santuari e delle loro istituzioni. Tuttavia le divergenze tra israeliani e palestinesi si acuirono in seguito all’elaborazione di un piano di sviluppo urbanistico che, mediante l’espropriazione di terre appartenenti in gran parte alla popolazione araba, prevedeva la costruzione attorno alla città di un doppio anello di nuovi quartieri destinati ad alloggiare immigrati ebrei.
Secondo la Foundation for Middle East Peace (http://www.fmep.org) dal 1968 al 1995 sono stati espropriati ben 6000 acri di terreno nella parte est della città per costruire colonie ebraiche pari al 34% del territorio di Gerusalemme est. La popolazione israeliana insediatasi nella parte est della città dopo il 1967 raggiunge quasi le 180.000 unità. La colonia di popolamento maggiore a est è Maalé Adumim con 25.800 unità (dati del dicembre 2001 a cura del Fmep) poi si segnala la colonia di Betar con 17.300 e quella di Givat Zeev con 10.500.
http://www.hakeillah.com/6_02_11.htm

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Gli articoli che parlano della distruzione dello stato di ISraele sono stati eliminati nel 1998 alla conferenza promossa da Clinton.
http://www.repubblica.it/online/fatti/medio/gaza/gaza.html



Palestina libera
by ezasem Saturday April 05, 2003 at 04:46 PM

Lettera di Marwan Barghuti, Segretario del Movimento al-Fatah
by rum 8:34pm Fri Apr 19 '02
(Pubblicata il 30 gennaio scorso sul settimanale egiziano Al-Ahram e ripresa dal Washington Post)
Quattro giorni fa Barghuti è stato arrestato dall'esercito israeliano.
Volete la sicurezza? Date la libertà ai palestinesi.
L'unico modo che gli israeliani hanno per raggiungere la sicurezza è semplicemente di cessare un'occupazione dei territori palestinesi che dura da trentacinque anni. Gli israeliani devono abbandonare il mito secondo cui è possibile avere contemporaneamente pace e occupazione, che una coesistenza pacifica sia possibile tra schiavo e padrone. L'assenza di sicurezza degli israeliani nasce dall'assenza di libertà dei palestinasi.
Israele avrà sicurezza solo dopo la fine dell'occupazione, non prima.
Una volta che Israele e il resto del mondo capiranno questa verità fondamentale, la strada da percorrere diventerà chiara. La fine dell'occupazione permetterà ai palestinesi di vivere in libertà e a Israele e Palestina, stati vicini, indipendenti e uguali, di negoziare un futuro di pace con strtti legami economici e culturali.
Non dimentichiamolo, noi palestinesi abbiamo riconosciuto Israele sul 78% della Palestina storica. E' Israele che rifiuta il diritto della Palestina a esistere sul rimanente 22%, occupato nel 1967. Eppure sono i palestinesi ad essere accusati di non scendere a compromessi, di perdere delle opportunità. Francamente, siamo stanchi di assumerci la colpa dell'intransigenza israeliana quando tutto quel che cerchiamo è l'applicazione del diritto internazionale.
Se Israele si riserva il diritto di bombardarci con gli F16 e gli elicotteri da guerra, non dovrebbe meravigliarsi quando i palestinesi cercano armi difensive per abbattere quei velivoli. E mentre io e il movimento Fatah al quale appartengo ci opponiamo fortemente agli attacchi e agli attentati contro obiettivi civili in Israele, nostro futuro vicino, mi riservo il diritto di proteggermi, di resistere all'occupazione israeliana del mio paese e di combattere per la mia libertà.
Se ci si aspetta che i palestinasi negozino sotto l'occupazione, allora ci si deve aspettare che Israele negozi mentre noi resistiamo a quell'occupazione.
Non sono un terrorista, ma non sono neanche un pacifista. sono semplicemente una persona normale, cresciuta nelle strade palestinesi, che difende ciò che tutti gli oppressi difendono: il diritto di proteggersi in mancanza di aiuti dall'esterno.
Questo principio può benissimo condurre al mio assassinio.
Così, lasciatemi chiarire la mia posizione, affinchè la mia morte non sia semplicemente una statistica in più in quella che gli israeliani chiamano "guerra al terrorismo".
Per sei anni sono stato rinchiuso come prigioniero politico in un carcere israeliano, dove sono stato torturato, dove sono stato appeso, bendato, mentre un israeliano colpiva i miei genitali con un bastone. Ma dal 1994, quando credevo che Israele volesse seriamente porre fine all'occupazione, sono stato un instancabile difensore di una pace basata sull'equità e sulla giustizia. Ho guidato delegazioni di palestinesi durante incontri con parlamentari israeliani per promuovere la cooperazione e la reciproca comprensione.
Cerco ancora una coesistenza pacifica tra gli Stati uguali e indipendenti di Israele e Palestina, una coesistenza basata sul pieno ritiro dai territori palestinesi occupati nel 1967 e su una giusta soluzione al problema dei profughi palestinesi, in base alle risoluzioni ONU.
Non voglio distruggere Israele, voglio solo che finisca la sua occupazione del mio paese.

http://italy.indymedia.org/news/2003/04/270680_comment.php#271087

LA DESTRA ESTREMA ISRAELIANA
by Ugo Maria Tassinari Sunday April 27, 2003 at 10:15 AM

In realtà i servizi segreti israeliani sapevano quasi tutto del progetto di Ygal Amir di uccidere Rubin: ad informarli era stato un suo amico intimo, Shlomo Halevi.
Un confidente attendibile, come risulta dal rapporto del Shin Bet: ventitrè anni,
nato a Gerusalemme, Halevi stava svolgendo il servizio militare
nell’Intelligence dell’Esercito (Aman): compagno di università - a Bar Ilan, il
campus preferito dagli studenti conservatori e religiosi - ma non di fede di Amir
(secondo il suo avvocato sarebbe di sinistra), Halevi non voleva tradire l’amico,
ma solo impedire l’attentato e perciò, già dal 15 giugno, aveva fornito un det-tagliato
identikit dell’aspirante sicario (yemenita, di bassa statura, dai capelli
corti, militante ultrà, armato di pistola, autorizzato dal proprio rabbino).
Halevi si era presentato alla polizia di Tel Aviv, raccontando una storia tanto in-credibile
quanto preoccupante: avrebbe appreso tutti i particolari del progetto,
ascoltando per caso una conversazione tra due sconosciuti nei cessi del terminal
degli autobus a Tel Aviv.
La polizia decise di non approfondire il contorno e passò il piatto bollente al
Shin Bet che dopo l’omicidio, rastrellando il giro di Amir, arriva al confidente a
metà. Messo sotto torchio Halevi crolla e confessa: sapeva tutto, glielo aveva
confidato una ragazza del giro di Amir che sapeva che il militare prestava
servizio nell’Intelligence. Lui aveva parlato della confidenza ricevuta con il
comandante che lo aveva convinto ad andare dalla polizia. Si era illuso che le
indicazioni generiche fossero sufficienti a impedire l’attentato. Sbagliava.
Lo Shin Bet, che pure è pesantemente in stato d’accusa (il responsabile del ser-vizio
di scorta dei leader politici, il generale M.D., si dimette; tre funzionari, tra
cui due che erano con Rabin la sera del delitto, sono subito licenziati; il n.1,
l’Innominato, rimette il mandato immediatamente, ma resta in carica fino a
gennaio, per completare l’operazione contro l’”ingegnere morte”, Yahye
Ayyash, il responsabile dei commandos palestinesi suicidi, assassinato con una
minicarica esplosiva inserita in un telefonino cellulare) proprio sulla base di
quella segnalazione nega l’esistenza di un complotto, ipotesi investigativa
perseguita dal ministro di Polizia.
La tesi di Shahal è che da tempo un gruppo di estremisti di destra progettava di
assassinare i leader politici per arrestare il processo di pace: per ben tre volte i
fratelli Amir avrebbero avuto sotto tiro Rabin prima di riuscire a coronare il
loro disegno.

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reale
by indica Sunday April 27, 2003 at 10:42 AM

tale progetto è confermato da articoli apparsi su haaretz e dalle dichiarazioni della vedova di Rabin che accusò di connivenza il governo di sharon

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una questione di stile
by ugo maria tassinari Sunday April 27, 2003 at 10:51 PM
ugotassinari@immaginapoli.net
Non ho nulla in contrario che qualcuno tagli e incolli miei articoli. Uno scrive per essere letto. E se è appartenuto - senza avere motivo di pentirsene - alla generazione che ha tentato l'assalto al cielo non ha in alcun conto il diritto di autore.
E' solo una questione di stile: qualcuno ha stralciato un mio più lungo articolo, pubblicato nel sito di Sandro Provvisionato (http://www.misteriditalia.com) e avrebbe fatto bene a segnalare ai naviganti l'opportunità di una più completa informazione.
Grazie comunque

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http://italy.indymedia.org/news/2003/04/271388_comment.php#271849

io penso che tutto ciò non sia più importante
by oggi come oggi Monday April 28, 2003 at 09:26 PM

Un tempo in palestina vivevano insieme ebrei, arabi, musulmani : aveva ragione Arendt
Intanto tutto tornerà come allora e tanto sangue risulterà inutile
Un sorriso ebreo ed uno musulmano. Li ha visti Luciano Morpurgo e li ha immortalati con una foto. Ora, ingiallita, fa la sua scena in una mostra, a Palazzo Barberini, a Roma(l'entrata è gratuita, fino al 21 luglio) e sembra parlare, raccontare di anni in cui la coesistenza tra arabi ed israeliti, sebbene difficile, fosse comunque possibile. Siamo nel lontano 1927, in Italia il fascismo non solo non perseguita gli ebrei, ma al contrario ne incoraggia le iniziative (sono note le collaborazioni con la componente israelita). In Palestina, invece, c'è il protettorato britannico. Con la Grande Guerra e il conseguente dissolvimento dell'Impero Ottomano, è subentrato un periodo pacifico, che lascia ben sperare. Luciano Morpurgo, askenazita, appartenente alla buona borghesia ebraica di Spalato, noto editore dell'epoca, nonché fotografo, decide di partire per la Palestina con il suo amico, il geografo Roberto Almagià, professore all'Università di Roma. Il Viaggio viene organizzato dalla Fondazione per le Ricerche geografiche, una fondazione nata nel 1926 per lo sviluppo di relazioni fra l'Italia e gli ebrei che vivono in Terra d'Israele. Oltre la Palestina visitano anche l'Egitto e la Transgiordania. Circa mille sono le foto che rimangono di quell'esperienza e che sono conservate nel Fondo Morpurgo presso l'ICCD. Sono foto che colpiscono per quell'assenza di conflitti etnici, che oggi alla luce di quanto accade in quelle terre, sorprendono. Una vita tranquilla, senza morte e sangue, dunque è possibile. E gli attori di questo momento magico sono donne e uomini, ebrei e arabi, ritratti nell'attimo che vive ancora e si immerge nel nostro presente, rendendo possibile oltre ai giochi di luci, sogni straordinari. Come quando tra il contrasto tra luce e ombra, tra il nero e il bianco delle foto, filtra un raggio di sole illuminando una lamina che ora sembra d'oro. Diventa arte, il tranquillo affaccendarsi di comuni donne lungo le rive del fiume, la vita quotidiana dei pescatori. Infine un sorriso, questa volta per lo spettatore, per quella foto chiamata "Pulizie di Pasqua" ma che con le pulizie, in verità, nulla ha a che fare.
Angela Francesca D'Atri
http://www.medioriente.it/Lavori/Mostra%20Palestina.htm
http://www.unilibro.it/libro/l986231.htm

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un libro scritto da giudei sfata molti miti
by voce scomoda Thursday August 21, 2003 at 09:45 PM

in inglese
Pubblicato da
"Jews for Justice in the Middle East"

http://www.cactus48.com/truth.html




traduzione
by prima parte Friday August 22, 2003 at 09:42 AM

La storia antica della regione
Prima che gli ebrei vi emigrassero intorno al 1800 a.C., la terra di Canaan era abitata dai Cananei
"Tra il 3000 ed il 1100 a.C. la civilta' cananea fiori' in tutto l'area mediorientale, dalla Palestina. al Libano, a parte della Siria e della attuale Giordania. Coloro che restarono tra le colline di Gerusalemme dopo l'uscita degli ebrei dalla Palestina era un potpourri: agricoltori e coltivatori, pagani e convertiti al Cristianesimo, discendenti di arabi, persiani, samaritani, greci e vecchie tribu' cananee, gebusee e filistee". (Marcia Kunstel e Joseph Albright, "Their Promised Land.)
L'antica eredita' genetica degli attuali palestinesi
"Ma tutte queste differenti popolazioni che arrivarono nella terra di Canaan erano aggiunzioni, che si abbarbicarono all'albero genetico ... Quell'albero genetico era cananeo ... [gli invasori arabi del Settimo secolo] convertirono all'Islam i nativi, si insediarono come residenti e si unirono al ceppo cananeo attraverso i matrimoni, sicche' il risultato e' che tutta la popolazione nativa si arabizzo'. Di certo non si puo' dire quando termina la cultura cananea ed inizia quella araba, ma la fusione fu naturale, lenta." (Illene Beatty, "Arab and Jew in the Land of Canaan.")
I Regni ebraici furono solo uno dei tanti periodi storici dell'antica Palestina
"I regni di Davide e Salomone, su cui i sionisti basano le loro richieste territoriali, durarono per soli 73 anni ... Poi caddero ... [Anche] se consideriamo l'intera vita degli antichi regni ebraici, dalla conquista di Canaan da parte di Davide nel 1000 a.C. alla cacciata di Giuda nel 586 a.C., arriviamo solo a 414 anni di dominio ebraico". Illene Beatty, "Arab and Jew in the Land of Canaan."
Notizie sulla civilta' cananea
"Recenti scavi archeologici hanno dimostrato che Gerusalemme era una citta' grande e fortificata gia' nel 1800 a.C. .. I ritrovamenti dimostrano l'esistenza di sofisticati sistemi idrici anteriori di otto secoli all'arrivo delle tribu' israelitiche... Il dottor Ronny Reich, direttore degli scavi insieme ad Eli Shuikrun, afferma che l'intero complesso fu costruito dai cananei nel periodo del Medio Bronzo, intorno al 1800 a.C." The Jewish Bulletin, July 31st, 1998.
Da quanto tempo la Palestina e' un paese specificamente arabo?
"La Palestina divenne un paese prevalentemente arabo a partire dalla fine del settimo secolo a.C. Immediatamente dopo, i suoi confini e le sue caratteristiche - incluso il nome, Filastin [terra dei filistei] - divennero noti all'intero mondo islamico, sia per la bellezza e fertilita' del paese sia per il suo significato religioso ... Nel 1516 la Palestina divenne provincia dell'impero Ottomano, ma cio' non la rese meno fertile, meno araba o islamica ... Edward Said, "The Question of Palestine."
L'opposizione palestinese all'immigrazione indiscriminata di ebrei europei ed americani era basata su un innato antisemitismo o su un senso di reale pericolo avvertito dalla comunita'?
"Lo scopo del Fondo Nazionale Ebraico era quello di 'rivendicare la terra di Palestina come possesso inalienabile del popolo ebraico'... Come scrisse il leader sionista Ahad Ha'am nel 1891, "Cercheremo di incoraggiare la popolazione povera ad emigrare in altri paesi in cui procureremo loro impiego, negando loro il permesso di lavorare nel nostro. Sia il processo di espropriazione che quello di rimozione dei poveri dovranno essere condotti con discrezione e circospezione' ... In molte localita' della Palestina del nord, i contadini rifiutarono di lasciare le terre che il Fondo aveva acquistato da proprietari assenti, e le autorita' turche, su richiesta del Fondo, li ... Gli ebrei indigeni di Palestina reagirono anch'essi negativamente al sionismo. Essi non vedevano la necessita' di uno stato ebraico in Palestina e non volevano esacerbare gli ottimi rapporti con gli arabi. John Quigley, "Palestine and Israel: A Challenge to Justice."
Antisemitismo innato?
"prima del 20esimo secolo, molti ebrei della Palestina appartenevano alla vecchia Yishuv, o comunita', stabilitasi li' piu' per motivazioni religiose che politiche. Non vi fu mai conflitto tra essi e la popolazione palestinese. Le tensioni iniziarono allorche' giunsero i coloni sionisti alla fine del 1800, i quali acquistarono terre dai proprietari assenti portando all'espropriazione dei contadini residenti". Don Peretz, "The Arab-Israeli Dispute."
Antisemitismo innato?
"durante il Medioevo, il Medioriente ed il Nord-Africa divennero luogo di rifugio e porto sicuro per gli ebrei perseguitati in Spagna ... In Palestina essi furono accolti e vissero in armonia con la popolazione locale, un'armonia interrotta dalle pretese sioniste di "possesso ebraico della Palestina", con l'esclusione dei suoi abitanti musulmani e cristiani". Sami Hadawi, "Bitter Harvest."
Attitudine sionista verso i nativi in Palestina
"Trovatisi improvvisamente liberi in quella che consideravano "la terra della diaspora", svilupparono immediatamente la loro inclinazione verso il despotismo. Trattavano i nativi con ostilita' e crudelta', non li consideravano degni dei loro stessi diritti, li offendevano senza ragione e si compiacevano di queste azioni; e nessuno, tra noi, si opponeva a questa terribile e pericolosa inclinazione". Lo scrittore sionista Ahad Ha'am, citato in "Bitter Harvest", di Sami Hadawi.
Proposte di cooperazione arabo-ebraiche
"Un articolo di Yitzak Epstein, pubblicato da Hashiloah nel 1907 ... reclamava una nuova politica sionista verso u nativi dopo 30 anni di attivita' di insediamento ... Come Ahad Ha'am nel 1891, Epstein affermava che 'nessuna terra buona era vuota', sicche' la colonizzazione ebraica significava espropriazione dei nativi ... La soluzione di Epstein al problema, affinche' fosse evitata una nuova questione ebraica, era la creazione di un programma di insediamento e sviluppo bi-nazionale e non esclusivista, in cui scuole, ospedali e librerie non fossero esclusiviste. La visione di cooperazione pacifica ebbe pochi sostenitori. Epstein fu messo al bando e pubblicamente svergognato per il suo 'cuore tenero' ". Israeli author, Benjamin Beit-Hallahmi, "Original Sins."
La Palestina fu l'unica, o perlomeno, preferita, destinazione degli ebrei allorche' ebbe inizio il movimento sionista?
"molti ebrei russi furono costretti a partire a causa delle persecuzioni. Societa' note con il nome di "Amanti di Sion", precursori dell'organizzazione sionista, convinsero molti degli spaventati emigranti ad andare in Palestina. Li', essi affermavano, gli ebrei ricostituiranno l'antico "regno di Salomone". Molti ebrei russi ignorarono questo appello e si riversarono negli Stati Uniti ed in Europa. Nel 1900, quasi un milione di ebrei russi si stabili' nei soli Stati Uniti". "Our Roots Are Still Alive" by The People Press Palestine Book Project.
Il mandato britannico
1920-1948
La dichiarazione di Balfour promette un "focolare ebraico" in Palestina
"La Dichiarazione di Balfour, fatta nel novembre 1917 dal Governo Britannico ... fu fatta a) da una potenza europea, b) riguardo un territorio non-europeo, c) in totale irrispetto della presenza e dei desideri della popolazione nativa ... [Come Balfour stesso scrisse nel 1919], "La contraddizione tra la lettera dell'Accordo (la Dichiarazione anglo-francese del 1918, con la quale si prometteva l'indipendenza a tutti i territori arabi sotto il dominio ottomano in cambio del loro supporto durante la guerra mondiale) e' ancora piu' flagrante nel caso della nazione indipendente di Palestina, piuttosto che in quello della nazione indipendente di Siria. Perche' in Palestina noi non mettiamo neppure in conto di dover interpellare gli abitanti ... Le quattro potenze sono fedeli al sionismo e questo, giusto o sbagliato che sia, e' radicato nel passato, nei bisogni attuali, nei desideri futuri, in una parola e' per noi molto piu' importante dei desideri e dei pregiudizi degli abitanti di quella antica terra". " Edward Said, "The Question of Palestine."
La Palestina non era un deserto prima che gli ebrei vi immigrassero?
"L' alto commissario britannico per la Palestina, John Chancellor, raccomando' la sospensione totale di immigrazione ebraica e di acquisto di terre per proteggere l'agricoltura palestinese. Egli affermo' che tutte le terre coltivabili erano occupate e che nessuna terra coltivabile in possesso della popolazione indigena avrebbe potuto essere ceduta ad ebrei senza creare una classe di agricoltori disoccupati. .. . L'ufficio per le Colonie respinse la raccomandazione". John Quigley, "Palestina ed Israele: Una sfida alla giustizia."
I primi sionisti volevano vivere fianco a fianco con la popolazione locale?
"Nel 1919, la Commissione americana King-Crane trascorse sei settimane tra la Siria e la Palestina, intervistando delegazioni e leggendo petizioni. Il suo rapporto stabili': "La Commissione ha iniziato il suo studio sul sionismo con la mente predisposta in suo favore ... Cio' che e' venuto fuori con chiarezza e' che i sionisti mirano al completo dispossesso degli abitanti della Palestina, sotto varie forme ...
"Se il principio dell' autodeterminazione e' la regola, e dunque i desideri della popolazione palestinese sono decisivi circa il futuro di questa terra, bisogna allora ricordare che tutta la popolazione non ebraica della Palestina - i nove decimi del totale - sono totalmente contro l'intero programma sionista. Costringere questo popolo a subire un'illimitata immigrazione di ebrei e sottoporli a pressioni sociali tali da costringerli a cedere le loro proprieta' costituisce una violazione gravo del principio suddetto ... Nessun dirigente britannico consultato dalla Commissione ritiene che il progetto sionista possa essere realizzato senza il ricorso alle armi. I dirigenti ritengono che il programma possa essere iniziato solo con l'ausilio di non meno di cinquantamila soldati. Questa e' la prova piu' evidente dell'ingiustizia del programma stesso. La pretesa iniziale spesso citata dai rappresentanti sionisti intervistati, e cioe' che essi abbiano "diritto" alla Palestina sulla base di un'occupazione di 2000 anni fa, non puo' essere presa seriamente in considerazione". Quoted in "The Israel-Arab Reader" ed. Laquer and Rubin.
Fianco a fianco?
"I sionisti non fecero mistero delle loro intenzioni e, difatti, gia' nel 1921, il dottor Eder, membro della Commissione sionista, dichiarava bruscamente alla Corte d'Inchiesta: "Ci puo' essere solo uno stato, in Palestina, ed e' quello ebraico, cosi' come non vi puo' essere uguaglianza nella collaborazione tra arabi ed ebrei. Vi sara' una preponderanza ebraica non appena i numeri della razza siano sufficientemente aumentati". A quel punto, egli chiese che solo agli ebrei fosse concesso di portare armi". Sami Hadawi, "Bitter Harvest."
La negazione del diritto palestinese all'autodeterminazione
"Anche se nessuno avesse perso la sua terra, il programma [sionista] era ongiusto dal principio perche' non riconosceva diritti politici alla maggioranza ... Il sionismo, come principio, non poteva permettere ai nativi di esercitare i loro diritti politici, perche' cio' avrebbe significato la fine dell'impresa sionista". Benjamin Beit-Hallahmi, "Original Sins."
La resistenza araba al sionismo pre-israeliano
"Nel 1936-39, i palestinesi tentarono una rivolta nazionalista ... David Ben Gurion, un pragmatico, ne riconobbe la natura. Nelle discussioni interne, noto' che "quando ne parliamo all'esterno, minimizziamo l'opposizione araba a noi", ma, avverti', "non nascondiamo la verita' anche tra di noi". La verita' era che "politicamente noi siamo gli aggressori ed essi si difendono. Il paese e' il loro, perche' sono loro ad abitarvi, mentre noi vogliamo venire e sistemarci. Loro ritengono che vogliamo prendercelo, mentre ne siamo ancora fuori". La rivolta fu schiacciata dagli inglesi, con considerevole brutalita'", Noam Chomsky, "The Fateful Triangle."
Gandhi sul conflitto in Palestina - 1938
"La Palestina appartiene agli arabi cosi' come l'Inghilterra appartiene agli inglesi e la Francia ai francesi ... Quello che sta avvenendo oggi in Palestina non puo' essere giustificato da nessun codice morale di condotta ... Se gli ebrei vogliono stabilirvisi per motivi religiosi, non dovrebbero farlo con la protezione delle baionette inglesi. Possono risiedere in Palestina solo con il beneplacito dei nativi ... Cosi' come sta accadendo essi sono complici degli inglesi nell' espoliare un popolo che non ha fatto loro alcun male. Io non voglio difendere gli eccessi arabi. Avrei preferito che scegliessero di resistere in maniera non-violenta a cio' che vivono come un intollerabile sopruso sulla loro terra. Ma, secondo gli accettati canoni del giusto e dello sbagliato, non puo' essere detto nulla contro la resistenza araba, visto cio' che sta loro accadendo". Mahatma Gandhi, quoted in "A Land of Two Peoples?" ed. Mendes-Flohr.
I sionisti non comprarono legalmente molte delle terre su cui fu fondato Israele?
"Nel 1948, al momento della creazione di Israele, esso possedeva poco piu' del 6 % delle terre palestinesi ... Cosi', quando fu annunciato il piano di spartizione nel 1947, esso includeva terre illegalmente prese dai coloni, le quali furono incorporate secondo la tattica del "fatto compiuto" nei confini dello stato ebraico. E, dopo l'annuncio della creazione di Israele, una serie impressionante di leggi prese vita allo scopo di annettere vaste aree di terra palestinese (i cui proprietari, diventati profughi, furono dichiarati "proprietari assenti"). Edward Said, "The Question of Palestine."




traduzione
by seconda parte Friday August 22, 2003 at 09:45 AM

La partizione della Palestina
Perche' le N.U. raccomandarono la spartizione della Palestina in uno stato arabo ed uno ebraico?
"In questo periodo [novembre 1947] gli Stati Uniti emersero come i piu' aggressivi sostenitori della spartizione ... Gli Stati Uniti ottennero dall'Assemblea Generale che il voto fosse rinviato "per prendere tempo e portare in linea con le loro [degli USA] vedute alcune repubbliche dell'America Latina" ... Alcuni delegati accusarono i dirigenti USA di "intimidazioni diplomatiche". "Senza le tremende pressioni esercitate dagli USA su paesi che non potevano affrontare il rischio di rappresaglie americane, la risoluzione non sarebbe mai passata". John Quigley, "Palestine and Israel: A Challenge to Justice."
Perche' Truman adotto' questa posizione?
"Mi dispiace, signori, ma devo rispondere a centinaia di migliaia di persone ansiose per il successo del sionismo. Non vi sono centinaia di migliaia di arabi tra i miei costituenti". Presidente Harry Truman, citato in "Anti Zionism", ed. by Teikener, Abed-Rabbo & Mezvinsky.
La partizione era giusta sia per gli ebrei che per gli arabi?
"Nessun popolo con un briciolo di auto-rispetto avrebbe mai potuto accettare un'ingiustizia del genere senza protestare, senza lottare almeno ... L'azione delle Nazioni Unite contrastava con i principi basilare per cui esse erano state create. Negando ai palestinesi il diritto di decidere per se' stessi, le Nazioni Unite violarono la loro stessa carta". Sami Hadawi, "Bitter Harvest."
I sionisti erano preparati a sistemarsi nel territorio loro garantito dalla spartizione del 1947?
"Mentre la leadership dell'Yishuv formalmente accetto' il piano del 1947, vasti settori della societa' israeliana - incluso ... Ben Gurion - avversarono il piano sin dall'inizio e considerarono la guerra un'opportunita' ideale per espandere i confini dello stato ben al di la' dei limiti imposti dalla partizione a spese dei palestinesi". ILo storico israeliano Benny Morris, in "Tikkun", Marzo/Aprile1998.
Dichiarazioni pubbliche e private su questo argomento
"Nelle discussioni private, nel 1938, [Ben-Gurion] affermava che "dopo che saremo diventati una forza potente, dopo la creazione dello stato, aboliremo la partizione e ci espanderemo in tutta la Palestina' ... Nel 1948, Menahem Begin dichiaro' che "La partizione e' illegale. Non la riconosciamo. La firma della partizione sia da parte di istituzioni che di individui e' invalida. Gerusalemme sara' per sempre la nostra capitale. Eretz Israel sara' del popolo d'Israele, tutta e per sempre". Noam Chomsky, "The Fateful Triangle."
Inizia la guerra
"Nel dicembre 1947, i britannici annunciarono il loro ritiro dalla Palestina per il 15 maggio 1948. I palestinesi di Gerusalemme e di Jaffa proclamarono uno sciopero generale contro la partizione. I combattimenti scoppiarono quasi immediatamente per le strade di Gerusalemme ... Violenti incidenti preannunciarono la guerra imminente... Durante quel fatale aprile del 1948, otto dei tredici maggiori attacchi sionisti si concentrarono nel territorio che la partizione aveva assegnato ai nativi di Palestina". "Le nostre radici sono ancora vive" della People Press Palestine Book Project.
I sionisti non rispettarono mai i confini della partizione
"Prima della fine del mandato e, dunque, prima di ogni possibile intervento da parte degli stati arabi, i sionisti, grazie alla superiorita' militare accordatagli dalla potenza mandataria, avevano occupato molte citta' palestinesi prima del 15 maggio 1948. Tiberiade fu occupata il 19 aprile del 1948, Haifa il 22 aprile, Jaffa il 28 aprile, alcuni quartieri della citta' nuova di Gerusalemme il 30 aprile, Baisan l'8 maggio, Safad il 10 maggio e Akka il 14 maggio. Scrittore britannico Henry Cattan, "Palestina,Gli arabi e Israele."
"Menahem Begin, leader dell'Irgun, racconta che "a Gerusalemme, come altrove, fummo i primi a passare dalla difensiva all'offensiva ... L'Hagana porto' a compimento con successo diversi attacchi, mentre l'esercito regolare avanzava su Haifa come un coltello nel burro". Gli israeliani ora sostengono che la prima guerra scoppio' con l'ingresso degli eserciti arabi in Palestina dopo il 15 maggio 1948. Ma questa fu la seconda fase della guerra; essi tacciono sui massacri, le espropriazioni e le pulizie etniche precedenti a quella data, i quali necessitavano di un piu' ben deciso intervento da parte degli stati arabi". Sami Hadawi, "Il raccolto piu' amaro"
Il massacro di Deir Yassin
"Per l'intero giorno del 9 aprile 1948, l'Irgun e il Lehi perpetrarono il massacro in maniera fredda e premeditata ... I sionisti allinearono centinaia di uomini, donne e bambini contro un muro e li spararono ... L'orrore di quel massacro provoco' shock in tutto il mondo, mentre i civili palestinesi, in preda al terrore, fuggirono dalle loro case". Scrittore israeliano, Simha Flapan, "La nascita di Israele"
Deir Yassin fu l'unico?
"Nel 1948, i sionisti non solo erano gia' perfettamente in grado di "difendersi", ma anche di commettere atrocita' di massa contro i civili. Secondo l'ex direttore degli archivi dell'esercito israeliano, "in quasi tutti i villaggi da noi occupati durante la Guerra d'indipendenza, furono commessi atti che possono essere definiti crimini di guerra, come omicidi, massacri e stupri" ... Uri Milstein, autorevole storico militare israeliano della guerra del 1948, va oltre, affermando che "ogni scaramuccia si risolveva in un massacro di arabi". Norman Finkelstein, "Miti e realta' del conflitto arabo-israeliano
Nascita dello stato ed Espulsione - 1948
Quale fu la reazione araba all'annuncio della creazione dello stato d'Israele?
"Gli eserciti arabi entrarono immediatamente in guerra dopo la creazione dello stato d'Israele. I combattimenti continuarono quasi esclusivamente nel territorio assegnato ai palestinesi ... Circa 700.000 persone furono espulse durante il conflitto". Noam Chomsky, "The Fateful Triangle."
La parte della Palestina assegnata ai sionisti era messa in pericolo dagli eserciti arabi?
"La Lega Araba con difficolta' ordino' ai paesi membri di inviare truppe regolari in Palestina. Ad essi fu ingiunto di operare solo nelle parti della Palestina assegnate agli arabi nel piano di spartizione. Queste truppe non erano ben equipaggiate e mancavano di un comando centrale in grado di coordinarne gli sforzi ... [Il re di Giordania Abdallah] promise [ad Israele ed agli inglesi] che le sue truppe, la Legione Araba, la sola vera forza d'urto nell'esercito arabo, avrebbero evitato di ingaggiare combattimenti con gli insediamenti israeliani ... Eppure, molti storici occidentali lo raccontano come il momento in cui il giovane stato israeliano sbaraglio' gli eserciti di cinque paesi. In realta' fu l'offensiva israeliana contro i palestinesi ad essere intensificata". "Our Roots Are Still Alive," by the Peoples Press Palestine Book Project.
Pulizia etnica della popolazione palestinese
"Joseph Weitz era il direttore dello Jewish National Land Fund ... Il 19 dicembre 1940, scrisse: "Deve essere chiaro che in questo paese non vi e' posto per entrambi i popoli ... L'impresa sionista e' stata efficace nel suo tempo, ed ha contribuito all'acquisto di terre - ma questo non ci portera' allo stato d'Israele; dobbiamo venire tutti insieme, nella maniera della Salvazione (che e' il segreto dell'idea messianica); e non c'e' modo se non attraverso il trasferimento degli arabi da qui ai paesi circostanti, il trasferimento di tutti; tranne forse che Betlemme, Nazareth e Gerusalemme vecchia, non dobbiamo lasciare un singolo villaggio in piedi"... Ci sono, letteralmente, migliaia di affermazioni come questa fatte da sionisti". Edward Said, "The Question of Palestine."
Pulizia etnica
"Dopo il 1936, nessun leader [sionista] riusciva a concepire una futura coesistenza senza che vi fosse una netta separazione fisica con i nativi, possibile solo attraverso l'espulsione ed il "transfer". Pubblicamente, continuavano a parlare di coesistenza e ad attribuire le violenze ad un piccolo numero di zeloti e di agitatori. Ma questa era una posa puramente pubblica ... Ben Gurion riassume cosi': "Con un transfer forzato avremmo una vasta area [per gli insediamenti] ... Io supporto il transfer forzato. Non vi vedo nulla di immorale". storico israeliano Benny Morris, "Righteous Victims."
Pulizia etnica
"Ben Gurion voleva chiaramente che rimanesse il minore numero possibile di arabi nel nuovo stato ebraico. Sperava di vederli via tutti. Lo rivelo' ad amici e colleghi durante gli incontri di agosto, settembre ed ottobre [1948]. Ma non fu annunciata alcuna politica generale di espulsione e Ben Gurion evito' sempre di dare ordini chiari o scritti di espulsione; preferiva che i suoi generali "capissero" cosa lui volesse che fosse fatto. Voleva evitare di passare alla storia come il "grande esecutore di pulizia etnica" e voleva che il governo israeliano non fosse coinvolto in una politica moralmente indegna ... Ma, nonostante non vi fosse un chiaro ordine di espulsione, gli attacchi di luglio ed ottobre [1948] furono caratterizzati da numerosissime espulsioni e brutalita' contro i civili palestinesi maggiori di quelle subite nella prima meta' della guerra". Benny Morris, "The Birth of the Palestinian Refugee Problem, 1947-1949"
I palestinesi non lasciarono volontariamente le loro case durante la guerra del 1948?
"La propaganda israeliana ha a lungo proclamato che l'esodo palestinese del 1948 fosse volontario. I circoli ufficiali implicitamente ammettono che la popolazione civile fu costretta ad andare via dalle azioni israeliane - sia direttamente, come nel caso di Lydda e Ramleh, che indirettamente, a causa del panico suscitato dalle orrende stragi di civili [massacro di Deir Yassin, ad esempio]. Comunque, nonostante il fatto che la verita' storica comincia a venir fuori, l'establishment israeliano rifiuta ancora di considerarsi responsabile politico e morale del problema dei profughi che, in realta', ha creato. Peretz Kidron, citato in "Blaming the Victims," ed. Said and Hitchens.



terroristmo israeliano x DAN
by Yuri Wednesday April 16, 2003 at 03:09 PM

Quando Israele colpiva con il Mossad

di Vincenzo Tessandori
Il Mossad era l'arma migliore di Israele
Ora si preferisce agire con tank e elicotteri
Per mostrare la propria potenza
Ma i danni collaterali sono troppi
E qualcuno rimpiange la 'guerra degli inganni'
«Farai la guerra tramite l'inganno» insegnavano ai neofiti del Mossad, il servizio segreto israeliano, considerato il più efficiente al mondo. Anche se certe valutazioni sono sempre difficili, oggi forse non più, dopo mesi interminabili di attacchi suicidi a Gerusalemme e dintorni. Guerreggiare con l'inganno voleva anche dire che ogni progetto dallo spionaggio militare a quello industriale, dall'uccisione al sequestro di un nemico, dovesse realizzarsi nel silenzio, sottovoce, senza rivelarsi: tanto chi doveva capire avrebbe capito. Oggi gli israeliani paiono aver deciso che l'inganno, ormai, è troppo complicato e sono preferibili missili e bombe d'aereo: del resto, dopo mesi di mattanze, agli «effetti collaterali» sembra non badare più nessuno. Così, nell'ultima decade di luglio a Gaza viene eliminato Salah Shehadeh, 49 anni, indicato come «pericoloso terrorista». E forse lo era davvero, un terrorista, pianificatore di stragi d'innocenti. Fatto è che per toglierlo di mezzo non è stata usata una squadra della morte o un killer solitario ma caccia F16 che scagliarono fasci di missili sulla casa nella quale si trovava, evidentemente ben conosciuta. Che raggiunsero il bersaglio ma, riferirono le cronache, assassinarono altre 14 persone e ne ferirono oltre 150.
Anche l'altra notte, per spazzar via Mohammed Deif, leader di Hamas, è stato usato un sistema che sarebbe ripugnato ai sacerdoti del Mossad di un tempo. Del resto, quando alle Olimpiadi di Monaco del '72 un gruppo di terroristi palestinesi uccise undici atleti israeliani, Tel Aviv decise che era arrivato il tempo della vendetta e che quella vendetta doveva esser consumata subito. Sguinzagliò una squadra alla caccia del commando di feddaiyn con l'ordine di usare l'inganno per avvicinarli e, se possibile, eliminarli senza troppo clamore. Il primo capitolo di quella storia venne scritto il 16 ottobre in piazza Annibaliano, a Roma. Un «vendicatore» affrontò nell'androne di casa sua Wael Zwaiter, uno dei protagonisti di Monaco, e lo uccise a colpi di Beretta calibro 22. Due mesi dopo, il 18 dicembre, a Parigi una bomba nascosta nel telefono di casa ferì mortalmente Mahamoud Hamshari e il 24 gennaio toccò ad Abad al-Chir saltare in aria nella sua camera d'albergo, a Nicosia, Cipro. Seguirono altri sette capitoli tragici, apparentemente non collegati tra loro. Nell'ultimo, in un giardino pubblico di Tarifa, in Spagna, qualcuno sparò contro un giovane arabo rimasto senza nome. Forse nessuno conosce i segreti, i sotterfugi e il numero delle esecuzioni del Mossad. Della cattura, a Buenos Aires, del criminale nazista Adolf Eichmann si venne a conoscenza quando ormai era pronto il processo in Israele e anche del rapimento dell'ingegnere nucleare Vanono, si venne a conoscenza quando lo scienziato, accalappiato a Roma da una prosperosa bionda, ormai si trovava in Israele.
Non c'era una sola «Tamburina» e oggi, forse, non ne esistono più. La guerra è in casa, agire con freddezza è sempre più difficile: dunque, terrorismo contro terrorismo, meglio le bombe delle operazioni silenziose, indifferenti agli «effetti collaterali» perché c'è chi sostiene sia necessario mostrare la propria potenza in maniera immediata e non equivoca. Ma le bombe, come l'altra notte, spesso falliscono e così qualcuno rimpiange quella regola: «Farai la guerra tramite l'inganno».
http://www.ilnuovo.it/nuovo/foglia/0,1007,...,153241,00.html
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The Lavon Affair
By David Hirst, Excerpts from his book: The Gun and the Olive Branch, 1977, 1984, Futura Publications
In July 1954 Egypt was plagued by a series of bomb outrages directed mainly against American and British property in Cairo and Alexandria. It was generally assumed that they were the work of the Moslem Brothers, then the most dangerous challenge to the still uncertain authority of Colonel (later President) Nasser and his two-year-old revolution. Nasser was negotiating with Britain over the evacuation of its giant military bases in the Suez Canal Zone, and, the Moslem Brothers, as zealous nationalists, were vigorously opposed to any Egyptian compromises.
It therefore came as a shock to world, and particularly Jewish opinion, when on 5 October the Egyptian Minister of the Interior, Zakaria Muhieddin, announced the break-up of a thirteen-man Israeli sabotage network. An 'anti-Semitic' frame-up was suspected.
Indignation increased when, on 11 December, the group was brought to trial. In the Israeli parliament, Prime Minister Moshe Sharett denounced the 'wicked plot hatched in Alexandria ... the show trial which is being organized there against a group of Jews who have fallen victims to false accusations and from who mit seems attempts are being made to extract confessions of imaginary crimes, by threats and torture . . .'49 The trade union newspaper Davar observed that the Egyptian regime 'seems to take its inspiration from the Nazis' and lamented the 'deterioration in the status of Egyptian Jews in general'.50 For Haaretz the trial 'proved that the Egyptian rulers do not hesitate to invent the most fantastic accusations if it suits them'; it added that 'in the present state of affairs in Egypt the junta certainly needs some diversions'.51 And the next day the .7erusalem Post carried this headline: 'Egypt Show Trial Arouses Israel, Sharett Tells House. Sees Inquisition Practices Revived.'
The trial established that the bombings had indeed been carried out by an Israeli espionage and terrorist network. This was headed by Colonel Avraharn Dar --alias John Darling-- and a core of professionals who had set themselves up in Egypt under various guises. They had recruited a number of Egyptian Jews; one of them was a young woman, Marcelle Ninio, who worked in the offices of a British company. Naturally, the eventual exposure of such an organization was not going to improve the lot of the vast majority of Egyptian Jews who wanted no-thing to do with Zionism. There were still at least 50,000 Jews in Egypt; there had been something over 60,000 in 1947, more than half of whom were actually foreign nationals. During the first Arab-Israeli war of 1948, the populace had some times vented its frustration against them, and some were killed in mob violence or by terrorist bombs. In spite of this, and of the revolutionary upheaval which followed four years later, few Jews-including the foreign nationals-left the country, and fewer still went to Israel. A Jewish journalist insisted: 'We, Egyptian Jews, feel secure in our homeland, Egypt.'52
The welfare of Oriental Jewry in their various homelands was, as we have seen, Israel's last concern. And in July 1954 it had other worries. It was feeling isolated and insecure. Its Western friends-let alone the rest of the world-were unhappy about its aggressive behaviour. The US Assistant Secretary of State advised it to 'drop the attitude of the conqueror'.53 More alarming was the rapprochement under way between Egypt, on the one hand, and the United States and Britain on the other. President Eisenhower had urged Britain to give up her giant military base in the Suez Canal Zone; Bengurion had failed to dissuade her. It was to sabotage this rapprochement that the head of Israeli intelligence, Colonel Benyamin Givli, ordered his Egyptian intelligence ring to strike.
Givli's boss, Defence Minister Pinhas Lavon, and the Prime Minister, Moshe Sharett, knew nothing of the operation. For Givli was a member of a powerful Defence Ministry clique which often acted independently, or in outright defiance, of the cabinet. They were proteges of Bengurion and, although 'The Old Man' had left the Premiership for Sde Boker, his Negev desert retreat, a few months before, he was able, through them, to perpetuate the hardline 'activist' policies in which he believed. On Givli's instructions, the Egyptian network was to plant bombs in American and British cultural centres, British-owned cinemas and Egyptian public buildings. The Western powers, it was hoped, would conclude that there was fierce internal opposition to the rapprochement and that Nasser's young r6gime,faced with this challenge, was not one in which they could place much confidence.54 Mysterious violence might therefore persuade both London and Washington that British troops should remain astride the Canal; the world had not forgotten Black Saturday, 28 January 1951, in the last year of King Farouk's reign, when mobs rampaged through downtown Cairo, setting fire to foreign-owned hotels and shops, in which scores of people, including thirteen Britons, died.
The first bomb went off, on 2 July, in the Alexandria post office. On 11 July, the Anglo-Egyptian Suez negotiations, which had been blocked for nine months, got under way again. The next day the Israeli embassy in London was assured that, up on the British evacuation from Suez, stock-piled arms would not be handed over to the Egyptians. But the Defence Ministry activists were unconvinced. On 14 July their agents, in clandestine radio contact with Tel Aviv, fire-bombed US Information Service libraries in Cairo and Alexandria. That same day, a phosphorous bomb exploded prematurely in the pocket of one Philip Natanson, nearly burning him alive, as he was about to enter the British-owned Rio cinema in Alexandria. His arrest and subsequent confession led to the break-up of the whole ring-but not before the completion of another cycle of clandestine action and diplomatic failure. On 15 July President Eisenhower assured the Egyptians that 'simultaneously' with the signing of a Suez agreement the United States would enter into 'firm commitments' for economic aid to strengthen their armed forces.55 On 23 July --anniversary of the 1952 revolution-- the Israeli agents still at large had a final fling; they started fires in two Cairo cinemas, in the central post office and the railway station. On the same day, Britain announced that the War Secretary, Antony Head, was going to Cairo. And on 27 July he and the Egyptians initiated the 'Heads of Agreement' on the terms of Britain's evacuation.
The trial lasted from 11 December to 3 January. Not all the culprits were there, because Colonel Dar and an Israeli colleague managed to escape, and the third Israeli, Hungarian-born Max Bennett, committed suicide; but those who were present all pleaded guilty. Most of them, including Marcelle Ninio, were sentenced to various terms of imprisonment. But Dr Musa Lieto Marzuk, a Tunisian-born citizen of France who was a surgeon at the Jewish Hospital in Cairo, and Samuel Azar, an engineering professor from Alexandria, were condemned to death. In spite of representations from France, Britain and the United States the two men were hanged. Politically, it would have been very difficult for Nasser to spare them, for only seven weeks before six Moslem Brothers had been executed for complicity in an attempt on his life. Nevertheless Israel reacted with grief and anger. So did some Western Jews. Marzuk and Azar 'died the death of martyrs', said Sharett on the same day in the Knesset, whose members stood in silent tribute. Israel went into official mourning the following day. Beersheba and Ramat Gan named streets after the executed men. Israeli delegates to the Egyptian-Israeli Mixed Armistice Commission refused to attend its meeting, declaring that they would not sit down with representatives of the Cairo junta. In New York there were bomb threats against the Egyptian consulate and a sniper fired four shots into its fourth-floor window.56
This whole episode, which was to poison Israeli political life for a decade and more, came to be known as the 'Lavon Affair', for it had been established in the Cairo trial that Lavon, as Minister of Defence, had approved the campaign of sabotage. At least so the available evidence made it appear. But in Israel, Lavon had asked Moshe Sharett for a secret inquiry into a matter about which the cabinet knew nothing. Benyamin Givli, the intelligence chief, claimed that the so-called 'security operation' had been authorized by Lavon himself. Two other Bengurion proteges, Moshe Dayan and Shimon Peres, testified against Lavon. Lavon denounced Givli's papers as forgeries and demanded the resignation of all three men. Instead, Sharett ordered Lavon himself to resign and invited Bengurion to come out of retirement and take over the Defence Ministry. It was a triumphant comeback for the 'activist' philosophy whose excesses both Sharett and Lavon had tried to modify. It was con-summated, a week later, by an unprovoked raid on Gaza, which left thirty-nine Egyptians dead and led to the Suez War Of 1956.57
When the truth about the Lavon Affair came to light, six years after the event, it confirmed that there had been a frame-up-not, however, by the Egyptians, but by Bengurion and his young proteges. Exposure was fortuitous. Giving evidence in a forgery trial in September 1960, a witness divulged on passant that he had seen the faked signature of Lavon on a document relating to a 1954 'security mishap'.58 Bengurion immediately announced that the three-year statute of limitations prohibited the opening of the case. But Lavon, now head of the powerful Histradut Trade Union Federation, seized upon this opportunity to demand an inquiry. Bengurion did everything in his power to stop it, but his cabinet overruled him. The investigation revealed that the security operation' had been planned behind Lavon's back. His signature had been forged, and the bombing had actually begun long before his approval --which he withheld-- had been sought. He was a scapegoat pure and simple. On Christmas Day 1960,the Israeli cabinet unanimously exonerated him of all guilt in the 'disastrous security adventure in Egypt'; the Attorney General had, in the meantime, found 'conclusive evidence of forgeries as well as false testimony in an earlier inquiry'.59 Bengurion was enraged. He issued an ultimatum to the ruling Labour party to remove Lavon, stormed out of a cabinet meeting and resigned. In what one trade unionist described as 'an immoral and unjust submission to dictatorship', his diehard supporters in the Histradut swung the vote in favour i)f accepting Lavon's resignation. Lavon, however, won a moral victory over the man who twice forced him from office. In the streets of Tel Aviv and Jerusalem, students demonstrated in his favour. They carried placards reading: 'Bengurion Go to Sde Boker, Take Dayan and Peres with You. We do Not Accept Leaders with Elastic Consciences.'60 The affair rocked the ruling establishment, split public opinion, forced new elections and contributed largely to Bengurion's eventual disappearance from public life.
But Lavon was not the only real victim. There were also those misguided Egyptian Jews who paid with their lives or long terms of imprisonment. It is true that when, in 1968, Marcelle Ninio and her colleagues were exchanged for Egyptian' prisoners in Israel, they received a heroes' welcome. True, too, that when Miss Ninio got married Prime Minister Golda Meir, Defence Minister Dayan and Chief of Staff General Bar Lev all attended the wedding and Dayan told the bride 'the Six-Day War was success enough that it led to your freedom'.61 However, after spending fourteen years in an Egyptian prison, the former terrorists did not share the leadership's enthusiasm. When Ninio and two of her colleagues appeared on Israel television a few years later, they all expressed the belief that the reason why they were not released earlier was because Israel made little effort to get them out. 'Maybe they didn't want us to come back,' said Robert Dassa. 'There was so much intrigue in Israel. We were instruments in the hands of the Egyptians and of others ... and what is more painful after all that we went through is that this continues to be so.' In Ninio's opinion, 'the government didn't want to spoil its relations with the United States and didn't want the embarrassment of admitting it was behind our action'.62
But the real victims were the great mass of Egyptian Jewry. Episodes like the Lavon Affair tended to identify them, in the mind of ordinary Egyptians, with the Zionist movement. When, in 1956, Israeli invaded and occupied Sinai, feeling ran high against them. The government, playing into the Zionist hands, began ordering Jews to leave the country. Belatedly, reluctantly, 21,000 left in the following year; more were expelled later, and others, their livelihood gone, had nothing to stay for. But precious few went to Israel.
NOTES
49. Jerusalem Post, 12 December 1954.
5O. 13 December 1954.
51. 13 December 1954.
52. Berger, op. cit., p. 14.
53. love, Kennett, Suez: The Twice-Fought War, McGraw-Hill, New York, 1969, P. 71.
54. Ibid., p . 73.
55. Ibid., p. 74.
56. Love, op. cit., P. 77.
57. See p. 198.
58. New York Times, 10 February 1961.
59. Ibid
60. Jewish Chronicle, London, 17 February 1971.
61. Ha'olam Hazeh, 1 December 1971
62. Associated Press, 16 March 1975.

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The Lavon Affair: Terrorism to Coerce the West
ONE: Start immediate action to prevent or postpone Anglo-Egyptian Agreement. Objectives are: one, cultural and information centers; two, economic institutions; three, cars of British representatives and other Britons; four, whichever target whose sabotage could bring about a worsening of diplomatic relations. TWO. Inform us on possibilities of action in Canal Zone. THREE. Listen to us every day at 7 o'clock on wavelength G.
This coded cable was sent to the Israeli spy ring which had been planted in Egypt many months before it was activated in July 1954. The ring originally was to serve as a fifth column during the next war. The cable was preceded by oral instructions given by Colonel Benjamin Givii, head of Israel's military intelligence, to an officer headed for Cairo to join the ring. These instructions were:
[Our goal is] to break the West's confidence in the existing [Egyptian] regime .... The actions should cause arrests, demonstrations, and expressions of revenge. The Israeli origin should be totally covered while attention should be shifted to any other possible factor. The purpose is to prevent economic and military aid from the West to Egypt. The choice of the precise objectives to be sabotaged will be left to the men on the spot, who should evaluate the possible consequences of each action ... in terms of creating commotion and public disorders.13
These orders were carried out between July 2 and July 27, 1954, by the network which was composed of about ten Egyptian Jews under the command of Israeli agents. Negotiations were at their height between Cairo and London for the evacuation of the Canal Zone, and between Cairo and Washington for arms supplies and other aid in connection with a possible U.S.-Egyptian alliance. British and American cultural and informational centers, British-owned cinemas, but also Egyptian public buildings (such as post offices) were bombed in Cairo and Alexandria. Suspicion was shifted to the Muslim Brothers, opponents of Nasser's regime. The Israeli ring was finally discovered and broken up on July 27, when one of its members was caught after a bomb exploded in his pocket in Alexandria.
On that same date Sharett, who knew nothing about the ring, was informed of the facts, and he began to collect evidence on the responsibilities of defense ministry and army officials. He did nothing beyond this, however, until October 5, when Cairo officially announced the imminent trial of the arrested saboteurs. Sharett then fully supported the campaign launched by Israel to present the case as an anti-Jewish frame-up by the Egyptian regime. On December 13, two days after the trial opened in Cairo, the prime minister denounced in the Knesset "the plot ... and the show trial . . . against a group of Jews . . . victims of false accusations."* His party's paper, Davar, went as far as to accuse the Egyptian government of "a Nazi-inspired policy." Horror stories of confessions extracted from the accused under torture circulated in the Israeli and international media. Sharett knew all this to be untrue. "In reality," he wrote in his diary on January 2, 1955, "except for the first two days of their arrest, when there was some beating, the treatment of our men was absolutely decent and humane." But publicly, he kept silent did not himself join the massive anti-Nasser chorus. Even the members of the cabinet, the president of the state, not to speak of the press, were not officially informed until some time in February, when rumors exploded on each street corner in Israel. Then the true story came out, that the government propaganda had been false from beginning to end, that the terrorist ring was indeed planted in Egypt by the Israelis and the only frame-up in question was the one invented against Egypt by the Sharett administration.
*See Appendix 4.
By the time the trial was over-two of the accused were condemned to death and executed, eight were condemned to long terms of imprisonment, while the three Israeli commanders of the operation succeeded in fleeing from Egypt and the fourth committed suicide other important facts became known to the prime minister. The technical question of who actually gave the order to activate the ring on a certain date was not to be cleared up until six years later, when a fourth or fifth inquiry commission finally and definitely exonerated Lavon from that responsibility, and established that Dayan, Peres, Givli and other, minor, "security" aides had forged documents and falsified testimonies in order to bring about the incrimination of the minister of defense. In 1954-55, Sharett anticipated the findings of that commission, figuring that the entire leadership of the security establishment was guilty of the affair. For him, the question of who gave the order was secondary to the necessity of pronouncing a judgment on the ideology and politics of lsrael's terrorism. Therefore, while he had no doubts about the guilt of the Dayan-Peres-Givli clique, to him Lavon's political responsibility was also inescapable.
[People] ask me if I am convinced that "he gave the order?' . . . but let us assume that Givli has acted without instructions ... doesn't the moral responsibility lie all the same on Lavon, who has constantly preached for acts of madness and taught the army leadership the diabolic lesson of how to set the Middle East on fire, how to cause friction, cause bloody confrontations, sabotage targets and property of the Powers [and perform] acts of despair and suicide" (10, January 1955, 639)
At this point, Sharett could have changed the history of the Middle East. Had he spoken frankly and directly to public opinion, which was deeply troubled by the events in Egypt the arrests, the trial, the executions, the contradicting rumors, the climate of intrigue surrounding the "Affair," tearing up the mask of secrecy, denouncing those who were responsible, exposing his true convictions in regard to Israel's terroristic ideologies and orientations, proposing an alternative, he could have created for himself the conditions in which to use the formal powers that he possessed to make a radical housecleaning in the security establishment. The impact of such an act would have probably been considerable not only in Israel itself but also in the Arab world, especially in Egypt. The downfall of Lavon on one hand and of the Ben Gurionist gang, headed by Dayan and Peres, on the other hand might have blocked Ben Gurion's return to power, and in the longer range, the Sinai-Suez war. Events since then would have taken a different course. (14)
As it was, though, the prime minister had neither the courage nor the temperament required for such an action. Moreover, he always feared that his "moderate" convictions would expose him to accusations of defeatism by the activists of aggressive Zionism. Thus, he took cover behind a variety of pretexts aimed at justifying his passivity even to himself, while in his heart he knew that his objective compliance with the rules of the game imposed by his enemies would boomerang, in the end, against his own career. An open admission of the facts, he tormentedly argued, could be damaging to the people on trial in Cairo; or it could damage lsrael's image in the world; or it could bring about a split in the Mapai party, to whose leadership Lavon and Ben Gurion as well as he belonged, causing it to lose its majority in the next elections. Inevitably, he ended up entangled in the plots woven around him by the opposing factions in the government, the army and the party. By mid-February, he had no other choice but to acquiesce to the unspoken ultimatum of Ben Gurion's men and appeal to the Old Man to reenter the cabinet as minister of defense in Lavon's place.
By January 1955, Sharett was well aware that the "Affair" was being used by Lavon and his friends on one hand, the Ben Gurionists on the other, and such extremist pro-militarist factions as Ahdut Ha'avoda 15-to bring into the open the conflict between the "activist" line and the prime minister's "moderate" politics. He was informed also that Dayan was attempting to organize a coup d'etat and that Ben Gurion had given it his support. Other persons who had been approached (mainly from among Mapai's younger militants) had rejected the idea of a change of leadership through violence. 16 Dayan wanted to avoid at any cost being exposed by the investigation committee nominated by Sharett as one of those actually responsible for the "Affair." Lavon, on the other hand, threatened to commit suicide if the commission declared him guilty of having given the order.
Teddy [Kollek] painted a horrifying picture of the relations at the top of the security establishment. The Minister of Defense is completely isolated none of his collaborators speaks to him. During the inquiry, these collaborators [e.g., Peres, Dayan and a number of senior Ministry officials and army officers] plotted to blacken his name and trap him. They captured the man who came from abroad, [the commander of the unit in Egypt Avraham Zeidenberg, also known as "Paul Frank," "Flad," or "the third man"] who escaped from Egypt........ instructed him in detail how to answer, including how to lie to the investigators, and coordinated the testimonies so as to close the trap on Lavon. Teddy is convinced that Lavon must go immediately. Givli, too, must be dismissed, but Dayan, however, should not be touched for the time being, (9 ,January 1954, 637)
I would never have imagined that we could reach such a horrible state of poisoned relations, the unleashing of the basest instincts of hate and revenge and mutual deceit at the top of our most glorious Ministry [of Defense].
I walk around as a lunatic, horror-stricken and lost, completely helpless . .. . what should I do? What should I do? (10 January 1954, 639)
Isser [Harel, head of the Shin Bet, stung at the time because the "Affair" had been conducted by the military intelligence, without coordination with his organization] told me hair-raising stories about a conversation which Givli initiated with him proposing to abduct Egyptians not only from the Gaza Strip but also in Cyprus and Europe. He also proposed a crazy plan to blow up the Egyptian Embassy in Amman in case of death sentences in the Cairo trial. (14 January 1955, 654)
To Aharon Barkatt, then secretary general of Mapai, Sharett painted the following picture of Israel's security establishment:
Dayan was ready to hijack planes and kidnap [Arab] officers from trains, but he was shocked by Lavon's suggestion about the Gaza Strip. Maklef [who preceded Dayan as Chief of Staff] demanded a free hand to murder Shishakly but he was shaken when Lavon gave him a crazy order concerning the Syrian DMZ. (25 January 1955, 682)
He [Lavon] inspired and cultivated the negative adventuristic trend in the army and preached the doctrine that not the Arab countries but the Western Powers are the enemy, and the only way to deter them from their plots is through direct actions that will terrorize them. (26 January 1955, 685)
Peres shares the same ideology: he wants to frighten the West into supporting Israel's aims.
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by Yuri Wednesday April 16, 2003 at 03:11 PM

La prima fase dal 1942 al 1947, prima della nascita dello Stato di Israele
1942.
"Durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale anche la comunità sionista (in Palestina) adottò metodi violenti di lotta. L'uso del Terrorismo da parte loro è descritto in un documento ufficiale del governo britannico di allora":
'Nel 1942 un piccolo gruppo di estremisti sionisti, guidati da Abraham Stern, si fece notare per una serie di omicidi e di rapine politicamente motivati' (1)
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1944.
'Il Ministro inglese per il Medioriente, Lord Moyne, viene assassinato da due membri del gruppo Stern, al Cairo. Sempre nello stesso anno il gruppo fuorilegge sionista Irgun Tzeva'i Leumi distrugge numerose proprietà del governo britannico. Le azioni terroristiche dei gruppi Stern e Irgun sono state condannate dallo stesso portavoce della Comunità Ebraica.' (1)
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1946.
'Il 22/7/1946, la campagna condotta delle organizzazioni terroristiche (sioniste) raggiunse nuovi livelli, con una esplosione che distrusse un'ala dell'hotel King David di Gerusalemme, che conteneva gli uffici della Segreteria del governo e il quartier generale britannico, uccidendo 86 impiegati, arabi ebrei e inglesi, e 5 passanti.' (1)
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1946.
'Altre attività terroristiche (sioniste) includono: il rapimento di un giudice inglese e di alcuni ufficiali, e l'attentato dinamitardo a un Club di Ufficiali inglesi a Gerusalemme con grave perdita di vite umane.' (1)
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"Menachem Begin (futuro premier israeliano) fu definito dagli inglesi un 'leader terrorista' per aver fatto esplodere l'hotel King David a Gerusalemme, che a quel tempo venne considerato uno dei peggiori atti terroristici del secolo." (1bis)
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Un altro documento ufficiale britannico del 1946 dichiara:
"Il Governo di Sua Maestà britannica è arrivato alle seguenti conclusioni: che il gruppo (sionista) Haganah e il suo associato Palmach lavorano sotto il controllo politico dei membri della Agenzia Ebraica; e che essi sono responsabili di sabotaggi e di violenze..." (2)
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"Questa campagna terroristica contro gli arabi palestinesi e contro gli inglesi raggiunse tali proporzioni che Churchill, un forte sostenitore dei sionisti e a quel tempo Primo Ministro inglese, dichiarò alla Camera dei Comuni: 'Se i nostri sogni per il sionismo devono finire nel fumo delle pistole degli assassini e se i nostri sforzi per il futuro del sionismo devono produrre un nuovo gruppo di delinquenti degni della Germania nazista, molti come me dovranno riconsiderare le posizioni tenute così a lungo.' (3)
ALCUNI COMMENTI STORICI SU QUESTO PERIODO
"Il grande umanista sionista Ahad Ha'am lanciò un allarme contro la violazione dei diritti dei palestinesi (da parte dei sionisti): 'E cosa sta facendo la nostra gente in Palestina? Erano servi nelle terre della Diaspora e d'improvviso si trovano con una libertà senza limiti, e questo cambiamento ha risvegliato in loro un'inclinazione al despotismo. Essi trattano gli arabi con ostilità e crudeltà, gli negano i diritti, li offendono senza motivo, e persino si vantano di questi atti. E nessuno fra di noi si oppone a queste tendenze ignobili e pericolose.' (4)
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Dichiarazione di Lord Sydenham alla Camera dei Lord di Londra sul Mandato britannico in Palestina (1922):
"Il danno prodotto dall'aver riversato una popolazione aliena (i sionisti immigrati in Palestina) su una terra araba forse non si riparerà mai più...Ciò che abbiamo fatto, facendo concessioni non agli ebrei ma ad un gruppo di estremisti sionisti, è stato di aprire una ferita in Medioriente, e nessuno può predire quanto essa si allargherà." (5)
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Dichiarazione della Commissione Shaw del governo inglese, a proposito delle violenze fra arabi e sionisti nel 1929:
"...prima della Grande Guerra (1915-18) gli arabi e gli ebrei vivevano fianco a fianco, se non in amicizia, almeno con tolleranza... negli 80 anni precedenti (alla Grande Guerra) non ci sono memorie di scontri violenti (come quelli iniziati nel 1920)." (6)
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"L'espansione territoriale (sionista) attraverso l'uso della forza produsse un grande esodo di rifugiati (palestinesi) dalle zone degli scontri. I palestinesi sostengono che questa era un politica precisa che mirava all'espulsione degli arabi per far posto agli immigrati (sionisti) e citano, fra le altre, le dichiarazioni del leader sionista Theodor Herzl":
'Tenteremo di sospingere la popolazione (palestinese) in miseria oltre le frontiere procurandogli impieghi nelle nazioni di transito, mentre gli negheremo qualsiasi lavoro sulla nostra terra... Sia il processo di espropriazione che l'espulsione dei poveri (palestinesi) devono essere condotti con discrezione e con attenzione...' (7)
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Da un documento delle Nazioni Unite:
"La comunità ebraica della Palestina ancora si rifiuta pubblicamente di aiutare l'Amministrazione (ONU) a reprimere il Terrorismo (sionista), e cita come ragione il fatto che le politiche dell'Amministrazione sarebbero contrarie agli interessi ebraici." (8)

IL TERRORISMO SIONISTA-ISRAELIANO
La seconda fase, dal 1947 al 1977, attraverso la nascita dello Stato di Israele

"Uno dei più scabrosi atti di Terrorismo (sionista) contro la popolazione civile (palestinese) si registra, secondo fonti palestinesi ma anche secondo altre fonti, nell'aprile 1948 a Deir Yassin, un villaggio palestinese vicino a Gerusalemme. Un ex governatore militare israeliano di Gerusalemme scrive in proposito":
'Il 9 aprile abbiamo subito una sconfitta morale, quando le due gang Stern ed Etzel (sionisti) lanciarono un attacco immotivato contro il villaggio di Deir Yassin... Si trattava di un villaggio pacifico, che non aveva aiutato le truppe arabe di oltre frontiera e che non aveva mai attaccato le zone ebraiche. Le gang (sioniste) lo avevano scelto solo per ragioni politiche. Si è trattato di un atto di puro Terrorismo... Alle donne e ai bambini non fu dato tempo di fuggire... e molti di loro furono fra le 254 vittime assassinate, secondo l'Alto Comitato Arabo... Quell'evento fu un disastro in tutti i sensi... (le gang) si guadagnarono la condanna della maggioranza degli ebrei di Gerusalemme." (9)
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Alcuni leader sionisti negarono la strage di Deir Yassin, ma anche nella negazione ammisero esplicitamente di aver usato l'arma del Terrorismo psicologico, che non è meno letale. Scrisse Menachem Begin (futuro premier di Israele):
"Il panico travolse gli arabi nella Terra di Israele e iniziarono a fuggire in preda al terrore. Non ciò che accadde a Deir Yassin, ma ciò che fu inventato su Deir Yassin ci aiutò a vincere...in particolare nella conquista di Haifa, dove le forze ebraiche avanzarono come un coltello nel burro mentre gli arabi fuggivano nel panico gridando 'Deir Yassin!'." (10)
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Menachem Begin fu però ritenuto uno dei responsabili della strage di Deir Yassin:
"Il 9 aprile un'atrocità di enormi proporzioni fu perpetrata a Deir Yassin... furono massacrate 254 persone da membri della gang di Menachem Begin. Alcuni uomini del villaggio furono trascinati attraverso Gerusalemme prima di essere uccisi." (11)
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"Quante atrocità furono commesse (dai sionisti) forse non si saprà mai, ma furono sufficienti a spingere l'allora Ministro israeliano dell'agricultura, Aharon Cizling, ad affermare: 'Adesso anche gli ebrei si sono comportati come nazisti e tutta la mia anima ne è scossa...Ovviamente dobbiamo nascondere al pubblico questi fatti...Ma devono essere indagati.' (12)
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1948. "Folke Bernadotte fu nominato mediatore (in Palestina) dall'Assemblea Generale dell'ONU...ma prima che l'ONU potesse considerare le sue osservazioni fu assassinato dalla gang (sionista) Stern, una delle tante organizzazioni terroristiche le cui azioni erano diventate più spudorate dalla fine del Mandato (britannico). Il rapporto delle Nazioni Unite sull'assassinio disse che il governo provvisorio di Israele doveva assumersi la piena responsabilità di queste uccisioni... Il Consiglio di Sicurezza dell'ONU chiese al governo di Israele di indagare e di presentare un rapporto, ma nessun rapporto fu mai presentato...Gli assassini di Bernadotte vestivano uniformi dell'esercito israeliano." (12 bis)
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Dalla proclamazione dello Stato di Israele (14/05/1948) e durante il trentennio successivo il Terrorismo israeliano nei territori occupati si esprime in una miriade di atti criminosi, in particolare rivolti alla popolazione palestinese dei territori occupati, al punto da richiedere nel 1977 l'intervento ufficiale e indignato dell'ONU con una risoluzione di condanna che parla chiaro:
"L'Assemblea Generale ha ripetutamente votato risoluzioni che criticano le azioni di Israele nei territori occupati. La risoluzione votata nel 1977, che riflette i toni di quelle precedenti, dichiara che l'Assemblea": 'Condanna le seguenti politiche e pratiche israeliane: a)... b)... c) L'evacuazione, deportazione, espulsione, e trasferimento degli abitanti arabi dei territori occupati e la negazione del loro diritto di ritorno - d) L'espropriazione e confisca delle proprietà arabe nei territori occupati - e) La distruzione e demolizione delle case (arabe) - f) Gli arresti di massa e i maltrattamenti della popolazione araba - g) I maltrattamenti e le torture dei detenuti (arabi)...'
'(La Commissione dell'ONU per i Diritti Umani) deplora ancora una volta le continue violazioni da parte di Israele delle norme della legalità internazionale nei territori arabi occupati... in particolare le gravi violazioni di Israele della Convenzione di Ginevra per la Protezione dei Civili in stato di guerra, che sono considerate crimini di guerra e un affronto all'umanità.' (13)

IL TERRORISMO ISRAELIANO
La terza fase, dal 1977 al 1988
Israele, col pretesto di combattere il Terrorismo palestinese, bombarda e attacca il sud del Libano dal 1973 al 1978, causando enormi sofferenze fra i civili e la fuga verso Beirut di centinaia di profughi shiiti. (14) Poi, nel 1978, alcuni terroristi palestinesi provenienti dal Libano meridionale si infiltrano in Israele e massacrano trentasette turisti israeliani su una spiaggia di Haifa. In reazione a questo crimine Israele invade il sud del Libano, causando circa 2000 morti, la maggioranza civili. (15) Di nuovo il Consiglio di Sicurezza dell'ONU condanna l'invasione con la risoluzione 425, e tenta di separare i belligeranti con un contingente di caschi blu ONU (UNIFIL). L'UNIFIL però dovrà fare i conti con la presenza nell'area libanese sotto occupazione israeliana delle spietate milizie mercenarie della South Lebanese Army, che erano interamente sotto il controllo di Israele e che per conto di Israele conducevano azioni militari e ogni sorta di atto terroristico, come quello qui descritto:
"I soldati irlandesi (dell'UNIFIL) Derek Smallhorn, Thomas Barrett e John O'Mahony stavano scortando due osservatori dell'ONU all'interno della zona di Haddad (leader della South Lebanese Army). Caddero in una imboscata di miliziani cristiani e furono portati a Bent Jbail, dove O'Mahony riuscì a fuggire... Smallhorn e Barrett furono visti da un osservatore americano dell'ONU mentre, terrorizzati, venivano sospinti su un'auto... un'ora più tardi venivano assassinati con un singolo colpo alla nuca... Gli Israeliani, che controllavano la zona, negarono di essere al corrente delle uccisioni... Ma ciò che infuriò gli ufficiali del 46esimo Battaglione irlandese (dell'UNIFIL) fu che ricevettero informazioni riservate secondo cui un agente dello Shin Bet (servizi segreti israeliani) era presente all'assassinio di Smallhorn e Barrett... il suo nome in codice era Abu Shawki... Una indagine dell'ONU identificò gli assassini... Ma Israele, che si definisce il cacciatore di 'Terroristi', non volle consegnarli, e non li condannò come 'Terroristi'; al contrario, li aiutò a lasciare il Libano, attraverso Israele, e a stabilirsi a Detroit (Usa)". (16)
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Nel 1982 Israele invade il Libano; il ministro della difesa di allora è Ariel Sharon (futuro premier). Uno dei più atroci crimini di guerra (e atto di Terrorismo) degli ultimi 50 anni accade proprio sotto gli occhi e con la connivenza piena delle truppe israeliane. (17)
Parliamo del massacro di Sabra e Chatila, i cui esecutori materiali furono le milizie falangiste libanesi sotto il pieno controllo di Israele. (17)
"Il 15 settembre 1982 Bashir Gemayel, presidente del Libano, fu assassinato... Lo stesso giorno le forze israeliane avanzarono su Beirut ovest. Il 16 di settembre gli israeliani arrivarono a controllare quasi tutta Beirut ovest e circondarono i campi profughi palestinesi. Il giorno seguente il Consiglio di Sicurezza dell'ONU condannò la mossa di Israele con la risoluzione 520... IL 17 settembre giunse notizia che gruppi armati erano entrati nel campo profughi di Sabra e Chatila di Beirut ovest e ne stavano massacrando la popolazione civile. Il 18 settembre fu confermato che una strage immane era stata compiuta. Centinaia di cadaveri di uomini donne e bambini furono scoperti, alcuni mutilati, altri apparentemente uccisi mentre tentavano di fuggire; molte case erano state fatte saltare in aria con dentro gli occupanti." (18)
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Le responsabilità israeliane per quel massacro sono documentate oltre ogni dubbio. La commissione di inchiesta dello stesso governo israeliano, la Commissione Kahan, nel suo rapporto dell'8 febbraio 1983 dichiara:
"Menachem Begin (allora premier di Israele) fu responsabile di non aver esercitato una maggior influenza e consapevolezza nella questione dell'introduzione dei falangisti nei campi (profughi). Ariel Sharon (Min. Difesa di Isr.) fu responsabile di aver ignorato il pericolo di strage e di vendetta quando diede il permesso ai falangisti di entrare nei campi (profughi), ed è anche responsabile di non aver agito per impedire la strage... la nostra conclusione è che il Ministro della Difesa è personalmente responsabile. Il Capo di Stato Maggiore (israeliano) Eitan non diede i giusti ordini per prevenire il massacro. La Commissione chiede che il Ministro della Difesa rassegni le sue dimissioni." (19)
L'invasione israeliana del Libano nel 1982 fu approvata dagli Stati Uniti (20), e costò la vita a circa 17.000 civili innocenti. (21)
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Fra i crimini terroristici e di guerra dello Stato di Israele vi è anche la continua violazione di quasi tutte le fondamentali norme della legalità internazionale. Le seguenti parole esprimono una condanna agghiacciante della condotta di Israele nei territori occupati attraverso tutti gli anni '80:
"In particolare, le politiche (di Israele) e le sue azioni nei territori occupati continuano a costituire violazioni evidenti di una serie di precise norme di legalità internazionale. Queste norme sono: la Carta delle Nazioni Unite - la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani - la Convenzione di Ginevra per la Protezione dei Civili in stato di guerra del 12 agosto 1949 - la Convenzione di Ginevra per la Protezione dei Prigionieri di guerra del 12 agosto 1949... Le politiche di deportazione, le torture dei detenuti, gli arresti di massa, la demolizione delle case (palestinesi), i pestaggi arbitrari e gli omicidi di persone innocenti - fra cui bambini donne e anziani - oltre alle umiliazioni inflitte ai palestinesi nella loro vita quotidiana, sono state sistematicamente applicate dalle autorità israeliane nei territori occupati. Tutto ciò è stato aggravato dalla crescente violenza dei coloni (ebrei) armati contro la popolazione palestinese disarmata." (22)
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Il Comitato Internazionale della Croce Rossa lancia le stesse accuse a Israele, aggiungendovi la condanna dell'odiosa pratica delle truppe israeliane di espellere i civili palestinesi dalle loro abitazioni e di murarne le entrate, nonché la pratica di confiscare arbitrariamente le loro terre e dichiararle proprietà di Israele. (23)
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Le condanne internazionali di Israele si susseguono in un coro continuo, ma Israele le ignora totalmente. Come già nel 1977, nel 1985 di nuovo la Commissione dell'ONU per i Diritti Umani vota una risoluzione (1985/1A) di forte condanna in cui si legge:
"...Israele si rifiuta di permettere al Comitato Speciale di avere accesso ai territori occupati... la Commissione conferma la sua dichiarazione secondo cui le violazioni israeliane della Quarta Convenzione di Ginevra sono crimini di guerra e un insulto all'umanità." (24)
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Nel 1988, in piena Intifada (sollevazione) palestinese, la Commissione dell'ONU per i Diritti Umani vota una risoluzione che denuncia ancora il Terrorismo di Israele:
"Nella risoluzione 1988/1A, la Commissione ripete la sua condanna delle politiche israeliane di violenza nei territori occupati, dove vengono spezzate le ossa ai bambini, alle donne e agli uomini, e dove le donne abortiscono a causa dei pestaggi. (La Commissione) condanna altre pratiche violente e sistematiche di Israele, fra cui le uccisioni, i ferimenti, gli arresti e le torture... e i rapimenti di bambini palestinesi." (25)
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"Nel corso dell'anno (1988) Israele continuò a reprimere i palestinesi nei territori occupati... culminando con l'assassinio a Tunisi, commesso da un commando israeliano il 16 aprile, di Khalil al-Wazir, vice comandante in capo delle forze palestinesi e membro del Comitato centrale dell'OLP... Il 25 aprile il Consiglio di Sicurezza dell'ONU adottò la risoluzione 611... in cui si condanna Israele per l'aggressione contro la sovranità e l'integrità territoriale della Tunisia, in violazione flagrante della Carta delle Nazioni Unite, della legalità internazionale e delle norme di condotta." (26)
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"L'assassinio di Khalil al-Wazir... corrispondeva perfettamente alla definizione del Dipartimento di Stato americano di cosa sia il 'Terrorismo internazionale', ma nessun dipartimento del governo USA suggerì che Israele fosse colpevole di Terrorismo." (27)

ISRAELE E L'USO DELLA TORTURA
Come si è già visto, nei rapporti della Commissione dell'ONU per i Diritti Umani si accusa spesso Israele di praticare la tortura, che è uno strumento di Terrore universalmente condannato. Lo Stato di Israele non solo pratica la tortura, ma è persino arrivato a legalizzarla, unica fra le democrazie mondiali. Lo afferma Amnesty International:
"Lo Stato di Israele ha a tutti gli effetti legalizzato la tortura, nonostante sia un firmatario della Convenzione Contro la Tortura (dell'ONU). Israele ha fatto questo in tre modi: primo, l'uso da parte dello Shin Bet (Servizio di Sicurezza) di 'quantitativi moderati di pressioni fisiche' (sui detenuti) fu permesso dal rapporto della Commissione Landau nel 1987 e approvato dal governo... secondo, dall'ottobre 1994 il Comitato Ministeriale di Controllo dello Shin Bet, organo del governo di Israele, ha rinnovato il diritto di praticare (sui detenuti) un uso ancor maggiore della forza fisica... e terzo, nel 1996 la Suprema Corte di Israele ha emesso una sentenza che permette a Israele di continuare nell'uso della forza fisica contro specifici detenuti." (28)
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B'Tselem, forse la più autorevole organizzazione per i Diritti Umani d'Israele, scrive:
"Nel 1995 un detenuto palestinese è morto a causa degli 'strattonamenti' (sotto interrogatorio). Il Primo Ministro di allora, Yitzhak Rabin, affermò in quella occasione che quel metodo di pressione fisica era stato usato contro 8.OOO detenuti... Neppure la morte di quel detenuto convinse il governo a proibire quei metodi brutali durante gli interrogatori." (29)
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"Esiste una montagna di prove sull'uso israeliano della tortura. Chiunque ne dubiti dovrebbe chiedere di avere accesso al 'Complesso Russo' dei servizi segreti israeliani a Gerusalemme, oppure ai prigionieri della prigione di Khiam, nella (ex) zona occupata da Israele nel sud del Libano." (30)

ISRAELE E GLI OMICIDI POLITICI, LE DEMOLIZIONI, IL TERRORISMO MILITARE, FINO AI NOSTRI GIORNI

Lo Stato di Israele ha legittimizzato la pratica di ammazzare presunti o sospetti "terroristi" senza neppure arrestarli, senza dunque sottoporli ad alcun procedimento legale, senza diritto di difesa o di appello. Semplicemente li ammazza. Scrive Amnesty International:
"L'uso degli omicidi politici. Israele non solo ha praticato la condanna a morte extragiudiziale per trent'anni, ma ha anche ufficialmente approvato questa pratica. Dal 9 dicembre 1987 al 13 settembre 1993 circa 1.070 civili palestinesi sono stati uccisi dalle forze di sicurezza israeliane nei territori occupati... il tentato omicidio di Khaled Mesh'al ad Amman è una flagrante violazione del diritto alla vita... ma il rapporto della commissione di inchiesta del governo israeliano (su questo evento) è scioccante nel suo disprezzo per la legalità... Continua a esserci una impunità quasi totale per gli omicidi extragiudiziali inflitti ai palestinesi da parte delle forze di sicurezza israeliane. Le forze di sicurezza israeliane che praticano la condanna a morte extragiudiziale non portano prove di colpevolezza (delle vittime), né concedono il diritto di difesa." (31)
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Questo è l'amaro commento su queste pratiche dell'organizzazione israeliana per i Diritti Umani B'Tselem:
"Gli omicidi sono stati parte integrante delle politiche di sicurezza israeliane per molti anni. Israele è l'unica nazione democratica che considera legittime queste pratiche." (32)
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Abbiamo già parlato della distruzione arbitraria di abitazioni civili palestinesi da parte delle forze di sicurezza israeliane nei territori occupati. Questo crimine è continuato fino ai giorni nostri, al punto che Amnesty International nel 1999 ha pubblicato un rapporto dove la durezza della condanna espressa è marcatamente superiore al passato:
"Dal 1967, anno dell'occupazione israeliana della Cisgiordania, di Gerusalemme est e di Gaza, migliaia di case palestinesi sono state distrutte... si tratta di abitazioni ammobiliate, occupate sovente da più famiglie con molti bambini, cui spesso vengono dati solo 15 minuti per raccogliere le proprie cose e andarsene. Ma la politica di Israele è basata sulla discriminazione. I palestinesi vengono colpiti per nessun'altra ragione a parte il fatto di essere palestinesi. Nel fare ciò gli Israeliani hanno violato la Quarta Convenzione di Ginevra." (33)
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"Nell'ambito dell'operazione militare israeliana denominata "Grapes of Wrath", l'esercito di Israele ha attaccato la sede ONU di Qana con la morte di 102 civili." (34)
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Una dei più gravi atti terroristici israeliani, in violazione di ogni norma morale e di legalità internazionale, è l'indiscriminato attacco armato agli operatori medici e paramedici che vanno in soccorso ai civili e ai militari palestinesi feriti o uccisi durante gli scontri. Questa ignobile pratica è documentata oltre ogni dubbio:
"Le Forze di Difesa israeliane hanno sparato sui veicoli che tentavano di raggiungere gli ospedali, con conseguenti morti e feriti. Medici e personale paramedico sono stati uccisi da colpi di arama da fuoco (israeliani) mentre viaggiavano sulle ambulanze, in chiara violazione della legalità internazionale. (35)
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"Durante l'operazione "Grapes of Wrath", l'esercito di Israele, secondo il nostro rapporto, ha attaccato un'ambulanza che trasportava civili, uccidendone sei." (36)
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"E' stata mostrata in televisione la morte di Muhammad al-Dura, di 12 anni (palestinese), colpito a morte all'incrocio Netzarim il 30 settembre a Gaza, mentre il padre tentava di proteggerlo. L'ambulanza che è corsa a soccorrere Muhammad al-Dura e suo padre fu bersagliata di colpi d'arma da fuoco e l'autista fu ucciso." (37)
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Anche la Croce Rossa Internazionale è duramente intervenuta nel condannare questi atti di Terrorismo militare:
"Il 2 aprile 2002 Il Comitato Internazionele delle Croce Rossa '...urgentemente e solennemente fa appello a tutti coloro che fanno uso di armi di rispettare la Quarta Convenzione di Ginevra relativa alla Protezione dei Civili in stato di Guerra." (38)
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La negazione di soccorso medico urgente alla popolazione palestinese da parte dell'esercito di Israele non si limita all'attacco alle ambulanze in situazioni di conflitto. Ai posti di blocco israeliani, disseminati su tutti i territori occupati, avvengono fatti gravi. La denuncia è sempre di Amnesty International:
"Altri ostacoli sono stati messi al diritto dei pazienti palestinesi di recarsi in ospedale, con ritardi ai posti di blocco o con il rifiuto di passare imposto dai soldati israeliani... secondo B'Tselem (forse la più autorevole organizzazione per i Diritti Umani d'Israele) ciò ha prodotto dei decessi. La Quarta Convenzione di Ginevra relativa alla Protezione dei Civili in stato di Guerra è stata continuamente violata dall'esercito di Israele." (39)
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"Almeno 29 sono stati i decessi in seguito al rifiuto (da parte dei soldati israeliani ai posti di blocco) di concedere il passaggio verso i centri medici, o a causa dei ritardi... ci sono stati diversi casi di parto ai posti di blocco." (39 bis)

GLI ULTIMI GRAVI SVILUPPI NEI TERRITORI OCCUPATI. ISRAELE DI NUOVO SOTTO ACCUSA PER GRAVI VIOLAZIONI E PER TERRORISMO MILITARE
A conclusione di questa inquietante cronologia di eventi, che dimostra ampiamente l'uso israeliano, sia come Stato che come individui, del Terrorismo, proponiamo alcuni spezzoni relativi agli ultimi tragici sviluppi nei territori occupati. Sono tratti anche dai media internazionali e non pretendono di dare un quadro completo delle presunte atrocità commesse da Israele in questi giorni, per due motivi: perché non sono state ancora indagate ufficialmente e perché l'offensiva israeliana è ancora in corso.
Commenti sui fatti di questi giorni (aprile 2002)
"In ogni caso, le Forze di Difesa israeliane hanno agito come se il loro principale scopo fosse quello di punire tutti i palestinesi. Le Forze di Difesa israeliane hanno compiuto atti che non avevano nessuna importanza militare ovvia; molti di questi, come gli omicidi extragiudiziali, la distruzione delle case (palestinesi), la detenzione arbitraria (di palestinesi) e le torture, violano i Diritti Umani internazionalmente sanciti e la legalità internazionale... L'esercito di Israele, oltre a uccidere i palestinesi armati, ha anche colpito e ucciso medici e giornalisti, ha sparato alla cieca sulle case e sulla gente per la strada... I delegati di Amnesty International che dal 13 al 21 di marzo hanno visitato i territori occupati hanno visto una scia di devastazione... Le Forze di Difesa israeliane hanno deliberatamente tagliato l'elettricità, l'acqua, i telefoni, lasciando isolate intere aree per almeno 9 giorni. Hanno negato l'accesso alle agenzie umanitarie dell'ONU che volevano portare soccorso, e persino ai diplomatici che volevano rendersi conto dell'accaduto... Hanno vietato alle ambulanze, incluse quelle del Comitato Internazionale delle Croce Rossa, di muoversi, o hanno causato loro ritardi che mettevano in pericolo la vita dei pazienti. Hanno sparato ai medici che tentavano di aiutare i feriti, che sono morti dissanguati per le strade." (40)
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"Scrive Aviv Lavie sul giornale Ha'aretz (israeliano): 'Un viaggio attraverso i media israeliani mette in mostra un enorme e imbarazzante vuoto fra quello che ci viene raccontato e quello che invece il mondo vede, legge e sente. Sui canali televisivi arabi, ma non solo su quelli, si possono vedere le immagini dei soldati israeliani che invadono gli ospedali (palestinesi), che distruggono i macchinari medici, che danneggiano i farmaci, e che rinchiudono i medici lontano dai loro pazienti.' (41)
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Zbigniev Brzezinski, ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale del Presidente USA Jimmy Carter, ha detto:
"La realtà è che i morti palestinesi sono tre volte quelli israeliani, e fra loro un numero realtivamente piccolo erano veramente guerriglieri. La maggior parte erano civili. Alcune centinaia erano bambini." (42)
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"Per reprimere la resistenza palestinese, un ufficiale israeliano di alto rango ha sollecitato l'esercito 'ad analizzare e a far proprie le lezioni su come l'esercito tedesco combatté nel Ghetto di Varsavia'. A giudicare dal recente massacro dell'esercito di Israele nella Cisgiordania - ha colpito le ambulanze e i medici palestinesi, ha ucciso dei bambini palestinesi "per sport" (scritto da Chris Hedges, New York Times, ex capo della redazione al Cairo), ha rastrellato, ammanettato e incappucciato tutti gli uomini palestinesi dai 14 ai 45 anni, cui sono stati stampati i numeri di riconoscimento sulle braccia, ha torturato indiscriminatamente, ha negato l'acqua, l'elettricità, il cibo e l'assistenza medica ai civili palestinesi, ha usato dei palestinesi come scudi umani e ha abbattuto le loro case con gli abitanti ancora all'interno - sembra che l'esercito di Israele abbia seguito i suggerimenti di quell'ufficiale. Ma se gli israeliani non voglio essere accusati di essere come i nazisti, devono semplicemente smettere di comportarsi da nazisti." (43)
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"I palestinesi devono essere colpiti, e provare molto dolore. Dobbiamo infliggergli delle perdite, delle vittime, così che paghino un prezzo pesante." *
* dichiarazione dell'attuale Primo Ministro di Israele, Ariel Sharon, a una conferenza stampa del 5 marzo 2002.
Note bibliografiche
1. ONU: La questione palestinese. British Government, The political history of Palestine (Memorandum to the United Nations Special Committee on Palestine, Jerusalem 1947, p.30)
1 bis. Robert Fisk, "Pity the Nation", Oxford University Press, 1990, p. 280
2. ONU: La questione palestinese. British Government, Palestine: Statement relating to acts of violence, Cmd. 6873 (1946), p.3
3. ONU: La questione palestinese. British Government, survey of Palestine, vol. 1, p.73
4. ONU: La questione palestinese. Kohn, Hans, "Ahad Ha'am: Nationalists with a difference" in Smith, Gary (ed.): Zionism: the Dream and the Reality (New York, Harper and Row, 1974), pp. 31-32
5. ONU: La questione palestinese. British Government, Hansard's reports, House of Lords, 21 june 1922, p. 1025
6. ONU: La questione palestinese. Report of the Commission on the Palestine Disturbances of august 1929, Cmd.3530 (1930), p.150
7. ONU: La questione palestinese. Herzl, Theodore, "The complete diaries" (N.Y. Herzl Press, 1969) vol. I, p.88
8. ONU: La questione palestinese. Official records of the General Assembly, Second Session, Supplement No. 11, document A/364, vol. II, p.28
9. ONU: La questione palestinese. Joseph, Dov, "The Faithful City" (N.Y. Simon & Schuster, 1960), pp. 71-72
10. ONU: La questione palestinese. Begin, op. cit., pp. 164-165
11. David McDowall, "Palestine and Israel", I.B. Tauris & Co Ltd, 1989, p.194
12. David McDowall, "Palestine and Israel", I.B. Tauris & Co Ltd, 1989, p.195
12 bis. ONU: La questione palestinese. Official records of the Security Council, Third Year, Supplement for October 1948, pp. 4-9, documents S/1018
13. ONU: La questione palestinese. General Assembly resolutions 32/91 C of 13 december 1977 & Commission on Human Rights resolution 1 (XXXIII) of 15 february 1977
14. David McDowall, "Palestine and Israel", I.B. Tauris & Co Ltd, 1989, p. 33
15. & 16 Robert Fisk, "Pity the Nation", Oxford University Press, 1990, p. 123 & p.p. 151-152
17. Rapporto della Commissione d'Inchiesta Kahan sugli eventi nei campi profughi di Beirut (8 febbraio 1983)
18. The Origins and Evolution of the Palestine Problem, United Nations, N.Y. 1990
19. Rapporto della Commissione d'Inchiesta Kahan sugli eventi nei campi profughi di Beirut (8 febbraio 1983)
20. Ze'ev Schiff, "Green Light, Lebanon" Foreign Policy, Spring 1983
21. Robert Fisk, "The Awesome Cruelty of a Doomed People", The Independent, 12/09/2001, p.6
22. ONU: La questione palestinese. Report of the Special Committee to Investigate Israeli practices affecting Human Rights of the population of the Occupied Territories (A/43/694), paras.499 and 619
23. ICRC Annual Reports: 1984, pp. 66-68; 1985, pp. 72-73; 1986, pp. 71-72; and 1987, pp. 83-85
24. ONU: La questione palestinese. 41esima Sessione a Ginevra della Commissione ONU per i Diritti Umani, febbraio 1985
25. ONU: La questione palestinese. Commissione ONU per i Diritti Umani, rapporto alla 44esima Sessione, marzo 1988
26. Consiglio di Sicurezza dell'ONU, 21-25 aprile 1988, risol. 611
27. Robert Fisk, "Pity the Nation", Oxford University Press, 1990, p. 441
28. Amnesty International Reports, London. 53rd UN Commission on Human Rights (1997): Statements and press releases by AI
29. B'Tselem, Israel, "Legitimizing Torture", Special Report,January 1997
30. Robert Fisk, "Pity the Nation", Oxford University Press, 1990, p. 403
31. 54th UN Commission on Human Rights (1998): Statements and Press Releases issued by Amnesty International. ISRAEL AND THE OCCUPIED TERRITORIES State assassinations and other unlawful killings 02/2001
32. Israeli Assassination Policy : extra-judicial executions. Written by Yael Stein, B'Tselem, Israel
33. Amnesty International Reports, London. AI 12/1999 ISRAEL AND THE OCCUPIED TERRITORIES "Demolition and Dispossession"
34. Amnesty International Reports, London. AI 1996-2002
35. Amnesty International Reports, London. ISRAEL/OCCUPIED TERRITORIES 03/2002, "Attacks on health personnel and disrupted health care"
36. Amnesty International Reports, London. AI 1996-2002
37. Amnesty International Reports, London. 11/2000 MEDICAL LETTER WRITING ACTION, "Killing and disrupted helth care in the context of the palestinian uprising"
38. Amnesty InternationL’11 settembre, l’aereo della American Airlines AA 77 fu lanciato a schiantarsi contro il Pentagono. Guidato, ci è stato detto, da alcuni terroristi arabi. Le foto di tali terroristi furono persino diramate dall’Fbi. Oggi Thomas R. Olmsted, un medico psichiatra ed ex ufficiale della Marina Usa che vive a New Orleans, ha ottenuto la prova definitiva che non c’era a bordo nessun arabo (1).
Lo ha fatto nel modo più semplice: esigendo, in forza della legge sulla libertà d’informazione (Freedom of information Act, FOIA) i risultati delle autopsie sui resti umani dell’attentato.
L’ente che ha compiuto le autopsie è quanto di più ufficiale esista: l’Istituto di Patologia delle Forze Armate (AFIP), che ha condotto la triste indagine sui resti con la consulenza di esperti dello Smithsonian capaci (ha vantato il Washington Post) di “leggere scheletri come una complessa mappa. Capaci di identificare la razza del morto dai denti, e il sesso dall’arcata sopracciliare. Possono dirti chi era un operaio, perché certe ossa s’ingrossano per aggiustarsi a certi movimenti abituali dei muscoli, e chi è stato un sarto o un tessitore, dai piccoli solchi sui denti con cui usavano trattenere i fili…a volte riescono a identificare un individuo da un pezzo di cranio grande come una moneta”.
Diciassette mesi dopo la richiesta, il dottor Olmsted ha finalmente ottenuto dall’AFIP – a quanto pare obtorto collo – l’elenco degli identificati e le relative risultanze delle autopsie. Da queste risulta che l’AFIP ha identificato con sicurezza sia tutti gli uccisi (125) che lavoravano al Pentagono, sia i 64 passeggeri dell’AA 77. Il solo corpo che l’Istituto dice di non aver potuto identificare è quello di Dana Falkenberg, una neonata i cui genitori, e la cui sorellina, sono stati identificati, e che doveva essere a bordo: evidentemente il corpicino è stato così maciullato dall’impatto, da non lasciare resti riconoscibili.
Un lavoro egregio. Che mostra che nessun arabo è stato identificato fra i corpi, e anche qualche sospetto mistero in più.
Uno: la lista dell’AFIP comprende 64 passeggeri, mentre quella diramata nelle ore dell’attentato dall’American Airlines ne ha solo 58. Come mai, visto che le compagnie aeree contano e identificano scrupolosamente i passeggeri al momento dell’imbarco? Il dottor Olmsted, che aveva in mano solo la lista dell’American Airlines diramata dalla CNN in quel terribile giorno, ha chiesto alla compagnia di ricevere la lista ufficiale. L’ha chiesto per ben tre volte: invano. La compagnia, per qualche motivo, si rifiuta di confermare una lista resa pubblica da anni, e persino di dire se quella della CNN è vera o incompleta. Curioso.
Ma anche più curiosi i profili professionali di un buon numero di passeggeri che risultano morti a bordo del Volo 77. Per quanti più ha potuto, Olmsted ha rintracciato il mestiere, la ditta per cui lavoravano e la loro specializzazione. Ecco il risultato.
I signori Don Lee, Ruben Ornado e Chad Keller lavoravano tutti e tre per la Boeing, e Lee anche per la National Security Agency (NSA), il segretissimo ente della sicurezza interna americana.
Stanley Hall lavorava alla Raytheon, la nota compagnia missilistica, ed era considerato “il decano dei sistemi bellici elettronici”.
William Caswell, fisico delle particelle, lavorava per la US Navy. Il suo lavoro era così segreto, che la famiglia non ha la minima idea di quel che facesse per la Marina, e nemmeno per quale motivo quel giorno si trovasse su quel volo diretto in California.
Charles Droz, un altro dei morti, era un alto ufficiale della US Navy; in pensione, lavorava come specialista di software per la “EM Solutions”, un’azienda altamente dedicata alle comunicazioni militari, che produce i cosiddetti “Wide Area Networks”, dalle ovvie applicazioni belliche.
Robert Penniger, anche lui a bordo dell’AA 77, lavorava per la BAE System, una ditta che si definisce “leader industriale nei sistemi di controllo di volo”, e i cui dirigenti paiono provenire tutti dai servizi segreti: da Richard Kerr ex vicedirettore della Cia, a William Schneider, già sottosegretario di Stato per la scienza e la tecnologia, a Robert Cooper, già direttore di un ente celebre per la ricerca militare: la Defense Advanced Research Projects Agency (DARPA), alla quale si devono i primi sviluppi della rete che oggi conosciamo come Internet, pensata originariamente come un sistema di comunicazione capace di resistere ad un attacco nucleare.
John Sammartino e Leonard Taylor, anch’essi a bordo del tragico volo, lavoravano per la Xontech, un’altra compagnia missilistica, legata alla Boeing.
Vicki Yancey prestava la sua opera per la Vreedenberg Corporation, un’altra ditta collegata all’intelligence militare (la vedova di Yancey lavora tuttora alla Northrop-Gruman, missili e aerei da caccia).
John Yamnicky, 71 anni, era un capitano della US Navy a riposo che adesso operava come “defense contractor” (mercenario specializzato) per la Veridian (fornitrice di soldati a noleggio) e, secondo suo figlio, aveva partecipato a diverse “operazioni coperte”.
La signora Mary Jane Booth era addirittura segretaria del general manager della American Airlines, la compagnia che stava per perdere l’aereo nell’attentato.
Robert Ploger, nome aggiunto nella seconda lista aggiornata della CNN insieme alla moglie, era anch’egli collegato al mondo militare: era figlio del generale Robert Ploger.
Insomma: una folta comitiva di scienziati militari, specialisti di controlli elettronici del volo, alti tecnologi dell'aviazione e della missilistica ed esperti di telecomunicazioni avanzate, o comunque vicini al mondo dell’aeronautica e della marina da guerra. Il tipo di profili professionali che è più facile immaginare nella stanza dei bottoni che ha guidato il dirottamento e il lancio dei quattro aerei l’11 settembre – impresa altamente tecnologica – che nelle vesti di ignare e impotenti vittime dell’attentato.
Che dire? Vero è che Washington e i suoi dintorni (in cui sorge il Pentagono) sono meta di un gran numero di personaggi nel business della difesa, che ci vanno di frequente a condurre i loro affari ed a vedere ministri e senatori; può essere pura coincidenza che tanti di quei signori fossero nello stesso volo. Olmsted avanza un’ipotesi estrema: che tutti costoro fossero in qualche modo a conoscenza del complotto e dei suoi dettagli tecnici, e che siano stati “attratti” su quel volo destinato al disastro per farli morire coi loro segreti. Gente di cui il sistema di potere voleva liberarsi.
Ma non occorre arrivare a tale ipotesi omicida. Ce n’è una a portata di mano, meno tragica e più inquietante. Bisogna ricordare che nel lontano 1962 l’ammiraglio Lyman Lemnitzer sottopose seriamente al presidente Kennedy un progetto di attentati simulati clamorosi per ferire l’opinione pubblica: di tali attentati la propaganda avrebbe incolpato Fidel Castro, e questo avrebbe giustificato l’invasione di Cuba (2).
Ebbene: uno di questi progetti – come si legge nella proposta di Lemnitzer, oggi pubblicata – prevedeva di creare “un esatto duplicato di un aereo civile di linea” per poi “a un momento dato riempire l’aereo duplicato con passeggeri selezionati, imbarcati sotto nomi falsi. Il volo sarebbe stato convertito in un drone (aereo senza pilota, telecomandato) …e poi distrutto con un comando dato da un segnale radio”.
Non è rimasta traccia dei motivo di certi curiosi particolari della proposta. A che scopo riempire l’aereo di “passeggeri selezionati”, per di più “sotto falso nome”? E che significa “passeggeri selezionati”? Selezionati per morire, oppure per…
Per scomparire dall’anagrafe. Vivi in realtà, ma morti ufficialmente nel falso attentato, liberi ormai di agire sotto una nuova identità. Per esempio: un gruppo di scienziati militari preziosi per l'industria bellica, di specialisti di operazioni segrete utili alla causa: ancora più utili se si finge che siano morti in un attentato aereo, mentre in realtà continuano a lavorare in laboratori sconosciuti a tutti, in una segretezza ormai resa perfetta dalla loro “scomparsa”, comprovata da una lista di vittime e dalle loro autopsie. Con nuovi nomi, altre vite ricostruite, altre mogli e figli magari. Perché no? In fondo è il sogno di ogni agente segreto: far credere al nemico di essere morto. La copertura più sicura e invulnerabile (3).
Note
1) Thomas R. Olmsted, MD, “No arabs on flight 77”, Part I e Part II, pubblicato da Sierra Times (il periodico dei cattolici Sierra Club) il 6 e 7 luglio 2003 e ripubblicato il 26-27 marzo 2005.
Nell’articolo integrale sono le fotocopie delle autopsie eseguite sulle vittime dall’Armed Forces Institute of Pathology.
2) L’intera vicenda è stata narrata da James Bamford, giornalista della ABC, nel suo libro “Body of Secrets”: l’ho riportata nel mio “11 Settembre colpo di Stato in Usa”, Effedieffe, pagg. 122-124.
3) Fatto singolare: il 2 marzo 2001, dunque molti mesi prima del fatale 11 settembre, la Fox News diffuse una fiction televisiva del titolo “The Lone Gunman” (l’assassino solitario) in cui s’immagina quanto segue: dei “cattivi” prendono da terra il controllo di un aereo di linea carico di passeggeri, grazie ad un sistema di telecomando, con l’intenzione di lanciarlo contro (indovinate?) il World Trade Center. Nella fiction, i cattivi non sono terroristi arabi, ma congiurati del settore militare-industriale che intendono, con l’attentato spettacolare, infiammare l’opinione pubblica, convincerla a reclamare la “guerra al terrorismo globale”, e così vendere al Pentagono nuovi sistemi d’arma.
L’11 settembre, l’aereo della American Airlines AA 77 fu lanciato a schiantarsi contro il Pentagono. Guidato, ci è stato detto, da alcuni terroristi arabi. Le foto di tali terroristi furono persino diramate dall’Fbi. Oggi Thomas R. Olmsted, un medico psichiatra ed ex ufficiale della Marina Usa che vive a New Orleans, ha ottenuto la prova definitiva che non c’era a bordo nessun arabo (1).
Lo ha fatto nel modo più semplice: esigendo, in forza della legge sulla libertà d’informazione (Freedom of information Act, FOIA) i risultati delle autopsie sui resti umani dell’attentato.
L’ente che ha compiuto le autopsie è quanto di più ufficiale esista: l’Istituto di Patologia delle Forze Armate (AFIP), che ha condotto la triste indagine sui resti con la consulenza di esperti dello Smithsonian capaci (ha vantato il Washington Post) di “leggere scheletri come una complessa mappa. Capaci di identificare la razza del morto dai denti, e il sesso dall’arcata sopracciliare. Possono dirti chi era un operaio, perché certe ossa s’ingrossano per aggiustarsi a certi movimenti abituali dei muscoli, e chi è stato un sarto o un tessitore, dai piccoli solchi sui denti con cui usavano trattenere i fili…a volte riescono a identificare un individuo da un pezzo di cranio grande come una moneta”.
Diciassette mesi dopo la richiesta, il dottor Olmsted ha finalmente ottenuto dall’AFIP – a quanto pare obtorto collo – l’elenco degli identificati e le relative risultanze delle autopsie. Da queste risulta che l’AFIP ha identificato con sicurezza sia tutti gli uccisi (125) che lavoravano al Pentagono, sia i 64 passeggeri dell’AA 77. Il solo corpo che l’Istituto dice di non aver potuto identificare è quello di Dana Falkenberg, una neonata i cui genitori, e la cui sorellina, sono stati identificati, e che doveva essere a bordo: evidentemente il corpicino è stato così maciullato dall’impatto, da non lasciare resti riconoscibili.
Un lavoro egregio. Che mostra che nessun arabo è stato identificato fra i corpi, e anche qualche sospetto mistero in più.
Uno: la lista dell’AFIP comprende 64 passeggeri, mentre quella diramata nelle ore dell’attentato dall’American Airlines ne ha solo 58. Come mai, visto che le compagnie aeree contano e identificano scrupolosamente i passeggeri al momento dell’imbarco? Il dottor Olmsted, che aveva in mano solo la lista dell’American Airlines diramata dalla CNN in quel terribile giorno, ha chiesto alla compagnia di ricevere la lista ufficiale. L’ha chiesto per ben tre volte: invano. La compagnia, per qualche motivo, si rifiuta di confermare una lista resa pubblica da anni, e persino di dire se quella della CNN è vera o incompleta. Curioso.
Ma anche più curiosi i profili professionali di un buon numero di passeggeri che risultano morti a bordo del Volo 77. Per quanti più ha potuto, Olmsted ha rintracciato il mestiere, la ditta per cui lavoravano e la loro specializzazione. Ecco il risultato.
I signori Don Lee, Ruben Ornado e Chad Keller lavoravano tutti e tre per la Boeing, e Lee anche per la National Security Agency (NSA), il segretissimo ente della sicurezza interna americana.
Stanley Hall lavorava alla Raytheon, la nota compagnia missilistica, ed era considerato “il decano dei sistemi bellici elettronici”.
William Caswell, fisico delle particelle, lavorava per la US Navy. Il suo lavoro era così segreto, che la famiglia non ha la minima idea di quel che facesse per la Marina, e nemmeno per quale motivo quel giorno si trovasse su quel volo diretto in California.
Charles Droz, un altro dei morti, era un alto ufficiale della US Navy; in pensione, lavorava come specialista di software per la “EM Solutions”, un’azienda altamente dedicata alle comunicazioni militari, che produce i cosiddetti “Wide Area Networks”, dalle ovvie applicazioni belliche.
Robert Penniger, anche lui a bordo dell’AA 77, lavorava per la BAE System, una ditta che si definisce “leader industriale nei sistemi di controllo di volo”, e i cui dirigenti paiono provenire tutti dai servizi segreti: da Richard Kerr ex vicedirettore della Cia, a William Schneider, già sottosegretario di Stato per la scienza e la tecnologia, a Robert Cooper, già direttore di un ente celebre per la ricerca militare: la Defense Advanced Research Projects Agency (DARPA), alla quale si devono i primi sviluppi della rete che oggi conosciamo come Internet, pensata originariamente come un sistema di comunicazione capace di resistere ad un attacco nucleare.
John Sammartino e Leonard Taylor, anch’essi a bordo del tragico volo, lavoravano per la Xontech, un’altra compagnia missilistica, legata alla Boeing.
Vicki Yancey prestava la sua opera per la Vreedenberg Corporation, un’altra ditta collegata all’intelligence militare (la vedova di Yancey lavora tuttora alla Northrop-Gruman, missili e aerei da caccia).
John Yamnicky, 71 anni, era un capitano della US Navy a riposo che adesso operava come “defense contractor” (mercenario specializzato) per la Veridian (fornitrice di soldati a noleggio) e, secondo suo figlio, aveva partecipato a diverse “operazioni coperte”.
La signora Mary Jane Booth era addirittura segretaria del general manager della American Airlines, la compagnia che stava per perdere l’aereo nell’attentato.
Robert Ploger, nome aggiunto nella seconda lista aggiornata della CNN insieme alla moglie, era anch’egli collegato al mondo militare: era figlio del generale Robert Ploger.
Insomma: una folta comitiva di scienziati militari, specialisti di controlli elettronici del volo, alti tecnologi dell'aviazione e della missilistica ed esperti di telecomunicazioni avanzate, o comunque vicini al mondo dell’aeronautica e della marina da guerra. Il tipo di profili professionali che è più facile immaginare nella stanza dei bottoni che ha guidato il dirottamento e il lancio dei quattro aerei l’11 settembre – impresa altamente tecnologica – che nelle vesti di ignare e impotenti vittime dell’attentato.
Che dire? Vero è che Washington e i suoi dintorni (in cui sorge il Pentagono) sono meta di un gran numero di personaggi nel business della difesa, che ci vanno di frequente a condurre i loro affari ed a vedere ministri e senatori; può essere pura coincidenza che tanti di quei signori fossero nello stesso volo. Olmsted avanza un’ipotesi estrema: che tutti costoro fossero in qualche modo a conoscenza del complotto e dei suoi dettagli tecnici, e che siano stati “attratti” su quel volo destinato al disastro per farli morire coi loro segreti. Gente di cui il sistema di potere voleva liberarsi.
Ma non occorre arrivare a tale ipotesi omicida. Ce n’è una a portata di mano, meno tragica e più inquietante. Bisogna ricordare che nel lontano 1962 l’ammiraglio Lyman Lemnitzer sottopose seriamente al presidente Kennedy un progetto di attentati simulati clamorosi per ferire l’opinione pubblica: di tali attentati la propaganda avrebbe incolpato Fidel Castro, e questo avrebbe giustificato l’invasione di Cuba (2).
Ebbene: uno di questi progetti – come si legge nella proposta di Lemnitzer, oggi pubblicata – prevedeva di creare “un esatto duplicato di un aereo civile di linea” per poi “a un momento dato riempire l’aereo duplicato con passeggeri selezionati, imbarcati sotto nomi falsi. Il volo sarebbe stato convertito in un drone (aereo senza pilota, telecomandato) …e poi distrutto con un comando dato da un segnale radio”.
Non è rimasta traccia dei motivo di certi curiosi particolari della proposta. A che scopo riempire l’aereo di “passeggeri selezionati”, per di più “sotto falso nome”? E che significa “passeggeri selezionati”? Selezionati per morire, oppure per…
Per scomparire dall’anagrafe. Vivi in realtà, ma morti ufficialmente nel falso attentato, liberi ormai di agire sotto una nuova identità. Per esempio: un gruppo di scienziati militari preziosi per l'industria bellica, di specialisti di operazioni segrete utili alla causa: ancora più utili se si finge che siano morti in un attentato aereo, mentre in realtà continuano a lavorare in laboratori sconosciuti a tutti, in una segretezza ormai resa perfetta dalla loro “scomparsa”, comprovata da una lista di vittime e dalle loro autopsie. Con nuovi nomi, altre vite ricostruite, altre mogli e figli magari. Perché no? In fondo è il sogno di ogni agente segreto: far credere al nemico di essere morto. La copertura più sicura e invulnerabile (3).
Note
1) Thomas R. Olmsted, MD, “No arabs on flight 77”, Part I e Part II, pubblicato da Sierra Times (il periodico dei cattolici Sierra Club) il 6 e 7 luglio 2003 e ripubblicato il 26-27 marzo 2005.
Nell’articolo integrale sono le fotocopie delle autopsie eseguite sulle vittime dall’Armed Forces Institute of Pathology.
2) L’intera vicenda è stata narrata da James Bamford, giornalista della ABC, nel suo libro “Body of Secrets”: l’ho riportata nel mio “11 Settembre colpo di Stato in Usa”, Effedieffe, pagg. 122-124.
3) Fatto singolare: il 2 marzo 2001, dunque molti mesi prima del fatale 11 settembre, la Fox News diffuse una fiction televisiva del titolo “The Lone Gunman” (l’assassino solitario) in cui s’immagina quanto segue: dei “cattivi” prendono da terra il controllo di un aereo di linea carico di passeggeri, grazie ad un sistema di telecomando, con l’intenzione di lanciarlo contro (indovinate?) il World Trade Center. Nella fiction, i cattivi non sono terroristi arabi, ma congiurati del settore militare-industriale che intendono, con l’attentato spettacolare, infiammare l’opinione pubblica, convincerla a reclamare la “guerra al terrorismo globale”, e così vendere al Pentagono nuovi sistemi d’arma.
al Reports, London. MEDICAL LETTER WRITING ACTION, "Update on attacks on health personnel and disrupted health care", ISRAEL/OCCUPIED TERRITORIES/PALESTINIAN AUTHORITY
39. Amnesty International Reports, London. ISRAEL/OCCUPIED TERRITORIES 03/2002, "Attacks on health personnel and disrupted health care"
39 bis. Marton R., Weingarten M. Response from Physicians for Human Rights-Israel
40. Amnesty International Reports, London. ISRAEL AND THE OCCUPIED TERRITORIES, "The heavy price of Israeli incursions", 12/04/2002
41. Alexander Cockburn, "Sharon's wars", American Journal, 09/04/2002
42. Zbigniev Brzezinski, intervistato al Lehrer News Hour, PBS, USA
43. Norman G. Finkelstein, "First the Carrot, Then the Stick: behind the carnage in Palestine", 14/04/2002 & Ha'aretz, 25/01/2002, 01/02/2002

SINTESI STORICA ESSENZIALE PER LA COMPRENSIONE DEL DOCUMENTO
Al declino dell'impero Ottomano, a partire dal 1880, gruppi di ebrei europei emigrarono in Palestina dove stabilirono alcune colonie. Fondarono il movimento Sionista, da cui presero il nome di sionisti.
Nel 1914, gli immigranti sionisti in Palestina erano 85.000, gli arabi musulmani e cristiani erano 500.000, ai quali si aggiungevano gli ebrei cosiddetti Ottomani (già presenti da tempo in Palestina e perfettamente integrati).
Nel 1916 le potenze europee siglarono l'accordo di Sikes-Picot: si trattava del piano alleato per dividere l'impero Ottomano (in disfacimento). Gli inglesi di fatto divennero la potenza coloniale in Palestina.
Nel 1921 cominciarono gli scontri fra arabi ed ebrei (a Jaffa 200 morti ebrei e 120 morti arabi).
Nel 1922 l'Inghilterra ricevette dalla Lega delle Nazioni il Mandato per la Palestina.
I rapporti fra arabi e sionisti si deteriorano, e nel frattempo le tensioni vengono peggiorate dalla ulteriore ondata di immigrazione di ebrei che fuggono dalla furia genocida di Hitler.
Cominciano le proposte inglesi di formazione di 2 Stati separati. Esse scontentano sia gli arabi che i sionisti, e le violenze nel frattempo aumentano. E' a questo punto che i sionisti si organizzano in gruppi di guerriglia.
Nel 1947 gli Inglesi rinunciano al Mandato e passano la palla all'ONU.
Nel Maggio 1948 gli Stati arabi mandano truppe in aiuto ai palestinesi. Ma gia' le truppe ebraiche avevano conquistato grandi fette di territorio designato dall'ONU come Arabo, provocando la fuga di 300.000 rifugiati palestinesi. Lo Stato d'Israele viene proclamato il 14 maggio 1948. La guerra continua, e all' inizio del 1949 Israele vince conquistando il 73% della Palestina. I rifugiati palestinesi sono ora 725.000.
Ai palestinesi, alla fine della guerra, rimane Gaza e la Cisgiordania. Nel 1956, Israele attacca l'Egitto conquistando Gaza e il Sinai, ma gli USA li convincono a ritirasi un anno dopo.
Nel 1964 gli Stati arabi creano l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP).
Nel Maggio 1967 il presidente egiziano Nasser stringe un patto di difesa con la Giordania. Ma Israele non aspetta, e nel Giugno 1967 attacca l'Egitto. E' la nota Guerra dei 6 Giorni. In un baleno Israele occupa il Sinai, Gaza, la Cisgiordania, parte del Golan siriano e Gerusalemme Est.
Nel Novembre 1967 il Consiglio di Sicurezza dell'ONU condanna la conquista dei territori da parte di Israele con la risoluzione 242, che specificamente chiede il ritiro israeliano dai territori occupati nella Guerra dei 6 Giorni.
1973, attacco egiziano e siriano a sorpresa contro Israele (guerra del Kippur). Israele è in seria difficolta', e solo grazie a un massiccio aiuto militare americano si riprende e addirittura avanza nel Golan.
La base della guerriglia dell'OLP si sposta nel Libano del sud. Nel 1978 Israele invade il sud del Libano. Di nuovo il Consiglio di Sicurezza dell'ONU condanna l'invasione con la risoluzione 425, e tenta di separare i belligeranti con un contingente di caschi blu (UNIFIL).
Nel Settembre 1978 il presidente egiziano Sadat va a Camp David negli USA, dove firma i famosi accordi con Israele. Israele in cambio si ritira dal Sinai. Sadat firma a Washington il 26 marzo 1979 la pace con Israele, primo Stato arabo a farlo.
Nel 1982 Israele reinvade il Libano, e arriva fino a Beirut. Gli USA mediano nella fuga da Beirut dell'OLP e di Arafat, ma nessuno protegge i civili palestinesi: strage nel campo profughi di Sabra e Chatila. Israele si ritirera' dal Libano (esclusa una fascia al sud) nel 1985.
Dicembre 1987. Nei territori occupati il pugno di ferro di Israele trova ora un fronte unito, e i giovani palestinesi si lanciano nell'Intifada (sollevazione).
Nel 1988 Arafat rinuncia ufficialmente al Terrorismo e accetta la risoluzione 242, implicitamente riconoscendo l'esistenza di Israele.
1993: a Oslo si svolgono colloqui segreti fra l'OLP e il laborista israeliano Shimon Perez con mediazione norvegese di Joan Jorgen Holst.
Il 9 Settembre 1993 Arafat firma la lettera di riconoscimento dello Stato di Israele, e Israele il 10 Settembre riconosce l'OLP come il legittimo rappresentante dei palestinesi.
Lunedi' 13 Settembre 1993 Arafat e Rabin a Washington firmano una Dichiarazione di Principi, che comprende il mutuo riconoscimento di Israele e dell'OLP, il ritiro israeliano da Gaza e da Jerico, e un non meglio specificato ritiro israeliano da alcune aree della Cisgiordania entro 5 anni (accordi di "Oslo").
A partire dal 1999 il premier israeliano Barak concede ad Arafat alcuni territori in più, e a metà del 2000 l'Autorità Palestinese si trova a controllare il 40% della Cisgiordania e il 65% di Gaza. Ma stiamo parlando di pezzetti di territorio palestinese scollegati e interamente circondati da insediamenti ebraici, e controllati giorno e notte da cordoni di militari israeliani.
Nel luglio del 2000 il presidente americano Clinton convince Arafat e il premier israeliano Barak ad andare a Camp David (USA) per finalizzare gli accordi di Oslo. L'incontro naufraga in un nulla di fatto.
28 Settembre 2000. Ariel Sharon, leader dell'opposizione israeliana, sfila a piedi presso la moschea di Al Aqsa a Gerusalemme, che è uno dei luoghi più sacri della religione musulmana. Questo viene visto come un oltraggio imperdonabile, e i palestinesi si lanciano nella seconda Intifada.
Nel febbraio 2001 il laborista Barak perde le elezioni e diviene premier Ariel Sharon del partito Likud.
Medioriente, la storia dimostra anche il terrorismo israeliano
di Paolo Barnard
In Medioriente dilaga il fenomeno del terrorismo. A noi è particolarmente noto il terrorismo palestinese e/o islamico, ma c'è anche il terrorismo israeliano. Il primo è internazionalmente riconosciuto, il secondo no. E qui sta il problema.
Prima di continuare e per sgombrare il campo da possibili equivoci, ribadiamo con decisione che non v'è dubbio che per decenni alcuni gruppi palestinesi si sono macchiati, e ancora oggi si macchiano, di orrendi crimini terroristici che non trovano alcuna giustificazione politica né morale. La condanna di questi crimini, che storicamente colpiscono soprattutto lo Stato di Israele, deve essere assoluta.
Eppure, rimane il fatto che in Occidente si fatica ad ammettere che Israele ha praticato e pratica il terrorismo. Taluni rigettano questa nozione radicalmente, anche se la Storia lo dimostra in maniera incontrovertibile.
Ciò ha dato origine a una impostazione ideologica errata e catastrofica nelle sue conseguenze, a causa della quale ogni approccio internazionale al conflitto israelo-palestinese viene fatalmente viziato da un sistema di "due pesi due misure": solo ai palestinesi viene formalmente chiesto di abbandonare le pratiche terroristiche, a Israele mai. Questo produce continui fallimenti.
Tale pregiudizio trova appoggio in vaste fasce delle opinioni pubbliche occidentali. Infatti, alle parole "Terrorismo mediorientale" noi associamo d'istinto i volti dei guerriglieri palestinesi, libanesi o iraniani, ovvero del fanatismo islamico armato; ma non ci viene altrettanto spontaneo associarvi i volti dei soldati d'Israele, o quelli dei loro leader politici. Questo è potuto accadere perché l'Occidente ha intenzionalmente alterato la "narrativa" del conflitto israelo-palestinese, per tutelare i propri interessi nell'area. Lo dimostra lo stesso linguaggio mediatico internazionale: da anni in tv o sulle prime pagine dei giornali gli attacchi palestinesi contro i civili israeliani sono sempre definiti (a ragione) "terroristici", ma quelli, altrettanto terrorizzanti delle Forze di Difesa Israeliane contro i civili palestinesi sono sovente chiamati "di autodifesa"; le azioni dei kamikaze di Hamas sono "massacri", mentre le centinaia di omicidi extragiudiziali commessi dai Servizi Segreti israeliani vengono definiti "esecuzioni capitali mirate", e così all'infinito (Chomsky-Fisk-Said et al.).
Tutto ciò ci ha lentamente resi incapaci di riconoscere l'esistenza del Terrorismo di matrice israeliana, assieme alle atrocità che causa e che ha causato.
E' imperativo rettificare questo pregiudizio, iniziando dalla accettazione, da parte della comunità internazionale impegnata nel processo di pace, della verità storica. Questo significa che mentre giustamente condanniamo il Terrorismo palestinese, dobbiamo abbandonare il nostro rifiuto di riconoscere e di censurare il Terrorismo di Israele.
Se ciò non accadrà, non vi è speranza di pace in Medioriente.
A prova di quanto affermato sopra, sono di seguito elencati alcuni fra i peggiori atti di Terrorismo commessi in Medioriente dalla comunità sionista prima e da Israele o da israeliani poi, con una scrupolosa bibliografia. Le fonti sono principalmente i documenti dell'ONU e di Amnesty International; questo perché siamo consapevoli che nell'esporre un tema tanto controverso ci si deve affidare a fonti assolutamente e storicamente al di sopra delle parti. Abbiamo di proposito scartato ogni fonte che potesse anche vagamente essere accusata di partigianeria, e per tale motivo siamo stati costretti a non includere in questo documento centinaia di "atti di Terrorismo israeliani" riportati nella letteratura sul Medioriente.
Lo ribadiamo: questo lavoro non è un atto di accusa contro Israele fine a sé stesso, perché se così fosse sarebbe un'esercizio sterile. Esso vuole aiutare il pubblico a rettificare quella "narrativa" distorta che basandosi su "due pesi due misure" condanna il Medioriente a una violenza senza fine
---
12 novembre 1937
A Gerusalemme, in via Giaffa, l'Irgun compie il primo attentato terroristico facendo esplodere un ordigno nei pressi di un' autostazione provocando la morte di 2 arabi ed il ferimento di altri 5.
6 luglio 1938
Ad Haifa, l'Irgun colloca due contenitori per il latte pieni di tritolo e shrapenl all'interno del mercato arabo, provocando 21 morti e 52 feriti.
15 luglio 1938
A Gerusalemme, nella città vecchia, l'Irgun fa esplodere una bomba in via Davide, uccidendo 10 arabi e ferendone più di 30
25 luglio 1938
Ad Haifa, l'Irgun fa esplodere una bomba nascosta in un cesto di cocomeri, che uccide 39 arabi e ne ferisce almeno 70.
26 agosto 1938
A Giaffa, l'Irgun fa esplodere una bomba all'interno del mercato ortofrutticolo.
22 luglio 1946
A Gerusalemme, gli uomini di Menachem Begin collocano contenitori di latte pieni di esplosivo nei sotterranei dell'hotel King Davide, dove sono ospitati il quartiere generale militare e civile della Gran Bretagna. Il bilancio dell'esplosione, che demolisce un 'intera ala dell'edificio, è di 91 morti, in maggioranza civili.
1 marzo 1947
A Tel Aviv, militanti ebrei dell'Irgun (Izl), la formazione comandata da Menachem Begin, uccidono più di 20 militari britannici e ne feriscono altri 30, in diverse azioni coordinate.
29 luglio 1947
In Palestina, come rappresaglia per l'esecuzione capitale di 3 dei suoi militanti da parte delle autorità britanniche, l'Irgun impicca i due sergenti inglesi Clifford Martin e Mervyn Paice, sequestrati il 12 luglio e collega i corpi a congegni esplosivi, uno dei quali provoca il ferimento di un ufficiale inglese durante la rimozione dei cadaveri. Il "Times" commenta: "La bestialità nazista non avrebbe saputo fare di meglio".
30 dicembre 1947
Ad Haifa, militanti ebrei dell'Izl lanciano bombe a mano contro una piccola folla di arabi in attesa di prendere l'autobus, provocando 6 morti e decine di feriti. In due precedenti attentati compiuti a Gerusalemme il 13 e il 29 dicembre, i militanti agli ordini di Menachem Begin avevano ucciso 80 arabi e ne avevano feriti 37.
31 dicembre 1947
Ad Haifa, le forze ebraiche dell'Haganah e delle Palmah attaccano il villaggio di Balad al-Shaykh con l'ordine di "uccidere il maggior numero di maschi adulti". Il bilancio finale è di 60 morti, comprese donne e bambini. Nel villaggio di Hawassa, 16 uomini sono stati uccisi ed altri 10 feriti.
4 gennaio 1948
A Giaffa, i militanti ebrei dell'Lhi fanno esplodere un camion imbottito di esplosivo dinanzi al Municipio che ospita gli uffici del Comitato nazionale arabo. L'edificio viene totalmente demolito mentre 26 persone rimangono uccise ed altre decine ferite.
Gennaio 1948
A Gerusalemme, militanti ebrei fanno saltare con l'esplosivo un' ala dell'hotel Semiramis, uccidendo 26 civili arabi.
28 febbraio 1948
Ad Haifa, militanti ebrei fanno esplodere un'autobomba nell' autorimessa Abu Sham, nel centro della città, provocando la morte di almeno 30 arabi e il ferimento di altri 70.
9 aprile 1948
A Deir Yassin, 130 uomini delle formazioni ebraiche dell'Izl, dell 'Lhi e dell'Hahanah attaccano il villaggio difeso strenuamente dagli arabi che infliggono al nemico la perdita di 5 uomini ed il ferimento di altri 30, ma che alla fine devono cedere agli aggressori. La rappresaglia ebraica è spietata: almeno 254 abitanti del villaggio conquistato sono massacrati, dopo essere stati seviziati, compresi donne e bambini.
12 aprile 1948
A Gerusalemme, il comandante dello Shai, Levy, in un rapporto sul massacro compiuto dagli ebrei a Deir Yassin scrive: "La conquista del villaggio è stata compiuta con estrema spietatezza. Intere famiglie -donne, vecchi, bambini- annientate, e pile di cadaveri (un po' dappertutto). Alcuni prigionieri, compresi donne e bambini, trasferiti in luoghi di detenzione e lì brutalmente eliminati dai loro catturatori". In un rapporto del giorno successivo, Levy scrive: "Esponenti dell'Lhi hanno riferito atti di barbarie dell'Izl verso i prigionieri e i morti, citando il caso di ragazze arabe violentate da uomini dell'Izl, e poi uccise (ma non abbiamo potuto controllare la veridicità di queste testimonianze)".
17 settembre 1948
A Gerusalemme, militanti ebrei della banda Stern uccidono il mediatore dell'Onu per il problema palestinese, Folke Bernadotte.
6 febbraio 1951
A Sharafat (Gerusalemme), i militari israeliani come rappresaglia per l'uccisione di un ebreo, fanno esplodere due case con gli abitanti all'interno, uccidendo almeno 12 persone, quasi tutte donne e bambini.
22 aprile 1953
A Gerusalemme, una compagnia di tiratori scelti dell'esercito israeliano apre il fuoco sulla folla nella parte araba della città, uccidendo 6 persone e ferendone altre 14.
14 ottobre 1953
A Cibya, l'Unità 101 al comando di Ariel Sharon ed una compagnia di paracadutisti, per vendicare la morte di una donna e 2 bambini israeliani uccisi in un attentato, fanno irruzione nel villaggio uccidendo almeno 60 persone. Sharon sosterrà che i soldati, passando da una casa all'altra, non si erano dati conto che gli abitanti erano dentro, e così le avevano fatte saltare con l' esplosivo, ma le perizie mediche dei sanitari giordani lo smentiranno. Le ripercussioni internazionali questa volta sono gravi: perfino gli Stati uniti sospendono temporaneamente gli aiuti economici ad Israele.
5 aprile 1956
Gli israeliani aprono il fuoco sul centro di Gaza con l' artiglieria. Nel giro di un'ora uccidono 58 civili, tra i quali 33 donne e 13 bambini e ne feriscono altre centinaia. Lo stesso ex primo ministro israeliano Sharret, bollerà successivamente il massacro come un "crimine".
29 ottobre 1956
A Kefar Qasim, la polizia israeliana uccide 49 arabi residenti in Israele, perché non informati della proclamazione del coprifuoco erano tornati a casa dopo l'orario stabilito.
3 - 12 novembre 1956
A Khan Yunis, prima, e a Rafa, dopo, gli israeliani uccidono circa 200 civili arabi che si aggiungono agli oltre 500 massacrati nel corso della conquista della striscia di Gaza.

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by Yuri Wednesday April 16, 2003 at 03:14 PM

ISRAELE: IL TERRORISMO DI STATO / Di Lev Grinberg*
"Qual è la differenza tra terrorismo di Stato e atti di terrorismo individuali? Se potremo capire questa differenza, potremo anche capire la malvagità della politica degli Stati Uniti nel Medio Oriente e i disastri prossimi. Quando Yassir Arafat era messo sotto assedio nei suoi uffici e tenuto ostaggio dalle forze Israeliane di occupazione, con insistenza, era pressato ad esprimere la sua condanna al terrore, ed il suo impegno nel combattere il terrorismo. Il terrorismo di Stato viene definito dagli ufficiali statunitensi come “autodifesa”, mentre i kamikaze vengono chiamati terroristi.
L’unica “piccola” differenza è che l’aggressione israeliana è la diretta responsabilità di Ariel Sharon, Benjamin Ben Eliezer, Shimon Peres e Shaul Mofaz, mentre gli atti di terrorismo individuali vengono compiuti da singole persone spinte dalla disperazione, solitamente contro la volontà di Arafat. Solamente un’ora dopo Arafat ha dichiarato il suo sostegno ad una tregua, ed ha espresso agli ebrei gli auguri per una Buona Pasqua, un kamikaze si è suicidato, facendo esplodere se stesso in un albergo di Netanya, uccidendo 22 ebrei innocenti che stavano celebrando Pasqua. La colpa è stata data ad Arafat come il responsabile per quest’atto, e l’offensiva attuale dell’IDF viene giustificato usando quest’accusa.
Al tempo stesso, le responsabilità di Sharon per i crimini di guerra vengono completamente ignorate. Chi dovrebbe essere arrestato per l’uccisione mirata di quasi 100 palestinesi? Chi sarà mandato in galera per l’uccisione di più di 120 paramedici palestinesi? Chi sarà condannato per l’uccisione di più di 1.200 palestinesi e per la punizione collettiva di oltre 3.000.000 civili negli ultimi 18 mesi? E chi dovrà rispondere davanti al Tribunale Internazionale per l’insediamento illegale delle Terre Palestinesi occupate, e per la disobbedienza alle decisioni dell’ONU per oltre 35 anni?
Le bombe suicide che ammazzano cittadini innocenti devono essere inequivocabilmente condannate; sono atti immorali, e quelli che perpetuano questi atti dovranno essere condannati e messi in galera. Ma, non si può fare il confronto con il terrorismo di Stato che viene eseguito dal Governo Israeliano. I primi sono atti individuali di disperazione di gente che non riesce ad immaginare un futuro, gente che è vastamente ignorata da un’opinione pubblica internazionale che è ingiusta e distorta. I secondi sono freddi e “razionali” decisioni di uno Stato ed un apparato militare di occupazione, avanzatissimo, finanziato e sostenuto dall’unica superpotenza rimasta nel mondo.
Nonostante ciò, nel dibattito pubblico, terrorismo di Stato e kamikaze individuali non sono neppure considerati come casi confrontabili di terrorismo. Al terrore di Stato e ai crimini di guerra perpetuati dal Governo Israeliano viene data legittimità come atti di “autodifesa”, mentre ad Arafat, malgrado sia sotto assedio, viene ordinato di arrestare “terroristi”.
Vorrei chiedere: Chi arresterà Sharon, la persona direttamente responsabile per gli ordini ad ammazzare i palestinesi? Quando verrà definito anche lui come terrorista? Fino a quando il mondo ignorerà il grido dei palestinesi che tutto ciò che chiedono è la libertà e l’indipendenza? Quanto tempo ancora fino a che il mondo smetta di negare il fatto che la meta del Governo israeliano non è la sicurezza, ma la continuazione dell’occupazione e la politica di soggiogazione del popolo palestinese?
Come israeliani dell’opposizione, stiamo lottando contro il nostro governo, ma il sostegno internazionale che Sharon riceve mette in pericolo costantemente il nostro sforzo. L’intera opinione pubblica internazionale deve essere rovesciata, e l’ONU deve inviare forze d’interposizione per impedire lo spargimento di sangue e l’imminente deteriorazione. Gli israeliani e i palestinesi disperatamente hanno bisogno di un risveglio dell’opinione pubblica della comunità internazionale ed un rovesciamento dell’attitudine globale. Queste cose sono indispensabili sia per salvare le nostre vite (letteralmente), che per conservare la speranza per un futuro migliore."
* Dott. Lev Grinberg, sociologo politico, Direttore dell’Humphrey Institute per Ricerca Sociale all’Università di Ben Gurion
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"Cari amici,
sono Paolo Barnard, giornalista di Report RAI 3. Il documento che allego in attachment si intitola "DUE PESI DUE MISURE: RICONOSCERE IL TERRORISMO
DELLO STATO D'ISRAELE". Si tratta di una cronologia che dimostra come il Terrorismo sia stato da sempre uno strumento proprio sia dei sionisti che
dello Stato di Israele, e dunque non una prerogativa esclusivamente palestinese e/o islamica."
"Come sapete, oggi la "narrativa" ufficiale sul Medioriente non riconosce questa verita' storica, e solo ai palestinesi viene ufficialmente chiesto
di fermare il Terrorismo. Noi tutti sappiamo quanto questo sia non solo ingiusto, ma anche controproducente per ogni speranza di pace. Non ci sara' pace senza verita'.
Purtoppo pero' tanti di noi, dai giovani attivisti ai semplici cittadini di buon senso, non sono in grado di sostenere queste tesi con argomentazioni
inoppugnabili o senza timore di essere accusati di faziosita' o, peggio, di antisemitismo.
Il mio documento offre uno STRUMENTO accessibile a tutti per poter sostenere e divulgare senza timore di smentite cio' che sappiamo essere piu' vicino alla verita' e soprattutto piu' utile alla pace. Si badi bene, il documento non pretende di avere valore storiografico. Non e' scritto per l'esperto. E' scritto per le persone comuni, e si basa su fonti al di sopra
delle parti: l'ONU e Amnesty International principalmente. Queste fonti sono la sua forza.
Ve lo offro sperando che lo divulghiate il piu' possibile, perche' quella "narrativa" distorta sul Terrorismo in Palestina sta causando tragedie
all'infinito. Dobbiamo rettificarla, assolutamente, come primo passo per la pace.
Nell'introduzione troverete maggiori dettagli.
Grazie
Paolo Barnard
329-5979871
Report 06-37352136
email: dpbarnard@tin.it
Introduzione.
"In Medioriente dilaga il fenomeno del Terrorismo. A noi e' particolarmente noto il Terrorismo palestinese e/o islamico, ma c'e' anche il Terrorismo israeliano. Il primo e' internazionalmente riconosciuto, il secondo no. E qui sta il problema.
Prima di continuare e per sgombrare il campo da possibili equivoci, ribadiamo con decisione che non v'e' dubbio che per decenni alcuni gruppi
palestinesi si siano macchiati, e ancora oggi si macchino, di orrendi crimini terroristici che non trovano alcuna giustificazione politica ne'
morale. La condanna di questi crimini, che storicamente colpiscono soprattutto lo Stato di Israele, deve essere assoluta.
Eppure, rimane il fatto che in occidente si fatica ad ammettere che Israele ha praticato e pratica il Terrorismo. Taluni rigettano questa nozione
radicalmente, anche se la Storia lo dimostra in maniera incontrovertibile.
Cio' ha dato origine a una impostazione ideologica errata e catastrofica nelle sue conseguenze, a causa della quale ogni approccio internazionale al
conflitto israelo-palestinese viene fatalmente viziato da un sistema di "due pesi due misure": solo ai palestinesi viene formalmente chiesto di
abbandonare le pratiche terroristiche, a Israele mai. Questo produce continui fallimenti.
Tale pregiudizio trova appoggio in vaste fasce delle opinioni pubbliche occidentali. Infatti, alle parole "Terrorismo mediorientale" noi associamo
d'istinto i volti dei guerriglieri palestinesi, libanesi o iraniani, ovvero del fanatismo islamico armato; ma non ci viene altrettanto spontaneo associarvi i volti dei soldati d'Israele, o quelli dei loro leader
politici. Questo e' potuto accadere perche' l'Occidente ha intenzionalmente alterato la "narrativa" del conflitto israelo-palestinese, per tutelare i propri interessi nell'area. Lo dimostra lo stesso linguaggio mediatico internazionale: da anni in tv o sulle prime pagine dei giornali gli
attacchi palestinesi contro i civili israeliani sono sempre definiti (a ragione) "terroristici", ma quelli altrettanto terrorizzanti delle Forze di
Difesa Israeliane contro i civili palestinesi sono sovente chiamati "di autodifesa"; le azioni dei kamikaze di Hamas sono "massacri", mentre le
centinaia di omicidi extragiudiziali commessi dai Servizi Segreti israeliani vengono definiti "esecuzioni capitali mirate", e cosi' all'infinito (Chomsky-Fisk-Said et al.).
Tutto cio' ci ha lentamente resi incapaci di riconoscere l'esistenza del Terrorismo di matrice israeliana, assieme alle atrocita' che causa e che ha causato.
E' imperativo rettificare questo pregiudizio, iniziando dalla accettazione, da parte della comunita' internazionale impegnata nel processo di pace,
della verita' storica. Questo significa che mentre giustamente condanniamo il Terrorismo palestinese, dobbiamo abbandonare il nostro rifiuto di
riconoscere e di censurare il Terrorismo di Israele.
Se cio' non accadra', non vi e' speranza di pace in Medioriente.
A prova di quanto affermato sopra, sono di seguito elencati alcuni fra i peggiori atti di Terrorismo commessi in Medioriente dalla comunita' sionista prima e da Israele o da israeliani poi, con una scrupolosa bibliografia. Le fonti sono principalmente i documenti dell'ONU e di Amnesty International; questo perche' siamo consapevoli che nell'esporre un tema tanto controverso ci si deve affidare a fonti assolutamente e storicamente al di sopra delle parti. Abbiamo di proposito scartato ogni
fonte che potesse anche vagamente essere accusata di partigianeria, e per tale motivo siamo stati costretti a non includere in questo documento
centinaia di "atti di Terrorismo israeliani" riportati nella letteratura sul Medioriente.
Lo ribadiamo: questo lavoro non e' un atto di accusa contro Israele fine a se' stesso, perche' se cosi' fosse sarebbe un'esercizio sterile. Esso vuole
aiutare il pubblico a rettificare quella "narrativa" distorta che basandosi su "due pesi due misure" condanna il Medioriente a una violenza senza fine.
Ai lettori il giudizio."
SINTESI STORICA ESSENZIALE PER LA COMPRENSIONE DEL DOCUMENTO.
"Al declino dell'impero Ottomano, a partire dal 1880, gruppi di ebrei europei emigrarono in Palestina dove stabilirono alcune colonie. Fondarono il movimento Sionista, da cui presero il nome di sionisti.
Nel 1914, gli immigranti sionisti in Palestina erano 85.000, gli arabi musulmani e cristiani erano 500.000, ai quali si aggiungevano gli ebrei
cosiddetti Ottomani (gia' presenti da tempo in Palestina e perfettamente integrati).
Nel 1916 le potenze europee siglarono l'accordo di Sikes-Picot: si trattava del piano alleato per dividere l'impero Ottomano (in disfacimento). Gli
inglesi di fatto divennero la potenza coloniale in Palestina.
Nel 1921 cominciarono gli scontri fra arabi ed ebrei (a Jaffa 200 morti ebrei e 120 morti arabi).
Nel 1922 l'Inghilterra ricevette dalla Lega delle Nazioni il Mandato per la Palestina.
I rapporti fra arabi e sionisti si deteriorano, e nel frattempo le tensioni vengono peggiorate dalla ulteriore ondata di immigrazione di ebrei che
fuggono dalla furia genocida di Hitler.
Cominciano le proposte inglesi di formazione di 2 Stati separati. Esse scontentano sia gli arabi che i sionisti, e le violenze nel frattempo aumentano. E' a questo punto che i sionisti si organizzano in gruppi di guerriglia.
Nel 1947 gli Inglesi rinunciano al Mandato e passano la palla all'ONU.
Nel Maggio 1948 gli Stati arabi mandano truppe in aiuto ai palestinesi. Ma gia' le truppe ebraiche avevano conquistato grandi fette di territorio
designato dall'ONU come Arabo, provocando la fuga di 300.000 rifugiati palestinesi. Lo Stato d'Israele viene proclamato il 14 maggio 1948. La
guerra continua, e all' inizio del 1949 Israele vince conquistando il 73% della Palestina. I rifugiati palestinesi sono ora 725.000.
Ai palestinesi, alla fine della guerra, rimane Gaza e la Cisgiordania. Nel 1956, Israele attacca l'Egitto conquistando Gaza e il Sinai, ma gli USA li
convincono a ritirasi un anno dopo.
Nel 1964 gli Stati arabi creano l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP).
Nel Maggio 1967 il presidente egiziano Nasser stringe un patto di difesa con la Giordania. Ma Israele non aspetta, e nel Giugno 1967 attacca
l'Egitto. E' la nota Guerra dei 6 Giorni. In un baleno Israele occupa il Sinai, Gaza, la Cisgiordania, parte del Golan siriano e Gerusalemme Est.
Nel Novembre 1967 il Consiglio di Sicurezza dell'ONU condanna la conquista dei territori da parte di Israele con la risoluzione 242, che specificamente chiede il ritiro israeliano dai territori occupati nella
Guerra dei 6 Giorni.
1973, attacco egiziano e siriano a sorpresa contro Israele (guerra del Kippur). Israele e' in seria difficolta', e solo grazie a un massiccio aiuto militare americano si riprende e addirittura avanza nel Golan.
La base della guerriglia dell'OLP si sposta nel Libano del sud. Nel 1978 Israele invade il sud del Libano. Di nuovo il Consiglio di Sicurezza dell'ONU condanna l'invasione con la risoluzione 425, e tenta di separare i belligeranti con un contingente di caschi blu (UNIFIL).
Nel Settembre 1978 il presidente egiziano Sadat va a Camp David negli USA, dove firma i famosi accordi con Israele. Israele in cambio si ritira dal
Sinai. Sadat firma a Washington il 26 marzo 1979 la pace con Israele, primo Stato arabo a farlo.
Nel 1982 Israele reinvade il Libano, e arriva fino a Beirut. Gli USA mediano nella fuga da Beirut dell'OLP e di Arafat, ma nessuno protegge i civili palestinesi: strage nel campo profughi di Sabra e Chatila. Israele si ritirera' dal Libano (esclusa una fascia al sud) nel 1985.
Dicembre 1987. Nei territori occupati il pugno di ferro di Israele trova ora un fronte unito, e i giovani palestinesi si lanciano nell'Intifada (sollevazione).
Nel 1988 Arafat rinuncia ufficialmente al Terrorismo e accetta la risoluzione 242, implicitamente riconoscendo l'esistenza di Israele.
1993: a Oslo si svolgono colloqui segreti fra l'OLP e il laborista israeliano Shimon Perez con mediazione norvegese di Joan Jorgen Holst.
Il 9 Settembre 1993 Arafat firma la lettera di riconoscimento dello Stato di Israele, e Israele il 10 Settembre riconosce l'OLP come il legittimo
rappresentante dei palestinesi.
Lunedi' 13 Settembre 1993 Arafat e Rabin a Washington firmano una Dichiarazione di Principi, che comprende il mutuo riconoscimento di Israele
e dell'OLP, il ritiro israeliano da Gaza e da Jerico, e un non meglio specificato ritiro israeliano da alcune aree della Cisgiordania entro 5 anni (accordi di "Oslo").
A partire dal 1999 il premier israeliano Barak concede ad Arafat alcuni territori in piu', e a meta' del 2000 l'Autorita' Palestinese si trova a
controllare il 40% della Cisgiordania e il 65% di Gaza. Ma stiamo parlando di pezzetti di territorio palestinese scollegati e interamente circondati
da insediamenti ebraici, e controllati giorno e notte da cordoni di militari israeliani.
Nel luglio del 2000 il presidente americano Clinton convince Arafat e il premier israeliano Barak ad andare a Camp David (USA) per finalizzare gli
accordi di Oslo. L'incontro naufraga in un nulla di fatto.
28 Settembre 2000. Ariel Sharon, leader dell'opposizione israeliana, sfila a piedi presso la moschea di Al Aqsa a Gerusalemme, che e' uno dei luoghi piu' sacri della religione musulmana. Questo viene visto come un oltraggio imperdonabile, e i palestinesi si lanciano nella seconda Intifada.
Nel febbraio 2001 il laborista Barak perde le elezioni e diviene premier Ariel Sharon del partito Likud.

IL TERRORISMO SIONISTA:
"La prima fase dal 1942 al 1947, prima della nascita
dello Stato di Israele.
* I testi virgolettati sono traduzioni di documenti originali. Le spiegazioni del redattore sono in corsivo.
1942.
"Durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale anche la comunita' sionista (in Palestina) adotto' metodi violenti di lotta. L'uso del Terrorismo da
parte loro e' descritto in un documento ufficiale del governo britannico di allora":
'Nel 1942 un piccolo gruppo di estremisti sionisti, guidati da Abraham Stern, si fece notare per una serie di omicidi e di rapine politicamente motivati' (1)
***
1944.
'Il Ministro inglese per il Medioriente, Lord Moyne, viene assassinato da due membri del gruppo Stern, al Cairo. Sempre nello stesso anno il gruppo
fuorilegge sionista Irgun Tzeva'i Leumi distrugge numerose proprieta' del governo britannico. Le azioni terroristiche dei gruppi Stern e Irgun sono
state condannate dallo stesso portavoce della Comunita' Ebraica.' (1)
***
1946.
'Il 22/7/1946, la campagna condotta delle organizzazioni terroristiche (sioniste) raggiunse nuovi livelli, con una esplosione che distrusse un'ala
dell'hotel King David di Gerusalemme, che conteneva gli uffici della Segreteria del governo e il quartier generale britannico, uccidendo 86
impiegati, arabi ebrei e inglesi, e 5 passanti.' (1)
***
1946.
'Altre attivita' terroristiche (sioniste) includono: il rapimento di un giudice inglese e di alcuni ufficiali, e l'attentato dinamitardo a un Club di Ufficiali inglesi a Gerusalemme con grave perdita di vite umane.' (1)
***
"Menachem Begin (futuro premier israeliano) fu definito dagli inglesi un 'leader terrorista' per aver fatto esplodere l'hotel King David a Gerusalemme, che a quel tempo venne considerato uno dei peggiori atti terroristici del secolo." (1bis)
***
Un altro documento ufficiale britannico del 1946 dichiara:"Il Governo di Sua Maesta' britannica e' arrivato alle seguenti conclusioni: che il gruppo (sionista) Haganah e il suo associato Palmach
lavorano sotto il controllo politico dei membri della Agenzia Ebraica; e che essi sono responsabili di sabotaggi e di violenze..." (2)
***
"Questa campagna terroristica contro gli arabi palestinesi e contro gli inglesi raggiunse tali proporzioni che Churchill, un forte sostenitore dei
sionisti e a quel tempo Primo Ministro inglese, dichiaro' alla Camera dei Comuni: 'Se i nostri sogni per il sionismo devono finire nel fumo delle
pistole degli assassini e se i nostri sforzi per il futuro del sionismo devono produrre un nuovo gruppo di delinquenti degni della Germania
nazista, molti come me dovranno riconsiderare le posizioni tenute cosi' a lungo.' (3)
ALCUNI COMMENTI STORICI SU QUESTO PERIODO.
"Il grande umanista sionista Ahad Ha'am lancio' un allarme contro la violazione dei diritti dei palestinesi (da parte dei sionisti): 'E cosa sta facendo la nostra gente in Palestina? Erano servi nelle terre della Diaspora e d'improvviso si trovano con una liberta' senza limiti, e questo cambiamento ha risvegliato in loro un'inclinazione al despotismo. Essi
trattano gli arabi con ostilita' e crudelta', gli negano i diritti, li offendono senza motivo, e persino si vantano di questi atti. E nessuno fra di noi si oppone a queste tendenze ignobili e pericolose.' (4)
***
Dichiarazione di Lord Sydenham alla Camera dei Lord di Londra sul Mandato britannico in Palestina (1922):
"Il danno prodotto dall'aver riversato una popolazione aliena (i sionisti immigrati in Palestina) su una terra araba forse non si riparera' mai
piu'...Cio' che abbiamo fatto, facendo concessioni non agli ebrei ma ad un gruppo di estremisti sionisti, e' stato di aprire una ferita in Medioriente, e nessuno puo' predire quanto essa si allarghera'." (5)
***
Dichiarazione della Commissione Shaw del governo inglese, a proposito delle violenze fra arabi e sionisti nel 1929:
"...prima della Grande Guerra (1915-18) gli arabi e gli ebrei vivevano fianco a fianco, se non in amicizia, almeno con tolleranza... negli 80 anni
precedenti (alla Grande Guerra) non ci sono memorie di scontri violenti (come quelli iniziati nel 1920)." (6)
***
"L'espansione territoriale (sionista) attraverso l'uso della forza produsse un grande esodo di rifugiati (palestinesi) dalle zone degli scontri. I
palestinesi sostengono che questa era un politica precisa che mirava all'espulsione degli arabi per far posto agli immigrati (sionisti) e citano, fra le altre, le dichiarazioni del leader sionista Theodor Herzl":
'Tenteremo di sospingere la popolazione (palestinese) in miseria oltre le frontiere procurandogli impieghi nelle nazioni di transito, mentre gli negheremo qualsiasi lavoro sulla nostra terra... Sia il processo di espropriazione che l'espulsione dei poveri (palestinesi) devono essere
condotti con discrezione e con attenzione...' (7)
***
Da un documento delle Nazioni Unite:
"La comunita' ebraica della Palestina ancora si rifiuta pubblicamente di aiutare l'Amministrazione (ONU) a reprimere il Terrorismo (sionista), e
cita come ragione il fatto che le politiche dell'Amministrazione sarebbero contrarie agli interessi ebraici." (8)

IL TERRORISMO SIONISTA-ISRAELIANO:
"La seconda fase, dal 1947 al 1977, attraverso la nascita dello Stato di Israele.
"Uno dei piu' scabrosi atti di Terrorismo (sionista) contro la popolazione civile (palestinese) si registra, secondo fonti palestinesi ma anche secondo altre fonti, nell'aprile 1948 a Deir Yassin, un villaggio
palestinese vicino a Gerusalemme. Un ex governatore militare israeliano di Gerusalemme scrive in proposito":
'Il 9 aprile abbiamo subito una sconfitta morale, quando le due gang Stern ed Etzel (sionisti) lanciarono un attacco immotivato contro il villaggio di Deir Yassin... Si trattava di un villaggio pacifico, che non aveva aiutato le truppe arabe di oltre frontiera e che non aveva mai attaccato le zone
ebraiche. Le gang (sioniste) lo avevano scelto solo per ragioni politiche.
Si e' trattato di un atto di puro Terrorismo... Alle donne e ai bambini non fu dato tempo di fuggire... e molti di loro furono fra le 254 vittime assassinate, secondo l'Alto Comitato Arabo... Quell'evento fu un disastro in tutti i sensi... (le gang) si guadagnarono la condanna della maggioranza degli ebrei di Gerusalemme." (9)
***
Alcuni leader sionisti negarono la strage di Deir Yassin, ma anche nella negazione ammisero esplicitamente di aver usato l'arma del Terrorismo
psicologico, che non e' meno letale. Scrisse Menachem Begin (futuro premier di Israele):
"Il panico travolse gli arabi nella Terra di Israele e iniziarono a fuggire in preda al terrore. Non cio' che accadde a Deir Yassin, ma cio' che fu inventato su Deir Yassin ci aiuto' a vincere...in particolare nella
conquista di Haifa, dove le forze ebraiche avanzarono come un coltello nel burro mentre gli arabi fuggivano nel panico gridando 'Deir Yassin!'." (10)
***
Menachem Begin fu pero' ritenuto uno dei responsabili della strage di Deir Yassin:
"Il 9 aprile un'atrocita' di enormi proporzioni fu perpetrata a Deir Yassin... furono massacrate 254 persone da membri della gang di Menachem
Begin. Alcuni uomini del villaggio furono trascinati attraverso Gerusalemme prima di essere uccisi." (11)
***
"Quante atrocita' furono commesse (dai sionisti) forse non si sapra' mai, ma furono sufficienti a spingere l'allora Ministro israeliano dell'agricultura, Aharon Cizling, ad affermare: 'Adesso anche gli ebrei si sono comportati come nazisti e tutta la mia anima ne e' scossa...Ovviamente dobbiamo nascondere al pubblico questi fatti...Ma devono essere indagati.' (12)
***
1948. "Folke Bernadotte fu nominato mediatore (in Palestina) dall'Assemblea Generale dell'ONU...ma prima che l'ONU potesse considerare le sue
osservazioni fu assassinato dalla gang (sionista) Stern, una delle tante organizzazioni terroristiche le cui azioni erano diventate piu' spudorate
dalla fine del Mandato (britannico). Il rapporto delle Nazioni Unite sull'assassinio disse che il governo provvisorio di Israele doveva assumersi la piena responsabilita' di queste uccisioni... Il Consiglio di
Sicurezza dell'ONU chiese al governo di Israele di indagare e di presentare un rapporto, ma nessun rapporto fu mai presentato...Gli assassini di
Bernadotte vestivano uniformi dell'esercito israeliano." (12 bis)
***
Dalla proclamazione dello Stato di Israele (14/05/1948) e durante il trentennio successivo il Terrorismo israeliano nei territori occupati si
esprime in una miriade di atti criminosi, in particolare rivolti alla popolazione palestinese dei territori occupati, al punto da richiedere nel
1977 l'intervento ufficiale e indignato dell'ONU con una risoluzione di condanna che parla chiaro:
"L'Assemblea Generale ha ripetutamente votato risoluzioni che criticano le azioni di Israele nei territori occupati. La risoluzione votata nel 1977,
che riflette i toni di quelle precedenti, dichiara che l'Assemblea":
'Condanna le seguenti politiche e pratiche israeliane: a)... b)... c)
L'evacuazione, deportazione, espulsione, e trasferimento degli abitanti arabi dei territori occupati e la negazione del loro diritto di ritorno -
d) L'espropriazione e confisca delle proprieta' arabe nei territori occupati - e) La distruzione e demolizione delle case (arabe) - f) Gli
arresti di massa e i maltrattamenti della popolazione araba - g) I maltrattamenti e le torture dei detenuti (arabi)...'
'(La Commissione dell'ONU per i Diritti Umani) deplora ancora una volta le continue violazioni da parte di Israele delle norme della legalita'
internazionale nei territori arabi occupati... in particolare le gravi violazioni di Israele della Convenzione di Ginevra per la Protezione dei
Civili in stato di guerra, che sono considerate crimini di guerra e un affronto all'umanita'.' (13)

IL TERRORISMO ISRAELIANO: La terza fase, dal 1977 al 1988.
"Israele, col pretesto di combattere il Terrorismo palestinese, bombarda e attacca il sud del Libano dal 1973 al 1978, causando enormi sofferenze fra
i civili e la fuga verso Beirut di centinaia di profughi shiiti. (14) Poi, nel 1978, alcuni terroristi palestinesi provenienti dal Libano meridionale si infiltrano in Israele e massacrano trentasette turisti israeliani su una spiaggia di Haifa. In reazione a questo crimine Israele invade il sud del Libano, causando circa 2000 morti, la maggioranza civili. (15) Di nuovo il
Consiglio di Sicurezza dell'ONU condanna l'invasione con la risoluzione 425, e tenta di separare i belligeranti con un contingente di caschi blu
ONU (UNIFIL). L'UNIFIL pero' dovra' fare i conti con la presenza nell'area libanese sotto occupazione israeliana delle spietate milizie mercenarie
della South Lebanese Army, che erano interamente sotto il controllo di Israele e che per conto di Israele conducevano azioni militari e ogni sorta
di atto terroristico, come quello qui descritto:
"I soldati irlandesi (dell'UNIFIL) Derek Smallhorn, Thomas Barrett e John O'Mahony stavano scortando due osservatori dell'ONU all'interno della zona di Haddad (leader della South Lebanese Army). Caddero in una imboscata di miliziani cristiani e furono portati a Bent Jbail, dove O'Mahony riusci' a fuggire... Smallhorn e Barrett furono visti da un osservatore americano
dell'ONU mentre, terrorizzati, venivano sospinti su un'auto... un'ora piu' tardi venivano assassinati con un singolo colpo alla nuca... Gli Israeliani, che controllavano la zona, negarono di essere al corrente delle uccisioni... Ma cio' che infurio' gli ufficiali del 46esimo Battaglione irlandese (dell'UNIFIL) fu che ricevettero informazioni riservate secondo cui un agente dello Shin Bet (servizi segreti israeliani) era presente
all'assassinio di Smallhorn e Barrett... il suo nome in codice era Abu Shawki... Una indagine dell'ONU identifico' gli assassini... Ma Israele, che si definisce il cacciatore di 'Terroristi', non volle consegnarli, e
non li condanno' come 'Terroristi'; al contrario, li aiuto' a lasciare il Libano, attraverso Israele, e a stabilirsi a Detroit (Usa)". (16)
***
Nel 1982 Israele invade il Libano; il ministro della difesa di allora e' Ariel Sharon (futuro premier). Uno dei piu' atroci crimini di guerra (e atto di Terrorismo) degli ultimi 50 anni accade proprio sotto gli occhi e con la connivenza piena delle truppe israeliane. (17) Parliamo del massacro di Sabra e Chatila, i cui esecutori materiali furono le milizie falangiste libanesi sotto il pieno controllo di Israele. (17)
"Il 15 settembre 1982 Bashir Gemayel, presidente del Libano, fu assassinato... Lo stesso giorno le forze israeliane avanzarono su Beirut
ovest. Il 16 di settembre gli israeliani arrivarono a controllare quasi tutta Beirut ovest e circondarono i campi profughi palestinesi. Il giorno seguente il Consiglio di Sicurezza dell'ONU condanno' la mossa di Israele con la risoluzione 520... IL 17 settembre giunse notizia che gruppi armati erano entrati nel campo profughi di Sabra e Chatila di Beirut ovest e ne stavano massacrando la popolazione civile. Il 18 settembre fu confermato che una strage immane era stata compiuta. Centinaia di cadaveri di uomini
donne e bambini furono scoperti, alcuni mutilati, altri apparentemente uccisi mentre tentavano di fuggire; molte case erano state fatte saltare in
aria con dentro gli occupanti." (18)
***
Le responsabilita' israeliane per quel massacro sono documentate oltre ogni dubbio. La commissione di inchiesta dello stesso governo israeliano, la
Commissione Kahan, nel suo rapporto dell'8 febbraio 1983 dichiara:
"Menachem Begin (allora premier di Israele) fu responsabile di non aver esercitato una maggior influenza e consapevolezza nella questione
dell'introduzione dei falangisti nei campi (profughi). Ariel Sharon (Min. Difesa di Isr.) fu responsabile di aver ignorato il pericolo di strage e di vendetta quando diede il permesso ai falangisti di entrare nei campi (profughi), ed e' anche responsabile di non aver agito per impedire la strage... la nostra conclusione e' che il Ministro della Difesa e'
personalmente responsabile. Il Capo di Stato Maggiore (israeliano) Eitan non diede i giusti ordini per prevenire il massacro. La Commissione chiede
che il Ministro della Difesa rassegni le sue dimissioni." (19)
***
L'invasione israeliana del Libano nel 1982 fu approvata dagli Stati Uniti (20), e costo' la vita a circa 17.000 civili innocenti. (21)
***
Fra i crimini terroristici e di guerra dello Stato di Israele vi e' anche la continua violazione di quasi tutte le fondamentali norme della legalita'
internazionale. Le seguenti parole esprimono una condanna agghiacciante della condotta di Israele nei territori occupati attraverso tutti gli anni '80:
"In particolare, le politiche (di Israele) e le sue azioni nei territori occupati continuano a costituire violazioni evidenti di una serie di precise norme di legalita' internazionale. Queste norme sono: la Carta delle Nazioni Unite - la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani - la Convenzione di Ginevra per la Protezione dei Civili in stato di guerra del 12 agosto 1949 - la Convenzione di Ginevra per la Protezione dei Prigionieri di guerra del 12 agosto 1949... Le politiche di deportazione, le torture dei detenuti, gli arresti di massa, la demolizione delle case (palestinesi), i pestaggi arbitrari e gli omicidi di persone innocenti - fra cui bambini donne e anziani - oltre alle umiliazioni inflitte ai palestinesi nella loro vita quotidiana, sono state sistematicamente
applicate dalle autorita' israeliane nei territori occupati. Tutto cio' e' stato aggravato dalla crescente violenza dei coloni (ebrei) armati contro
la popolazione palestinese disarmata." (22)
***
Il Comitato Internazionale della Croce Rossa lancia le stesse accuse a Israele, aggiungendovi la condanna dell'odiosa pratica delle truppe
israeliane di espellere i civili palestinesi dalle loro abitazioni e di murarne le entrate, nonche' la pratica di confiscare arbitrariamente le loro terre e dichiararle proprieta' di Israele. (23)
***
Le condanne internazionali di Israele si susseguono in un coro continuo, ma Israele le ignora totalmente. Come gia' nel 1977, nel 1985 di nuovo la Commissione dell'ONU per i Diritti Umani vota una risoluzione (1985/1A) di forte condanna in cui si legge: "...Israele si rifiuta di permettere al
Comitato Speciale di avere accesso ai territori occupati... la Commissione conferma la sua dichiarazione secondo cui le violazioni israeliane della Quarta Convenzione di Ginevra sono crimini di guerra e un insulto all'umanita'." (24)
***
Nel 1988, in piena Intifada (sollevazione) palestinese, la Commissione dell'ONU per i Diritti Umani vota una risoluzione che denuncia ancora il
Terrorismo di Israele: "Nella risoluzione 1988/1A, la Commissione ripete la sua condanna delle politiche israeliane di violenza nei territori occupati,
dove vengono spezzate le ossa ai bambini, alle donne e agli uomini, e dove le donne abortiscono a causa dei pestaggi. (La Commissione) condanna altre pratiche violente e sistematiche di Israele, fra cui le uccisioni, i ferimenti, gli arresti e le torture... e i rapimenti di bambini palestinesi." (25)
***
"Nel corso dell'anno (1988) Israele continuo' a reprimere i palestinesi nei territori occupati... culminando con l'assassinio a Tunisi, commesso da un commando israeliano il 16 aprile, di Khalil al-Wazir, vice comandante in capo delle forze palestinesi e membro del Comitato centrale dell'OLP... Il 25 aprile il Consiglio di Sicurezza dell'ONU adotto' la risoluzione 611... in cui si condanna Israele per l'aggressione contro la sovranita' e l'integrita' territoriale della Tunisia, in violazione flagrante della Carta delle Nazioni Unite, della legalita' internazionale e delle norme di
condotta." (26)
***
"L'assassinio di Khalil al-Wazir... corrispondeva perfettamente alla definizione del Dipartimento di Stato americano di cosa sia il 'Terrorismo
internazionale', ma nessun dipartimento del governo USA suggeri' che Israele fosse colpevole di Terrorismo." (27)

ISRAELE E L'USO DELLA TORTURA.
"Come si e' gia' visto, nei rapporti della Commissione dell'ONU per i Diritti Umani si accusa spesso Israele di praticare la tortura, che e' uno strumento di Terrore universalmente condannato. Lo Stato di Israele non solo pratica la tortura, ma e' persino arrivato a legalizzarla, unica fra le democrazie mondiali. Lo afferma Amnesty International:
"Lo Stato di Israele ha a tutti gli effetti legalizzato la tortura, nonostante sia un firmatario della Convenzione Contro la Tortura (dell'ONU). Israele ha fatto questo in tre modi: primo, l'uso da parte
dello Shin Bet (Servizio di Sicurezza) di 'quantitativi moderati di pressioni fisiche' (sui detenuti) fu permesso dal rapporto della Commissione Landau nel 1987 e approvato dal governo... secondo,
dall'ottobre 1994 il Comitato Ministeriale di Controllo dello Shin Bet, organo del governo di Israele, ha rinnovato il diritto di praticare (sui detenuti) un uso ancor maggiore della forza fisica... e terzo, nel 1996 la Suprema Corte di Israele ha emesso una sentenza che permette a Israele di continuare nell'uso della forza fisica contro specifici detenuti." (28)
***
B'Tselem, forse la piu' autorevole organizzazione per i Diritti Umani d'Israele, scrive:
"Nel 1995 un detenuto palestinese e' morto a causa degli 'strattonamenti' (sotto interrogatorio). Il Primo Ministro di allora, Yitzhak Rabin, affermo' in quella occasione che quel metodo di pressione fisica era stato usato contro 8.OOO detenuti... Neppure la morte di quel detenuto convinse il governo a proibire quei metodi brutali durante gli interrogatori." (29)
***
"Esiste una montagna di prove sull'uso israeliano della tortura. Chiunque ne dubiti dovrebbe chiedere di avere accesso al 'Complesso Russo' dei
servizi segreti israeliani a Gerusalemme, oppure ai prigionieri della prigione di Khiam, nella (ex) zona occupata da Israele nel sud del Libano."
(30)

ISRAELE E GLI OMICIDI POLITICI, LE DEMOLIZIONI, IL TERRORISMO MILITARE,
FINO AI NOSTRI GIORNI.
"Lo Stato di Israele ha legittimizzato la pratica di ammazzare presunti o sospetti "terroristi" senza neppure arrestarli, senza dunque sottoporli ad
alcun procedimento legale, senza diritto di difesa o di appello.
Semplicemente li ammazza. Scrive Amnesty International:
"L'uso degli omicidi politici. Israele non solo ha praticato la condanna a morte extragiudiziale per trent'anni, ma ha anche ufficialmente approvato
questa pratica. Dal 9 dicembre 1987 al 13 settembre 1993 circa 1.070 civili palestinesi sono stati uccisi dalle forze di sicurezza israeliane nei
territori occupati... il tentato omicidio di Khaled Mesh'al ad Amman e' una flagrante violazione del diritto alla vita... ma il rapporto della
commissione di inchiesta del governo israeliano (su questo evento) e' scioccante nel suo disprezzo per la legalita'... Continua a esserci una impunita' quasi totale per gli omicidi extragiudiziali inflitti ai
palestinesi da parte delle forze di sicurezza israeliane. Le forze di sicurezza israeliane che praticano la condanna a morte extragiudiziale non
portano prove di colpevolezza (delle vittime), ne' concedono il diritto di difesa." (31)
***
Questo e' l'amaro commento su queste pratiche dell'organizzazione israeliana per i Diritti Umani B'Tselem:
"Gli omicidi sono stati parte integrante delle politiche di sicurezza israeliane per molti anni. Israele e' l'unica nazione democratica che
considera legittime queste pratiche." (32)
***
Abbiamo gia' parlato della distruzione arbitraria di abitazioni civili palestinesi da parte delle forze di sicurezza israeliane nei territori occupati. Questo crimine e' continuato fino ai giorni nostri, al punto che Amnesty International nel 1999 ha pubblicato un rapporto dove la durezza della condanna espressa e' marcatamente superiore al passato:
"Dal 1967, anno dell'occupazione israeliana della Cisgiordania, di Gerusalemme est e di Gaza, migliaia di case palestinesi sono state distrutte... si tratta di abitazioni ammobiliate, occupate sovente da piu'
famiglie con molti bambini, cui spesso vengono dati solo 15 minuti per raccogliere le proprie cose e andarsene. Ma la politica di Israele e' basata sulla discriminazione. I palestinesi vengono colpiti per
nessun'altra ragione a parte il fatto di essere palestinesi. Nel fare cio' gli Israeliani hanno violato la Quarta Convenzione di Ginevra." (33)
***
"Nell'ambito dell'operazione militare israeliana denominata "Grapes of Wrath", l'esercito di Israele ha attaccato la sede ONU di Qana con la morte
di 102 civili." (34)
***
Una dei piu' gravi atti terroristici israeliani, in violazione di ogni norma morale e di legalita' internazionale, e' l'indiscriminato attacco
armato agli operatori medici e paramedici che vanno in soccorso ai civili e ai militari palestinesi feriti o uccisi durante gli scontri. Questa ignobile pratica e' documentata oltre ogni dubbio:
"Le Forze di Difesa israeliane hanno sparato sui veicoli che tentavano di raggiungere gli ospedali, con conseguenti morti e feriti. Medici e
personale paramedico sono stati uccisi da colpi di arama da fuoco (israeliani) mentre viaggiavano sulle ambulanze, in chiara violazione della legalita' internazionale. (35)
***
"Durante l'operazione "Grapes of Wrath", l'esercito di Israele, secondo il nostro rapporto, ha attaccato un'ambulanza che trasportava civili, uccidendone sei." (36)
***
"E' stata mostrata in televisione la morte di Muhammad al-Dura, di 12 anni (palestinese), colpito a morte all'incrocio Netzarim il 30 settembre a
Gaza, mentre il padre tentava di proteggerlo. L'ambulanza che e' corsa a soccorrere Muhammad al-Dura e suo padre fu bersagliata di colpi d'arma da fuoco e l'autista fu ucciso." (37)
***
Anche la Croce Rossa Internazionale e' duramente intervenuta nel condannare questi atti di Terrorismo militare:
"Il 2 aprile 2002 Il Comitato Internazionele delle Croce Rossa '...urgentemente e solennemente fa appello a tutti coloro che fanno uso di armi di rispettare la Quarta Convenzione di Ginevra relativa alla Protezione dei Civili in stato di Guerra." (38)
***
La negazione di soccorso medico urgente alla popolazione palestinese da parte dell'esercito di Israele non si limita all'attacco alle ambulanze in
situazioni di conflitto. Ai posti di blocco israeliani, disseminati su tutti i territori occupati, avvengono fatti gravi. La denuncia e' sempre di Amnesty International:
"Altri ostacoli sono stati messi al diritto dei pazienti palestinesi di recarsi in ospedale, con ritardi ai posti di blocco o con il rifiuto di passare imposto dai soldati israeliani... secondo B'Tselem (forse la piu'
autorevole organizzazione per i Diritti Umani d'Israele) cio' ha prodotto dei decessi. La Quarta Convenzione di Ginevra relativa alla Protezione dei
Civili in stato di Guerra e' stata continuamente violata dall'esercito di Israele." (39)
***
"Almeno 29 sono stati i decessi in seguito al rifiuto (da parte dei soldati israeliani ai posti di blocco) di concedere il passaggio verso i centri medici, o a causa dei ritardi... ci sono stati diversi casi di parto ai posti di blocco." (39 bis)
GLI ULTIMI GRAVI SVILUPPI NEI TERRITORI OCCUPATI. ISRAELE DI NUOVO SOTTO
ACCUSA PER GRAVI VIOLAZIONI E PER TERRORISMO MILITARE.
"A conclusione di questa inquietante cronologia di eventi, che dimostra ampiamente l'uso israeliano, sia come Stato che come individui, del
Terrorismo, proponiamo alcuni spezzoni relativi agli ultimi tragici sviluppi nei territori occupati. Sono tratti anche dai media internazionali e non pretendono di dare un quadro completo delle presunte atrocita' commesse da Israele in questi giorni, per due motivi: perche' non sono
state ancora indagate ufficialmente e perche' l'offensiva israeliana e' ancora in corso.
Commenti sui fatti di questi giorni (aprile 2002)
"In ogni caso, le Forze di Difesa israeliane hanno agito come se il loro principale scopo fosse quello di punire tutti i palestinesi. Le Forze di Difesa israeliane hanno compiuto atti che non avevano nessuna importanza militare ovvia; molti di questi, come gli omicidi extragiudiziali, la distruzione delle case (palestinesi), la detenzione arbitraria (di
palestinesi) e le torture, violano i Diritti Umani internazionalmente sanciti e la legalita' internazionale... L'esercito di Israele, oltre a
uccidere i palestinesi armati, ha anche colpito e ucciso medici e giornalisti, ha sparato alla cieca sulle case e sulla gente per la strada... I delegati di Amnesty International che dal 13 al 21 di marzo
hanno visitato i territori occupati hanno visto una scia di devastazione...
Le Forze di Difesa israeliane hanno deliberatamente tagliato l'elettricita', l'acqua, i telefoni, lasciando isolate intere aree per almeno 9 giorni. Hanno negato l'accesso alle agenzie umanitarie dell'ONU
che volevano portare soccorso, e persino ai diplomatici che volevano rendersi conto dell'accaduto... Hanno vietato alle ambulanze, incluse quelle del Comitato Internazionale delle Croce Rossa, di muoversi, o hanno causato loro ritardi che mettevano in pericolo la vita dei pazienti. Hanno sparato ai medici che tentavano di aiutare i feriti, che sono morti dissanguati per le strade." (40)
***
"Scrive Aviv Lavie sul giornale Ha'aretz (israeliano): 'Un viaggio attraverso i media israeliani mette in mostra un enorme e imbarazzante
vuoto fra quello che ci viene raccontato e quello che invece il mondo vede, legge e sente. Sui canali televisivi arabi, ma non solo su quelli, si possono vedere le immagini dei soldati israeliani che invadono gli ospedali (palestinesi), che distruggono i macchinari medici, che danneggiano i farmaci, e che rinchiudono i medici lontano dai loro pazienti.' (41)
***
Zbigniev Brzezinski, ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale del Presidente USA Jimmy Carter, ha detto:
"La realta' e' che i morti palestinesi sono tre volte quelli israeliani, e fra loro un numero realtivamente piccolo erano veramente guerriglieri. La maggior parte erano civili. Alcune centinaia erano bambini." (42)
***
"Per reprimere la resistenza palestinese, un ufficiale israeliano di alto rango ha sollecitato l'esercito 'ad analizzare e a far proprie le lezioni su come l'esercito tedesco combatte' nel Ghetto di Varsavia'. A giudicare dal recente massacro dell'esercito di Israele nella Cisgiordania - ha
colpito le ambulanze e i medici palestinesi, ha ucciso dei bambini palestinesi "per sport" (scritto da Chris Hedges, New York Times, ex capo della redazione al Cairo), ha rastrellato, ammanettato e incappucciato tutti gli uomini palestinesi dai 14 ai 45 anni, cui sono stati stampati i numeri di riconoscimento sulle braccia, ha torturato indiscriminatamente, ha negato l'acqua, l'elettricita', il cibo e l'assistenza medica ai civili
palestinesi, ha usato dei palestinesi come scudi umani e ha abbattuto le loro case con gli abitanti ancora all'interno - sembra che l'esercito di
Israele abbia seguito i suggerimenti di quell'ufficiale. Ma se gli israeliani non voglio essere accusati di essere come i nazisti, devono semplicemente smettere di comportarsi da nazisti." (43)
***
"I palestinesi devono essere colpiti, e provare molto dolore. Dobbiamo infliggergli delle perdite, delle vittime, cosi' che paghino un prezzo pesante." (dichiarazione dell'attuale Primo Ministro di Israele, Ariel Sharon, a una conferenza stampa del 5 marzo 2002.)
Bibliografia.
1. ONU: La questione palestinese. British Government, The political history of Palestine (Memorandum to the United Nations Special Committee on Palestine, Jerusalem 1947, p.30)
1 bis. Robert Fisk, "Pity the Nation", Oxford University Press, 1990, p. 280
2. ONU: La questione palestinese. British Government, Palestine: Statement relating to acts of violence, Cmd. 6873 (1946), p.3
3. ONU: La questione palestinese. British Government, survey of Palestine, vol. 1, p.73
4. ONU: La questione palestinese. Kohn, Hans, "Ahad Ha'am: Nationalists with a difference" in Smith, Gary (ed.): Zionism: the Dream and the Reality (New York, Harper and Row, 1974), pp. 31-32
5. ONU: La questione palestinese. British Government, Hansard's reports, House of Lords, 21 june 1922, p. 1025
6. ONU: La questione palestinese. Report of the Commission on the Palestine Disturbances of august 1929, Cmd.3530 (1930), p.150
7. ONU: La questione palestinese. Herzl, Theodore, "The complete diaries" (N.Y. Herzl Press, 1969) vol. I, p.88
8. ONU: La questione palestinese. Official records of the General Assembly, Second Session, Supplement No. 11, document A/364, vol. II, p.28
9. ONU: La questione palestinese. Joseph, Dov, "The Faithful City" (N.Y. Simon & Schuster, 1960), pp. 71-72
10. ONU: La questione palestinese. Begin, op. cit., pp. 164-165
11. David McDowall, "Palestine and Israel", I.B. Tauris & Co Ltd, 1989, p.194
12. David McDowall, "Palestine and Israel", I.B. Tauris & Co Ltd, 1989, p.195
12 bis. ONU: La questione palestinese. Official records of the Security Council, Third Year, Supplement for October 1948, pp. 4-9, documents S/1018
13. ONU: La questione palestinese. General Assembly resolutions 32/91 C of 13 december 1977 & Commission on Human Rights resolution 1 (XXXIII) of 15 february 1977
14. David McDowall, "Palestine and Israel", I.B. Tauris & Co Ltd, 1989, p. 33
15. & 16 Robert Fisk, "Pity the Nation", Oxford University Press, 1990, p. 123 & p.p. 151-152
17. Rapporto della Commissione d'Inchiesta Kahan sugli eventi nei campi profughi di Beirut (8 febbraio 1983)
18. The Origins and Evolution of the Palestine Problem, United Nations, N.Y. 1990
19. Rapporto della Commissione d'Inchiesta Kahan sugli eventi nei campi profughi di Beirut (8 febbraio 1983)
20. Ze'ev Schiff, "Green Light, Lebanon" Foreign Policy, Spring 1983
21. Robert Fisk, "The Awesome Cruelty of a Doomed People", The Independent,
12/09/2001, p.6
22. ONU: La questione palestinese. Report of the Special Committee to Investigate Israeli practices affecting Human Rights of the population of
the Occupied Territories (A/43/694), paras.499 and 619
23. ICRC Annual Reports: 1984, pp. 66-68; 1985, pp. 72-73; 1986, pp. 71-72;
and 1987, pp. 83-85
24. ONU: La questione palestinese. 41esima Sessione a Ginevra della Commissione ONU per i Diritti Umani, febbraio 1985
25. ONU: La questione palestinese. Commissione ONU per i Diritti Umani, rapporto alla 44esima Sessione, marzo 1988
26. Consiglio di Sicurezza dell'ONU, 21-25 aprile 1988, risol. 611
27. Robert Fisk, "Pity the Nation", Oxford University Press, 1990, p. 441
28. Amnesty International Reports, London. 53rd UN Commission on Human Rights (1997): Statements and press releases by AI
29. B'Tselem, Israel, "Legitimizing Torture", Special Report,January 1997
30. Robert Fisk, "Pity the Nation", Oxford University Press, 1990, p. 403
31. 54th UN Commission on Human Rights (1998): Statements and Press Releases issued by Amnesty International. ISRAEL AND THE OCCUPIED
TERRITORIES State assassinations and other unlawful killings 02/2001
32. Israeli Assassination Policy : extra-judicial executions. Written by Yael Stein, B'Tselem, Israel
33. Amnesty International Reports, London. AI 12/1999 ISRAEL AND THE OCCUPIED TERRITORIES "Demolition and Dispossession"
34. Amnesty International Reports, London. AI 1996-2002
35. Amnesty International Reports, London. ISRAEL/OCCUPIED TERRITORIES
03/2002, "Attacks on health personnel and disrupted health care"
36. Amnesty International Reports, London. AI 1996-2002
37. Amnesty International Reports, London. 11/2000 MEDICAL LETTER WRITING
37. Amnesty International Reports, London. 11/2000 MEDICAL LETTER WRITING
ACTION, "Killing and disrupted helth care in the context of the palestinian uprising"
38. Amnesty International Reports, London. MEDICAL LETTER WRITING ACTION,
"Update on attacks on health personnel and disrupted health care",
ISRAEL/OCCUPIED TERRITORIES/PALESTINIAN AUTHORITY
39. Amnesty International Reports, London. ISRAEL/OCCUPIED TERRITORIES
03/2002, "Attacks on health personnel and disrupted health care"
39 bis. Marton R., Weingarten M. Response from Physicians for Human Rights-Israel
40. Amnesty International Reports, London. ISRAEL AND THE OCCUPIED TERRITORIES, "The heavy price of Israeli incursions", 12/04/2002
41. Alexander Cockburn, "Sharon's wars", American Journal, 09/04/2002
42. Zbigniev Brzezinski, intervistato al Lehrer News Hour, PBS, USA
43. Norman G. Finkelstein, "First the Carrot, Then the Stick: behind the carnage in Palestine", 14/04/2002 & Ha'aretz, 25/01/2002, 01/02/2002




voci discordanti
by lettura Friday June 27, 2003 at 07:27 AM

L'ideologia dell'occupazione
di Ran HaCohen
12 settembre 2002
"Un giornalista israeliano confuta le argomentazioni a favore dell'occupazione che, da sempre, Israele usa come propaganda.
E' passato un anno da quando scrissi la prima parte di quest'articolo, in cui confutavo una serie di affermazioni fatte dal colono David Moriah, che giustificavano l'occupazione israeliana. Subito dopo giunse l'11 settembre e l'agenda cambio' radicalmente.
Un anno dopo, le lettere dei lettori indicano chiaramente che siamo quasi rimasti al punto in cui eravamo: gli stessi vecchi argomenti vengono ripetuti e ripetuti ancora ed ognuno di coloro che li ripete crede di essere il poeta originale; invece tutte le frasi e le parole giungono dalla macchina propagandistica israeliana e dalle sue controparti estere. Dunque è il momento di confutare il resto delle argomentazioni pro-occupazione.
Dico "quasi", perchè, nel frattempo, il ministro americano della Difesa, Donald Rumsfeld, si è riferito, in un suo discorso ai "cosiddetti territori occupati". L'attuale governo americano sembra deciso a riportarci alle piu' buie epoche barbariche, in cui Guerre Sante, Crociate contro i cattivi, Assi del Male e Bottini di Guerra sono termini politici legittimi. Se la concezione di Rumsfeld è vera ed i territori occupati non sono occupati, allora Israele è una delle piu' razziste dittature dei tempi moderni, in cui milioni di abitanti sono tenuti senza nazionalità e senza diritti politici da generazioni. Se Gaza e la Cisgiordania sono per Israele quello che il Texas è per gli Stati Uniti, immaginate che i texani non abbiano cittadinanza americana e diritto di voto da oltre 35 anni e che le loro terre siano sistematicamente confiscate e date a coloni americani giunti da altri stati. Per quanto strano possa sembrare, il concetto di occupazione è essenziale per l'immagine "democratica" di Israele.
Ecco perchè persino i coloni tentano di giustificare l'occupazione piu' che negarla. Vediamo come. Prima argomentazione: "L'occupante (Israele) ha buone ragioni per ritenere che una significativa parte degli occupati (palestinesi) continuerà le violenze anche se l'occupazione dovesse terminare. Essi non nascondono le loro aspirazioni di distruggere completamente i Sionisti, che percepiscono
come un elemento alieno nella regione. E poi basta guardare una mappa dell'Anp: dimmi, vi è segnato il nome Israele?".
Questo è un argomento molto persistente. E molto dubbio. Immaginate un contadino che va da un giudice e dice: "Il mio vicino di casa mi picchia ogni giorno. Ah, dimenticavo: io occupo il suo campo dal 1967".
Ora io spero che il giudice dica: "Restituiscigli il suo campo, e la smetterà. Nel caso non la smettesse, puoi auto-difenderti, oppure ritorna da me, ma non riprenderti nuovamente il suo campo". Invece, il giudice-tipo in Israele dice: "Bene, tieniti il campo e picchia tu lui, perchè ti picchierebbe ugualmente".
Il fatto che molti palestinesi percepiscano gli israeliani come alieni nella regione è certamente vero, ma siamo noi che perpetuiamo questi sentimenti.
Del resto anche in Giordania ed in Egitto (paesi con cui intratteniamo ottimi rapporti) ci saranno questi sentimenti, a livello popolare. Noi, continuando la feroce occupazione della Palestina, non facciamo altro che attizzare questo sentimento sempre piu'.
Certo, alcuni palestinesi vorrebbero che tutti gli ebrei lasciassero la terra, allo stesso modo in cui alcuni israeliani vorrebbero che tutti i palestinesi fossero cacciati. La differenza è che, mentre i palestinesi non hanno alcuna possibilità di realizzare cio', questo piano satanico è assolutamente a portata di mano dell'establishment israeliano. Cosa ancora piu' importante, mentre nessuna autorità politica israeliana si è mai espressa contro l'occupazione, l'intero centro politico palestinese, l'OLP, ha riconosciuto Israele da oltre un decennio.
L'argomento "mappa" è anch'esso molto interessante. Quando entrai nell'esercito israeliano (oggi non lo avrei mai fatto, ma nel 1984 le cose sembravano differenti) ricevetti, come dono ufficiale, una mappa di Israele.
Essa includeva tutti i territori occupati nel 1967 (Gaza, Cisgiordania e Golan); nessuno di essi era segnato come territorio occupato, nè vi erano linee di demarcazione. Basta del resto guardare qualsiasi programma alla televisione israeliana: non esiste la Palestina, non esiste l'autorità palestinese, non esistono i territori occupati, non esiste la linea verde.
E' tutto nostro.
Seconda argomentazione: "E' essenziale controllare quell'area, perchè attorno ad essa sono dislocati "obiettivi sensibili", come areoporti e centri per la sicurezza". Questa è la tipica ideologia della "sicurezza", una volta popolare tra gli israeliani non religiosi, ma che sta perdendo terreno, ultimamente.
L'intifada ci ha dimostrato che i militanti palestinesi sono in grado di colpire qualsiasi obiettivo, anche all'interno di Israele. Dunque, se l'occupazione e la repressione non porta affatto la sicurezza, ed il governo ne è ben consapevole, perchè non proviamo a smetterla? Ed inoltre, come mai gli aeroporti internazionali e i centri per la sicurezza sono stati dislocati proprio a ridosso della linea verde? Se è stato un errore, non si possono spostare? E se è stato fatto di proposito, la malizia di Israele dovrebbe essere ricompensata con i territori palestinesi?
Terza argomentazione: "Lo stato occupante ha innalzato il tenore di vita dei nativi in tutti i campi, molto piu' di cio' che avrebbero potuto raggiungere in un diverso scenario".
No, non è una barzelletta. Si continua a dire anche questo. Naturalmente piu' a bassa voce rispetto agli anni '80.
E' un tipico argomento del colonialismo: "Abbiamo portato prosperità ai nativi" (i quali sono ben felici di coltivare le nostre piantagioni di caffè, in cambio). Molti israeliani sono semplicemente ignari del discorso post-coloniale, quando tali argomentazioni vengono affrontate in maniera chiara e libera. E l'idea che un popolo possa barattare il suo diritto alla libertà con il benessere economico non è mai stata confermata dalla storia.
Senza alcun dubbio, sono i palestinesi che hanno portato ad Israele piu' prosperità (con la loro forza lavoro a basso costo sfruttata per garantire prosperità ad uno stato "anomalo" sotto molti punti di vista) che viceversa. Israele non ha investito un solo dollaro nelle infrastrutture palestinesi, a meno che non si considerino nel computo i milioni di dollari che spende per distruggerle, ed usa ed abusa della terra, dell'acqua e della forza lavoro palestinese.
Chiunque conosca le terribili condizioni di vita prevalenti nei territori occupati si renderà conto che questa argomentazione è troppo ridicola per essere confutata. Ma fate attenzione alla sua ipocrisia inerente. Nel passato, la supposta "prosperità " dei territori occupati veniva usata per giustificare l'occupazione - come se Israele stesse li' per rendere migliore la vita dei palestinesi. Ma ora, con la fame e la disoccupazione che ha raggiunto livelli mai toccati in precedenza nei territori occupati, nessuno di coloro che usavano quell'argomentazione ha il coraggio di dire che è l'ora di alzare i tacchi ed andarcene."
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Ground Zero: parla l’eroe
Tratto da «Speciale 11 settembre» supplemento al DVD «9- 11 In Plane Site»
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[William Rodriguez complimentato dal presidente Bush per il suo eroismo]
William Rodriguez è il cittadino statunitense originario di Puerto Rico, considerato il simbolo dell'eroismo dell'11 settembre 2001 perché salvò numerose persone dal World Trade Center in fiamme dove era impiegato come operaio addetto alla manutenzione. Benché ferito, Rodriguez penetrò per tre volte nella torre nord per prestare il suo aiuto. All'ultimo tentativo venne quasi travolto dal crollo del grattacielo, ma riuscì a salvarsi gettandosi sotto un camion dei pompieri.
In seguito è stato ricevuto dal Presidente George W. Bush e nominato eroe dal Congresso statunitense. Da allora ha perso il posto di lavoro, dato che non esiste più, e di conseguenza ha perduto anche la casa e ogni suo bene, come succede normalmente negli USA.
Nonostante la sua precaria situazione ha continuato ad occuparsi dei familiari delle vittime, soprattutto di quelle di origine ispano-americana, per aiutarli ad ottenere sussidi e riparazioni da uno stato che da allora li ha completamente dimenticati. Come sopravvissuto e rappresentante dei familiari delle vittime il 22 ottobre dello scorso anno William Rodriguez, tramite il suo avvocato Philip Berg, ha presentato presso la Corte Distrettuale di Philadelphia una denuncia per complotto e strage nel confronti dei presidente degli Stati Uniti George W. Bush e di tutti gli altri membri della sua amministrazione. Nexus ha incontrato questo eroe e raccolto direttamente dalle sue parole la tragica testimonianza che vi proponiamo.
Mi chiamo William Rodriguez, ho lavorato al World Trade Center di New York per 20 anni della mia vita. Ero responsabile della manutenzione nella torre nord. L’11 settembre avevo l'unico passe-partout per aprire tutte le serrature delle porte degli edifici, anche se c'erano altre quattro persone che avevano i passe-partout ed erano state addestrate ad affrontare situazioni di emergenza e di soccorso, e che furono le prime a fuggire dagli edifici. Guardate, questa è la chiave.
Questo passe-partout era in grado di aprire tutto il complesso e quel giorno, l'11 settembre, un'unità di circa 15 persone dei dipartimento dei vigili dei fuoco mi doveva seguire mentre correvo da una parte all'altra cercando di aprire le porte per aiutare le persone ad uscire. Personalmente dopo l'11 settembre sono diventato il portavoce delle famiglie delle vittime e sono andato a testimoniare davanti al Congresso. A chiedere di creare una commissione, perché la commissione che hanno fatto per l’11 settembre, come ricorderete, il Presidente Bush non la voleva. Sosteneva che non ne avevamo bisogno ma noi ce l'abbiamo messa tutta, abbiamo combattuto e siamo riusciti ad ottenere la commissione».
«Questo che vedete è il rapporto finale ed io ho testimoniato, a porte chiuse. Molte informazioni riferite provenivano dall'ultimo superstite, una persona che conosceva bene gli edifici anche ad occhi chiusi.
I membri della commissione sono stati molto turbati dalle informazioni che ho fornito, ma in realtà non c'è traccia della mia testimonianza nelle oltre 500 pagine di questo rapporto. Anche se sono stato dichiarato eroe nazionale dal Congresso, loro non volevano che la mia testimonianza potesse in qualche modo contrastare con la versione ufficiale.
Ma permettetemi di parlare di quella giornata, l'11 settembre 2001, una giornata bellissima con il cielo terso. Sono arrivato al lavoro alle otto e mezza, stavo parlando con un supervisore, eravamo nel sotterraneo, al primo livello dei sotterranei della torre nord che è stata la prima ad essere colpita ma la seconda a crollare. Questo edificio aveva sei sottolivelli, B1, B2, B3 e così via fino al B6, ossia i livelli dei sotterranei dell'edificio. Il B1 aveva gli uffici dei servizi di pulizia, di imbiancatura, di riparazioni meccaniche, tutto ciò che aveva a che fare con la manutenzione dell'edificio.
Gli altri piani contenevano i magazzini, i generatori elettrici e così via.
Alle ore 8:46 abbiamo sentito un bang, un'esplosione che proveniva dai piani al di sotto di quello in cui mi trovavo, tra il B2 e il B3. E’ stata così violenta e l'edificio ha tremato così forte che le pareti si sono crepate e il controsoffitto è crollato. Ho detto subito che poteva essere un generatore elettrico che praticamente era esploso lì nei sotterranei. Alcuni secondi dopo abbiamo sentito un impatto enorme nella parte alta dell'edificio che ha iniziato subito a tremare così forte che tutte le 40 persone che si trovavano con me in quell'ufficio hanno iniziato a gridare tutte assieme, c'era una confusione e un caos totale. Tutti gridavano: «E un'esplosione». Davanti a me è apparso un uomo di colore che si guardava le braccia, mi sono accorto che c'era qualcosa che pendeva dalle sue dita, mi sembravano pezzi di vestito ma guardando più da vicino mi sono accorto che era la sua pelle. La pelle era stata lacerata da sotto le ascelle fino alla punta delle dita e gli stava pendendo come fossero dei guanti. Il suo nome è Felipe David, lavoratore immigrato di origine honduregna, ed era in completo stato di choc; ho guardato il suo volto che aveva delle parti mancanti, gli ho chiesto che cosa fosse successo, e mi ha risposto: «Gli ascensori, gli ascensori» Si trovava davanti agli ascensori ed era stato ustionato, così ho cominciato a spingere tutti fuori dall'ufficio.
A quel punto abbiamo sentito un'altra esplosione, siamo usciti fuori dall'edificio, ho fermato un'ambulanza e ho fatto salire alcune persone. Guardando verso l'alto dell'edificio ho avuto modo di vedere l'incendio e tutte le macerie che cadevano, riuscivo a scorgere l'antenna in cima all'edificio. Ho iniziato a pensare alle persone che stavano a Windows on the World, il ristorante in cima, e mi sono molto preoccupato perché avrei dovuto essere lì in quanto di norma, quando iniziavo a pulire, cominciavo sempre da quei piani alti e ogni mattina facevo colazione col personale del ristorante. Le conoscevo tutte bene quelle 67 persone che sono morte nel ristorante; a quel punto ho capito che dovevo ritornare indietro ma tutti mi gridavano: «Rodriguez rimani qui, non rientrare» Ho preso una radio da una guardia della sicurezza vicino a me e sono ritornato indietro entrando verso l'altro edificio tramite un sotterraneo che collegava le torri 1 e 2.
Nel sotterraneo ho incontrato due persone che non sapevano che un aereo si era schiantato sull'edificio, e questo vi può dare l'idea di quante persone possono essere morte perché non si resero conto che c'era stato questo attacco.
Nella torre 1 ho trovato una persona che lavorava in una squadra di salvataggio, che mi ha detto: «Sento delle grida, sento gridare» C'era acqua ovunque perché si era attivato immediatamente il sistema degli sprinkler antincendio, tutto era inondato. A quel punto ho preso uno degli ascensori, nella torre ce n'erano 150 di ascensori, e mi sono avvicinato alle due persone che gridavano tra il B2 e il B3. Erano disperate, nell'ascensore non c'era più luce né energia elettrica, urlavano che stavano per annegare, io non riuscivo a capire, ma come? Era perché l'acqua scendeva da tutti i piani e si accumulava in quelli più bassi, entrava nel pozzo dell'ascensore con una tale forza che quelli bloccati dentro rischiavano di annegare. Ho detto: «Dio aiutami!». Non ero un credente: «Dios mio por favor aiudame! Mi sono guardato attorno e ho trovato un pezzo di metallo, un rottame, ho iniziato a dare colpi sulla porta per cercare di rompere il meccanismo e la porta si è aperta. Ma c'era il vuoto perché, in realtà, la cabina era molto più in basso. Ho cominciato a pregare Dio nella mia lingua. Allora sono andato dove c'era il compattatore della spazzatura di tutto l'edificio, dato che l'elettricista lasciava lì le scale che però erano legate con delle catene. Fui fortunato: l'unica che non era legata era la più lunga, circa sei metri. Ho preso quella scala, l'ho inserita nel pozzo dell'ascensore e sono andato ad aprire la botola e a far uscire le due persone, uno era un dipendente di colore di una società che consegnava i pacchi, l'altro era Salvatore Giambanco, un italiano che faceva l'imbianchino. Sono riuscito a farli uscire, a caricarli su un'ambulanza e sono rientrato.
Ho incontrato degli agenti di polizia che mi hanno chiesto se avevo il passe-partout, siamo andati nella hall e lì c'erano dei vigili dei fuoco che aspettavano. Ho detto: «Seguitemi, so qual è la strada più breve». Mentre salivamo le scale era difficile procedere, i pompieri avevano un sacco di pesanti attrezzature con loro, attrezzi e respiratori di 30 e 60 chilogrammi , inoltre c'erano tutte le persone che correvano giù dalle scale. Al terzo piano siamo passati su un'altra scala che era migliore, nella torre c'erano tre scale A, B e C. Abbiamo preso la scala A, dopo un po' mi sono accorto che ero sempre un paio di piani davanti a loro perché non avevo tutte quelle attrezzature da portare, ero in condizioni fisiche migliori e per quelle scale andavo su e giù ogni giorno. Mi ritrovavo ad aprire delle porte ai vari piani, a far uscire molte persone che in molti casi non riuscivano a capire che cosa stesse succedendo.
Mentre salivamo sentivamo delle esplosioni che continuavano a verificarsi nei vari piani. Siamo arrivati al 27° piano, c'era una persona disabile e la sua carrozzina che ostacolava la discesa degli altri. A quel piano tutti i vigili del fuoco sono caduti al suolo, non riuscivano più a salire, erano stanchi e distrutti dalla fatica di salire con tutte le loro pesanti attrezzature. A quel punto ho chiamato mia madre a Puerto Rico, lei stava guardano alla televisione quello che stava succedendo, e le ho detto: «Mamma sono Willy, li devo aiutare perché ho il passe-partout, non posso darlo a nessuno»
Ho continuato a salire e al 33° piano ho trovato una donna a terra che non sapeva dov'era l'uscita; l'ho tirata su dicendo che dovevamo uscire e l'ho affidata ad altre persone che scendevano. Mentre ero lì ho distintamente sentito dal piano di sopra, il 34°, un rumore come di spostamenti di attrezzature pesanti, mi sono stupito perché quel piano era chiuso per ristrutturazione e in quel momento non ci doveva essere nessuno all'interno. Sentivo invece come un qualcosa di pesante che veniva trascinato. Ero spaventato, ero da solo ed ho oltrepassato quella porta andando ai piani superiori. Devo dirvi che quello era un edificio di classe A, ovvero una costruzione così alta ma dotata di sistemi in grado di spegnere ogni tipo d'incendio e consentire i soccorsi nei casi di emergenza, su ogni tre porte una deve aprirsi, questo è il codice per quel tipo di edifici a New York.
Ad un certo punto ho incontrato alcuni agenti di polizia e stavamo parlando quando abbiamo iniziato a sentire una serie di esplosioni in rapida successione, bum... bum... bum... bum. Al radiotelefono dicevano: «Abbiamo perso il 65, il 65° è crollato, dal 65° fino al 44°... » Tutti quei piani erano crollati. Abbiamo iniziato a scendere raggiungendo il 27° piano, poi di corsa giù per le scale fino alla hall e da qui sulla strada. Sentivamo le grida di tutte quelle persone ancora bloccate negli ascensori, gridavano, chiedevano aiuto ma gli ascensori erano bloccati, è stato orribile. Nella hall un vigile dei fuoco mi ha detto: «Vai alla postazione delle ambulanze». Così ho iniziato a camminare verso l'uscita e sentivo che mi gridavano: «Non guardare indietro, non guardare». Era uno sbarramento di polizia che aveva isolato l'area per sicurezza, guardando mi attorno ho visto i corpi di tutti quelli che si erano buttati dall'edificio. Ho anche riconosciuto il cadavere della signora dei 33° piano che avevo chiesto di accompagnare giù, il suo corpo era stato tagliato a metà come da una gigantesca ghigliottina, perché mentre usciva una lastra di vetro le era caduta addosso precipitando dall'alto straziandola in quel modo in una frazione di secondo. Ad un certo punto ho sentito tutti che mi urlavano: «Corri, corri, correte». Ho sentito come un terremoto e l'unica cosa che ho percepito è stato un autocarro dei vigili dei fuoco di fronte a me, ho pensato che sarei rimasto ucciso e mi sono ritrovato sotto questo automezzo con tutto che crollava attorno. Anche l'autobotte sembrava dovesse crollarmi addosso, l'unica cosa che mi sono detto è stata «Dio mio, spero che mia mamma non debba cercare il mio corpo e che non debba identificarlo quando è a pezzi. Vorrei che non debba riconoscere il mio cadavere».
Poi, tutto si è fermato, io mi sentivo come ustionato da quella strana polvere che riempiva tutto. Dopo un po' sono riusciti a tirarmi fuori dalle macerie e sono stato identificato dai vigili dei fuoco e dalla polizia come l'ultima persona riuscita a salvarsi.
Da allora sono stato presente in vari programmi e ho raccontato sempre ed esattamente questa storia. Se non mi credete andate a vedere su internet, o guardatevi la registrazione delle mie interviste e vedrete che fin dal primo momento la storia è stata questa.
Come superstite e come rappresentante delle famiglie delle vittime, ho riscontrato che il rapporto ufficiale sui fatti dell'11 settembre 2001 è un rapporto falso e incompleto. Ma perché vi ho raccontato tutto questo? Perché vogliamo darvi gli strumenti e gli elementi per capire che questo potrebbe accadere anche a voi, e perché possiate comprendere il modo in cui il nostro governo si è comportato con le vittime. Sono molto grato di aver incontrato tutte queste persone che non conoscevo prima, hanno cambiato la mia vita. Noi siamo animati da una motivazione e dall'entusiasmo di arrivare alla verità per voi.


Bush «sgrida» Sharon sul Muro e invia nuovi aerei. Tel Aviv: «La risoluzione Onu sulla Road map non ci vincola»

GERUSALEMME
George Bush dà una strigliata, senza insistere troppo, al premier Ariel Sharon sulla questione del muro in Cisgiordania ma non dimentica di tenere alto il livello tecnologico della macchina bellica israeliana. Da Washington è giunta la notizia dell'inizio da parte degli Usa della consegna a Israele di 102 cacciabombardieri F-16 della ultima generazione, la stessa, per intenderci, sulla quale volano (e combattono) i «top-gun» americani. Si tratta del più importante acquisto di armi fatto in una sola volta da Tel Aviv: copre interamente i 2,2 miliardi di dollari dell'aiuto annuale statunitense allo Stato ebraico. I 102 aerei vanno ad aggiungersi ad altri 230 F-16 già in possesso dello Stato ebraico. Si tratta di un patrimonio bellico eccezionale. La Spagna, ad esempio, pur essendo un paese stretto alleato degli Stati Uniti possiede soltanto 72 cacciabombardieri F-18 e 90 F-15. Il generale Dan Halutz, capo dell'aviazione israeliana, ha detto che con questi cacciabombardieri si espande a qualsiasi punto del Medio Oriente il raggio di azione di Israele. E' bene ricordare che questo tipo di aerei possono trasportare anche ordigni nucleari. Gli analisti militari israeliani da tempo parlano di «grande Medio Oriente», includendo in questa regione anche l'Asia centrale e l'Oceano Indiano.

In questa chiave si spiegherebbe l'acquisto da parte di Tel Aviv di tre sommergibili «Dolphin» di fabbricazione tedesca (la Germania, secondo fonti internazionali, avrebbe «regalato» a Israele almeno due dei tre sottomarini). I «Dolphin» sono convenzionali, con motore diesel, hanno un raggio d'azione di 4.500 km e sono dotati di sei tubi di lancio per siluri del diametro di 533 mm. La rivista Middle East International ha però riferito che quelli consegnati a Israele avrebbero altri quattro tubi di lancio supplementari del diametro di 650 mm. Una misura inusuale che fa pensare che a bordo dei sommergibili verranno caricati anche missili da crociera in grado di colpire obiettivi lontani, non solo in Iran ma anche in Pakistan, paese che Israele guarda con sospetto e che, peraltro, è in perenne confronto militare con gli stretti alleati indiani. Lo specialista israeliano Ephraim Imbar, intervenendo al forum on-line «Bitterlemons», è stato molto esplicito nel sottolineare che gli interessi strategici e di difesa di Israele vanno ben oltre i confini abituali del Vicino Oriente. Tel Aviv - ha sottolineato Imbar - segue con attenzione lo sviluppo dell'arsenale nucleare pakistano e quindi è pronta ad ogni evenienza. I tre «Doplhin» occupano un posto centrale in questa strategia militare allargata all'Oceano Indiano dove peraltro si vedono sempre più spesso le navi da guerra israeliane del tipo «Saar 5». I sommergili tuttavia presentano uno svantaggio: hanno bisogno di basi a portata di mano e di sostituire, con una certa frequenza, gli equipaggi soggetti a forti stress. Dove potrebbero trovare un porto sicuro i sottomarini israeliani impegnati a tenere sotto tiro il Golfo Arabo, l'Iran e il Pakistan? Secondo Middle East International nell'arcipelago di Dahlak, nel Mar Rosso, dove i russi dieci anni fa hanno abbandonato una base navale che potrebbe essere stata riabilitata di recente. Dahlak appartiene all'Eritrea, paese con il quale Israele mantiene buone relazioni. Intanto il governo Sharon ha reagito con irritazione alla risoluzione approvata dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu che chiede a israeliani e palestinesi di rispettare il piano di pace «Road Map». Israele ha comunicato che non accetterà nessun intervento esterno in relazione alla attuazione della «Road Map» che non sia quello degli Usa. Il vice premier Ehud Olmert, ha affermato che Israele non si sente «impegnato» alla risoluzione dell'Onu, passata anche col voto favorevole di Washington.Olmert ha poi detto in risposta alle critiche di George Bush alla costruzione della cosiddetta «barriera di separazione» in Cisgiordania, che Israele si riserverà sempre «il diritto di compiere passi unilaterali per separarsi dai palestinesi, tramite barriere o altri mezzi». Sharon da parte sua ha ammesso l'esistenza di «differenze» con gli Usa ma ha negato che tra le due parti ci sia una crisi di rapporti.

claudio

"Quel video è manipolato"
Denuncia dei traduttori Usa e della tv tedesca: aggiunte arbitrarie, censure politiche
E. N.

I dubbi sull'ormai famoso video-confessione di Osama bin Laden sono enormemente aumentati ieri, quando da due diverse ma attendibili fonti sono state smentite le ferree certezze che la Casa bianca fin dall'inizio ha voluto associare al documento.
La prima, severa smentita viene dalla tv pubblica tedesca Ard, che ha condotto un'inchiesta sul video e sull'attendibilità della traduzione fatta dagli esperti del Pentagono facendola esaminare da un illustre orientalista dell'Università di Amburgo e da due traduttori giurati. Tutti e tre sono giunti alla conclusione che in diversi e qualificanti passaggi del video la traduzione inglese va assai al di là di quanto effettivamente si senta: e sono proprio i passaggi dove dalle parole di bin Laden "si dovrebbe dedurre una chiara responsabilità". In particolare, sembra che nella traduzione inglese siano stati inseriti dei contesti temporali - non presenti nelle parole arabe ascoltabili - che dimostrano una conoscenza anticipata dei fatti da parte del leader terrorista.
Le accuse tedesche sono abbastanza gravi. Ma ad esse si sommano le dichiarazioni, di tono e contenuto diverso ma altrettanto sconcertanti (e tali da intaccare seriamente la credibilità dell'operazione) rilasciate da uno dei traduttori ingaggiati dal governo americano, George Michael, intervistato dalla Associated press. Secondo Michael, il testo della traduzione da lui consegnata era più ampio e dettagliato di quello poi reso pubblico. Per esempio, conteneva molti nomi che poi sono scomparsi. Nomi di membri dei commandos suicidi di dirottatori: non solo Mohammed Atta verrebbe citato da bin Laden, ma anche diversi altri (almeno sei); inoltre nella conversazione ci sarebbero dei riferimenti espliciti a persone della polizia saudita e del clero saudita che avrebbero dato aiuto all'organizzazione terrorista. Michael (che è di origine libanese) e il suo collega egiziano Kassem Wahba (anch'egli assoldato dal Pentagono) non sono riusciti a intendere il nome di uno sceicco saudita citato dall'ospite di bin Laden come persona di grande aiuto; ma un altro traduttore indipendente saudita, Ali al-Ahmed, cui la Ap ha sottoposto il video, lo ha indentificato come Sheikh Abdulah al-Baraak, uno dei più importanti consiglieri religiosi della dinastia regnante saudita. Una realtà - osserva al-Ahmed - che probabilmente è molto imbarazzante per Riyadh: "penso che possa esserci stato un tentativo di coprire quello che poteva essere politicamente nocivo per gli Stati uniti".
Ma dalla vicenda emergono due fatti gravissimi: il primo, che il video per un verso o per l'altro è stato effettivamente manomesso e dunque non è pienamente attendibile; il secondo, che gli Stati uniti nella loro guerra contro il terrorismo possono sterminare interi popoli ma non intendono in nessun caso toccare i veri "santuari" del terrorismo islamico in Arabia saudita, troppo contigui ai loro interessi petroliferi. E non è consolante

Spie israeliane arrestate sul tetto a Manhattan
di Sbancor - tratto da http://www.rekombinant.org

Sbancor aveva avvisato: quando si iniziano a delirare razze e religioni si aprono le porte dell'orrore. Le rivelazioni vengono da Fox News e Associated Press. Ci sono forze istituzionali USA impegnate a bloccare la corsa alla guerra in Medio Oriente? Rekombinant counter-intelligence per tutti.

[NdR. Anti-boatos system: la fonte e questo articolo vanno citati correttamente]

Mentre l'intero Occidente è ridotto a una platea di idioti teledipendenti che da casa tifano, chi per gli ebrei, chi per Arafat, con gran spreco di neuroni e adrenalina elettrotelevisiva, iniziano a filtrare notizie inquietanti. Ricordando a tutti i lettori che, nella società dello spettacolo integrale, "il vero è un momento del falso" le rispedisco così come le ho avute.

Da E.I.R (Executive Intelligence Revue) anno 10, n.51 20 dicembre 2001.

(...)

"Ora, a tre mesi di distanza, Sharon e i militari israeliani procedono a passo spedito verso la guerra. In questo contesto si collocano alcune rivelazioni esplosive sul conto delle unità dello spionaggio israeliano attive negli USA alla vigilia dei misfatti dell'11 settembre. Poiché le rivelazioni provengono da una rete televisiva affermata come la Fox News, e sono poi state riprese dalla Associated Press e da CHANNEL 11 di Houston ed altri, va ritenuto che dietro vi siano forze abbastanza istituzionali impegnate a bloccare la corsa verso la guerra in Medio Oriente.

In quel fatidico 11 settembre furono arrestate cinque spie israeliane, poi estradate. Stavano tutt'e cinque su di un tetto di Hoboken, e guardavano oltre il fiume Hudson, in direzione delle Torri Gemelle. Qualcuno ha chiamato la polizia ed è risultato che i cinque facevano parte delle forze armate israeliane e che avevano lavorato per una impresa di trasporti. I cinque, i cui visti erano scaduti, si sono rifiutati di dire di più.

Gli israeliani arrestati nelle retate successive all'11 settembre sono in tutto una sessantina. La Fox News riferiva l'11 dicembre che, sottoposti al test della "macchina della verità", alcuni di questi arrestati hanno mentito.

"Non ci sono indizi di una partecipazione israeliana negli attacchi dell'11 settembre; purtuttavia, gli investigatori sospettano che essi abbiano raccolto informazioni in anticipo attinenti a quei fatti, ma non le hanno riferite" alle autorità USA, ha detto Carl Cameron della Fox News. Le autorità americane hanno detto a Cameron che il silenzio è d'obbligo in questa fase dell'inchiesta, mentre i portavoce dell'ambasciata israeliana non ammettono niente di niente in merito allo spionaggio negli USA. Cameron ha continuato:

"Ma Fox News ha appreso che un gruppo di israeliani da poco individuato nel North Carolina si serviva di un appartamento in California per spiare un gruppo di arabi che le autorità statunitensi tengono sotto osservazione perché sospettati di collegamenti con il terrorismo.

"La Fox News ha raccolto documenti che indicano come anche prima dell'11 settembre almeno 140 altri israeliani siano stati arrestati nel corso di complesse indagini molto riservate sullo spionaggio israeliano negli USA."

I sospetti si appuntano su studenti dell'Università di Gerusalemme o dell'Accademia Bezalel: "I documenti mostrano che [gli israeliani] si sono concentrati nella penetrazione di basi militari, degli uffici della DEA, della FBI, e di diversi uffici governativi e ci sono riusciti, entrando persino in uffici segreti e abitazioni private appositamente non registrate, assegnate al personale che svolge attività speciali".

Un'altra parte dell'inchiesta riguarda l'arresto di decine di spie israeliane che operavano in strada, come venditori ambulanti. Cameron fa inoltre riferimento ad altre indagini condotte dalla Corte dei Conti e dai servizi militari (DIA) che definiscono le attività spionistiche israeliane negli USA rispettivamente "aggressive" e "voraci".

Il 12 e 13 dicembre Cameron è tornato sull'argomento con la storia della AMDOCS, impresa privata israeliana che opera nelle telecomunicazioni ed è appaltatrice presso le venticinque principali imprese telefoniche americane. Il tipo di servizio prestato le da accesso in tempo reale a gran parte delle linee telefoniche del paese, con la possibilità di fare tutte le intercettazioni telefoniche che vuole. Secondo la Fox TV, la AMDOCS è finita più volte sotto inchiesta: FBI e altre forze di polizia l'hanno ripetutamente sospettata di collegamenti con la mafia e di spionaggio.

Ci sarebbe poi un documento top secret della National Security Agency (NSA) che nel 1999 spiegava come tutte le telefonate in America fossero registrabili da parte di governi stranieri, in pratica quello israeliano. Quando nel 1997 scoppiò lo scandalo "MEGA", riguardante la talpa israeliana nell'amministrazione USA, AMDOCS fu accusata di aver intercettato le telefonate tra il Presidente Clinton e Monica Lewinsky. La Fox TV aggiungeva che il pericolo tutt'altro che remoto è che le informazioni riservate siano anche accessibili al crimine organizzato israeliano: "Non sarebbe la prima volta: nel 1997 si presentò un bel grattacapo quando le comunicazioni di FBI, Servizi segreti, DEA e LAPD furono completamente compromesse dal crimine organizzato israeliano che utilizzava i dati di cui dispone la AMDOCS".

Il 13 dicembre la Fox ha parlato della Converse Infosys, un'altra impresa high tech, sussidiaria di un'impresa israeliana, che con uffici in tutto il territorio americano "fornisce attrezzature per le registrazioni telefoniche alle forze dell'ordine". Gli enti preposti utilizzano il software della Converse nei propri computer per individuare le telefonate da intercettare e per lo smistamento delle registrazioni a seconda delle competenze. La casa madre della Converse, che ha accesso a questi dati, è tanto vicina al ministero dell'Industria e Commercio (di cui è stato titolare Sharon) che il 50% delle sue spese di R&D sono a carico del ministero.

Rompendo la prassi delle sue conferenze stampa, il 13 dicembre il Segretario di Stato Powell ha concesso la prima domanda al corrispondente dell'EIR. Interrogato in merito allo spionaggio israeliano negli USA, Powell ha risposto di essere al corrente della storia degli arresti -- quindi confermandone la notizia -- ma di occuparsi solo dell'aspetto diplomatico della questione, mentre per quanto riguarda l'aspetto spionistico, ha detto, "la domanda deve essere rivolta al ministero di Giustizia ed alla FBI"

La sacra alleanza del King David
Stefano Liberti - «Il Manifesto» 19 ottobre 2003


Neocons, sionisti cristiani e likudnik riuniti a Gerusalemme per ridisegnare il Medioriente.

«Israele è il ground zero della cruciale battaglia per la sopravvivenza della nostra civiltà». È con questi toni solenni che si è aperto domenica scorsa il primo Jerusalem summit, evento di fondazione di un nuovo think tank internazionale che si propone di «creare nuovi paradigmi per la questione di Israele e dello stato palestinese». Riunita per tre giorni a Gerusalemme, la manifestazione ha visto la partecipazione dei principali leader dell'estrema destra israeliana, di importanti esponenti della cupola neo-conservatrice e di noti ideologi del movimento sionista cristiano. «Una nuova allenza di gente di molte fedi e nazioni devote a Israele», come annunciava il comunicato stampa approntato per l'occasione dagli organizzatori. Tra le persone riunite a questa kermesse spiccavano, da parte israeliana, vari esponenti del partito dell'Unione nazionale, come il ministro dei trasporti Avigdor Lieberman e quello del turismo Benny Elon, oltre ai likudnik più estremisti, come l'ex premier e attuale ministro delle finanze Benyamin Netanyahu e il ministro della sicurezza interna Uzi Landau. Da parte americana sono invece convenuti alcuni tra i più noti guru della galassia neo-cons: Richard Perle, membro e già presidente dell'influente Defence policy board del Pentagono; Daniel Pipes, esperto di islamofobia nominato da Bush nel consiglio di amministrazione dello Us Institute for peace; Elliot Abrams, del Consiglio di sicurezza nazionale, già noto per aver partecipato all'Irangate e aver organizzato gli squadroni della morte in Salvador e Guatemala durante l'amministrazione Reagan.

L'islam, il nuovo totalitarismo
A consultare il sito web messo in piedi per l'evento (http://www.jerusalemsummit.org), si scoprono i princìpi fondanti di questa nuova «alleanza di intellettuali, leader pubblici e religiosi»: la convinzione che tutta la terra tra il mar Mediterraneo e il Giordano appartenga al popolo ebraico; la ricerca di soluzioni «creative» per gli arabi palestinesi che vivono a Gaza e in Giudea e Samaria (Cisgiordania); l'identificazione dell'islam con il nuovo totalitarismo. È partendo da questi significativi punti fermi che gli avventori hanno potuto ascoltare compiaciuti la «road map» alternativa del ministro Elon, che prevede la sconfitta totale dei palestinesi e la loro deportazione verso la Giordania. Hanno poi potuto applaudire Perle - insignito per l'occasione di un'onorificenza creata ad hoc - quando ha detto senza usare mezzi termini che «gli Stati uniti dovrebbero ora attaccare la Siria».

La mafia russa si getta nella mischia
Al di là dei nomi conosciuti dell'establishment dell'estremismo sionista predominante negli attuali governi israeliano e statunitense, vi erano anche altre figure meno note, la cui partecipazione è significativa perché segna l'allargarsi del fronte favorevole al ridisegno del Medioriente in funzione della Grande Israele. Prima di tutto, tra gli organizzatori del summit spicca la Michael Cherney foundation, creata dall'omonimo uomo d'affari di origine russa per assistere le vittime degli attentati suicidi e le loro famiglie. Arricchitosi dal nulla dopo il crollo dell'Unione sovietica, Cherney è stato accusato di complotto contro lo stato in Bulgaria e si è rifugiato in Israele, dove è considerato da alcuni il «padrino dei padrini della mafia russa».
Oltre al soccorso delle vittime, la fondazione da lui creata è impegnata attivamente nel convertire la chiesa ortodossa russa - tradizionalmente antisemita - al sionismo militante, in funzione di un presunto nemico comune: l'islam.
Sulla sua stessa lunghezza d'onda appaiono le varie organizzazioni sioniste cristiane che hanno preso parte al summit di Gerusalemme: la Religious zionists of America e l'International christian embassy, solo per citare le più celebri.
Uniti dall'obiettivo della Grande Israele, i vari personaggi che si muovono nei meandri di questo nuovo think tank ultra-sionista appaiono animati da motivazioni diverse, che la dichiarazione di princìpi del summit non manca di mettere in luce: «per alcuni che sono religiosi, l'ultima e immutabile ragione (per l'affermazione della Grande Israele, ndr) è che Dio ha promesso questa terra al popolo ebraico. Ma questo principio è valido anche dalla prospettiva della storia e del diritto internazionale (sic)».
Strettamente riservata alle star dell'estremismo sionista, la riunione è stata organizzata con cura, fino ai minimi dettagli. Gli incontri si sono tenuti al King David hotel, lo stesso dove nel 1946 le bande paramilitari Irgun e Stern hanno compiuto un attentato dinamitardo contro i britannici, uccidendo 92 persone. Un luogo altamente simbolico: da lì, secondo Olon e suoi accoliti, è cominciata l'inarrestabile ascesa di Israele. Che, per l'appunto, si concluderà solo con il controllo totale dello stato ebraico sui territori biblici di Giudea e Samaria. -----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------



a questo gruppo di amici affiatati non poteva non unirsi questa nostra vecchia conoscenza

la baronessa cox;

chi è la baronessa ce lo spiegato molto bene mazzetta in questo suo intervento:
http://italy.indymedia.org/news/2005/03/760878.php

l'evoluzione attuale dei buontemponi in questo magnifico articolo di blondet
per alcuni un fascio , per me solo un bravo giornalista .

http://www.effedieffe.com/interventizeta.php?id=763¶metro=esteri








Ramallah, 14 nov. (Adnkronos) - Amjan Hanawi, capo di Hamas a Nablus, in Cisgiordania, è stato ucciso questa mattina da forze israeliane in un'operazione condotta prima dell'alba. L'uomo, 34 anni, ritenuto responsabile di diversi attentati suicidi negli anni '90, era in cima alla lista dei ricercati in città. Il raid a Nablus, con l'obiettivo di arrestare ricercati, è stato condotto da una forza composta da parà, squadre dell'antiterrorismo della polizia e membri delle unità di elite Dudevan e Haruv, riferisce il sito di Haaretz.

A quanto raccontano i vicini, i soldati hanno circondato la casa di Hanawi e hanno ordinato a tutti di uscire. I familiari hanno obbedito, ma Hanawi ha tentato di fuggire ed è stato ucciso mentre tentava di scalare un recinto. Un portavoce dell'ospedale locale ha poi riferito che è stato raggiunto da 15 colpi d'arma da fuoco. L'esercito ha sottolineato che l'uomo era in possesso di una pistola, un fucile e munizioni.

Membri di Hamas hanno poi percorso in auto le strade di Nablus annunciando con gli altoparlanti la morte del loro capo. Il funerale, secondo la tradizione islamica di una rapida sepoltura, è previsto per questa mattina. Fonti palestinesi riferiscono che altri otto membri dell'organizzazione estremista islamica sono stati arrestati durante il raid.

Intanto, il segretario di Stato americano Condoleezza Rice, in Israele per partecipare alle celebrazioni in memoria di Yitzhak Rabin - il primo ministro assassinato dieci anni fa -, ha incontrato questa mattina il collega Silvan Shalom. Il segretario di Stato Usa avrà anche un colloquio con il primo ministro Ariel Sharon nel corso del quale dovrebbe essere affrontata la questione dell'atteggiamento d'Israele nel caso Hamas partecipi alle elezioni parlamentari palestinesi di gennaio. La Rice ha affermato di volersi impegnare per dare una spinta al processo di pace fra israeliani e palestinesi, dopo il ritiro israeliano da Gaza.

Nel pomeriggio, a Ramallah, l'incontro con il leader palestinese Mahmoud Abbas.

Il segretario di Stato ha già anticipato che israeliani e palestinesi sono ''molto vicini'' al raggiungimento di un accordo sul controllo del valico di Rafah, fra la Striscia di Gaza e l'Egitto. Uno degli obiettivi della visita della Rice, infatti, è proprio quello di accelerare in negoziati sul valico di Rafah e sul terminal commerciale di Karni, fra Israele e la Striscia. Lo rivela sempre il sito Haaretz.




esteri
Negroponte e il suo super - KGB
Maurizio Blondet
13/11/2005

Hayden, Bush e Negroponte, alla cerimonia d'installazione della National Intelligence
WASHINGTON - I servizi francesi osservano con attenzione allarmata l'organigramma della National Intelligence, il nuovo super-organismo americano che raduna tutte i servizi segreti USA, interni ed esteri, sotto la direzione di John Negroponte.
Ex ambasciatore in Sudamerica, dove è diventato esperto di agitazioni e provocazioni, Negroponte è solo la figura più mediatica dell'organismo.
Molto meno il suo vice-direttore operativo, il Generale dell'US Air Force Michael Hayden: noto negli ambienti come grande e capace organizzatore, ha sotto di sé 400 dipendenti, che presto saliranno a 700.
Hayden è stato capo della NSA (National Security Agency), il più segreto dei servizi segreti interni - la sua sigla viene tradotta, da chi sa, come «Never Say Anithing» (1): si ritiene che darà la stessa forma (segretezza, struttura a cellule) al National Intelligence, che deve guidare e controllare quindici agenzie di intelligence americane.
Negroponte, per ora, si limita a fare il consigliere del presidente.
E' lui, e non più il capo della CIA (oggi Porter Goss, un altro amico fattosi le ossa in Sudamerica con azioni d'assassinio), a recitare il briefing quotidiano a Bush ogni mattina.
Hayden, intanto, pensa al compito vero e duro: imporre l'autorità del nuovo organismo sulle 15 agenzia, dalla CIA all'FBI, abituate ad ampi margini di autonomia.
Il 27 ottobre sorso, a firma Negroponte, il generale Hayden ha diffuso tra gli addetti ai lavori e suoi sottoposti il documento programmatico, 20 pagine, dal titolo: «The National Intelligence Strategy - Transformation through integration and innovation»; quattro giorni dopo, l'Ufficio del Direttore della National Intelligence (ODNI) rendeva noti i nomi degli otto «vicedirettori associati» incaricati di mettere in atto la «trasformazione».
All'ufficio del management, il vicedirettore è l'ambasciatore Patrick Kennedy; alla sicurezza interna ambasciatore Eric Boswell, già assistente segretario di Stato sotto Clinton; Melfin Heritage, 30 anni come dirigente del servizio segreto militare e dell'Army Space Program, sarà il responsabile delle acquisizioni.
Il vice-direttore del management dovrà «vegliare che i servizi di informazione in seno al dipartimento della giustizia e dell'Homeland Security siano strettamente integrati alla comunità del controspionaggio»: si allude qui all'FBI, che da polizia giudiziaria (dipende dal dipartimento della giustizia) va trasformata in polizia segreta, con un suo proprio servizio di sorveglianza dei «nemici interni»: giornalisti «alternativi», oppositori alle politiche di Stato, movimenti di base ostili.
La polizia giudiziaria dovrà essere più politicizzata.

L'ufficio «Customer Outcomes» avrà il compito di «far condividere le informazioni tra le agenzie». Marc Ewin, da cinque anni direttore della DIA (il servizio segreto militare) sarà il Principal Assistant Deputy Director.
Charlotte Martinsson, (viene dalla DIA, è esperta di SIGINT) sarà assistente del Direttorato «for intelligence capabilities requirements».
Mary M. Graham (viene dalla CIA, operazioni clandestine) sarà la responsabile per la raccolta e l'analisi dei dati raccolti all'estero e all'interno.
E' stato creato anche un «Foreign Denial and Deception Committee» per le provocazioni, la disinformazione e le «false flag operations».
Shishu Gupta (ex CIA), direttore del System Engineering Integration, sarà responsabile di tutti gli strumenti tecnici.
Thomas Fingar, che viene dal Dipartimento di Stato e dal suo controspionaggio (Intelligence and Research) dovrà reperire «competenze» interne ed esterne per creare gruppi «virtuali» di esperti per l'analisi.
Sotto di lui, come Chief Technology Officer, un matematico criptatore per la NSA da 20 anni.
E' un vero KGB, con i suoi Direttorati e le sue centrali estere e interne.
Il tutto radicalmente politicizzato: la vecchia CIA, con le sue analisi indipendenti, ha messo troppi bastoni tra le ruote ai progetti di Bush e dei neocon.
Di fatto, il nuovo organo è la fine della CIA.

Maurizio Blondet

Note
1) la NSA è fra l'altro l'ente criptologico degli USA: l'ufficio cifra del 21mo secolo, che protegge le informazioni riservate e ne produce da SIGINT (intelligence satellitare, intercettazioni, Echelon e simili).

«Jerusalem Summit» centrale neocon
Maurizio Blondet
13/11/2005

Gerusalemme come luce e guida di un mondo saldamente unito sotto il suo comando
«Due pericoli gemelli minacciano l'umanità: in Oriente il totalitarismo sotto forma di radicalismo islamico, e in Occidente il relativismo morale, che mira a privare le culture del loro contenuto spirituale».
Non è una frase di Giuliano Ferrara. E' il motto di una poco nota, ma potente, entità della lobby ebraica, chiamata «Jerusalem Summit».
E' un vero laboratorio delle strategie neocon, che si riunisce annualmente (e anche più volte l'anno) per elaborare le strategie anti-islamiche e incaricare della loro diffusione potenti amici goym, «cristiani» più o meno spurii.
Basta leggere il sito del «Jerusalem Summit» per farsi qualche idea di come funziona.
Il giugno 2005, in collaborazione con la Tel Aviv University, ha tenuto una «Conferenza sulla collaborazione strategica Israele-India».
Perché, ci viene spiegato, il «Jerusalem Summit» sostiene il bisogno per Israele di diversificare i suoi alleati strategici; e siccome gli Stati Uniti sono una potenza in rapido declino, è bene cominciare a stringere alleanze con le grandi potenze emergenti dei prossimi decenni.
Il 10-14 agosto, perciò, il «Jerusalem Summit» ha tenuto un grande raduno alle porte della Cina. Precisamente a Seoul, dove hanno presenziato il sindaco di Seul, vari parlamentari coreani e «dignitari dei maggiori Paesi circostanti».
Ha ospitato gli ebrei neocon «la più grande Chiesa dell'Asia sud-orientale, la Chiesa del dottor David Yonggi Cho»: una losca setta pentecostale il cui guru, dottor Cho, è un vero esperto della «Quarta Dimensione», da quando Cristo gli è apparso sotto gli abiti di un pompiere.
Se non ci credete, leggete la nota (1) che lo riguarda.
Insomma, una di quelle sette proliferate dall'esempio della «Chiesa» del reverendo Moon, tanto apprezzata da Massimo Introvigne, il noto cristianista neocon italiano.
Il «Jerusalem Summit» e il dottor Cho, in quella conferenza, hanno proclamato insieme - e chiesto ai rispettivi governi di intraprendere - i «'tre giusti passi' per la pace del mondo e di Israele».
I «tre giusti passi» sono:
- trasferire le ambasciate straniere a Gerusalemme (che implica il riconoscimento di Gerusalemme come capitale israeliana);
- spostare i palestinesi in Paesi terzi (l'espulsione in massa dei palestinesi in Giordania, vecchio sogno dell'estremismo giudaico);
- condizionare ogni aiuto ai palestinesi alla cessazione totale degli atti e dell'incitamento al terrorismo.
Il 28 gennaio 2006, il «Jerusalem Summit» conta di tenere una grande conferenza ad Odessa, nell'Ucraina tornata alla democrazia e neo-satellite USA.
Perché?
Spiegazione: «solo la 'nuova Europa' (dell'Est) è l'ultima speranza per l'Unione Europea di superare il relativismo morale, che rappresenta un mortale pericolo per la vecchia Europa».
E' in preparazione il «libro bianco» con le idee-guida della conferenza: «scienziati neoconservatori e leader cristiani» parleranno della «necessità di contrastare la de-cristianizzazione d'Europa e la radicalizzazione della popolazione musulmana», nel quadro di una «rinascita dei valori giudeo-cristiani in Europa».
Il programma preciso dei cristianisti italioti, di Giuliano Ferrara.
Ridiventiamo cristiani, lo vogliono gli ebrei.
Sempre nel 2006, il «Jerusalem Summit» terrà una simile conferenza in Africa.
Precisamente in Sud Africa, in collaborazione con l'ICEJ, la «International Christian Embassy in Jerusalem», che è una formazione degli evangelici americani, «cristiani rinati» e vecchi amici dei neocon giudaici.
Ma non basta ancora.
Il «Jerusalem Summit» è un vero vulcano di idee.
Le sua «migliori menti», leggiamo, stanno lavorando al «Piano alternativo del conflitto arabo-israeliano».
Su tre linee guida:
- de-politicizzazione del «problema palestinese». Ciò implica, ci viene detto, «un cambio di paradigma: anziché tentare invano di placare storicamente, legalmente e moralmente» le pretese palestinesi sulla loro terra, il mondo si concentri sul «prendersi cura dei legittimi bisogni umanitari del popolo palestinese»;
- de-militarizzazione dell'«autorità palestinese»;
- de-jihadizzazione dei palestinesi.
Ci stanno pensando personalità altamente umanitarie come Moshe Ayalon, capo di Stato Maggiore dell'armata israeliana, e Yuval Stehitz, membro della Knesset (parlamento ebraico) e della Commissione Difesa; più altri generali ebrei a riposo o in servizio.
Evidente il modello: anche il problema degli indiani d'America fu de-politicizzato.
Anziché soddisfare le loro pretese morali e legali sulla terra, umanitari americani cominciarono a curarsi dei «bisogni umanitari» dei pellerossa, ormai de-militarizzati: con abbondanti offerte di acqua di fuoco e distribuzione di coperte infettate dal vaiolo.
Il problema indiano fu così risolto.
Il «Jerusalem Summit» esiste da decenni.
Ma pare abbia cominciato a funzionare a tutto vapore nell'ottobre del 2003, decennale degli odiati accordi di Oslo (il processo di pace liquidato da Sharon), radunando una cinquantina di potenti personaggi occidentali per farne dei sostenitori delle pretese israeliane, anche le più insaziabili.
Finanziatore del grande raduno, la «Michael Cherney Foundation»: Cherney è un miliardario e un delinquente, un oligarca russo riparato in Israele per sfuggire alla giustizia di Mosca, ed oggi sotto inchiesta anche in Israele per frode e corruzione.
Ma in quell'occasione, a dare i soldi al «Jerusalem Summit», oltre al delinquente, sono stati anche il ministero del Turismo israeliano e la National Unity Coalition, che raduna «200 gruppi ebraici e cristiani» (evangelici, cristiani rinati, apocalittici ed esperti della «Quarta Dimensione»).
I partecipanti arrivavano dagli USA, dalla Francia, dalla «nuova Europa» (Slovacchia e Serbia); a fare gli onori di casa il noto Richard Perle, membro dell'ebraico think tank neocon «American Enterprise» del Defence Policy Board al Pentagono (da cui è uscito il progetto di attacco a Saddam e tutte le falsità sulle sue armi di distruzione massiccia); e Daniel Pipes, il super-estremista ebraico americano, spesso ascoltato dal Foglio di Ferrara.
Entrambi sono fondatori del «Jerusalem Summit», con il presidente della Bar-Ilan University Moshe Kaveh, il senatore USA (ebreo) Sam Brownback, e la baronessa inglese Caroline Cox, che per i suoi servizi è stata nominata presidentessa del «Jerusalerm Summit».
C'erano anche Morrie Amitay, vicepresidente del JINSA, Jewish Institute for National Security Affairs, il centro di collegamento fra il Likud e il sistema militare-industriale USA; il pastore evangelico Michael Evans, fondatore del Jerusalem Prayer Team, centro del sedicente ecumenismo giudaico-cristiano; Herbert Zweibon, presidente dell'Americans for a Safe Israel (altra lobby ebraica); Morton Klein, presidente della Zionisti Organization of America; Frank Gaffney, likudnik arrabbiato, presidente del Center for Security Policy (altro ramo della nota lobby).
Più vari giornalisti estremisti, come Cal Thomas, della Fox News e del Christian Syndicated Columnists, e vari disparati parlamentari giudeo-americani, giudeo-cristiani e «crociati» combattenti per il mistico «regno d'Israele».
Insomma tutti dei moderati, preoccupati della cura umanitaria dei palestinesi.
Nella conferenza infatti fu aspramente criticata l'ONU, accusata di «creare e perpetuare» il problema palestinese tenendo viva la loro «politicizzazione», ossia la loro pretesa sulla terra.
Pretesa infondata, dichiarò Herbert Zweibon (Americans for a Safe Israel): «la terra d'Israele appartiene al popolo ebraico, che ne ha i titoli biblici, storici e morali».
L'idea di far nascere uno Stato palestinese in Cisgiordania (Territori Occupati) fu respinta all'unanimità: «mette in pericolo l'esistenza stessa di Israele» (come dice anche Gad Lerner).
Tutti si alzarono a cantare lo slogan: «la Giordania è Palestina»: la vecchia idea Likud, di sbattere i palestinesi in Giordania.
I delegati serbi, che avevano sbattuto i kossovari fuori dal Kossovo, si sono addirittura commossi.
Rabbi Benny Elon, il ministro del Turismo ebraico, tenne una ispirata conferenza dal titolo «La giusta via alla pace»: che consiste, secondo lui (e non solo lui), nel disciogliere a cannonate l'Autorità Palestinese e nel riconoscere la Giordania come stato dei palestinesi, qualunque cosa ne pensi il re della Giordania.

S'intende, la Gisgiordania non sarà mai restituita al re, perché si chiama «Giudea e Samaria», antiche entità bibliche.
Poi l'intervento di Netaniyahu: Israele deve difendersi con le armi, «è in pericolo la sua stessa esistenza»; l'ONU è immorale; gli USA devono guidare l'alleanza contro il terrorismo.
Ehud Olmert, vice primo ministro: «il solo modo di vincere il terrorismo è farlo senza limitazioni». Israele deve decidere «su una base unitalerale, fondata su quel che vogliamo noi».
E ancora: «i palestinesi non faranno mai la pace finché il mondo gli farà credere che hanno diritto a Gerusalemme come loro capitale…ma non ci sarà mai un governo ebraico che avrà l'autorità morale per cedere Gerusalemme, culla dell'esistenza ebraica».
Cal Thomas: «il pericolo per il mondo è l'Islam radicale, anche quello evangelico (sic). Deve essere liquidato».
Lo scopo dell'Islam, aggiunse Zalman Shoval, ex ambasciatore israeliano in USA, «è di distruggere la tradizione giudaico-cristiana, e questa lotta culturale si vince con atti militari».
Poi, le premiazioni.
Richard Perle, co-presidente del «Jerusalem Summit», viene insignito (dal «Jerusalem Summit») del «Premio Scoop Jackson» (dal nome del senatore USA, superfalco).
Il premio viene conferito a coloro che si distinguono per il loro «inconcusso supporto al sionismo e la fede nella potenza militare americana».
Nel 2002, lo «Scoop Jackson» era andato, indovinate?, a Paul Wolfowitz.
Nel 2004 è andato Lady Caroline Cox, la presidentessa del Jerusalem Summit.
Come si vede, sempre loro: se la cantano, se la suonano, e si premiano.
Vari altri principii affermati dal «Jerusalem Smmit»: «Israele è la chiave dell'armonia fra le civiltà. Per il bene del mondo intero, la terra di Israele deve appartenere agli ebrei».
«Solo se Israele resta forte, Gerusalemme può diventare il centro sotto cui l'umanità si raccoglierà nella nuova era di pace e prosperità» (il regno ebraico mondiale? Il regno dell'Anticristo?).
«La creazione di uno Stato palestinese è una ingiustizia storica di proporzioni colossali: una piccola debole democrazia dovrebbe cedere la sola cosa che le manca - la terra - ad un regime totalitario in cambio della promessa che non vuole mantenere, la pace».
«Lo Stato totalitario palestinese diverrà il santuario del terrorismo globale».
«Le organizzazioni non governative (ONG) che sostengono il sedicente diritto dei palestinesi sono antidemocratiche. La loro maschera umanitaria cela l'eterno antisemitismo».
Per questo l'American Enterprise ha istituito un «osservatorio» contro le ONG, in cui «denuncia le loro menzogne» sulle tragiche condizioni di vita dei palestinesi.
Cerimonia finale: Chaim Silberstein, «savio anziano di Elon», guida una celebrazione cui partecipano centinaia di cristiani evangelici e cristianisti vari (c'erano anche i neocatecumenali? Piacerebbe saperlo) «che erano riuniti in Israele per celebrare la festa di Tabernacoli» (ormai le feste ebraiche sono le sole che i «cristiani» celebrano); nel corso della festa pseudo-religiosa, si è ripetuto che i politici del mondo devono abbandonare la «road map» cinica per aderire alla «road map biblica».
Gran finale: tutti i partecipanti all'incontro vengono invitati a promuovere le idee del «Jerusalem Summit» nei seguenti modi:
- scrivendo articoli, rapporti e libri;
- parlando in dibattiti pubblici e sui media;
- producendo documentari;
- organizzando seminari e conferenze;
- utilizzando internet a favore di Israele;
- informando e facendo lobby per gli ideali del Summit.
Da queste righe potete già intuire perché abbiamo parlato troppo a lungo di questa organizzazione ebraica e della sua festività a metà fra Rotary Club e Quarto Reich: perché qui vedete esposte le idee che i nostri neocon promuovono con conferenze giornali e interventi.
Scoprite qui da dove Giuliano Ferrara trae le sue idee e il suo zelo.
Vi siete mai domandati da dove Renato Pera, notoriamente privo di originalità, trae il suo messaggio sui pericoli che corre la «civiltà cristiana» minacciata dal «relativismo»?
Ecco qui da dove gli vengono inoculate le idee.
Ecco chi fa il suggeritore di neocatecumenali e degli altri cristianisti italioti.

E che dirà Papa Ratzinger?
Anche lui, amico di Pera, parla di «relativismo»: e sì che come frequentatore della filosofia dovrebbe sapere che l'uso di questo termine, a proposito della scristianizzazione della societa', e' perlomeno incompleto, che la vera ragione dell'apostasia generale da Cristo si chiama certamente «relativismo»; ma soprattutto «nichilismo».
Ma fa parte del nichilismo anche il cinico uso politico della religione come «instrumentum regni giudaici»: ecco perché la parola rigorosa non viene troppo usata, ed è sostituita più spesso da quella più debole.
Non siamo riusciti a sapere se Renato Pera abbia partecipato ai vertici del «Jerusalem Summit»: siamo sicuri che vi è stato invitato.
E qualcosa ci dice che può avervi preso parte anche Gianfranco Fini, l'onorevole kippà, magari su presentazione del suo grande amico Michael Leeden, già «persona non grata» in Italia.
Non ne abbiamo le prove: ma forse non è un caso se kippà sia stato nominato, poi, improbabile ministro degli Esteri.
Da quella più alta posizione, può meglio «promuovere le idee del 'Jerusalem Summit'».

Maurizio Blondet

Note
1) Cho claims to have received his call to preach from Jesus Christ Himself, who supposedly appeared to him dressed like a fireman. (Dwight J. Wilson, «Cho, Paul Yonggi», Dictionary of Pentecostal and Charismatic Movements, 161). Cho is well aware of his link to occultism, arguing that if Buddhists and Yoga practitioners can accomplish their objectives through fourth dimensional powers, then Christians should be able to accomplish much more by using the same means. (Paul Yonggi Cho, The Fourth Dimension, volume 1 (South Plainfield, NJ, Bridge Publishing, 1979), 37, 41).
As Cho tells the story of his name change, God showed him that Paul Cho had to die and David Cho was to be resurrected in his place. According to Cho, God Himself came up with his new name. (Paul Yonggi Cho interviewed by C. Peter Wagner, «Yonggi Cho Changes His Name», Charisma & Christian Life, November 1992, 80)
In 1993, doctor Cho, pastor of the world's largest church in Seoul, Korea was conducting a meeting in Seattle, Washington. He was praying for revival in America. «God are you going to send revival to America, or is she destined for judgment?» While he was praying the Lord told him to get a map of America. He did so and the Holy Spirit told him to point his finger at the map. As he did, he felt his finger drawn to the Florida panhandle and to the city of Pensacola. «I am going to send revival to the seaside city of Pensacola and it will spread like a fire until all of America has been consumed by it», said the Lord to doctor Cho. Doctor Cho shared his experience with others and the word predictably spread to many of the pastors in the Pensacola area. Since this prophesy came true, in a certain sense, Cho is not a false prophet. However, if this revival is not of God, then Cho must be receiving messages from another source. (Brownsville Revival web site at: http://www.brownsville-revival.org/choprop.html, with comments by Sandy Simpson)
«You create the presence of Jesus with your mouth ... He is bound by your lips and by your words ... Remember that Christ is depending upon you and your spoken word to release His presence». (Paul Yonggi Cho, The Fourth Dimension, Volume One (So. Plainfield, NJ. Bridge Publishing, 1979), 83). Cho's concept of fourth - dimensional thinking is nothing short of occultism. In his best - selling book «The Fourth Dimension», Cho unveils his departure from historic christian theology and his entry into the world of the occult. Cho lists four steps in his incubation formula: 1) visualize a clear-cut goal or idea in your mind; 2) have a burning desire for your objective; 3) pray until you get the guarantee or assurance from God that what you desire is already yours; 4) speak or confess the end result into existence. (Hank Hanegraaff, Christianity in Crisis, 1993, citing Paul Yonggi Cho, The Fourth Dimension, volume One (So. Plainfield, NJ, Bridge Publishing, 1979), 9 - 35; volume 2, 18-33).



esteri
Bel colpo, Al Qaeda!
Maurizio Blondet
11/11/2005

Mahmoud Abbas assiste ai funerali di 4 autorita' palestinesi, uccise negli attentati di mercoledi'
AMMAN - Nuovi particolari sul sanguinoso attentato di Amman, quello da cui turisti israeliani sono stati salvati in anticipo dal Mossad, che sapeva tutto prima.
«Al Qaeda» e «Al Zarkawi» possono davvero vantarsi di aver fatto un buon lavoro per Israele.
Anzitutto, gli alberghi colpiti sono di proprietà palestinese, e le bombe hanno ucciso quasi tutti palestinesi.
Delle vittime, 17 sono membri di una stessa famiglia o cabila, gli Akhras palestinesi, che celebravano un matrimonio.
Altre vittime: il capo dei servizi segreti palestinesi Bashir Nafeh; l'attaché commerciale palestinese al Cairo; un importante banchiere palestinese; un grosso uomo d'affari di Gerusalemme Est.
E un numero imprecisato di diplomatici palestinesi (1).
Insomma, il fantomatico al Zarkawi ha decapitato una bella parte della classe dirigente palestinese: complimenti.
Non a caso l'Autorità Palestinese ha ordinato le bandiere a mezz'asta e tre giorni di lutto nazionale.
Non basta: sono stati uccisi anche tre diplomatici cinesi, che erano a colloquio con i diplomatici palestinesi.
Si tratta di Sun Jingbo, Zhang Kangping e Pan Wei, tutti quarantenni, tutti alti funzionari del Ministero della Difesa di Pecchino, sezione Affari Esteri.
La delegazione cinese era alloggiata al Day Inn Hotel, e aveva partecipato ad una cena di benvenuto nell'ambasciata cinese in Giordania.
Perché quei delegati cinesi si trovavano lì?
Bisogna sapere che il 17 maggio scorso Mahmoud Abbas, presidente dell'Autorità Palestinese, aveva fatto visita ufficiale a Pechino al presidente Hu Jingtao.
In quell'incontro, a cui parteciparono i ministri degli Esteri delle due nazioni, la Cina e l'Autorità firmarono cinque trattati di cooperazione e di assistenza del povero staterello palestinese: cooperazione «economica, tecnologica e commerciale», 50 milioni di dollari in aiuti vari, e parecchio materiale ospedaliero gratuito.
La cooperazione «tecnologica» doveva avere un aspetto militare: i tre cinesi uccisi stavano evidentemente trattando armamenti da vendere o donare all'Autorità Palestinese, e probabilmente alla Giordania.
Poteva piacere questo accordo a Sharon?
No.
Perciò, non poteva piacere ad Al Zarkawi.
Non poteva piacere ad Al Qaeda (della CIA).
Secondo la sua biografia, Al Zarkawi è un palestinese, nato da profughi rifugiati nella cittadina giordana di Zarka; secondo i suoi familiari a Zarka, il super-terrorista è morto da due anni, e loro ne hanno celebrato il funerale.
Invece Al Zarkawi è vivo e vegeto, come dicono gli americani.
Ancorché imprendibile.
Ma il Mossad sa tutto delle sue mosse: al punto che sapeva in anticipo quello che il terrorista islamico stava per perpetrare ad Amman.
Il palestinese Al Zarkawi ha ritenuto necessario soffocare nel sangue l'accordo militare fra Cina e Palestina: bel colpo.
Un vero amico di Israele.
In questo contesto, acquista un illuminante significato l'allarme che l'ambasciata USA a Pechino ha lanciato da una settimana: attenti, ha avvertito i turisti e viaggiatori americani, perché «il terrorismo islamico» si prepara a colpire in Cina, ed anche ad Hong Kong.
Facendo saltare «alberghi a quattro e cinque stelle» : guarda caso, proprio come sarebbe avvenuto poche ore dopo ad Amman.
Anche la CIA sapeva qualcosa in anticipo.
Da dove aveva saputo di questa imminente minaccia l'Ambasciata USA?
Dalla polizia cinese, ha scritto nel comunicato.
Ma il ministero della Pubblica Sicurezza cinese (cioè la «polizia» citata come fonte dagli americani) ha smentito.
Anzi, in un fax alla CNN, il ministero di Pechino ha definito questo allarme americano «una mistificazione», una «fabbricazione» di «taluni stranieri».
Insomma: Pechino ha denunciato bombe e allarmismi «islamici» come parte della strategia della tensione mondiale in corso, preludio psicologico a qualche grave atto di terrorismo «false flag».
Della stessa opinione è Hanan Hashrawi, parlamentare palestinese: «Al Qaeda sta facendo di tutto per mettere tutti gli arabi contro di sé», ha detto con invidiabile humour.
Altri fanno finta di non capire.
Così Guido Olimpio, l'esperto del Corriere della Sera in terrorismo «islamico», spiega sul suo giornale che questa è la nuova strategia di Al Qaeda, e ne interpreta i motivi, come deve averglieli riferiti il Mossad.
Perché è il Mossad la fonte di tutti gli «esperti di terrorismo» che scrivono o sono intervistati sui «grandi» giornali e dalla «grandi» TV.
Nel '300, c'erano zoologi famosi perché spiegavano quale erba mangia l'unicorno, l'habitat del grifone, il sistema riproduttivo della fenice.
Guido Olimpio è come loro un esperto di zoologia fantastica, e spiega i moventi di un'entità inesistente.
Il terrorismo di marca islamica è solo e tutto israeliano.


esteri
I repubblicani USA: «solo Al Qaeda può salvare Bush»
Maurizio Blondet
12/11/2005

Il congresso del partito repubblicano durante le elezioni del 2004
WASHINGTON - Con i sondaggi che danno Bush in caduta libera, i maggiorenti del partito repubblicano USA temono di perdere le elezioni di medio termine del 2006, e perciò la maggioranza al Congresso.
Il Partito Repubblicano (GOP, «Gran Old Party») ha fatto circolare fra i suoi membri più selezionati un rapporto confidenziale, dove delinea le strategie per il recupero.
Prima strategia suggerita: un nuovo attacco tipo 11 settembre, di marca araba.
Un nuovo mega-attentato, si spiega, può «convalidare» a posteriori «la guerra mondiale al terrorismo».
Inoltre, «in tempi di dolore nazionale» gli americani «si uniscono dietro il loro presidente» (1).
Un bell'attentato di Al Qaeda è proprio quel che ci vuole per «restaurare l'immagine» di Bush come «guida di tutti gli americani».
E' un malcelato invito ad agire, e presto, agli stessi ambienti «musulmani» che l'11 settembre colpirono il World Trade Center e il Pentagono con tecniche ultrasofisticate: tecnologie disponibili al Pentagono e al viceministro Dov Zakheim, israelo-americano, rabbino, e proprietario di una ditta che produce apparati di teleguida per aerei.
Per la verità, il documento riservato del GOP esamina altri scenari capaci di risollevare le sorti di Bush e del partito:
la cattura di Osama Bin Laden, o almeno la prova della sua morte;
un drastico miglioramento dell'economia;
un «esito di successo della guerra in Iraq».
Si noti che il documento nemmeno parla di vittoria, ma di un qualche «esito» che possa essere esaltato come «un successo».
Più precisamente, come ha detto un anonimo insider del Partito, «un esito che consenta a noi di uscirne senza danni»: per esempio, bisognerebbe che la guerra civile in Iraq «non scoppiasse se non dopo le elezioni di medio termine».
I repubblicani, in fondo, non chiedono troppo.
Il «successo» che vogliono non è esagerato.
Ma, data la situazione in Iraq, nemmeno questo limitato «successo» è alla loro portata.
E nemmeno il «drastico miglioramento dell'economia» sembra facilmente conseguibile.
Forse la morte o la cattura di Osama?
Quella sì: si può confezionare a Hollwood un drammatico video che mostri la caduta del super-terrorista.
Ma la cosa presenta dei rischi.
No, lo scenario preferito resta «l'attacco terroristico islamico sul suolo americano», una replica dell'11 settembre: questa sì alla portata della Casa Bianca.
Questo spiegherebbe la vasta strategia della tensione in corso, dai disordini a Parigi («islamici» per gli americani) alle bombe di «Al Qaeda» (Al-Mossad) in Giordania, fino agli annunciati attentati islamici in Cina.
Pare però che alcuni maggiorenti repubblicani abbiano messo in guardia: un nuovo 11 settembre può essere interpretato dall'opinione pubblica USA come il segno che Bush «non ha fatto abbastanza per proteggere il Paese».
Al punto in cui siamo, è evidente che «gli americani non anno più fiducia nel presidente come elemento di unione», e un attentato potrebbe essere controproducente.
Il fatto è che il Grand Old Party è nel panico: ha perduto le votazioni per il governatore della Virginia e del New Jersey, e in California il repubblicano Schwarzenegger è stato sconfitto in una serie di referendum da lui proposti.
In Virginia, l'apparizione di Bush a fianco del governatore uscente, il repubblicano Jerry Kilgore, ha danneggiato il candidato anziché sostenerne le malferme fortune elettorali.
«E' stato Karl Rove», accusa un esponente repubblicano, «a convincere Bush che ha ancora abbastanza popolarità da fare la differenza» nel voto in Virginia: ma l'arma segreta si è rivelata un flop, anzi la bomba è scoppiata fra le mani di chi l'ha tirata.

Il senatore Rick Santorum della Pennsylvania ha detto pubblicamente alla radio che non vuole Bush al suo fianco, e che lui se ne starà alla larga dalla visita che Bush farà nel suo Stato.
Il presidente è ormai un appestato per il suo stesso partito, «radioattivo», dicono i sondaggisti repubblicani.
Il repubblicano Thomas Davis III (parlamentare della Virginia) ha constatato che solo «la nostra base rurale» resta solidamente a favore di Bush, ossia l'«estrema destra» retriva, cristiana e contadina della Bible Belt.
«Ma viviamo in un paese sempre meno rurale, e l'appoggio della base rurale ci fa pagare un alto prezzo».
Il partito non riesce ad attuare una nuova strategia di recupero proprio perché è dominato da questa «estrema destra» arretrata.
Non resta che pregare Al Qaeda.
E chiedere aiuto al Mossad (pardon, ad Al Zarkawi) perché escogiti un mega-attentato che, però, non riveli che «il presidente non ha fatto nulla per proteggere il Paese».
I migliori cervelli di «Al Qaeda» sono sicuramente già all'opera.

Maurizio Blondet

Note
1) Doug Thompson, «GOP memo touts new terror attack as a way to riverse party's decline», Capitol Hill Blue, 10 novembre 2005.


esteri
Israeliani via da Amman prima dell’attentato
Maurizio Blondet
10/11/2005

Uno dei tre alberghi colpiti dagli attentati
AMMAN - Un numero imprecisato di israeliani che alloggiavano al Radisson Hotel di Amman, sono stati evacuati «ore prima» del sanguinoso attentato che ha colpito la capitale della Giordania, uccidendo 57 persone.
Non è una voce cospirazionista.
La fonte è il giornale Haaretz (1).
Le autorità israeliane, spiega il giornale ebraico, sembrano aver avuto «uno specifico allarme» con largo anticipo.
Più largo di quello che indusse il Mossad, nella Londra del 7 luglio, tre minuti prima delle esplosioni nella metropolitana, ad avvisare il ministro israeliano Netanyiahu a non uscire dall’albergo londinese in cui si trovava.
Gli israeliani sembrano sapere tutto sugli attentati arabi e sugli estremisti musulmani; stupisce che non condividano le loro così puntuali informazioni con gli altri Paesi impegnati a debellare il terrorismo islamico.
Se gli israeliani fossero nostri alleati nella lotta mondiale al terrorismo, Al Qaeda da tempo sarebbe stata smantellata.

Nel caso della Giordania, da almeno una settimana il ministero degli Esteri di Israele aveva sconsigliato ai suoi concittadini viaggi d’affari e turistici in Giordania.
Poiché parecchi israeliani non avevano seguito il consiglio, pare di capire da Haaretz, «elementi della sicurezza israeliana» li hanno raggiunti uno per uno negli alberghi e li hanno guidati «sotto scorta del personale di sicurezza israeliano» fino in patria.
I sospettosi potranno chiamare questa un’operazione di «esfiltrazione», grazie alla quale, con i veri e presunti turisti, saranno stati fatti evacuare anche gli autori dell’attentato islamico da militari israeliani.
E con tanti saluti alla «sovranità» giordana, che non ha potuto controllare gli uscenti.
La BBC assicura che l’attentato di Amman, che ha colpito alberghi di lusso frequentati da occidentali (e che distrugge il turismo, unica risorsa della Giordania) reca «l’inequivocabile impronta di Al Qaeda».
Magdi Allam non avrebbe potuto dir meglio.
Naturalmente senza portare alcuna prova; ma aspettiamo la rivendicazione con video hollywoodiano da Al-Zawahiri.
A meno che stavolta non venga opportuno attribuire l’attentato alla Siria.
Fatto è che, secondo William Arkin del Washington Post (2), Donald Rumsfeld ha dato ordine all’USS Central Command (CENTCOM) del Pentagono di «preparare liste aggiornate dei bersagli siriani e accrescere la preparazione per operazioni militari contro Damasco».
Fin qui, nulla di nuovo.
E’ dal 2004 che la DIA (lo spionaggio militare USA), dice Arkin, ha intensificato la raccolta di informazioni di tipo bellico sulla Siria; e il suo «Direttorato dell’Analisi» ha preparato l’ordine di battaglia, ossia la struttura della forza, l’equipaggiamento e il comando necessari per l’attacco.
E il piano comprende la valutazione dei «nodi vulnerabili» siriani, dalle reti elettriche, alle comunicazioni, e l’assassinio del dittatore siriano Assad con la famiglia.

La novità sta nel fatto che la Siria sia passata in prima linea nella lista dei candidati all’aggressione americana, sostituendovi l’Iran.
Per il momento, almeno, Sharon ha smesso di chiedere a una Casa Bianca in difficoltà l’attacco contro l’Iran: tre volte più grande dell’Iraq e con il triplo della popolazione, è un osso troppo duro, e l’opinione pubblica USA è già stufa del pantano iracheno.
La Siria pare preferita perché debole.
«Washington non ha molta fortuna nel debellare la resistena [irachena], allora perché non montare una bella campagna contro la Siria?», dice Josh Landis, ebreo e analista strategico della University of Oklahoma.
Le intenzioni americane su Damasco sono state illustrate chiaramente alla Fox News da William Kristol, neocon e likudnik: «possiamo bombardare le istallazioni militari siriane; oltrepassare i suoi confini per bloccare l’infiltrazione [di guerriglieri arabi che vanno in Iraq, secondo gli USA]; possiamo occupare la città di Abu Kamal nella Siria orientale, a pochi chilometri dal confine, che sembra il centro organizzativo delle attività siriane in Iraq; possiamo sostenere, occultamente o apertamente, l’opposizione siriana…».
In questo contesto, una strategia della tensione ben orchestrata, con sempre nuovi attentati islamici e disordini islamisti qua e là per il mondo, è la preparazione psicologica necessaria: l’opinione pubblica, spaventata dall’intensificazione del terrore, accetterà un attacco alla Siria che promette di «bloccare le infiltrazioni» terroristiche.
E può dare agli USA, finalmente, una facile vittoria, soddisfacente anche per Israele.

Maurizio Blondet


Note
1) Yoav Stern, «Israelis evacuated from Amman hotels hours before bombings», Haaretz, 10 novembre 2005. Come si ricorderà, l’11 settembre a New York, corse la voce che migliaia di ebrei americani che lavoravano al World Trade Center s’erano concessi un giorno di vacanza. Si disse allora che quella era una leggenda metropolitana di stampo antisemita.
2) Arkin non ha potuto scrivere queste informazioni per il Washington Post: le ha postate sul suo blog personale, da cui le ha riprese il sito Prisonplanet («Bush Syrian mass murder campaign inches forward», 9 novembre 2005). Luminoso esempio della libertà si stampa americana.


Usa voleva mettere in Iraq gas nervini
Maurizio Blondet
14/11/2005

Wayne Madsen
WASHINGTON - Valerie Plame è il nome dell’agente della CIA il cui nome è stato fatto filtrare dalla Casa Bianca: un reato, perché la Plame era «operativa sotto copertura».
Lo scandalo ha portato all’incriminazione di Levis «Scooter» Libby e ha rovinato la carriera di Judy Miller, troppo brillante giornalista del New York Times con agganci intimi alla Casa Bianca.
Ma non è tutto.
Ora, Wayne Madsen fornisce particolari allucinanti sul tipo di «operazioni sotto copertura» che Valerie Plame stava conducendo.
Su ordine della CIA (Counter - Proliferation Division) la Plame aveva allestito un’azienda di facciata, la «Brewster Jennings & Associates», che fingendo di trattare di import-export in realtà cercava di penetrare e smantellare le reti internazionali di traffico di armi proibite, specie nucleari, sparite dai mal sorvegliati arsenali ex-sovietici.
Nell’ambito del suo lavoro investigativo la Plame, attraverso i suoi informatori turchi, scoprì e riuscì a intercettare, la spedizione di un carico di gas nervino binario, chiamato VX, dalla Turchia all’Iraq nel novembre 2002.
Ancor peggio: la Plame scoprì che a fare la spedizione erano elementi del governo USA (Pentagono? Dick Cheney?) che volevano seppellire il gas nervino da qualche parte in Iraq per poi «scoprirlo», ed esibirlo come «prova» che Saddam, dopotutto, aveva armi di distruzione di massa.
La Plame insomma era colpevole di aver mandato all’aria un trucco sporco del suo stesso governo. Il che può spiegare la rabbia di Dick Cheney e del suo entourage contro di lei, e la decisione di prenderla di mira e di metterne in pericolo la vita (pare che diversi informatori medio-orientali della «Brewster & Associates» siano stati uccisi, dopo le rivelazioni soffiate dalla Casa Bianca).

Wayne Madsen, che dice di aver avuto queste informazioni da un’anonima fonte della CIA, aggiunge un particolare assai istruttivo: Saddam aveva ricevuto carichi di gas nervino VX dagli USA in più riprese, a cominciare dal 1988 - 89, quando era in guerra con l’Iraq.
Ad occuparsi della fornitura era una ditta fondata nel 1987, il Carlyle Group: ossia la finanziaria che Bush padre, l’ex-presidente, aveva messo in piedi con vari ex ministri del suo governo presidenziale, e che investe soprattutto in industria dell’armamento.
L’anonima fonte ha dato a Madsen altre informazioni: per esempio che ufficiali israeliani operano, o hanno operato, al Comando Centrale americano di Baghdad.
La loro presenza a Baghdad veniva tenuta accuratamente segreta.
Gli israeliani erano impiegati nell’ufficio J2X, ossia nell’ufficio di Collegamento congiunto Intelligence: evidentemente a guidare gli «interrogatori» (torture) ad Abu Ghraib.

Maurizio Blondet


Guida l’Iran una società segreta?
Maurizio Blondet
08/11/2005

Mahmud Ahmadinejad
TEHERAN - Con l’elezione in Iran dell’ex sindaco di Teheran Mahmud Ahmadinejad, nella repubblica islamica ha preso il potere una società segreta sciita, la Hujjatiya.
Così almeno sostengono i servizi di spionaggio sauditi, che sembrano molto allarmati di questa scoperta, al punto da aver messo a punto delle misure di sicurezza preventiva molto rigide per evitare infiltrazioni nel regno saudita, che è massicciamente sunnita.
La Hujjatiya è un gruppo religioso che si era formato nella clandestinità nel 1953, per sfuggire alla sorveglianza dello Scià.
Derivato da una corrente chiamata Mehdawi (il nome fa riferimento al dodicesimo imam, «l’imam nascosto» della Scià, di cui si attende il ritorno), la Hujjatiya professa una dottrina insieme gnostica, fatalista e determinista: sicché ad esempio rifiuta l’idea coranica di retribuzione divina delle azioni, poiché ogni azione umana è necessariamente determinata e dunque non implica né scelta, né colpa, né merito.
In odio ai Pahlavi, la società segreta non si è opposta, se non ha favorito, all’avvento al potere dell’ayatollah Khomeini, che quando è tornato dal suo esilio a Parigi ha tenuto i suoi primi incendiari discorsi nella madrassa della Hujjatiya a Qom.
Ma in seguito Khomeini l’ha combattuta.
E una sorta di armistizio tra Khomeini e il gruppo segreto si è stabilito solo durante la guerra con l’Iraq di Saddam.
Ma dalla morte di Khomeini (1989) la Hujjatiya pare abbia rafforzato e consolidato la sua rete, sia nella piccola borghesia del bazar di Teheran, sia nelle scuole religiose di Qom e Mashad: qui vive la sua guida religiosa, l’ayatollah Muhammad Mesbah al-Yazdi.
Secondo i servizi sauditi, della società farebbe parte Ahmadinejad, ma non da solo.
Anche il ministro del controspionaggio Gholam Hossein Mohseni Ejehi ne sarebbe un adepto; e così il ministro della Difesa Mohammed Mostafa Najar e quello degli Esteri, Manucher Motaki.

I pasdaran (guardie della rivoluzione) sarebbero egemonizzati dalla società segreta, come la Vavak (la polizia segreta islamica, gemella della Savak dello Scià).
Lo stesso Ali Khamenei, l’ayatollah supremo successore di Khomeini, sarebbe «ostaggio» di questo movimento.
E la società segreta avrebbe avocato a sé la questione del nucleare iraniano, con la sostituzione al posto di segretario della sicurezza nazionale del diplomatico Hassan Rohani con l’adepto Ali Lariani.
Se l’ipotesi è fondata, getta una luce anche più significativa sul recente discorso di Ahmadinejad (passato sui media come «cancellare Israele dalla carta geografica»): Ahmadinejad si è riferito alle «profezie» avveratesi di Khomeini (la caduta dell’URSS, di Saddam e dello Scià) per invitare alla ferma fede-deterministica nel prossimo avverarsi dell’altra, «un mondo senza l’America e senza il sionismo».

Maurizio Blondet

(Fonte: Intelligence online, n. 509).



esteri
«Scomparsi» testimoni delle torture USA
Maurizio Blondet
07/11/2005

La sicurezza e' stata aumentata al carcere di Bagram in seguito alla «fuga» di Omar Al-Farouq
AFGHANISTAN - Omar Al-Farouq è stato arrestato in Indonesia nell'estate del 2002 e consegnato agli americani: che lo hanno subito etichettato come «il braccio destro di Osama bin Laden» e uno dei massimi dirigenti di Al Qaeda.
Il fatto è che Omar Al-Farouq, deportato e detenuto nella base americana di Bagram in Afghanistan, era stato torturato.
Quando è scoppiato lo scandalo degli abusi e maltrattamenti nei luoghi di detenzione americani, Omar si è fatto avanti come testimone, pronto a deporre contro il soldato che lo aveva angariato (sergente Alan J. Driver), e probabilmente contro altri abusi cui aveva assistito.
La sua testimonianza era molto attesa.
Ma alla vigilia della deposizione, Omar è «evaso».
Dal carcere di massima sicurezza in cui era rinchiuso.
Quando l'avvocato del sergente accusato da Omar ha chiesto al comando americano assicurazioni sul fatto che Omar fosse ancora sotto custodia, è risultato che i carcerieri americani avevano perso le tracce del testimone: e dal 10 luglio scorso.
Evidentemente, Omar era stato da tempo declassato da «braccio destro di Osama», soggetto a sorveglianza continua, ad anonima scartina del terrorismo globale, trascurabile al punto di perderne le tracce.
Secondo il procuratore militare capitano John B. Parker, Omar Al-Farouq è evaso con tre altri detenuti a Bagram e non si riesce a trovare.
«Se lo troveremo lo renderemo disponibile per il processo», ha detto il capitano-procuratore.
Stranamente, anche gli altri tre evasi erano, come Omar, testimoni pronti a deporre contro i militari americani.
I soli quattro personaggi che mai siano riusciti a scappare dal carcere di massima sicurezza sotto controllo militare; e per coincidenza, sono quattro testimoni d'accusa.
Che dire?
C'è solo da sperare che i quattro testimoni non siano sepolti sotto qualche cumulo di pietre afgane.
Che siano stati fatti «sparire» con un trasferimento in qualche altro carcere del gulag che il Pentagono e la CIA hanno rimesso in funzione nei Paesi dell'est ex comunista ora loro alleati nella lotta al terrorismo globale, Polonia e Romania.

Ecco i vantaggi di un Gulag segreto, i cui registri dei prigionieri (se pure esistono) non sono pubblici, dove i detenuti non hanno diritti, né accesso ad avvocati o alla Croce Rossa.
Detenuti scomodi possono «sparire» con facilità, in queste condizioni.
Il compagno Beria non lo sapeva, ma stava già lavorando per gli americani (1).

Maurizio Blondet


Note
1) «Iraq prisoner abuse witnesses 'disappear' in US custody», The Insider, 3 novembre 2005.

Forse non tutti sanno che....
1. L'80% di tutti i voti americani sono stati elaborati solo da due aziende: Diebold e ES&S.
http://www.onlinejournal.com/evoting/042804Landes/042804landes.html
http://en.wikipedia.org/wiki/Diebold
2. Non esiste un'agenzia federale che abbia autorità di supervisione o vigilanza sull'industria dei sistemi di votazione.
http://www.commondreams.org/views02/0916-04.htm
http://www.onlinejournal.com/evoting/042804Landes/042804landes.html
3. Il vice presidente della Diebold e il presidente della ES&S sono fratelli
http://www.americanfreepress.net/html/private_company.html http://www.onlinejournal.com/evoting/042804Landes/042804landes.html
4. Il chairman e CEO della Diebold è uno dei maggiori sponsor e organizzatori della campagna a favore di Bush e nel 2003 ha scritto che si era "impegnato ad aiutare l'Ohio a portare i suoi voti elettorali al presidente per il prossimo anno."
http://www.cbsnews.com/stories/2004/07/28/sunday/main632436.shtml
http://www.wishtv.com/Global/story.asp?S=1647886
5. Il Senatore Repubblicano Chuck Hagel è stato chairman della ES&S. I voti con cui è divenuto Senatore sono stati contati da macchine della ES&S.
http://www.motherjones.com/commentary/columns/2004/03/03_200.html
http://www.onlinejournal.com/evoting/031004Fitrakis/031004fitrakis.html
6. Il Senatore Repubblicano Chuck Hagel, il cui collegamento con la famiglia Bush è di lunga data, è stato recentemente ripreso dal Comitato Etico del Senato per avere mentito a riguardo dei suoi trascorsi nella ES&S.
http://www.blackboxvoting.com/modules.php?name=News&file=article&sid=26
http://www.hillnews.com/news/012903/hagel.aspx
http://www.onlisareinsradar.com/archives/000896.php)
7. Il Senatore Chuck Hagel figurava in una lista ristretta di candidati alla vicepresidenza di George W. Bush.
http://www.businessweek.com/2000/00_28/b3689130.htm
http://theindependent.com/stories/052700/new_hagel27.html
8. La ES &S è la maggiore azienda americana di macchinette per votare e le sue macchinette scrutinano quasi il 60% di tutti i voti.
http://www.essvote.com/HTML/about/about.html
http://www.onlinejournal.com/evoting/042804Landes/042804landes.html
9. Le nuove macchientte con touch screen della Diebold non creano documentazione cartacea di nessun voto. Detto altrimenti, non c'è maniera di controllare se le scelte registrate dalla macchina siano le stesse che sono state espresse dai votanti.
http://www.commondreams.org/views04/0225-05.htm
http://www.itworld.com/Tech/2987/041020evotestates/pfindex.html
10. La Diebold costruisce anche le ATM, lettori ottici e biglietterie automatiche, ognuna delle quali registrano ogni transazione e possono generare un registro cartaceo.
http://www.commondreams.org/views04/0225-05.htm
http://www.diebold.com/solutions/default.htm
11. La Diebold ha sede in Ohio.
http://www.diebold.com/aboutus/ataglance/default.htm
12. La Diebold ha impiegato 5 pregiudicati condannati quali consulenti e sviluppatori come aiuto per scrivere il codice del programma che conteggia il 50% dei voti in 30 stati.
http://www.wired.com/news/evote/0,2645,61640,00.html
http://portland.indymedia.org/en/2004/10/301469.shtml
13. Jeff Dean era Senior Vice-President della Global Election Systems quando si trasferì alla Diebold. Sebbene fosse stato condannato per 23 capi d'imputazione connessi a furto in primo grado, Jeff Dean fu utilizzato come consulente alla Diebold ed è stato il principale responsabile della programmazione del software di ricognizione ottica ora in uso in quasi tutti gli Stati Uniti.
http://www.scoop.co.nz/mason/stories/HL0312/S00191.htm
http://www.chuckherrin.com/HackthevoteFAQ.htm#how
http://www.blackboxvoting.org/bbv_chapter-8.pdf
14. Il consulente della Diebold, Jeff Dean, è stato condannato per l'uso di back doors nei suoi programmi e per l'uso di “alto livello di sofisticazione” per sviare le ricerche, durante un periodo di due anni.
http://www.chuckherrin.com/HackthevoteFAQ.htm#how
http://www.blackboxvoting.org/bbv_chapter-8.pdf
15. Nessun osservatore internazionale è stato ammesso ai seggi elettorali dell'Ohio.
http://www.globalexchange.org/update/press/2638.html
http://www.enquirer.com/editions/2004/10/26/loc_elexoh.html
16. La California ha bandito l'uso delle macchinette Diebold per questioni di sicurezza. Di fronte alle affermazioni della Diebold che i log di controllo non potevano essere violati, è riuscito a farlo uno scimpanzè! (Per vederne il film fare click qui http://blackboxvoting.org/baxter/baxterVPR.mov.)
http://wired.com/news/evote/0,2645,63298,00.html
http://www.msnbc.msn.com/id/4874190
17. Il 30% di tutti i voti degli Stati Uniti vengono espressi tramite touch screen non controllabili e senza registro cartaceo.
http://www.cbsnews.com/stories/2004/07/28/sunday/main632436.shtml
18. Tutti – non alcuni -- ma tutti gli errori dei sistemi di votazione scoperti e denunciati in Florida erano a favore di Bush o dei candidati Repubblicani..
http://www.wired.com/news/evote/0,2645,65757,00.html
http://www.yuricareport.com/ElectionAftermath04/ThreeResearchStudiesBushIsOut.htm
http://www.rise4news.net/extravotes.html
http://www.ilcaonline.org/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=950
http://www.scoop.co.nz/mason/stories/HL0411/S00227.htm
19. Il governatore dello stato della Florida, Jeb Bush, è il fratello del Presidente.
http://www.tallahassee.com/mld/tallahassee/news/local/7628725.htm
http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/articles/A10544-2004Oct29.html
20. Seri brogli elettorali in Florida – ancora sempre a favore di Bush – sono stati matematicamente dimostrati ed esperti hanno raccomandato ulteriori investigazioni.
http://www.yuricareport.com/ElectionAftermath04/ThreeResearchStudiesBushIsOut.htm
http://www.computerworld.com/governmenttopics/government/policy/story/0,10801,97614,00.html
http://www.americanfreepress.net/html/tens_of_thousands.html
http://www.commondreams.org/headlines04/1106-30.htm
http://www.consortiumnews.com/2004/110904.html
http://uscountvotes.org/
NOTA: Copiate questa lista e distribuitela liberamente!
CHE I FATTI SIANO CONOSCIUTI! Grazie!


Iraq: fosforo bianco su obiettivi umani a Falluja,
conferme da una rivista dell'esercito Usa
http://www.rainews24.rai.it/ran24/inchiesta/fosforo.asp
Il fosforo bianco è stato usato durante la battaglia di Fallujah contro obiettivi umani. Dopo l'inchiesta di Rainews 24, questa volta ad affermarlo è una rivista specializzata dell'esercito americano, 'Field Artillery'.
Le munizioni al fosforo bianco, definite efficaci e versatili, sono state usate a Fallujah negli attacchi soprannominati 'shake and bake', letteralmente 'scuoti e cuoci' un’espressione comune in America per i polli da infilare nel forno. Munizioni dall’alto impatto psicologico contro gli insorgenti in trincea, usate quando le armi tradizionali non facevano effetto.
Lo scrive, con grande precisione e dovizia di particolari, il numero di marzo – aprile 2005 di 'Field artillery', la rivista ufficiale dell’artiglieria americana con sede in Oklaoma. Gli autori del memorandum for record, un atto ufficiale, pubblicato sotto forma di articolo, sono il capitano James Cobb, il tenente colonnello Cristoper la Court , e il sergente Higt. L’editore della rivista è l’esercito degli Stati Uniti.
I tre militari hanno partecipato con aeronautica e marines alla battaglia di Fallujah tra l’8 novembre e il 20 novembre 2004, quella raccontata dall’inchiesta di Sigfrido Ranucci per Rainews24.
La battaglia di Falluja viene definita la più feroce condotta dai marines in un centro urbano dopo quella di Hue in Vietnam, nel 1968.
Il fosforo bianco è stato dunque usato si come cortina fumogena, ma anche contro obiettivi umani come si scrive nel rapporto, quale potente arma psicologica. I tre relatori scrivono anche che si rammaricano di aver sprecato il fosforo migliore come fumogeno, quando sarebbe stato meglio, scrivono, conservarlo per le missioni letali.
Anche l'"Infantry Magazine", un’altra rivista militare, aveva pubblicato una storia sull'uso di proiettili al fosforo bianco da parte delle forze speciali contro la Guardia repubblicana di Saddam Hussein nei dintorni della città curda di Erbil, nell'aprile del 2003:"Gli iracheni cercarono di fuggire, ma furono bloccati, dal fuoco del fosforo bianco. E ancora quando cercavano di fuggire nuovamente, proiettili di fosforo hanno colpito il veicolo e lo hanno incendiato", si legge sulla rivista.
Gli Usa hanno sempre negato di aver usato il fosforo bianco contro obiettivi umani, ma anche il Dipartimento di Stato americano ha corretto la pagina del proprio sito internet dopo le smentite ufficiali: “Abbiamo appreso - è scritto - che alcune delle nostre informazioni non erano corrette".



politica
Pericolo Malpensa: la security è israeliana
Maurizio Blondet
16/11/2005

Arrivo all'aeroporto di Malpensa
MILANO - Sere fa, un nostro lettore ha chiacchierato con un giovanotto (italiano) che è impiegato alla «security» presso l'aeroporto milanese di Malpensa.
Uno di quelli che controllano i passeggeri all'imbarco, al bisogno li frugano e ispezionano i bagagli.
Una guardia giurata? «No», ha risposto il giovane: «Siamo dipendenti di un'azienda privata a cui è stata appaltata la sicurezza dei due aeroporti [dunque anche Linate]. Azienda israeliana».
Poi il giovanotto si è dilungato con piacere sull'addestramento che con i suoi colleghi, ha detto, ha ricevuto da «agenti del Mossad».
I nomi di tutti coloro che s'imbarcano vengono controllati e confrontati a «un database».
Se spunta un nome «non gradito», il palmare in dotazione, in collegamento permanente coi computer centrali, dà l'allarme.
Gli addetti sono invitati ad affidarsi al loro «bad feeling», il loro naso.
Se il naso segnala qualcosa, il povero passeggero è portato in una stanza, spogliato completamente e sottoposto ad ispezione corporale.
E tutto ciò, nota giudizioso il lettore, non fatto da poliziotti di Stato, ma da dipendenti privati in appalto: con tanti saluti alla nostra privacy.
E il database?
Si domanda il lettore: è stato fornito agli israeliani dal nostro Ministero dell'Interno?
In quel caso, a un governo straniero, con ovvii agganci col Mossad, è stato consegnato un elenco riservato.
E in ogni caso, nessun italiano può ormai volare da Milano a Roma se non è gradito agli israeliani.
Ma il fatto più allarmante è il nome della ditta: «International Consultants on Targeted Security», ICTS.
Ma non è la ditta, si domanda il lettore, che si stava occupando della sorveglianza, il fatale 11 settembre, del Boston Logan Airport, e lasciò passare i 19 presunti kamikaze-piloti arabi?
E' la stessa azienda che «sorvegliava», si fa per dire, anche l'aeroporto Liberty di Newark e il Dulles di Washington, da cui partirono gli altri tre aerei, coi cosiddetti «terroristi» a bordo.
Ed è la stessa identica ICTS che ha l'appalto della sorveglianza del De Gaulle di Parigi; e che l'aveva anche il giorno in cui lasciò passare il «terrorista» Richard Reid, quello con la scarpa esplosiva (un bricoleur, inglese ma «islamico» fai-da-te, e squilibrato: nulla in comune con gli splendidi piloti suicidi dell'11 settembre).
Un'azienda di rara inefficienza, a cui governi «amici» di Israele continuano a garantire grassi contratti.
O forse, invece, l'azienda più efficiente nel suo campo, manovrare terrorismo e strategia della tensione aerea?
Un ingranaggio necessario nelle stragi di Stato da attribuire a «terroristi islamici»?
Il sospetto è forte.
La ICTS è registrata in Olanda, ma tutta la sua dirigenza è israeliana (1).
Il suo capo è Ezra Harel, un nome famoso nel Mossad, o meglio lo era.
Perché dal novembre 2003, l'amico Harel risulta «deceduto» per infarto - sulla cinquantina - mentre navigava sul suo yacht al largo della Palestina.
Secondo la Reuters (2), Harel era un miliardario sospetto: messo in galera e rilasciato su cauzione dalla giustizia israeliana per imbrogli e malversazioni, insieme al socio Menachem Atzmom, anche lui direttore della ICTS.
Strano che il nostro ministro dell'Interno appalti un incarico così delicato a una ditta, i cui due presidenti sono dei pregiudicati.
L'amore per Israele è cieco.

Del resto, la morte dell'amico Harel è stata provvidenziale: non può essere chiamato a deporre, caso mai si aprisse un'inchiesta vera sull'11 settembre.
Perché non si sa mai.
Tant'è che uno dei primi decreti emanati da Bush dopo la strage del World Trade Center, il «Patriot Act», contiene fra le pieghe di articoli e commi un codicillo che intima: «aziende di sicurezza estere sono immuni da denunce e querele conseguenti ai fatti dell'11 settembre».
Il codicillo è pensato apposta per la ICTS: vieta ai familiari delle vittime dell'11 settembre di chiamare in giudizio la ditta per inadempienza o negligenza, magari anche solo per chiederle di risarcire i danni.
Nonostante questo, alla Corte federale di New York, distretto Sud, pende una querela collettiva contro vari imputati, fra cui la ICTS.
Il «decesso» di Ezra Harel è, come si capisce, una protezione aggiuntiva.
Siamo sicuri che l'amico è vivo e vegeto (ci fa piacere per lui), solo ha dovuto cambiare identità e passaporto.
Non è difficile, per il Mossad.

Così il defunto Ezra Harel non deve spiegare come mai, ad esempio, non si sono mai visti i video registrati che mostravano tutti i passeggeri imbarcati sui fatali aerei dell'11 settembre.
Nemmeno uno.
Quello che viene continuamente mostrato è il video che mostra un paio di «terroristi suicidi» (uno dei due è Mohammed Atta) che passa al check-point del Portland Maine International airoport, giusto in tempo per saltare sulla coincidenza che lo porterà al Boston Logan, da cui - ci assicura la versione ufficiale - partiranno per il folle volo.
Ma come mai c'è il video del Portland Maine, e non quello del Boston Logan?
Si è visto anche un altro video, diramato ai media da una ditta di avvocati (la Motley Rice LLC del South Carolina), che mostrava due giovani arabi al Boston Logan; ma poi è stato ritirato.
Due cose lo rendevano un evidente falso.
Il video di sorveglianza mancava dell'ora e della data sovrimpressa (anche quello del Maine Portland ha questa strana lacuna); e la telecamera che ha ripreso dispone di una mobilità stupefacente per una Tv di sorveglianza: zooma sui due arabi, poi li segue col suo sguardo elettronico.
Come fosse manovrata da un vero regista, intenzionato a concentrare la nostra attenzione su quei due.
Inutile ricordare che dei 19 terroristi arabi subito denunciati dall'FBI come autori del mega-attentato, nove sono risultati vivi e ignari: piloti di linee aeere arabe o maghrebine, studenti che avevano denunciato il furto o lo smarrimento del passaporto, e così via.
Alla fine l'FBI ha ammesso che «nessuna» delle 19 identità è sicura.
Anche se i grandi media continuano a parlarci di Mohamed Atta & Co.
Aggiungiamo un altro particolare a memoria: anche la scuola di volo di Venice, Florida, dove Atta e i suoi hanno imparato a pilotare (male i Cessa, non i Boeing 707), era gestita da due «olandesi». Veri olandesi, stavolta, e coinvolti in strani incidenti di volo dopo l'11 settembre.
Insomma, questo è il background professionale della ditta a cui è stata affidata la sicurezza dei due aeroporti di Milano, e probabilmente anche di Roma Fiumicino.
E' la ditta israeliana che ci scheda ogni volta che prendiamo un aereo.
E che deciderà, quando verrà il giorno, se un aereo italiano carico di passeggeri dovrà cadere, sequestrato e lanciato contro qualche torre da terroristi islamici.
Siamo in mano loro, del Mossad e dei suoi assassini già coinvolti nell'11 settembre.
E a metterci nelle loro mani, è il nostro governo.
Se accadrà la tragedia, ricordiamocelo.

Maurizio Blondet


L'UE: vertice segreto modello Bilderberg
Maurizio Blondet
26/10/2005

Tony Blair e Josè Manuel Barroso
INGHILTERRA - Tony Blair, presidente di turno della UE, ha convocato per giovedì 27 ottobre uno strano vertice dei 24 primi ministri europei: niente delegazioni in appoggio, niente dichiarazioni scritte finali, e soprattutto niente giornalisti.
Anche la sede non sarà quella solita a Bruxelles, ma chiusa nel castello inglese di Hampton Court.
La riunione sarà informale, ha assicurato Blair, e il dibattito - ironia - «genuinamente aperto»: insomma, sarà una riunione sul modello di quelle tenute dai gruppi occulti dei poteri forti mondialisti, come il gruppo Bilderberg e la Trilateral.
Anche quelli «informali», e anche quelli «genuinamente aperti», s'intende al dibattito dei partecipanti selezionati.
E' la tipica scusa ufficiale del Bilderberg: proprio per consentire la più ampia libertà di discussione dei suoi membri, si tiene lontana la stampa.
Da mezzo secolo

Il tema del vertice occulto, «le sfide della globalizzazione».
Ma nessuna «discussione dettagliata», precisa Blair nella lettera d'invito, e nessuna decisione (almeno dichiarata).
Oltretutto, una riunione troppo rapida - un solo giorno dalle 10 alle 18 - per non suscitare i peggiori sospetti.
A cosa mira Blair?
Come facevano una volta i cremlinologi, gli analisti sono costretti a tirare a indovinare il significato di questa prima riunione segreta dell'Unione Europea.
Si tende a ritenere che Blair voglia fare una pausa, perché la sua presidenza europea, non particolarmente brillante, avrebbe subito anche notevoli rovesci: non è riuscito a togliere fondi alla politica agricola europea per passarli, secondo il dogma del liberismo globalista, alla «competitività» e alla «ricerca».

Un frasario sotto cui si nascondono le intenzioni del verbo globalista, di cui Blair è il lobbysta in Europa: più «flessibilità» dei salari, smantellamento dei sistemi sociali in nome della competitività, per avvicinare paghe e pensioni europee al livello cinese.
A luglio, il no della Francia (a cui si è affiancata la Germania di Schroeder) ha per ora bloccato il progetto, anzi Blair si è trovato sotto accusa da parte di Parigi: perché la Gran Bretagna non paga le costose spese della UE come tutti gli altri?
Perché continua a pagare meno di tutti dal 1984?
Ma la tesi della «pausa» non regge.
Blair ha ottenuto un «successo» enorme, contro la volontà dei popoli europei: il sì all'entrata della Turchia, con vistose pressioni americane (Condoleezza Rice ha telefonato di persona all'Austria, la più ostile ai turchi).
E ora, evidentemente, pensa di strappare in segreto quello che i capi di governo, soggetti alle loro opinioni pubbliche, non possono concedere apertamente.
In questo intento, Blair avrà come complice Barroso, l'uomo scelto come commissario-capo europeo dalla…Casa Bianca.
Barroso, per tener buona la Francia, ha promesso ritocchi minimi alla politica agricola, ma intanto ha già proposto di dedicare il 60% dei fondi strutturali alla «competitività», che abbiamo visto cosa significa.
E ha ridotto il fondo UE contro i contraccolpi della globalizzazione (destinato ad esempio ai lavoratori del tessile, disastrati dalla concorrenza cinese) da 7 a 3,5 miliardi di euro.
Insomma Blair e Barroso hanno programmato un gioco delle parti.
Se riusciranno, a novembre quel che si decide in segreto ad Hampton Court diventerà norma europea.
C'è solo da sperare che Parigi e Berlino, nel primo vertice occulto europeo, tengano ferme le loro posizioni.
Specie Schroeder.
Londra e Washington speravano che gli elettori li liberassero dal tedesco, scegliendo la Merkel.
Invece Schroeder è ancora lì, ministro degli Esteri del governo di coalizione.
E sull'Europa «modello Bilderberg» (e Blair) ha espresso un parere deciso in una intervista del 20 ottobre a Die Zeit: «l'ampliamento eccessivo delle competenze dell'Europa mette sempre più in discussione l'integrità degli Stati membri», ha detto, «e non c'è niente che faccia infuriare i cittadini più del sospetto di una sottrazione strisciante di sovranità».
Schroeder ha difeso lo Stato sociale europeo: «la gente è pronta a impegnarsi in prima persona nell'iniziativa privata, ma non vuole lo smantellamento completo dello Stato sociale. Ricordiamoci quel che è successo a New Orleans, Gli europei non vogliono e non possono privatizzare i rischi della propria vita in assoluto. Vogliono uno Stato che si occupa non solo di tenerli in riga, ma capace di stare al loro fianco».
E poiché abbiamo accennato al gruppo Bilderberg, i cui metodi Blair adotta per la guida dell'UE, sarà bene ricordare che probabilmente il Bilderberg (quello vero) ha già dettato l'agenda di Blair nella sua ultima riunione, 5-8 maggio 2005 in Baviera. Come al solito, evento tenutosi in un grande albergo (stavolta il Dorint Sofitel di Rottaci-Egern); con guardie armate, e senza stampa al seguito.
O meglio, giornalisti ce n'erano, a maggio: come invitati selezionati, direttori di grandi giornali.
Che come al solito da mezzo secolo, su quel che il Bilderberg ha discusso e deciso non hanno scritto una riga sui loro fogli.

C'era Nicolas Beytut, direttore del Figaro.
C'era Oscar Bronner, direttore ed editore di Der Standard.
Donald Graham, direttore del Washington Post.
Mathias Nass, direttore di Die Zeit.
Norman Pearlstine, redattore capo del Time.
Cuneyt Ulsevere, editorialista del turco Hurryet.
Martin Wolf, del Financial Times.
John Vinocur, super - inviato dell'Herald Tribune.
Fareed Zakaria, direttore di Newsweek.
Klaus Zumwinkel, direttore del Deutche Post.
E un paio di giornalisti d'alto bordo di Economist, John Miclethwait e Adrian Wooldridge.
Questi ultimi due hanno fatto addirittura da segretari della riunione segreta.
Non giornalisti, ma maggiordomi dei poteri forti.

Il Bilderberg è nato come gruppo «atlantico», per radunare banchieri, grandi imprenditori e poteri forti euro-americani a favore della NATO.
Invece, fatto istruttivo, vi erano fortemente rappresentati israeliani e israeliti del genere più estremista.
Ed erano i più aggressivi anche verbalmente.
C'era William Luti, il vice di Rumsfeld al Pentagono per il Medio Oriente (il responsabile dei rapporti con Israele, in USA, è sempre un ebreo).
Non mancava il mestatore internazionale Michael Leeden, delegato per il gruppo di pressione ebraico-americano «American Enterprise» (quello che più ha premuto per la guerra a Saddam), il quale ha tuonato contro la Cina, colpevole di non rivalutare la sua moneta, e che così metteva in pericolo l'economia mondiale.
Anatoly Sharansky, già ministro israeliano per la Diaspora, ha pontificato categoricamente che l'asse USA-Israele-Turchia era il contrappeso necessario e naturale al fantomatico asse Mosca-Pechino-Teheran.
Ricard Perle, il capo della cricca neocon ebraica annidata al Pentagono, ha polemizzato aspramente con Richard Haas, presidente del Council on Foreign Relations (CFR) il quale si era detto contrario a un intervento contro l'Iran degli USA.
A rincalzo di Perle, l'ebrea Heather Munro-Blum, della McGill University (Quebec) ha chiesto retoricamente: che farete voi se l'Iran si dota di bomba atomica?
(Haas ha replicato: gli USA dovranno riconoscere a Teheran lo stesso status internazionale che riconoscono al Pakistan e all'India, potenze nucleari che la Casa Bianca non minaccia di aggredire).
Come il vertice indetto da Blair, anche il Bilderberg - come si vede - ha trattato «le sfide della globalizzazione»: a suo modo, e con un'agenda dominata dalla volontà israeliana di liquidare tutti i nemici potenziali, vicini e lontani, di Israele.
E infatti gli israeliani, appoggiati da inglesi e americani, hanno sventato un pericolo: la possibilità che il Nobel per la pace venisse assegnato a Mordechai Vanunu, l'israeliano che ha trascorso 18 anni nelle galere israeliane per aver rivelato al mondo l'esistenza dell'arsenale nucleare di Israele.
Un Nobel a Vanunu avrebbe lo sgradevole effetto di accendere i riflettori sulle armi atomiche israeliane, e proprio ora che USA e Israele minacciano azioni militari contro l'impianto nucleare di Teheran.
Come risulta infatti, è il Bilderberg che, fra l'altro, «assegna» i Nobel.
Un forte settore (anglo-ebraico) proponeva, senza ridere, di assegnare il Nobel per la pace a George Bush; un altro, in polemica, lo voleva dare ad Hans Blix, l'ispettore ONU noto per aver negato tenacemente (a ragione) che Saddam disponesse di armi di distruzione di massa.
Alla fine è stata presa una decisione di compromesso: il Nobel vada a El Baradei, direttore della Agenzia Atomica Internazionale, l'uomo che Bush voleva liquidare da quella carica perché El Baradei è troppo tenero con l'Iran.
Era presente Geir Lundestad, membro del comitato per il Nobel per la pace: ha preso nota ed è andato a riferire agli obbedienti selezionatori scandinavi gli ordini dei Bilderberg.
Esauditi i desideri di Israele, i Bilderberg hanno sistemato il problema petrolifero. Tutti si sono trovati d'accordo nel ritenere che il ritorno del greggio ai prezzi bassi di due anni fa non è bene per il business.
Il ribasso farebbe scoppiare la bolla del debito americano.
Martin Feldstein (ebreo e capo del National Bureau of Economic Research), spalleggiato dai britannici, ha sancito che il petrolio deve restare sopra 50 dollari a barile, e anzi salire ancora di più, perché petrolio caro significa un aumenta della moneta circolante. Unica ombra in questo bel programma: ad avvantaggiarsi del greggio caro sarebbero stati la Russia, e l'Iran.
Hanno parlato della concorrenza cinese ai tessili europei, ed hanno deciso che va bene così.
Hanno parlato della Germania: Schroeder non va ai Bilderberg, così si sono concertati su come migliorare l'immagine di Angela Merkel, la liberista che hanno deciso dovrà sostituire il socialdemocratico.
Non gli è andata bene, perché l'elettorato ha quasi bocciato la Merkel.
I Bilderberg faranno in modo che d'ora in poi, l'opinione pubblica europea sia messa da parte.
Il «vertice» a porte chiuse convocato da Blair è evidentemente il primo passo in questa direzione.

Maurizio Blondet
(Fonte: Daniel Estulin, onlinejournal.com


L'Europa delle lobby sempre piu' potente
Maurizio Blondet
31/10/2005

L' eurodeputato tedesco Elmar Brok
BRUXELLES - Qualche anno fa, la lobby farmaceutica fece passare al Parlamento Europeo una legge che consentiva alle ditte di brevettare i geni e le mutazioni genetiche provocate sperimentalmente.
Contro questo progetto, lobby animaliste verdi (fra cui Greenpeace) si unirono a lobby religiose, distribuendo a Bruxelles volantini che dicevano: «non si brevetta la vita».
Allora l'industria farmaceutica si rivolse a Paul Adamson, super-esperto lobbista britannico.
Ecco la contromossa: Adamson assoldò 30 malati terminali in sedia a rotelle, li convinse che la «scienza», grazie ai brevetti sui geni, stava per guarire le loro malattie incurabili, e li portò davanti al Parlamento.
In sedia a rotelle.
I poveretti indossavano magliette gialle con la scritta: «malati per la vita» e «niente brevetti, niente cure».
I malati in carrozzella gridavano debolmente ai parlamentari che entravano nel palazzo, invitandoli a votare sì.
E così la legge voluta dalle farmaceutiche è passata, con 432 voti contro 78, nel maggio 1998 (1).
Questi sono i metodi della politica nella UE, tanto lontana dai cittadini quanto vicina - e devotamente attenta - alle lobby.
A Bruxelles sono aperti gli uffici di 1400 lobby per ogni genere d'interesse: dalla lobby gay quella farmaceutica, da quella delle industrie alimentari a quella dei fautori della libera droga.
Gruppi d'interesse a volte minimi, avulsi dalle preoccupazioni della popolazione in generale, che hanno fatto passare di tutto: dal divieto di vendere mele sotto un certo calibro ad esenzioni fiscali per particolari business, dal diritto di definire «cioccolato» un materiale fatto non con burro di cacao ma con grasso di jojoba (componente della cera da pavimenti), fino alla «raccomandazione» del Consiglio d'Europa ai Paesi membri di accettare le «nozze» fra finocchi; massonerie di ogni genere, poteri forti e poteri occulti, hanno assunto 15mila lobbisti per far adottare dalla UE i loro progetti e i loro diktat.
Che poi ricadono su ogni cittadini europeo, dato che le direttive UE devono essere accettate dagli Stati membri.

I 15mila lobbisti avvicinano i membri del Consiglio, corrompono alti burocrati, parlano coi 732 membri del Parlamento, presentano progetti bell'e fatti di «direttive» e «regolamenti».
Accordi semi-segreti e compensazioni in denaro e in natura passano tanto più facilmente, in quanto i processi decisionali dell'eurocrazia sono complicati, collusivi e assolutamente non-trasparenti.
Ora la faccenda, già losca, promette di peggiorare.
Già, perché nel gioco sono entrate le lobby americane.
Si sono accorte infatti che l'UE, che a voce proclama il libero mercato, in realtà aspira a regolamentare minuziosamente tutto: fino al diametro del WC e al loro sistema di scarico (i WC a sifone, comuni in USA, sono per esempio vietati in Europa: per direttiva, i cessi devono essere a getto).

Le grandi multinazionali americane hanno alquanto sofferto per aver trascurato questa mania regolativa europea.
La McDonald's, qui da noi, non può distribuire ai bambini i suoi tradizionali omaggi, che sono piccoli giocattoli di plastica morbida (la UE teme che i piccini si strangolino ingoiandoli).
La Microsoft, perseguitata dalle leggi anti-trust europee, vende da noi una versione incompleta di Windows.
Le ditte alimentari sono costrette a segnalare sulle etichette i componenti, e persino se l'1% degli ingredienti viene da colture geneticamente modificate; cosa che in USA il business è libero di non fare, e non fa.
Così, le grandi aziende USA hanno deciso di sbarcare il forze i loro uffici di lobby in Europa per vendere direttamente la «loro» influenza.
E di cambiare le regole a modo loro.
Hanno cominciato a fare lobby per regolamentare il mestiere di lobbista europeo.
Fatto istruttivo: l'UE che regola tutto, non ha regolato questo campo.
Qui vige il «liberismo» più comodo e lucroso per burocrati ed euro-politici.
In USA le lobby devono essere regolarmente registrate, devono dichiarare in un pubblico registro da chi sono finanziate e chi rappresentano.
Devono dare conto di ogni dollaro speso.
Sono vietati «regali» ai senatori e ai deputati.
A Bruxelles, i lobbisti possono dare «incoraggiamenti finanziari» (leggi: tangenti) a politici, burocrati e commissari.
C'è di peggio.
Gli americani hanno scoperto che nella UE non c'è separazione netta fra lobby e politici.
Anzi: vi sono politici europei che fanno i lobbisti.
Mantengono l'impiego privato, spesso nelle stesse industrie che, come parlamentari, devono regolamentare.
E sempre più spesso, questo genere di parlamentari ottiene di entrare proprio nelle commissioni che controllano (o dovrebbero controllare) il tipo di attività da cui ricevono lo stipendio.
Insomma, i parlamentari fanno lobby per gli interessi della loro ditta, per così dire, dall'interno.
E' il caso di Elmar Brok, eurodeputato tedesco dal 1980 (la persistenza per decenni di individui in alte cariche europee, in un ambiente dove tutti si conoscono, facilita, ovviamente, l'azione dei lobbisti) che è, allo stesso tempo, vicepresidente del gruppo editoriale Bertelsmann (lo è diventato dal 1992, quando era già deputato).
Classico conflitto d'interessi, che gli burocrati allegramente sottovalutano.
Nel 2000, un alto funzionario europeo, Martin Bangemann, che dirigeva il direttorato delle telecomunicazioni (l'organo che dovrebbe controllare le tariffe telefoniche e impedire che le compagnie facciano «cartello») fu assunto dalla Telefònica spagnola.
Proprio all'indomani di una decisione di non luogo a procedere contro l'azienda iberica per pratiche di cartello, indagine condotta «a buon fine» da Bangemann.
Nel 2002, una ditta di pubbliche relazioni di Bruxelles, la Gplus, vinse dalla UE un contratto di 600 mila euro per sviluppare un sito internet che spiegasse al pubblico la nuova moneta, l'euro.
Il contratto fu sospeso, fra un forte puzzo di scandalo, quando si seppe che la Gplus aveva giusto assunto, con posti milionari, due alti funzionari europei.
Anzi proprio i due che gli avevano fatto vincere il contratto.
Non basta.

I lobbisti americani hanno scoperto anche questo: mentre in USA sono sospettati di pagare tangenti e regali ai politici per influenzarne le decisioni (e vanno in galera se vengono scoperti), in UE avviene il contrario.
Ossia è l'Europa a pagare certe lobby: ben 8 milioni di euro annui vengono spesi dalla Commissione per mantenere in vita una dozzina di lobby (ribattezzate «organizzazioni non governative») che, non avendo seguito fra la popolazione o non facendo gli interessi di qualche multinazionale, non ricevono contributi da privati.
Fra queste, per esempio, i Friends of the Earth, uno dei più fanatici dei gruppi animalisti.
Fatto singolare: queste ONG, che nei loro siti internet dichiarano di essere nate «per fare lobby presso la Commissione Europea», in realtà sono pagate dalla Commissione stessa.

Perciò ora gli americani reclamano che la UE regolamenti il mestiere di lobbista secondo le procedure.
Dal punto di vista etico, non hanno nemmeno torto.
Invocano la «trasparenza» e la «libera concorrenza» in questo oscuro mercato del sottobanco.
Ed ovviamente, stanno riuscendo a «convincere» della buona causa commissari e parlamentari.
Tacendo l'inevitabile effetto collaterale.
L'adozione di procedure «americane», che professionalizzerà altamente il settore, favorirà un tipo specifico di lobby: quelle pagate per far avanzare gli interessi delle multinazionali e delle grandi ditte o sindacati industriali, ricchi di denaro.
Ad essere penalizzate ancor più saranno le lobby (già poche e deboli) create da gruppi civici o religiosi per far avanzare cause etiche o in qualche modo ideali.
Queste lobby non hanno i mezzi, né la professionalità per contrastare gli interessi del grande business.
Fra poco, un nuovo Adamson non dovrà nemmeno mobilitare malati terminali per far passare la legge che brevetta i geni; perché a contrastare il progetto non ci saranno nemmeno più i gruppi di pressione che, un decennio fa, diffondevano volantini «non si brevetta la vita».
Non ci saranno lobby civiche o morali a contrastare le lobby del profitto. La voce dei cittadini, anche in questa forma distorta, diverrà ancora più flebile.
A Bruxelles parlerà solo la voce potente e ricca degli affari.
Un altro passo indietro per la «democrazia» eurocratica.

Maurizio Blondet
Note
1) Dan Bilefski, «Lobbying Brussels: critics urge transparency for seller of influence», International Herald Tribune, 29 ottobre 2005.


La corte suprema d'Israele: un tempio massonico?

di Maurizio Blondet
Potrebbe essere una leggenda metropolitana, come quella che vuole le labirintiche fogne di New York infestate da coccodrilli: ma questa riguarda Gerusalemme, e per questo merita attenzione.
La riferisce un certo Jerry Goldin: da quel poco che dice di sé sembra essere un Jew for Jesus, ebrei USA che aspettano il ritorno di Gesù, Yeshua HaMashiach.
Si tratta di un gruppo che coniuga un ebraismo di frangia con millenarismi di stampo protestante americano; impossibile dire quali influssi discutibili – anche di natura "sottile" – possano permeare un gruppo del genere.
E' possibile anche che, a sua insaputa, Golding sia stato indotto (o scelto) per divulgare certi "significati".
E' bene stare in guardia contro la suggestione che promana dalla sua "scoperta".
La Corte Suprema d'Israele
Questo lungo preambolo ci sembra necessario come invito preliminare a tener desta la mente razionale, per non soggiacere senza esame a suggestioni che potrebbero essere sospette.
Non tutti i particolari che Golding riporta (nel suo sito pubblica anche alcune foto prese da lui stesso, non sempre perspicue) sono convincenti; ma alcuni lo sono al massimo grado.
Il primo è, ovviamente, la piramide che sormonta l'edificio della Corte Suprema d'Israele.
Benché invisibile dall'esterno (essendo completamente iscritta nelle alte mura perimetrali, costruite per somigliare al distrutto Tempio di Salomone) tale piramide è palesemente il cuore di tutto.
Ed è sormontata, vicino al vertice, dall' "occhio sempre-vedente", come il simbolo che campeggia sul dollaro.
Per giungere alla piramide, il visitatore deve compiere un percorso che è palesemente un itinerario simbolico dalle tenebre alla "luce".
Si entra in un vasto atrio immerso nella penombra, ma si è come guidati da una luce accecante naturale – il sole del Mediterraneo – che pare scaturire dal sommo di una monumentale scalinata.
Questa è composta di tre rampe, ciascuna con dieci gradini: quando la si è salita tutta si è al gradus 30.
Nel salirla, si è costeggiato un muro di antiche pietre rozzamente squadrate di Gerusalemme, pietre del "tempio di Salomone" o loro imitazioni; l'altro lato ha il muro liscio, moderno.
Ci hanno accompagnato nella salita sei lampioni o lampade poste lungo la parete rustica.
Al sommo, l'ampia finestra da cui viene la luce: che si apre su un panorama mai visto, "segreto", di Gerusalemme.
Ma torniamo ai 30 gradini.
Non occorre saper molto di Massoneria per cercare con lo sguardo i tre gradi ulteriori, fino al 33.
Ebbene: ci si para davanti una immensa biblioteca a vista, la quale ha un carattere molto insolito: è posta su tre piani, tutti e tre a vista e ben marcati architettonicamente.
Il primo e più basso è riservato agli avvocati; il secondo ai giudici; il terzo ai giudici supremi a riposo, i "savi anziani" si direbbe.
Si procede oltre, e si incontrerà un'alta finestra, il cui scopo apparente è solo di mostrare – come da distanza inaccessibile – il vertice della piramide, con l'occhio al centro.
Ancora qualche passo, del resto, e ci si trova proprio dentro e sotto la piramide.
Sopra un lucente pavimento con una "stella di Davide" inscritta in sei quadrati, in un complesso geroglifico o mandala magico.
Quando ci si pone nel centro del pentacolo, si ha il vertice della piramide esattamente sopra il capo, e dal centro pende un complicato cristallo.
Procediamo verso le aule giudiziarie.
Ve ne sono cinque, e ciascuna ha un'entrata in uno stile mortuario e primordiale che è difficile riconoscere: secondo Golding riproducono l'entrata delle antiche tombe ebraiche, con un'apertura in alto perché il fantasma del morto potesse entrarne e uscirne.
Dentro ogni aula, si vedono i seggi dei giudici; sono tre, e ciascuno è sormontato da una piccola piramide che getta la sua "luce" sul giudice.
Stranamente – si tratta di una Corte Suprema, dove non dovrebbero apparire degli imputati – vi sono delle celle al piano di sotto, come in attesa di giudicandi, da portare in alto verso i giudici "illuminati" per ascoltare la loro sentenza – o condanna.
La mediocre descrizione di Golding (che non scrive bene l'inglese) non consente di visualizzare ciò che descrive in una mappa precisa.
Egli parla di una vasta corte , che pare essere attigua alle cinque aule, al cui centro è una vasca; da essa l'acqua "viva" scaturisce continuamente e corre lungo un canaletto scavato nelle pietre pavimentali.
Il simbolo qui evocato vuole essere quello del Salmo 85:11 ("la verità zampillerà dalla terra, e la giustizia si vedrà dal cielo"), che allude alla Gerusalemme ultima, alla fine dei tempi, e all'instaurato regno messianico.
Ma è notevole che le pietre pavimentali siano state espressamente tagliate dall'area di Mitzpe Ramon, che è un vasto e antichissimo cratere naturale.
Golding parla (e mostra la foto) di una scala discendente, a rampa curva, al cui centro vede "il simbolo della fertilità sempre presente in ogni struttura di Illuminati": effettivamente, è singolare la forma del vano centrale attorno a cui volgono i gradini: l'occhio esperto è tentato di riconoscervi una vulva, o più precisamente uno yoni-lingam, il simbolo in cui gli shivaiti indiani raffigurano la congiunzione carnale di Shiva (lingam) e Kali (yoni), origine del mondo naturale (che è un'illusione magica, maya, o una "manifestazione di potenza", siddhi).
Golding parla e mostra la foto di un vasto spazio all'aperto, esterno rispetto al complesso monumentale centrato sulla piramide occhiuta; che pare essere qualcosa come un cortile per i profani, i non-iniziati.
In esso campeggia un obelisco egizio, vi si apre una tomba islamica, ed è punteggiato da oggetti che Golding interpreta come "altari indù" o tempietti di varie religioni.
La sola religione che non vi appare rappresentata è quella di Cristo.
O meglio: Golding ne riconosce il simbolo – una vasta croce disegnata sul pavimento con lastra chiara – a cui conduce una gradinata discendente.
La croce è rovesciata, ed è il solo simbolo religioso che i visitatori "devono" calpestare per entrare nella Corte.
Degna di nota la notizia sul committente del monumentale edificio.

La Corte Suprema d'Israele è un dono della famiglia Rothschild, che però avrebbe posto allo stato ebraico alcune condizioni: la scelta del terreno è stata dei Rothschild (e a questo proposito Golding fornisce alcuni interessanti "allineamenti" dell'edificio con la Knesset e con presunte linee di forza, su cui non ci addentriamo), e gli architetti sono stati anch'essi scelti dai Rothschild.
Si tratta dei nipoti dell'architetto preferito dai Rothschild, Ben-Zion Guine, nativo della Turchia e quasi certamente un "dunmeh" (i seguaci di Sabbatai Zevi, che si convertirono falsamente all'Islam nel '600).
I nomi dei due nipoti sono Ram Kurmi e Ada Karmi-Melanede, nati l'uno a Gerusalemme e l'altra a Tel Aviv.
Presso la soglia d'entrata, due piccole lapidi in ebraico ricordano la donazione dei Rothschild – l'edificio è palesemente costato decine di miliardi.
Un vasto dipinto mostra diversi personaggi attorno al modello plastico della Corte Suprema: vi si riconoscono l'allora lord Rothschild (al secolo Teddy Kollek), e due primi ministri, Shimon Peres il laborista, e Ytzhak Rabin, dell'estrema destra Likud.
Che dire?
C'è un lato inquietante in questo edificio, per chi conosce la "previsione" che fece Ben Gurion nel '62.
Intervistato dalla rivista Life che gli chiedeva di immaginare il mondo "fra 25 anni", il capo sionista parlò di un mondo unificato sotto le "vere" Nazioni Unite, che avrebbero avuto sede a Gerusalemme, dove si sarebbe elevato "il tribunale mondiale dell'umanità profetizzato da Isaia".
Sarà allora, disse Ben Gurion, un mondo di pace, dove "una pillola limiterà le nascite" e l'uomo vivrà fino a tarda età.
Era la descrizione ebraica del "regno a venire", l'impero di un Israele tornato alla "terra promessa"; un impero politico, tutto chiuso nell'aldiquà.
Venato di messianismo giudaico e di inequivocabili elementi massonici.
Inquietava soprattutto l'evocazione della giurisdizione ebraica sull'umanità: chi conosce la giustizia rabbinica, non può che tremare per quel che i loro "giudici" si propongono di fare per disciplinare i non-ebrei, che tanti passi del Talmud dichiarano "animali parlanti"
Ancora più inquietante, nella prospettiva di una possibile imminente ricostruzione del "tempio" – a cui lavorano ben precise yeshivot, scuole rabbiniche.
Lì il popolo eletto vuole ripetere il rito di sangue, l'agnello; come culmine di una storia "sacra" dove Israele si è fatto da sé, ha realizzato la sua "promessa" strappandola a un Dio che gliela negava.
Il "tempio" come luogo dell'auto-adorazione del popolo ebraico, l'hegeliano "spirito che si invera nella storia".
Paolo parlò dell' "iniquo" che si siederà sul trono di Dio facendo dio se stesso.
L'Anticristo.


di Maurizio Blondet

(Fonte: Jerry Golding, "Masonic Symbols in Israeli supreme Court building")

USA - Italia. Galloni a "Next":
Moro mi disse che sapeva di infiltrati CIA e Mossad nelle BR

Giovanni Galloni
Roma, 5 luglio 2005
"Non posso dimenticare un discorso con Moro poche settimane prima del suo rapimento: si discuteva delle BR, delle difficoltà di trovare i covi. E Moro mi disse: 'La mia preoccupazione è questa: che io so per certa la notizia che i servizi segreti sia americani che israeliani hanno infiltrati nelle BR ma noi non siamo stati avvertiti di questo, sennò i covi li avremmo trovati' ". Davanti alle telecamere di NEXT, l'approfondimento quotidiano di Rainews24 curato da Piero Di Pasquale, l'ex vicepresidente del CSM ed ex vicesegretario della Democrazia Cristiana Giovanni Galloni confida un ricordo degli anni di piombo che suggerisce paragoni con la vicenda del rapimento dell'imam della moschea milanese da parte della CIA.

"Me ne sono ricordato proprio ora, perché nei 55 giorni di prigionia di Moro ebbimo grandi difficoltà a metterci in contatto con i servizi americani, difficoltà che non incontrammo poi durante il rapimento del generale Dozier", racconta Galloni.

L'internazionalizzazione della sfida delle BR
Il generale James Lee Dozier venne rapito a Verona il 17 dicembre 1981: fu liberato con un blitz delle forze dell'ordine italiane, con i Nocs, il 28 gennaio 1982. Più di vent'anni dopo, alcuni documenti della CIA pubblicati mostreranno la scarsa fiducia di quest'ultima nelle possibilità di ritrovare vivo l'alto ufficiale e nelle capacità investigative italiane, nonché la preoccupazione per una internazionalizzazione in chiave anti americana del terrorismo italiano ed europeo. Ma anche, almeno stando a quanto è stato reso noto, la relativa scarsa conoscenza dei servizi americani, fino ai primi anni '80, delle BR:

"Nonostante alcune speculazioni sul trasferimento di Dozier in un paese vicino, le autorità italiane credono che il generale sia in Italia, forse nell'area tra Milano, Verona e Venezia - si legge ad esempio in un documento CIA del dicembre 1981 - Noi non abbiamo prove che nel passato le Brigate Rosse abbiano cercato di spostare i loro rapiti oltre i confini nazionali. La prigione del popolo dove fu detenuto Aldo Moro non è mai stata localizzata, ma la maggior parte degli esperti di sicurezza è convinta che il leader democristiano non sia mai stato lontano da Roma, e forse lo hanno tenuto sempre dentro Roma stessa".

L'altro dubbio di Galloni
'Ma allora qualche informazione sul rapimento Moro allora dagli americani poteva arrivare?', chiede Di Pasquale. "E' possibile - risponde Galloni - d'altronde Pecorelli (il giornalista di OP assassinato in circostanze misteriose il 20 marzo 1979) scrisse che il 15 marzo 1978 sarebbe accaduto un fatto molto grave in Italia e si scoprì dopo che Moro doveva essere rapito il giorno prima... (Moro venne rapito il 16 marzo , ndr.) . L'assassinio di Pecorelli - ha aggiunto Galloni - potrebbe essere stato determinato dalle cose che il giornalista era in grado di rivelare". Anni di indagini sulla morte di Pecorelli hanno portato di volta in volta a seguire piste dell'estremismo di destra, della Loggia P2, della mafia, fino al processo al senatore a vita Giulio Andreotti e all'ex magistrato Vitalone, chiuso dalla definitiva assoluzione sancita dalla Corte di Cassazione il 30 ottobre 2003.
"Del resto - ha proseguito Galloni - tutti i magistrati che hanno lavorato sul rapimento Moro hanno detto che le dichiarazioni delle BR non hanno avuto dichiarazioni del tutto convincenti. Qualcosa ci hanno nascosto. E l'interrogativo nasce in relazione anche ai servizi segreti deviati italiani, che rispondevano prima ai colleghi americani della CIA che ai loro superiori".
Una tesi che si ricollega ai molti che negli anni scorsi hanno sostenuto che durante il rapimento Moro i servizi americani non offirono la massima collaborazione, per ostacolare il 'compromesso storico' che avrebbe portato al governo il PCI.

Rapporti paritari
"Dalla fine '78 al 1984 ho fatto numerosi viaggi negli USA (...) - ha spiegato Galloni - Lì venni a sapere che la CIA era estremamente preoccupata per l'Italia, per il fatto che se i comunisti arrivavano al governo loro non avrebbero potuto mettere certe basi in Italia: una questione di vita o di morte per loro, rispetto alla quale qualunque atto sarebbe stato giustificabile. O si superano questi limiti o i rapporti non si svilupperanno mai su un piano di democrazia e parità".

"Per difendere la democrazia non bisogna uscire dalla democrazia. Bisogna trovare collegamenti e coordinamenti adeguati fra i Paesi. Quando nascono equivoci ... Il nostro Paese è parte dell'Occidente - ha detto ancora Galloni - ma si sa benissimo che alcune cose in Italia non si possono fare".



Attentato ad Amman: per i russi è israeliano
Maurizio Blondet
17/11/2005

Un' immagine che mostra come siano esplosi i controsoffitti in questo albergo di Amman (Reuters)
AMMAN - L'esibizione alla TV giordana della signora Rishawi in veste di terrorista mancata, che docilmente mostra come indossava la cintura esplosiva, non convince parecchi esperti osservatori: la prima sceneggiata pubblica di questo genere.
Convince poco la figura di uno dei terroristi morti suicidi nell'attentato, Safah Mohammed Ali: secondo gli americani era stato da loro catturato a Falluja nel novembre del 2004 (durante i feroci bombardamenti), ma poi rilasciato perché non ritenuto pericoloso. Di fatto, secondo l'imam che guidava spiritualmente i gruppi di Falluja durante gli attacchi USA ricorda che Safah faceva parte della Brigata Bandiere Nere: un gruppo sospetto, più criminale che politico, noto soprattutto per rapire camionisti e «contractor».
Uno come Safah, se davvero fosse stato preso con le armi in pugno, avrebbe dovuto essere portato ad Abu Ghraib, e sottoposto al noto trattamento (torture e stupro), anziché essere rilasciato.

Altri dubbi restano sulla notizia (affermata, poi smentita da Haaretz) secondo cui turisti israeliani presenti ad Amman sarebbero stati evacuati ore prima.
E ancor più dubbi nascono dalle foto degli alberghi devastati, che mostrano chiaramente come le esplosioni siano avvenute in alto, avendo squarciato i controsoffitti.
Come se le bombe fossero state nascoste dietro i pannelli.
Questo particolare è confermato da Fadi al-Kessi, il disc jockey del Radisson presente nella sala della festa di nozze al momento delle esplosioni.
«Le luci della sala dov'era in corso la festa si sono spente per secondi, forse un secondo prima dello scoppio», ha raccontato alla Associated Press: «benchè ci fosse luce elettrica nel corridoio e nella lobby…poi un enorme boom. Mi è parso che l'esplosione venisse dal soffitto» (1).
Ancor più sospetto il fatto che il giovane re di Giordania Abdullah abbia approfittato della strage per fare un brutale rimpasto ai piani alti del potere: undici alti ufficiali dell'intelligence giordana, fra cui il suo capo, Saad Kheir, hanno dato le dimissioni (o sono stati dimessi) proprio mentre ad Amman sbarcava John Negroponte, il supercapo dell'intelligence USA
Il re ha sostituito il dimissionato con Marouf Al-Bakhit, ambasciatore giordano in Israele.
Il russo Shamil Sultanov, membro della Commissione Affari Internazionali alla Duma, ha sottolineato come questo rimaneggiamento rafforzi Abdullah: «anzitutto», ha detto Sultanov parlando alla radio russa Mayak l'11 novembre (2), «ricordiamoci che la Giordania è un elemento chiave per gli interessi americani. La posizione del nuovo re Abdullah II, che fra l'altro è metà inglese, è molto difficile per via delle contraddizioni sorte negli ultimi sei mesi tra lui e il vecchio gruppo di potere giordano. Quello che è accaduto ha dato un ottima occasione ad Abullah per fare dei cambiamenti nel suo entourage, per dirla con tatto, e rafforzare la sua autorità personale».
Non a caso Abdullah si è affrettato a varare leggi speciali anti-terrorismo, sul modello di quelle di Tony Blair e di Bush in USA, che di fatto aumentano il controllo del suo regime su ogni aspetto della vita del Paese.
Sultanov (ex KGB) ha anche rilevato quella che chiama la «connessione israeliana» negli attentati di Amman.
«Abu Mazen [il capo dell'Autorità Palestinese] è molto malato. E parecchi credono che il suo partito, Fatah, non può vincere con lui come leader, e sicuramente non vincerà le elezioni parlamentari che avverranno fra pochi mesi. Sicchè per moltissimi attori, gli americani, Israele, Sharon, l'Egitto, [Muhammad] Dahlan [attualmente ministro degli Affari Civili dell'Autorità Palestinese] sarebbe il politico migliore per rimpiazzare Abu Mazen. In questo senso gli attentati di Amman, e in modo particolare l'uccisione negli attentati di Bashir Nafi, il capo dell'intelligence militare palestinese nei Territori, è secondo me il passo che ha aperto la strada a Dahlan».
Dunque gli attentati «islamici» sarebbero stati perpetrati da una parte per rafforzare Abdullah, ma mettendogli attorno un gruppo di governo più filo-israeliano?
E nel frattempo per togliere di mezzo personalità palestinesi fedeli ad Abu Mazen?
Risponde, alla radio Mayak, il russo Vladimir Akhmedov, «esperto di Medio Oriente» (ex KGB anche lui): «è assolutamente vero che in Medio Oriente è in corso un difficile e complesso processo per sostituire le elites dirigenti…E gli USA interferiscono in questi processi sia con la diplomazia sia, come in Iraq, con la forza. Sicchè il rapporto bilanciato civili-militari in questi Stati è sconvolto. E la Giordania paga un alto, altissimo prezzo per la sua politica nel Medio Oriente, una politica che è dettata in larga misura dalla pura e semplice posizione geostrategica del Paese, circondato com'è da vicini potenti come Israele, Siria, Iraq e Arabia Saudita».

A questo proposito, Akhmedov ha ricordato il recente discorso del presidente siriano Bashar al Assad: «egli ha detto chiaro che l'assassinio di Hafik Hariri [l'ex presidente del Libano] è stato un elemento di pressione sulla Siria. I siriani non c'entrano con quel delitto. Credetemi: sono un esperto di Medio Oriente. Se i siriani volevano esercitare qualche pressione o influenza su Hariri, avrebbero avuto mille altri mezzi. E nella 'grande Siria' [che comprende il Libano, ndr.] tutti si conoscono a vicenda molto bene. Sanno che puoi essere nemico oggi, e amico domani. Perciò non ricorrono ai mezzi estremi» […]
«Secondo la mia personale opinione, sono stati gli americani a liberarsi di Hariri. Anzi i bersagli erano due. Il primo, il presidente siriano Assad, e il secondo, Chirac. Ciò perché Hariri era un amico intimo di Chirac, molto intimo. Non passava un mese senza che i due si incontrassero. E chi sa di politica dovrebbe capire che cosa significa una così stretta amicizia. Sicché hanno voluto rovinare i rapporti tra Chirac e il mondo arabo; e in questo ci sono riusciti. Ma non sono riusciti nel secondo scopo; non sono riusciti a forzare la Siria a capitolare» (3).
Sia o no plausibile questa analisi russa, va notato che Mosca ha indurito e reso più esplicite le sue accuse alle intromissioni americane nel «suo» cortile islamico.
«Russia e Uzbechistan uniscono gli sforzi per respingere l'aggressione esterna degli Stati Uniti»: così la Pravda titola il resoconto della recente visita ufficiale di Islam Karimov, il presidente uzbeko, a Mosca.
Putin e Karimov hanno firmato un accordo militare di reciproca assistenza in caso di «aggressione esterna».
Ed hanno chiarito: «un'invasione militare dell'Uzbechistan non è veramente possibile, ma gli USA cercheranno invece di organizzarvi un colpo di Stato».
Nel trattato, salutato da Karimov come «un livello di rapporti con la Russia totalmente nuovo», i due Stati si sono accordati nell'uso vicendevole di «installazioni militari nei loro territori».
E l'analista strategico russo Andrei Grozin, del Dipartimento Asia Centrale del CIS Institute di Mosca, ha spiegato: «un gruppo di senatori USA ha già minacciato di portare Karimov sotto processo internazionale per il suo rifiuto di collaborare nell'inchiesta sui fatti sanguinosi di Andijan. E USA e Unione Europea hanno lanciato una guerra mediatica contro l'Uzbechistan».
Un vero intervento militare contro Karimov è escluso: l'Uzbechistan è lo stato più esteso dell'Asia centrale, ed ha il 50% della popolazione totale dell'area.
Ma Grozin non esclude un colpo di stato manovrato dagli americani: evidentemente a Mosca si valutano le «pressioni» occidentali sull'Uzbechistan, al pari di quelle sulla Siria, come parte dello stesso «processo per sostituire le classi dirigenti» con altre più favorevoli agli interessi israelo-americani.
E Grozin (KGB) ha accennato a questo proposito a «un certo centro anti-terrorismo nella Shanghai Cooperation Organization» che si occupa proprio di questo.
La Shanghai Organization è un trattato economico fra Cina, Russia e quattro Paesi dell'Asia centrale, fra cui l'Uzbechistan.
In quella sede, il «terrorismo» da contrastare è palesemente quello USA - israeliano.
Frattanto un altro dei Paesi membri, il Kazakhstan, sta ingaggiando una curiosa battaglia legale contro un avversario improbabile: MTV, la TV che trasmette in tutto il mondo videoclip di musica rock e pop.
Il ministro degli esteri kazako ha minacciato di querelare il comico Sacha Baron Cohen, che da MTV ridicolizza il Kazakhstan da settimane, dipingendolo come uno Stato di bovari ubriaconi, che bevono vino fatto di urina di cavallo (nella realtà, i mongoli bevono un alcolico fatto di latte di cavalla) e mangiano cani.
«Non escludo che Cohen lavori agli ordini politici di qualcuno», ha detto il portavoce del ministro.
Ed effettivamente, ci si domanda che senso ha fare dello spirito sul Kazakhstan, e con tanta insistenza.
Va detto che Cohen, per le sue scenette anti-kazake, è stato insignito di un premio a Lisbona. Perché?
Forse può aiutare a capire che MTV è nato come un veicolo per diffondere il «modo di vita americano» capace, con la sua incessante esibizione di pop e rock, di influenzare vaste masse nel mondo: la si vede in Cina e in India, poiché trasmette da costosi satelliti.
MTV è controllata dalla multinazionale Viacom, il cui capo, il miliardario Sumner Redstone (alias Murray Rothstein) ha il controllo di 12 network televisivi, di 12 radio, della Paramount Pictures e delle case editrici Simon & Schuster e Prentice & Hall.
Appartiene a Viacom anche il marchio Blockbuster, che ha 4 mila negozi in franchising sul pianeta; senza contare i numerosi parchi tematici e gli studi di produzione, che forniscono soap operas ai tre principali network Usa.
Redstone - Rothstein, padrone della Viacom al 76%, è un sionista sfegatato.

Maurizio Blondet

Note
1) «Jordan Security aide and 10 others design», Associated Press, 15 novembre 2005.
2) «Israeli connection in the recent Amman bomb», Radio Mayak, 13 novembre 2005 (tradotto in inglese dalla BBC Monitoring).
3) «Russia and Uzbekistan join efforts to repulse external aggression from USA», Pravda, 15 novembre 2005.
4) «Kazakhstan threats to sue MTV spoof presenter», Mosnews, 15 novembre 2005.

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claudio

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