Wednesday, November 30, 2005

Simbolismo - esoterismo

Spesso, il terrorismo islamico fa riferimento alla necessità di colpire “le forze politeiste dell’Occidente”, opposte alla legge del Dio Unico. L’accusa riguarda l’adozione di simboli antichi. Forse qualcuno, dopo l’11 settembre di un anno fa, si sarà chiesto perché a New York avessero costruito due grattacieli perfettamente identici, uno di fianco all’altro e li avessero chiamati “Torri Gemelle”.

La risposta, contrariamente a quanto si potrebbe credere, non è affatto scontata: ha una natura simbolica, prima ancora che architettonica. Sin dall’antichità, si trovano riferimenti a due colonne simbolo di potere. Erodoto scrive che presso gli antichi egizi venivano venerate due colonne a forma di torre come simboli della potenza divina. Nella mitologia greca invece è Ercole, figlio di Zeus il re degli dei, a porre due colonne sullo stretto di Gibilterra come confine del mondo. Questa simbologia viene ripresa dall’imperatore spagnolo Carlo V nel Rinasciemnto.

La decisione di adottare le due colonne con il motto Non plus ultra (nient’altro oltre) simboleggiava che il suo impero era universale perché come confini aveva appunto quelli della Terra. Sconfitta l’Invincible Armada, le due colonne divenenro il simbolo della potenza imperiale britannica. Ora le ritroviamo alle spalle del presidente degli Usa quando parla al Congresso dalla tribuna a lui riservata. Segno che il potere mondiale, oggi, ha sede a Washington.

La fonte primaria è però biblica: parlando dell'architetto Hiram, mitico costruttore del Tempio di Salomone in Re 17:21 si dice che «in fronte al Tempio egli pose le colonne: edificò la colonna di destra e la nominò Jachin; edificò la colonna di sinistra e la chiamò Boaz». I due nomi significando "Dio pone / Con forza". Le Twin Towers, architettura iniziatica e segreta, erano le più alte Jachin e Boaz della storia umana e determinavano lo statuto degli Usa quali nuovo Tempio di Salomone, nuovo Israele, nuovo popolo di Dio.

Il Pentagono. Anche il secondo obbiettivo centrato lo scorso 11 settembre è carico di significati esoterici. Ci si chiederà perché è stato costruito un edificio, per giunta militare, con una forma così fantasiosa. Intanto perché il 5 è il numero legato a Marte, nume della guerra, e poi perché il pentacolo è il simbolo dell’uomo illuminato (rimanda alla stella a cinque punte, ovvero all’astro che riceve e riflette i raggi del sole. Simboleggia per estensione colui che con l’iniziazione esoterica ha ricevuto la luce. Nel medioevo era portato sull’elsa delle spade dai cavalieri (individui illuminati dalla grazia di Dio). In America simboleggia gli stati dell’Unione sulla bandiera ed è l’emblema delle forze armate Usa. La pianta del Pentagono è inoltre allineata con la costellazione del Toro che astrologicamente presiede alle attività militari.

Statua della Libertà. È abbastanza noto che questo monumento venne donato dalla Francia agli Usa per le celebrazioni del primo centenario dell’indipendenza americana. Meno noto è che a Parigi, lungo la Senna, se ne trova un’esatta replica. Anche in questo caso il simbolismo esoterico è evidente. La statua riproduce l’iconografia di Iside, divinità iniziatica che donava la salvezza ai suoi adepti tramite un cammino di conoscenza progressiva. Sul capo porta la corona con i raggi del sole nascente e in mano alza la fiaccola (ovvero porta la luce, simbolo dell’iniziazione). Nella sinistra regge i libri della legge (gli americani si considerano il nuovo popolo eletto da Dio). Significativa poi la collocazione: i viaggiatori che un tempo sbarcavano a New York vedevano come prima cosa questo monumento. Simbolo del nuovo mondo che apriva una nuova era basata su nuovi principi e contrapposta al vecchio, l’Europa, e a tutti i suoi valori.

Un Obelisco a Washington. Nella capitale. il Memorial che ricorda il primo presidente dell’Unione, che dà anche il suo nome alla città, è un enorme obelisco. Il significato esoterico di questo monumento è il seguente: dalla base quadrata (rappresentante il mondo disordinato al quale appartengono gli uomini) si eleva verso l’alto per ricongiungersi all’Uno-tutto.

In Francia troviamo due corrispettivi nella Torre Eiffel (Eiffel era un “esoterico” legato alla massoneria) e nell’obelisco di Place de la Concorde, dove venne decapitato Luigi XVI, a simboleggiare l’inizio di una nuova era. Da notare che analogo significato ha anche la piramide, che riflette, specie nelle culture precolombiane e in quelle mesopotamiche (piramidi a gradoni o Zigurat) il cammino di ascesi per elevarsi verso la divinità. Va infine aggiunto che l’obelisco, come la colonna, la torre e altri simboli simili, richiamano in generale al simbolismo fallico, ovvero alla virilità (intesa come essere uomo) a cui nell’antichità si associava l’idea regale e l’esercizio del potere; tale è il significato originario dello scettro reale, ad esempio.

Il Campidoglio. La sede del parlamento americano si ispira agli antichi Pantheon, templi dove (ad esempio a Roma) venivano venerate tutte insieme le divinità delle varie religioni dell’impero. Nel caso americano rappresenta il desiderio di racchiudere in un unica visione del mondo religioni e visioni del mondo originariamente differenti.

Il dollaro. La moneta americana, specialmente la banconota da un dollaro la più diffusa, è un coacervo di simboli esoterico-massonici, ne citiamo qui solo i principali. Intanto compare una piramide (vedi sopra alla voce Obelisco) sormontata da un occhio inserito in un triangolo. Quest’ultimo il simbolo del Grande Architetto dell’Universo, ovvero la divinità unica dalla quale “partono” tutte le religioni, secondo i massoni. Troviamo poi il motto Novo Ordo Seculorum, riferimento alla nuova era inaugurata dalla massoneria (e dagli Usa che ne sono il paese guida). Le stelle sulla banconota sono disposte in modo da formare una stella di Davide, un richiamo alla convinzione americana di essere il nuovo Popolo Eletto. La stella di Davide è inoltre un simbolo esoterico di illuminazione e ricorre spesso nelle logge massoniche. Infine, tutti i dollari sono verdi, il colore della massoneria. L’aquila, il sigillo degli Usa. È stato disegnato dall’architetto William Barton (esoterista massone) nel 1782. I padri degli Stati Uniti fecero di tutto per dividere le ex colonie in 13 stati al momento dell’indipendenza. Questo perché il 13 è un numero con fortissimi significati esoterici. È la somma del numero della perfezione mondana (il 12) e dell’Uno a cui tutto tende. Nel simbolo il 13 è ricorrente. Sopra all’aquila (ma inizialmente era prevista una fenice, animale mitico che rinasce dalle sue ceneri dopo la morte; per gli esoterici rappresenta la rinascita spirituale dopo l’iniziazione), ci sono 13 stelle (si veda quanto detto in “Pentagono”) a forma di stella di Davide. La stella di Davide rappresenta l’unione dei due mondi, quello materiale e quello spirituale, ed è un simbolo di illuminazione iniziatica in molte correnti di pensiero ermetico. L’aquila regge un ramo d’Ulivo con 13 foglie e 13 frutti nella zampa destra, e 13 frecce nella zampa sinistra. Campeggia poi il motto E Pluribus Unum (“Dal molteplice una cosa sola”, cioè il ritorno all’Uno-tutto, nella pratica: la filosofia che ispira la globalizzazione).

La Corte Suprema. è costruita a forma di tempio. All’ingresso troviamo il sole nascente, simbolo dell’illuminazione. I membri della corte sono 13 (si veda il punto precedente) Washington DC. La pianta urbanistica della capitale venne disegnata dall’architetto massone Pierre Charles L’Enfant. Osservandone una mappa si possono scorgere molti simboli esoterici: dal pentacolo (vedi la voce Pentagono) alla stella di Davide. Ai vertici di questi simboli troviamo sempre edifici chiave come la Casa Bianca o la Corte Suprema.

Anche le multinazionali. Le grandi corporation americane non sono da meno nell’utilizzare simboli della tradizione esoterica, a dimostrazione di quanto questa cultura sia particolamente viva oltreoceano. La Tv Cbs e la Aol hanno come stemma l’occhio di Horus, la Apple Computer usa la mela morsicata di Eva, la Columbia (cinema) una donna che richiama la statua della libertà (vedi sopra), Mc Donald usa invece l’arco d’oro (l’oro rappresenta lo stadio massimo di iniziazione).

claudio

Thursday, November 17, 2005

ATTENTATO AD AMMAN: I RUSSI DICONO «E'STATA ISRAELE»

ALTRE DICHIARAZIONI FANNO DA SPALLA ALLA ORMAI DIFFUSA SENSAZIONE CHE GLI ATTENTATI DI AMMAN SIANO L'ENNESIMO COMPLOTTO ISRAELIANO

Attentato ad Amman: per i russi è israeliano
Maurizio Blondet
17/11/2005

Un' immagine che mostra come siano esplosi i controsoffitti in questo albergo di Amman (Reuters)AMMAN - L'esibizione alla TV giordana della signora Rishawi in veste di terrorista mancata, che docilmente mostra come indossava la cintura esplosiva, non convince parecchi esperti osservatori: la prima sceneggiata pubblica di questo genere.
Convince poco la figura di uno dei terroristi morti suicidi nell'attentato, Safah Mohammed Ali: secondo gli americani era stato da loro catturato a Falluja nel novembre del 2004 (durante i feroci bombardamenti), ma poi rilasciato perché non ritenuto pericoloso. Di fatto, secondo l'imam che guidava spiritualmente i gruppi di Falluja durante gli attacchi USA ricorda che Safah faceva parte della Brigata Bandiere Nere: un gruppo sospetto, più criminale che politico, noto soprattutto per rapire camionisti e «contractor».
Uno come Safah, se davvero fosse stato preso con le armi in pugno, avrebbe dovuto essere portato ad Abu Ghraib, e sottoposto al noto trattamento (torture e stupro), anziché essere rilasciato.

Altri dubbi restano sulla notizia (affermata, poi smentita da Haaretz) secondo cui turisti israeliani presenti ad Amman sarebbero stati evacuati ore prima.
E ancor più dubbi nascono dalle foto degli alberghi devastati, che mostrano chiaramente come le esplosioni siano avvenute in alto, avendo squarciato i controsoffitti.
Come se le bombe fossero state nascoste dietro i pannelli.
Questo particolare è confermato da Fadi al-Kessi, il disc jockey del Radisson presente nella sala della festa di nozze al momento delle esplosioni.
«Le luci della sala dov'era in corso la festa si sono spente per secondi, forse un secondo prima dello scoppio», ha raccontato alla Associated Press: «benchè ci fosse luce elettrica nel corridoio e nella lobby…poi un enorme boom. Mi è parso che l'esplosione venisse dal soffitto» (1).
Ancor più sospetto il fatto che il giovane re di Giordania Abdullah abbia approfittato della strage per fare un brutale rimpasto ai piani alti del potere: undici alti ufficiali dell'intelligence giordana, fra cui il suo capo, Saad Kheir, hanno dato le dimissioni (o sono stati dimessi) proprio mentre ad Amman sbarcava John Negroponte, il supercapo dell'intelligence USA



Il re ha sostituito il dimissionato con Marouf Al-Bakhit, ambasciatore giordano in Israele.
Il russo Shamil Sultanov, membro della Commissione Affari Internazionali alla Duma, ha sottolineato come questo rimaneggiamento rafforzi Abdullah: «anzitutto», ha detto Sultanov parlando alla radio russa Mayak l'11 novembre (2), «ricordiamoci che la Giordania è un elemento chiave per gli interessi americani. La posizione del nuovo re Abdullah II, che fra l'altro è metà inglese, è molto difficile per via delle contraddizioni sorte negli ultimi sei mesi tra lui e il vecchio gruppo di potere giordano. Quello che è accaduto ha dato un ottima occasione ad Abullah per fare dei cambiamenti nel suo entourage, per dirla con tatto, e rafforzare la sua autorità personale».
Non a caso Abdullah si è affrettato a varare leggi speciali anti-terrorismo, sul modello di quelle di Tony Blair e di Bush in USA, che di fatto aumentano il controllo del suo regime su ogni aspetto della vita del Paese.
Sultanov (ex KGB) ha anche rilevato quella che chiama la «connessione israeliana» negli attentati di Amman.
«Abu Mazen [il capo dell'Autorità Palestinese] è molto malato. E parecchi credono che il suo partito, Fatah, non può vincere con lui come leader, e sicuramente non vincerà le elezioni parlamentari che avverranno fra pochi mesi. Sicchè per moltissimi attori, gli americani, Israele, Sharon, l'Egitto, [Muhammad] Dahlan [attualmente ministro degli Affari Civili dell'Autorità Palestinese] sarebbe il politico migliore per rimpiazzare Abu Mazen. In questo senso gli attentati di Amman, e in modo particolare l'uccisione negli attentati di Bashir Nafi, il capo dell'intelligence militare palestinese nei Territori, è secondo me il passo che ha aperto la strada a Dahlan».



Dunque gli attentati «islamici» sarebbero stati perpetrati da una parte per rafforzare Abdullah, ma mettendogli attorno un gruppo di governo più filo-israeliano?
E nel frattempo per togliere di mezzo personalità palestinesi fedeli ad Abu Mazen?
Risponde, alla radio Mayak, il russo Vladimir Akhmedov, «esperto di Medio Oriente» (ex KGB anche lui): «è assolutamente vero che in Medio Oriente è in corso un difficile e complesso processo per sostituire le elites dirigenti…E gli USA interferiscono in questi processi sia con la diplomazia sia, come in Iraq, con la forza. Sicchè il rapporto bilanciato civili-militari in questi Stati è sconvolto. E la Giordania paga un alto, altissimo prezzo per la sua politica nel Medio Oriente, una politica che è dettata in larga misura dalla pura e semplice posizione geostrategica del Paese, circondato com'è da vicini potenti come Israele, Siria, Iraq e Arabia Saudita».

A questo proposito, Akhmedov ha ricordato il recente discorso del presidente siriano Bashar al Assad: «egli ha detto chiaro che l'assassinio di Hafik Hariri [l'ex presidente del Libano] è stato un elemento di pressione sulla Siria. I siriani non c'entrano con quel delitto. Credetemi: sono un esperto di Medio Oriente. Se i siriani volevano esercitare qualche pressione o influenza su Hariri, avrebbero avuto mille altri mezzi. E nella 'grande Siria' [che comprende il Libano, ndr.] tutti si conoscono a vicenda molto bene. Sanno che puoi essere nemico oggi, e amico domani. Perciò non ricorrono ai mezzi estremi» […]
«Secondo la mia personale opinione, sono stati gli americani a liberarsi di Hariri. Anzi i bersagli erano due. Il primo, il presidente siriano Assad, e il secondo, Chirac. Ciò perché Hariri era un amico intimo di Chirac, molto intimo. Non passava un mese senza che i due si incontrassero. E chi sa di politica dovrebbe capire che cosa significa una così stretta amicizia. Sicché hanno voluto rovinare i rapporti tra Chirac e il mondo arabo; e in questo ci sono riusciti. Ma non sono riusciti nel secondo scopo; non sono riusciti a forzare la Siria a capitolare» (3).



Sia o no plausibile questa analisi russa, va notato che Mosca ha indurito e reso più esplicite le sue accuse alle intromissioni americane nel «suo» cortile islamico.
«Russia e Uzbechistan uniscono gli sforzi per respingere l'aggressione esterna degli Stati Uniti»: così la Pravda titola il resoconto della recente visita ufficiale di Islam Karimov, il presidente uzbeko, a Mosca.
Putin e Karimov hanno firmato un accordo militare di reciproca assistenza in caso di «aggressione esterna».
Ed hanno chiarito: «un'invasione militare dell'Uzbechistan non è veramente possibile, ma gli USA cercheranno invece di organizzarvi un colpo di Stato».
Nel trattato, salutato da Karimov come «un livello di rapporti con la Russia totalmente nuovo», i due Stati si sono accordati nell'uso vicendevole di «installazioni militari nei loro territori».



E l'analista strategico russo Andrei Grozin, del Dipartimento Asia Centrale del CIS Institute di Mosca, ha spiegato: «un gruppo di senatori USA ha già minacciato di portare Karimov sotto processo internazionale per il suo rifiuto di collaborare nell'inchiesta sui fatti sanguinosi di Andijan. E USA e Unione Europea hanno lanciato una guerra mediatica contro l'Uzbechistan».
Un vero intervento militare contro Karimov è escluso: l'Uzbechistan è lo stato più esteso dell'Asia centrale, ed ha il 50% della popolazione totale dell'area.
Ma Grozin non esclude un colpo di stato manovrato dagli americani: evidentemente a Mosca si valutano le «pressioni» occidentali sull'Uzbechistan, al pari di quelle sulla Siria, come parte dello stesso «processo per sostituire le classi dirigenti» con altre più favorevoli agli interessi israelo-americani.
E Grozin (KGB) ha accennato a questo proposito a «un certo centro anti-terrorismo nella Shanghai Cooperation Organization» che si occupa proprio di questo.
La Shanghai Organization è un trattato economico fra Cina, Russia e quattro Paesi dell'Asia centrale, fra cui l'Uzbechistan.
In quella sede, il «terrorismo» da contrastare è palesemente quello USA - israeliano.



Frattanto un altro dei Paesi membri, il Kazakhstan, sta ingaggiando una curiosa battaglia legale contro un avversario improbabile: MTV, la TV che trasmette in tutto il mondo videoclip di musica rock e pop.
Il ministro degli esteri kazako ha minacciato di querelare il comico Sacha Baron Cohen, che da MTV ridicolizza il Kazakhstan da settimane, dipingendolo come uno Stato di bovari ubriaconi, che bevono vino fatto di urina di cavallo (nella realtà, i mongoli bevono un alcolico fatto di latte di cavalla) e mangiano cani.
«Non escludo che Cohen lavori agli ordini politici di qualcuno», ha detto il portavoce del ministro.
Ed effettivamente, ci si domanda che senso ha fare dello spirito sul Kazakhstan, e con tanta insistenza.
Va detto che Cohen, per le sue scenette anti-kazake, è stato insignito di un premio a Lisbona. Perché?



Forse può aiutare a capire che MTV è nato come un veicolo per diffondere il «modo di vita americano» capace, con la sua incessante esibizione di pop e rock, di influenzare vaste masse nel mondo: la si vede in Cina e in India, poiché trasmette da costosi satelliti.
MTV è controllata dalla multinazionale Viacom, il cui capo, il miliardario Sumner Redstone (alias Murray Rothstein) ha il controllo di 12 network televisivi, di 12 radio, della Paramount Pictures e delle case editrici Simon & Schuster e Prentice & Hall.
Appartiene a Viacom anche il marchio Blockbuster, che ha 4 mila negozi in franchising sul pianeta; senza contare i numerosi parchi tematici e gli studi di produzione, che forniscono soap operas ai tre principali network Usa.
Redstone - Rothstein, padrone della Viacom al 76%, è un sionista sfegatato.

Maurizio Blondet




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Note
1) «Jordan Security aide and 10 others design», Associated Press, 15 novembre 2005.
2) «Israeli connection in the recent Amman bomb», Radio Mayak, 13 novembre 2005 (tradotto in inglese dalla BBC Monitoring).
3) «Russia and Uzbekistan join efforts to repulse external aggression from USA», Pravda, 15 novembre 2005.
4) «Kazakhstan threats to sue MTV spoof presenter», Mosnews, 15 novembre 2005.

Attentato ad Amman: per i russi è israeliano
Maurizio Blondet
17/11/2005
Un' immagine che mostra come siano esplosi i controsoffitti in questo albergo di Amman (Reuters)AMMAN - L'esibizione alla TV giordana della signora Rishawi in veste di terrorista mancata, che docilmente mostra come indossava la cintura esplosiva, non convince parecchi esperti osservatori: la prima sceneggiata pubblica di questo genere.
Convince poco la figura di uno dei terroristi morti suicidi nell'attentato, Safah Mohammed Ali: secondo gli americani era stato da loro catturato a Falluja nel novembre del 2004 (durante i feroci bombardamenti), ma poi rilasciato perché non ritenuto pericoloso. Di fatto, secondo l'imam che guidava spiritualmente i gruppi di Falluja durante gli attacchi USA ricorda che Safah faceva parte della Brigata Bandiere Nere: un gruppo sospetto, più criminale che politico, noto soprattutto per rapire camionisti e «contractor».
Uno come Safah, se davvero fosse stato preso con le armi in pugno, avrebbe dovuto essere portato ad Abu Ghraib, e sottoposto al noto trattamento (torture e stupro), anziché essere rilasciato.

Altri dubbi restano sulla notizia (affermata, poi smentita da Haaretz) secondo cui turisti israeliani presenti ad Amman sarebbero stati evacuati ore prima.
E ancor più dubbi nascono dalle foto degli alberghi devastati, che mostrano chiaramente come le esplosioni siano avvenute in alto, avendo squarciato i controsoffitti.
Come se le bombe fossero state nascoste dietro i pannelli.
Questo particolare è confermato da Fadi al-Kessi, il disc jockey del Radisson presente nella sala della festa di nozze al momento delle esplosioni.
«Le luci della sala dov'era in corso la festa si sono spente per secondi, forse un secondo prima dello scoppio», ha raccontato alla Associated Press: «benchè ci fosse luce elettrica nel corridoio e nella lobby…poi un enorme boom. Mi è parso che l'esplosione venisse dal soffitto» (1).
Ancor più sospetto il fatto che il giovane re di Giordania Abdullah abbia approfittato della strage per fare un brutale rimpasto ai piani alti del potere: undici alti ufficiali dell'intelligence giordana, fra cui il suo capo, Saad Kheir, hanno dato le dimissioni (o sono stati dimessi) proprio mentre ad Amman sbarcava John Negroponte, il supercapo dell'intelligence USA



Il re ha sostituito il dimissionato con Marouf Al-Bakhit, ambasciatore giordano in Israele.
Il russo Shamil Sultanov, membro della Commissione Affari Internazionali alla Duma, ha sottolineato come questo rimaneggiamento rafforzi Abdullah: «anzitutto», ha detto Sultanov parlando alla radio russa Mayak l'11 novembre (2), «ricordiamoci che la Giordania è un elemento chiave per gli interessi americani. La posizione del nuovo re Abdullah II, che fra l'altro è metà inglese, è molto difficile per via delle contraddizioni sorte negli ultimi sei mesi tra lui e il vecchio gruppo di potere giordano. Quello che è accaduto ha dato un ottima occasione ad Abullah per fare dei cambiamenti nel suo entourage, per dirla con tatto, e rafforzare la sua autorità personale».
Non a caso Abdullah si è affrettato a varare leggi speciali anti-terrorismo, sul modello di quelle di Tony Blair e di Bush in USA, che di fatto aumentano il controllo del suo regime su ogni aspetto della vita del Paese.
Sultanov (ex KGB) ha anche rilevato quella che chiama la «connessione israeliana» negli attentati di Amman.
«Abu Mazen [il capo dell'Autorità Palestinese] è molto malato. E parecchi credono che il suo partito, Fatah, non può vincere con lui come leader, e sicuramente non vincerà le elezioni parlamentari che avverranno fra pochi mesi. Sicchè per moltissimi attori, gli americani, Israele, Sharon, l'Egitto, [Muhammad] Dahlan [attualmente ministro degli Affari Civili dell'Autorità Palestinese] sarebbe il politico migliore per rimpiazzare Abu Mazen. In questo senso gli attentati di Amman, e in modo particolare l'uccisione negli attentati di Bashir Nafi, il capo dell'intelligence militare palestinese nei Territori, è secondo me il passo che ha aperto la strada a Dahlan».



Dunque gli attentati «islamici» sarebbero stati perpetrati da una parte per rafforzare Abdullah, ma mettendogli attorno un gruppo di governo più filo-israeliano?
E nel frattempo per togliere di mezzo personalità palestinesi fedeli ad Abu Mazen?
Risponde, alla radio Mayak, il russo Vladimir Akhmedov, «esperto di Medio Oriente» (ex KGB anche lui): «è assolutamente vero che in Medio Oriente è in corso un difficile e complesso processo per sostituire le elites dirigenti…E gli USA interferiscono in questi processi sia con la diplomazia sia, come in Iraq, con la forza. Sicchè il rapporto bilanciato civili-militari in questi Stati è sconvolto. E la Giordania paga un alto, altissimo prezzo per la sua politica nel Medio Oriente, una politica che è dettata in larga misura dalla pura e semplice posizione geostrategica del Paese, circondato com'è da vicini potenti come Israele, Siria, Iraq e Arabia Saudita».

A questo proposito, Akhmedov ha ricordato il recente discorso del presidente siriano Bashar al Assad: «egli ha detto chiaro che l'assassinio di Hafik Hariri [l'ex presidente del Libano] è stato un elemento di pressione sulla Siria. I siriani non c'entrano con quel delitto. Credetemi: sono un esperto di Medio Oriente. Se i siriani volevano esercitare qualche pressione o influenza su Hariri, avrebbero avuto mille altri mezzi. E nella 'grande Siria' [che comprende il Libano, ndr.] tutti si conoscono a vicenda molto bene. Sanno che puoi essere nemico oggi, e amico domani. Perciò non ricorrono ai mezzi estremi» […]
«Secondo la mia personale opinione, sono stati gli americani a liberarsi di Hariri. Anzi i bersagli erano due. Il primo, il presidente siriano Assad, e il secondo, Chirac. Ciò perché Hariri era un amico intimo di Chirac, molto intimo. Non passava un mese senza che i due si incontrassero. E chi sa di politica dovrebbe capire che cosa significa una così stretta amicizia. Sicché hanno voluto rovinare i rapporti tra Chirac e il mondo arabo; e in questo ci sono riusciti. Ma non sono riusciti nel secondo scopo; non sono riusciti a forzare la Siria a capitolare» (3).



Sia o no plausibile questa analisi russa, va notato che Mosca ha indurito e reso più esplicite le sue accuse alle intromissioni americane nel «suo» cortile islamico.
«Russia e Uzbechistan uniscono gli sforzi per respingere l'aggressione esterna degli Stati Uniti»: così la Pravda titola il resoconto della recente visita ufficiale di Islam Karimov, il presidente uzbeko, a Mosca.
Putin e Karimov hanno firmato un accordo militare di reciproca assistenza in caso di «aggressione esterna».
Ed hanno chiarito: «un'invasione militare dell'Uzbechistan non è veramente possibile, ma gli USA cercheranno invece di organizzarvi un colpo di Stato».
Nel trattato, salutato da Karimov come «un livello di rapporti con la Russia totalmente nuovo», i due Stati si sono accordati nell'uso vicendevole di «installazioni militari nei loro territori».



E l'analista strategico russo Andrei Grozin, del Dipartimento Asia Centrale del CIS Institute di Mosca, ha spiegato: «un gruppo di senatori USA ha già minacciato di portare Karimov sotto processo internazionale per il suo rifiuto di collaborare nell'inchiesta sui fatti sanguinosi di Andijan. E USA e Unione Europea hanno lanciato una guerra mediatica contro l'Uzbechistan».
Un vero intervento militare contro Karimov è escluso: l'Uzbechistan è lo stato più esteso dell'Asia centrale, ed ha il 50% della popolazione totale dell'area.
Ma Grozin non esclude un colpo di stato manovrato dagli americani: evidentemente a Mosca si valutano le «pressioni» occidentali sull'Uzbechistan, al pari di quelle sulla Siria, come parte dello stesso «processo per sostituire le classi dirigenti» con altre più favorevoli agli interessi israelo-americani.
E Grozin (KGB) ha accennato a questo proposito a «un certo centro anti-terrorismo nella Shanghai Cooperation Organization» che si occupa proprio di questo.
La Shanghai Organization è un trattato economico fra Cina, Russia e quattro Paesi dell'Asia centrale, fra cui l'Uzbechistan.
In quella sede, il «terrorismo» da contrastare è palesemente quello USA - israeliano.



Frattanto un altro dei Paesi membri, il Kazakhstan, sta ingaggiando una curiosa battaglia legale contro un avversario improbabile: MTV, la TV che trasmette in tutto il mondo videoclip di musica rock e pop.
Il ministro degli esteri kazako ha minacciato di querelare il comico Sacha Baron Cohen, che da MTV ridicolizza il Kazakhstan da settimane, dipingendolo come uno Stato di bovari ubriaconi, che bevono vino fatto di urina di cavallo (nella realtà, i mongoli bevono un alcolico fatto di latte di cavalla) e mangiano cani.
«Non escludo che Cohen lavori agli ordini politici di qualcuno», ha detto il portavoce del ministro.
Ed effettivamente, ci si domanda che senso ha fare dello spirito sul Kazakhstan, e con tanta insistenza.
Va detto che Cohen, per le sue scenette anti-kazake, è stato insignito di un premio a Lisbona. Perché?



Forse può aiutare a capire che MTV è nato come un veicolo per diffondere il «modo di vita americano» capace, con la sua incessante esibizione di pop e rock, di influenzare vaste masse nel mondo: la si vede in Cina e in India, poiché trasmette da costosi satelliti.
MTV è controllata dalla multinazionale Viacom, il cui capo, il miliardario Sumner Redstone (alias Murray Rothstein) ha il controllo di 12 network televisivi, di 12 radio, della Paramount Pictures e delle case editrici Simon & Schuster e Prentice & Hall.
Appartiene a Viacom anche il marchio Blockbuster, che ha 4 mila negozi in franchising sul pianeta; senza contare i numerosi parchi tematici e gli studi di produzione, che forniscono soap operas ai tre principali network Usa.
Redstone - Rothstein, padrone della Viacom al 76%, è un sionista sfegatato.

Maurizio Blondet




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Note
1) «Jordan Security aide and 10 others design», Associated Press, 15 novembre 2005.
2) «Israeli connection in the recent Amman bomb», Radio Mayak, 13 novembre 2005 (tradotto in inglese dalla BBC Monitoring).
3) «Russia and Uzbekistan join efforts to repulse external aggression from USA», Pravda, 15 novembre 2005.
4) «Kazakhstan threats to sue MTV spoof presenter», Mosnews, 15 novembre 2005.

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claudio

SIONISMO

Ground Zero: parla l’eroe
Tratto da «Speciale 11 settembre» supplemento al DVD «9- 11 In Plane Site»
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[William Rodriguez complimentato dal presidente Bush per il suo eroismo]
William Rodriguez è il cittadino statunitense originario di Puerto Rico, considerato il simbolo dell'eroismo dell'11 settembre 2001 perché salvò numerose persone dal World Trade Center in fiamme dove era impiegato come operaio addetto alla manutenzione. Benché ferito, Rodriguez penetrò per tre volte nella torre nord per prestare il suo aiuto. All'ultimo tentativo venne quasi travolto dal crollo del grattacielo, ma riuscì a salvarsi gettandosi sotto un camion dei pompieri.
In seguito è stato ricevuto dal Presidente George W. Bush e nominato eroe dal Congresso statunitense. Da allora ha perso il posto di lavoro, dato che non esiste più, e di conseguenza ha perduto anche la casa e ogni suo bene, come succede normalmente negli USA.
Nonostante la sua precaria situazione ha continuato ad occuparsi dei familiari delle vittime, soprattutto di quelle di origine ispano-americana, per aiutarli ad ottenere sussidi e riparazioni da uno stato che da allora li ha completamente dimenticati. Come sopravvissuto e rappresentante dei familiari delle vittime il 22 ottobre dello scorso anno William Rodriguez, tramite il suo avvocato Philip Berg, ha presentato presso la Corte Distrettuale di Philadelphia una denuncia per complotto e strage nel confronti dei presidente degli Stati Uniti George W. Bush e di tutti gli altri membri della sua amministrazione. Nexus ha incontrato questo eroe e raccolto direttamente dalle sue parole la tragica testimonianza che vi proponiamo.
Mi chiamo William Rodriguez, ho lavorato al World Trade Center di New York per 20 anni della mia vita. Ero responsabile della manutenzione nella torre nord. L’11 settembre avevo l'unico passe-partout per aprire tutte le serrature delle porte degli edifici, anche se c'erano altre quattro persone che avevano i passe-partout ed erano state addestrate ad affrontare situazioni di emergenza e di soccorso, e che furono le prime a fuggire dagli edifici. Guardate, questa è la chiave.
Questo passe-partout era in grado di aprire tutto il complesso e quel giorno, l'11 settembre, un'unità di circa 15 persone dei dipartimento dei vigili dei fuoco mi doveva seguire mentre correvo da una parte all'altra cercando di aprire le porte per aiutare le persone ad uscire. Personalmente dopo l'11 settembre sono diventato il portavoce delle famiglie delle vittime e sono andato a testimoniare davanti al Congresso. A chiedere di creare una commissione, perché la commissione che hanno fatto per l’11 settembre, come ricorderete, il Presidente Bush non la voleva. Sosteneva che non ne avevamo bisogno ma noi ce l'abbiamo messa tutta, abbiamo combattuto e siamo riusciti ad ottenere la commissione».
«Questo che vedete è il rapporto finale ed io ho testimoniato, a porte chiuse. Molte informazioni riferite provenivano dall'ultimo superstite, una persona che conosceva bene gli edifici anche ad occhi chiusi.
I membri della commissione sono stati molto turbati dalle informazioni che ho fornito, ma in realtà non c'è traccia della mia testimonianza nelle oltre 500 pagine di questo rapporto. Anche se sono stato dichiarato eroe nazionale dal Congresso, loro non volevano che la mia testimonianza potesse in qualche modo contrastare con la versione ufficiale.
Ma permettetemi di parlare di quella giornata, l'11 settembre 2001, una giornata bellissima con il cielo terso. Sono arrivato al lavoro alle otto e mezza, stavo parlando con un supervisore, eravamo nel sotterraneo, al primo livello dei sotterranei della torre nord che è stata la prima ad essere colpita ma la seconda a crollare. Questo edificio aveva sei sottolivelli, B1, B2, B3 e così via fino al B6, ossia i livelli dei sotterranei dell'edificio. Il B1 aveva gli uffici dei servizi di pulizia, di imbiancatura, di riparazioni meccaniche, tutto ciò che aveva a che fare con la manutenzione dell'edificio.
Gli altri piani contenevano i magazzini, i generatori elettrici e così via.
Alle ore 8:46 abbiamo sentito un bang, un'esplosione che proveniva dai piani al di sotto di quello in cui mi trovavo, tra il B2 e il B3. E’ stata così violenta e l'edificio ha tremato così forte che le pareti si sono crepate e il controsoffitto è crollato. Ho detto subito che poteva essere un generatore elettrico che praticamente era esploso lì nei sotterranei. Alcuni secondi dopo abbiamo sentito un impatto enorme nella parte alta dell'edificio che ha iniziato subito a tremare così forte che tutte le 40 persone che si trovavano con me in quell'ufficio hanno iniziato a gridare tutte assieme, c'era una confusione e un caos totale. Tutti gridavano: «E un'esplosione». Davanti a me è apparso un uomo di colore che si guardava le braccia, mi sono accorto che c'era qualcosa che pendeva dalle sue dita, mi sembravano pezzi di vestito ma guardando più da vicino mi sono accorto che era la sua pelle. La pelle era stata lacerata da sotto le ascelle fino alla punta delle dita e gli stava pendendo come fossero dei guanti. Il suo nome è Felipe David, lavoratore immigrato di origine honduregna, ed era in completo stato di choc; ho guardato il suo volto che aveva delle parti mancanti, gli ho chiesto che cosa fosse successo, e mi ha risposto: «Gli ascensori, gli ascensori» Si trovava davanti agli ascensori ed era stato ustionato, così ho cominciato a spingere tutti fuori dall'ufficio.
A quel punto abbiamo sentito un'altra esplosione, siamo usciti fuori dall'edificio, ho fermato un'ambulanza e ho fatto salire alcune persone. Guardando verso l'alto dell'edificio ho avuto modo di vedere l'incendio e tutte le macerie che cadevano, riuscivo a scorgere l'antenna in cima all'edificio. Ho iniziato a pensare alle persone che stavano a Windows on the World, il ristorante in cima, e mi sono molto preoccupato perché avrei dovuto essere lì in quanto di norma, quando iniziavo a pulire, cominciavo sempre da quei piani alti e ogni mattina facevo colazione col personale del ristorante. Le conoscevo tutte bene quelle 67 persone che sono morte nel ristorante; a quel punto ho capito che dovevo ritornare indietro ma tutti mi gridavano: «Rodriguez rimani qui, non rientrare» Ho preso una radio da una guardia della sicurezza vicino a me e sono ritornato indietro entrando verso l'altro edificio tramite un sotterraneo che collegava le torri 1 e 2.
Nel sotterraneo ho incontrato due persone che non sapevano che un aereo si era schiantato sull'edificio, e questo vi può dare l'idea di quante persone possono essere morte perché non si resero conto che c'era stato questo attacco.
Nella torre 1 ho trovato una persona che lavorava in una squadra di salvataggio, che mi ha detto: «Sento delle grida, sento gridare» C'era acqua ovunque perché si era attivato immediatamente il sistema degli sprinkler antincendio, tutto era inondato. A quel punto ho preso uno degli ascensori, nella torre ce n'erano 150 di ascensori, e mi sono avvicinato alle due persone che gridavano tra il B2 e il B3. Erano disperate, nell'ascensore non c'era più luce né energia elettrica, urlavano che stavano per annegare, io non riuscivo a capire, ma come? Era perché l'acqua scendeva da tutti i piani e si accumulava in quelli più bassi, entrava nel pozzo dell'ascensore con una tale forza che quelli bloccati dentro rischiavano di annegare. Ho detto: «Dio aiutami!». Non ero un credente: «Dios mio por favor aiudame! Mi sono guardato attorno e ho trovato un pezzo di metallo, un rottame, ho iniziato a dare colpi sulla porta per cercare di rompere il meccanismo e la porta si è aperta. Ma c'era il vuoto perché, in realtà, la cabina era molto più in basso. Ho cominciato a pregare Dio nella mia lingua. Allora sono andato dove c'era il compattatore della spazzatura di tutto l'edificio, dato che l'elettricista lasciava lì le scale che però erano legate con delle catene. Fui fortunato: l'unica che non era legata era la più lunga, circa sei metri. Ho preso quella scala, l'ho inserita nel pozzo dell'ascensore e sono andato ad aprire la botola e a far uscire le due persone, uno era un dipendente di colore di una società che consegnava i pacchi, l'altro era Salvatore Giambanco, un italiano che faceva l'imbianchino. Sono riuscito a farli uscire, a caricarli su un'ambulanza e sono rientrato.
Ho incontrato degli agenti di polizia che mi hanno chiesto se avevo il passe-partout, siamo andati nella hall e lì c'erano dei vigili dei fuoco che aspettavano. Ho detto: «Seguitemi, so qual è la strada più breve». Mentre salivamo le scale era difficile procedere, i pompieri avevano un sacco di pesanti attrezzature con loro, attrezzi e respiratori di 30 e 60 chilogrammi , inoltre c'erano tutte le persone che correvano giù dalle scale. Al terzo piano siamo passati su un'altra scala che era migliore, nella torre c'erano tre scale A, B e C. Abbiamo preso la scala A, dopo un po' mi sono accorto che ero sempre un paio di piani davanti a loro perché non avevo tutte quelle attrezzature da portare, ero in condizioni fisiche migliori e per quelle scale andavo su e giù ogni giorno. Mi ritrovavo ad aprire delle porte ai vari piani, a far uscire molte persone che in molti casi non riuscivano a capire che cosa stesse succedendo.
Mentre salivamo sentivamo delle esplosioni che continuavano a verificarsi nei vari piani. Siamo arrivati al 27° piano, c'era una persona disabile e la sua carrozzina che ostacolava la discesa degli altri. A quel piano tutti i vigili del fuoco sono caduti al suolo, non riuscivano più a salire, erano stanchi e distrutti dalla fatica di salire con tutte le loro pesanti attrezzature. A quel punto ho chiamato mia madre a Puerto Rico, lei stava guardano alla televisione quello che stava succedendo, e le ho detto: «Mamma sono Willy, li devo aiutare perché ho il passe-partout, non posso darlo a nessuno»
Ho continuato a salire e al 33° piano ho trovato una donna a terra che non sapeva dov'era l'uscita; l'ho tirata su dicendo che dovevamo uscire e l'ho affidata ad altre persone che scendevano. Mentre ero lì ho distintamente sentito dal piano di sopra, il 34°, un rumore come di spostamenti di attrezzature pesanti, mi sono stupito perché quel piano era chiuso per ristrutturazione e in quel momento non ci doveva essere nessuno all'interno. Sentivo invece come un qualcosa di pesante che veniva trascinato. Ero spaventato, ero da solo ed ho oltrepassato quella porta andando ai piani superiori. Devo dirvi che quello era un edificio di classe A, ovvero una costruzione così alta ma dotata di sistemi in grado di spegnere ogni tipo d'incendio e consentire i soccorsi nei casi di emergenza, su ogni tre porte una deve aprirsi, questo è il codice per quel tipo di edifici a New York.
Ad un certo punto ho incontrato alcuni agenti di polizia e stavamo parlando quando abbiamo iniziato a sentire una serie di esplosioni in rapida successione, bum... bum... bum... bum. Al radiotelefono dicevano: «Abbiamo perso il 65, il 65° è crollato, dal 65° fino al 44°... » Tutti quei piani erano crollati. Abbiamo iniziato a scendere raggiungendo il 27° piano, poi di corsa giù per le scale fino alla hall e da qui sulla strada. Sentivamo le grida di tutte quelle persone ancora bloccate negli ascensori, gridavano, chiedevano aiuto ma gli ascensori erano bloccati, è stato orribile. Nella hall un vigile dei fuoco mi ha detto: «Vai alla postazione delle ambulanze». Così ho iniziato a camminare verso l'uscita e sentivo che mi gridavano: «Non guardare indietro, non guardare». Era uno sbarramento di polizia che aveva isolato l'area per sicurezza, guardando mi attorno ho visto i corpi di tutti quelli che si erano buttati dall'edificio. Ho anche riconosciuto il cadavere della signora dei 33° piano che avevo chiesto di accompagnare giù, il suo corpo era stato tagliato a metà come da una gigantesca ghigliottina, perché mentre usciva una lastra di vetro le era caduta addosso precipitando dall'alto straziandola in quel modo in una frazione di secondo. Ad un certo punto ho sentito tutti che mi urlavano: «Corri, corri, correte». Ho sentito come un terremoto e l'unica cosa che ho percepito è stato un autocarro dei vigili dei fuoco di fronte a me, ho pensato che sarei rimasto ucciso e mi sono ritrovato sotto questo automezzo con tutto che crollava attorno. Anche l'autobotte sembrava dovesse crollarmi addosso, l'unica cosa che mi sono detto è stata «Dio mio, spero che mia mamma non debba cercare il mio corpo e che non debba identificarlo quando è a pezzi. Vorrei che non debba riconoscere il mio cadavere».
Poi, tutto si è fermato, io mi sentivo come ustionato da quella strana polvere che riempiva tutto. Dopo un po' sono riusciti a tirarmi fuori dalle macerie e sono stato identificato dai vigili dei fuoco e dalla polizia come l'ultima persona riuscita a salvarsi.
Da allora sono stato presente in vari programmi e ho raccontato sempre ed esattamente questa storia. Se non mi credete andate a vedere su internet, o guardatevi la registrazione delle mie interviste e vedrete che fin dal primo momento la storia è stata questa.
Come superstite e come rappresentante delle famiglie delle vittime, ho riscontrato che il rapporto ufficiale sui fatti dell'11 settembre 2001 è un rapporto falso e incompleto. Ma perché vi ho raccontato tutto questo? Perché vogliamo darvi gli strumenti e gli elementi per capire che questo potrebbe accadere anche a voi, e perché possiate comprendere il modo in cui il nostro governo si è comportato con le vittime. Sono molto grato di aver incontrato tutte queste persone che non conoscevo prima, hanno cambiato la mia vita. Noi siamo animati da una motivazione e dall'entusiasmo di arrivare alla verità per voi.


Bush «sgrida» Sharon sul Muro e invia nuovi aerei. Tel Aviv: «La risoluzione Onu sulla Road map non ci vincola»

GERUSALEMME
George Bush dà una strigliata, senza insistere troppo, al premier Ariel Sharon sulla questione del muro in Cisgiordania ma non dimentica di tenere alto il livello tecnologico della macchina bellica israeliana. Da Washington è giunta la notizia dell'inizio da parte degli Usa della consegna a Israele di 102 cacciabombardieri F-16 della ultima generazione, la stessa, per intenderci, sulla quale volano (e combattono) i «top-gun» americani. Si tratta del più importante acquisto di armi fatto in una sola volta da Tel Aviv: copre interamente i 2,2 miliardi di dollari dell'aiuto annuale statunitense allo Stato ebraico. I 102 aerei vanno ad aggiungersi ad altri 230 F-16 già in possesso dello Stato ebraico. Si tratta di un patrimonio bellico eccezionale. La Spagna, ad esempio, pur essendo un paese stretto alleato degli Stati Uniti possiede soltanto 72 cacciabombardieri F-18 e 90 F-15. Il generale Dan Halutz, capo dell'aviazione israeliana, ha detto che con questi cacciabombardieri si espande a qualsiasi punto del Medio Oriente il raggio di azione di Israele. E' bene ricordare che questo tipo di aerei possono trasportare anche ordigni nucleari. Gli analisti militari israeliani da tempo parlano di «grande Medio Oriente», includendo in questa regione anche l'Asia centrale e l'Oceano Indiano.

In questa chiave si spiegherebbe l'acquisto da parte di Tel Aviv di tre sommergibili «Dolphin» di fabbricazione tedesca (la Germania, secondo fonti internazionali, avrebbe «regalato» a Israele almeno due dei tre sottomarini). I «Dolphin» sono convenzionali, con motore diesel, hanno un raggio d'azione di 4.500 km e sono dotati di sei tubi di lancio per siluri del diametro di 533 mm. La rivista Middle East International ha però riferito che quelli consegnati a Israele avrebbero altri quattro tubi di lancio supplementari del diametro di 650 mm. Una misura inusuale che fa pensare che a bordo dei sommergibili verranno caricati anche missili da crociera in grado di colpire obiettivi lontani, non solo in Iran ma anche in Pakistan, paese che Israele guarda con sospetto e che, peraltro, è in perenne confronto militare con gli stretti alleati indiani. Lo specialista israeliano Ephraim Imbar, intervenendo al forum on-line «Bitterlemons», è stato molto esplicito nel sottolineare che gli interessi strategici e di difesa di Israele vanno ben oltre i confini abituali del Vicino Oriente. Tel Aviv - ha sottolineato Imbar - segue con attenzione lo sviluppo dell'arsenale nucleare pakistano e quindi è pronta ad ogni evenienza. I tre «Doplhin» occupano un posto centrale in questa strategia militare allargata all'Oceano Indiano dove peraltro si vedono sempre più spesso le navi da guerra israeliane del tipo «Saar 5». I sommergili tuttavia presentano uno svantaggio: hanno bisogno di basi a portata di mano e di sostituire, con una certa frequenza, gli equipaggi soggetti a forti stress. Dove potrebbero trovare un porto sicuro i sottomarini israeliani impegnati a tenere sotto tiro il Golfo Arabo, l'Iran e il Pakistan? Secondo Middle East International nell'arcipelago di Dahlak, nel Mar Rosso, dove i russi dieci anni fa hanno abbandonato una base navale che potrebbe essere stata riabilitata di recente. Dahlak appartiene all'Eritrea, paese con il quale Israele mantiene buone relazioni. Intanto il governo Sharon ha reagito con irritazione alla risoluzione approvata dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu che chiede a israeliani e palestinesi di rispettare il piano di pace «Road Map». Israele ha comunicato che non accetterà nessun intervento esterno in relazione alla attuazione della «Road Map» che non sia quello degli Usa. Il vice premier Ehud Olmert, ha affermato che Israele non si sente «impegnato» alla risoluzione dell'Onu, passata anche col voto favorevole di Washington.Olmert ha poi detto in risposta alle critiche di George Bush alla costruzione della cosiddetta «barriera di separazione» in Cisgiordania, che Israele si riserverà sempre «il diritto di compiere passi unilaterali per separarsi dai palestinesi, tramite barriere o altri mezzi». Sharon da parte sua ha ammesso l'esistenza di «differenze» con gli Usa ma ha negato che tra le due parti ci sia una crisi di rapporti.

claudio

"Quel video è manipolato"
Denuncia dei traduttori Usa e della tv tedesca: aggiunte arbitrarie, censure politiche
E. N.

I dubbi sull'ormai famoso video-confessione di Osama bin Laden sono enormemente aumentati ieri, quando da due diverse ma attendibili fonti sono state smentite le ferree certezze che la Casa bianca fin dall'inizio ha voluto associare al documento.
La prima, severa smentita viene dalla tv pubblica tedesca Ard, che ha condotto un'inchiesta sul video e sull'attendibilità della traduzione fatta dagli esperti del Pentagono facendola esaminare da un illustre orientalista dell'Università di Amburgo e da due traduttori giurati. Tutti e tre sono giunti alla conclusione che in diversi e qualificanti passaggi del video la traduzione inglese va assai al di là di quanto effettivamente si senta: e sono proprio i passaggi dove dalle parole di bin Laden "si dovrebbe dedurre una chiara responsabilità". In particolare, sembra che nella traduzione inglese siano stati inseriti dei contesti temporali - non presenti nelle parole arabe ascoltabili - che dimostrano una conoscenza anticipata dei fatti da parte del leader terrorista.
Le accuse tedesche sono abbastanza gravi. Ma ad esse si sommano le dichiarazioni, di tono e contenuto diverso ma altrettanto sconcertanti (e tali da intaccare seriamente la credibilità dell'operazione) rilasciate da uno dei traduttori ingaggiati dal governo americano, George Michael, intervistato dalla Associated press. Secondo Michael, il testo della traduzione da lui consegnata era più ampio e dettagliato di quello poi reso pubblico. Per esempio, conteneva molti nomi che poi sono scomparsi. Nomi di membri dei commandos suicidi di dirottatori: non solo Mohammed Atta verrebbe citato da bin Laden, ma anche diversi altri (almeno sei); inoltre nella conversazione ci sarebbero dei riferimenti espliciti a persone della polizia saudita e del clero saudita che avrebbero dato aiuto all'organizzazione terrorista. Michael (che è di origine libanese) e il suo collega egiziano Kassem Wahba (anch'egli assoldato dal Pentagono) non sono riusciti a intendere il nome di uno sceicco saudita citato dall'ospite di bin Laden come persona di grande aiuto; ma un altro traduttore indipendente saudita, Ali al-Ahmed, cui la Ap ha sottoposto il video, lo ha indentificato come Sheikh Abdulah al-Baraak, uno dei più importanti consiglieri religiosi della dinastia regnante saudita. Una realtà - osserva al-Ahmed - che probabilmente è molto imbarazzante per Riyadh: "penso che possa esserci stato un tentativo di coprire quello che poteva essere politicamente nocivo per gli Stati uniti".
Ma dalla vicenda emergono due fatti gravissimi: il primo, che il video per un verso o per l'altro è stato effettivamente manomesso e dunque non è pienamente attendibile; il secondo, che gli Stati uniti nella loro guerra contro il terrorismo possono sterminare interi popoli ma non intendono in nessun caso toccare i veri "santuari" del terrorismo islamico in Arabia saudita, troppo contigui ai loro interessi petroliferi. E non è consolante

Spie israeliane arrestate sul tetto a Manhattan
di Sbancor - tratto da http://www.rekombinant.org

Sbancor aveva avvisato: quando si iniziano a delirare razze e religioni si aprono le porte dell'orrore. Le rivelazioni vengono da Fox News e Associated Press. Ci sono forze istituzionali USA impegnate a bloccare la corsa alla guerra in Medio Oriente? Rekombinant counter-intelligence per tutti.

[NdR. Anti-boatos system: la fonte e questo articolo vanno citati correttamente]

Mentre l'intero Occidente è ridotto a una platea di idioti teledipendenti che da casa tifano, chi per gli ebrei, chi per Arafat, con gran spreco di neuroni e adrenalina elettrotelevisiva, iniziano a filtrare notizie inquietanti. Ricordando a tutti i lettori che, nella società dello spettacolo integrale, "il vero è un momento del falso" le rispedisco così come le ho avute.

Da E.I.R (Executive Intelligence Revue) anno 10, n.51 20 dicembre 2001.

(...)

"Ora, a tre mesi di distanza, Sharon e i militari israeliani procedono a passo spedito verso la guerra. In questo contesto si collocano alcune rivelazioni esplosive sul conto delle unità dello spionaggio israeliano attive negli USA alla vigilia dei misfatti dell'11 settembre. Poiché le rivelazioni provengono da una rete televisiva affermata come la Fox News, e sono poi state riprese dalla Associated Press e da CHANNEL 11 di Houston ed altri, va ritenuto che dietro vi siano forze abbastanza istituzionali impegnate a bloccare la corsa verso la guerra in Medio Oriente.

In quel fatidico 11 settembre furono arrestate cinque spie israeliane, poi estradate. Stavano tutt'e cinque su di un tetto di Hoboken, e guardavano oltre il fiume Hudson, in direzione delle Torri Gemelle. Qualcuno ha chiamato la polizia ed è risultato che i cinque facevano parte delle forze armate israeliane e che avevano lavorato per una impresa di trasporti. I cinque, i cui visti erano scaduti, si sono rifiutati di dire di più.

Gli israeliani arrestati nelle retate successive all'11 settembre sono in tutto una sessantina. La Fox News riferiva l'11 dicembre che, sottoposti al test della "macchina della verità", alcuni di questi arrestati hanno mentito.

"Non ci sono indizi di una partecipazione israeliana negli attacchi dell'11 settembre; purtuttavia, gli investigatori sospettano che essi abbiano raccolto informazioni in anticipo attinenti a quei fatti, ma non le hanno riferite" alle autorità USA, ha detto Carl Cameron della Fox News. Le autorità americane hanno detto a Cameron che il silenzio è d'obbligo in questa fase dell'inchiesta, mentre i portavoce dell'ambasciata israeliana non ammettono niente di niente in merito allo spionaggio negli USA. Cameron ha continuato:

"Ma Fox News ha appreso che un gruppo di israeliani da poco individuato nel North Carolina si serviva di un appartamento in California per spiare un gruppo di arabi che le autorità statunitensi tengono sotto osservazione perché sospettati di collegamenti con il terrorismo.

"La Fox News ha raccolto documenti che indicano come anche prima dell'11 settembre almeno 140 altri israeliani siano stati arrestati nel corso di complesse indagini molto riservate sullo spionaggio israeliano negli USA."

I sospetti si appuntano su studenti dell'Università di Gerusalemme o dell'Accademia Bezalel: "I documenti mostrano che [gli israeliani] si sono concentrati nella penetrazione di basi militari, degli uffici della DEA, della FBI, e di diversi uffici governativi e ci sono riusciti, entrando persino in uffici segreti e abitazioni private appositamente non registrate, assegnate al personale che svolge attività speciali".

Un'altra parte dell'inchiesta riguarda l'arresto di decine di spie israeliane che operavano in strada, come venditori ambulanti. Cameron fa inoltre riferimento ad altre indagini condotte dalla Corte dei Conti e dai servizi militari (DIA) che definiscono le attività spionistiche israeliane negli USA rispettivamente "aggressive" e "voraci".

Il 12 e 13 dicembre Cameron è tornato sull'argomento con la storia della AMDOCS, impresa privata israeliana che opera nelle telecomunicazioni ed è appaltatrice presso le venticinque principali imprese telefoniche americane. Il tipo di servizio prestato le da accesso in tempo reale a gran parte delle linee telefoniche del paese, con la possibilità di fare tutte le intercettazioni telefoniche che vuole. Secondo la Fox TV, la AMDOCS è finita più volte sotto inchiesta: FBI e altre forze di polizia l'hanno ripetutamente sospettata di collegamenti con la mafia e di spionaggio.

Ci sarebbe poi un documento top secret della National Security Agency (NSA) che nel 1999 spiegava come tutte le telefonate in America fossero registrabili da parte di governi stranieri, in pratica quello israeliano. Quando nel 1997 scoppiò lo scandalo "MEGA", riguardante la talpa israeliana nell'amministrazione USA, AMDOCS fu accusata di aver intercettato le telefonate tra il Presidente Clinton e Monica Lewinsky. La Fox TV aggiungeva che il pericolo tutt'altro che remoto è che le informazioni riservate siano anche accessibili al crimine organizzato israeliano: "Non sarebbe la prima volta: nel 1997 si presentò un bel grattacapo quando le comunicazioni di FBI, Servizi segreti, DEA e LAPD furono completamente compromesse dal crimine organizzato israeliano che utilizzava i dati di cui dispone la AMDOCS".

Il 13 dicembre la Fox ha parlato della Converse Infosys, un'altra impresa high tech, sussidiaria di un'impresa israeliana, che con uffici in tutto il territorio americano "fornisce attrezzature per le registrazioni telefoniche alle forze dell'ordine". Gli enti preposti utilizzano il software della Converse nei propri computer per individuare le telefonate da intercettare e per lo smistamento delle registrazioni a seconda delle competenze. La casa madre della Converse, che ha accesso a questi dati, è tanto vicina al ministero dell'Industria e Commercio (di cui è stato titolare Sharon) che il 50% delle sue spese di R&D sono a carico del ministero.

Rompendo la prassi delle sue conferenze stampa, il 13 dicembre il Segretario di Stato Powell ha concesso la prima domanda al corrispondente dell'EIR. Interrogato in merito allo spionaggio israeliano negli USA, Powell ha risposto di essere al corrente della storia degli arresti -- quindi confermandone la notizia -- ma di occuparsi solo dell'aspetto diplomatico della questione, mentre per quanto riguarda l'aspetto spionistico, ha detto, "la domanda deve essere rivolta al ministero di Giustizia ed alla FBI"

La sacra alleanza del King David
Stefano Liberti - «Il Manifesto» 19 ottobre 2003


Neocons, sionisti cristiani e likudnik riuniti a Gerusalemme per ridisegnare il Medioriente.

«Israele è il ground zero della cruciale battaglia per la sopravvivenza della nostra civiltà». È con questi toni solenni che si è aperto domenica scorsa il primo Jerusalem summit, evento di fondazione di un nuovo think tank internazionale che si propone di «creare nuovi paradigmi per la questione di Israele e dello stato palestinese». Riunita per tre giorni a Gerusalemme, la manifestazione ha visto la partecipazione dei principali leader dell'estrema destra israeliana, di importanti esponenti della cupola neo-conservatrice e di noti ideologi del movimento sionista cristiano. «Una nuova allenza di gente di molte fedi e nazioni devote a Israele», come annunciava il comunicato stampa approntato per l'occasione dagli organizzatori. Tra le persone riunite a questa kermesse spiccavano, da parte israeliana, vari esponenti del partito dell'Unione nazionale, come il ministro dei trasporti Avigdor Lieberman e quello del turismo Benny Elon, oltre ai likudnik più estremisti, come l'ex premier e attuale ministro delle finanze Benyamin Netanyahu e il ministro della sicurezza interna Uzi Landau. Da parte americana sono invece convenuti alcuni tra i più noti guru della galassia neo-cons: Richard Perle, membro e già presidente dell'influente Defence policy board del Pentagono; Daniel Pipes, esperto di islamofobia nominato da Bush nel consiglio di amministrazione dello Us Institute for peace; Elliot Abrams, del Consiglio di sicurezza nazionale, già noto per aver partecipato all'Irangate e aver organizzato gli squadroni della morte in Salvador e Guatemala durante l'amministrazione Reagan.

L'islam, il nuovo totalitarismo
A consultare il sito web messo in piedi per l'evento (http://www.jerusalemsummit.org), si scoprono i princìpi fondanti di questa nuova «alleanza di intellettuali, leader pubblici e religiosi»: la convinzione che tutta la terra tra il mar Mediterraneo e il Giordano appartenga al popolo ebraico; la ricerca di soluzioni «creative» per gli arabi palestinesi che vivono a Gaza e in Giudea e Samaria (Cisgiordania); l'identificazione dell'islam con il nuovo totalitarismo. È partendo da questi significativi punti fermi che gli avventori hanno potuto ascoltare compiaciuti la «road map» alternativa del ministro Elon, che prevede la sconfitta totale dei palestinesi e la loro deportazione verso la Giordania. Hanno poi potuto applaudire Perle - insignito per l'occasione di un'onorificenza creata ad hoc - quando ha detto senza usare mezzi termini che «gli Stati uniti dovrebbero ora attaccare la Siria».

La mafia russa si getta nella mischia
Al di là dei nomi conosciuti dell'establishment dell'estremismo sionista predominante negli attuali governi israeliano e statunitense, vi erano anche altre figure meno note, la cui partecipazione è significativa perché segna l'allargarsi del fronte favorevole al ridisegno del Medioriente in funzione della Grande Israele. Prima di tutto, tra gli organizzatori del summit spicca la Michael Cherney foundation, creata dall'omonimo uomo d'affari di origine russa per assistere le vittime degli attentati suicidi e le loro famiglie. Arricchitosi dal nulla dopo il crollo dell'Unione sovietica, Cherney è stato accusato di complotto contro lo stato in Bulgaria e si è rifugiato in Israele, dove è considerato da alcuni il «padrino dei padrini della mafia russa».
Oltre al soccorso delle vittime, la fondazione da lui creata è impegnata attivamente nel convertire la chiesa ortodossa russa - tradizionalmente antisemita - al sionismo militante, in funzione di un presunto nemico comune: l'islam.
Sulla sua stessa lunghezza d'onda appaiono le varie organizzazioni sioniste cristiane che hanno preso parte al summit di Gerusalemme: la Religious zionists of America e l'International christian embassy, solo per citare le più celebri.
Uniti dall'obiettivo della Grande Israele, i vari personaggi che si muovono nei meandri di questo nuovo think tank ultra-sionista appaiono animati da motivazioni diverse, che la dichiarazione di princìpi del summit non manca di mettere in luce: «per alcuni che sono religiosi, l'ultima e immutabile ragione (per l'affermazione della Grande Israele, ndr) è che Dio ha promesso questa terra al popolo ebraico. Ma questo principio è valido anche dalla prospettiva della storia e del diritto internazionale (sic)».
Strettamente riservata alle star dell'estremismo sionista, la riunione è stata organizzata con cura, fino ai minimi dettagli. Gli incontri si sono tenuti al King David hotel, lo stesso dove nel 1946 le bande paramilitari Irgun e Stern hanno compiuto un attentato dinamitardo contro i britannici, uccidendo 92 persone. Un luogo altamente simbolico: da lì, secondo Olon e suoi accoliti, è cominciata l'inarrestabile ascesa di Israele. Che, per l'appunto, si concluderà solo con il controllo totale dello stato ebraico sui territori biblici di Giudea e Samaria. -----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------



a questo gruppo di amici affiatati non poteva non unirsi questa nostra vecchia conoscenza

la baronessa cox;

chi è la baronessa ce lo spiegato molto bene mazzetta in questo suo intervento:
http://italy.indymedia.org/news/2005/03/760878.php

l'evoluzione attuale dei buontemponi in questo magnifico articolo di blondet
per alcuni un fascio , per me solo un bravo giornalista .

http://www.effedieffe.com/interventizeta.php?id=763¶metro=esteri








Ramallah, 14 nov. (Adnkronos) - Amjan Hanawi, capo di Hamas a Nablus, in Cisgiordania, è stato ucciso questa mattina da forze israeliane in un'operazione condotta prima dell'alba. L'uomo, 34 anni, ritenuto responsabile di diversi attentati suicidi negli anni '90, era in cima alla lista dei ricercati in città. Il raid a Nablus, con l'obiettivo di arrestare ricercati, è stato condotto da una forza composta da parà, squadre dell'antiterrorismo della polizia e membri delle unità di elite Dudevan e Haruv, riferisce il sito di Haaretz.

A quanto raccontano i vicini, i soldati hanno circondato la casa di Hanawi e hanno ordinato a tutti di uscire. I familiari hanno obbedito, ma Hanawi ha tentato di fuggire ed è stato ucciso mentre tentava di scalare un recinto. Un portavoce dell'ospedale locale ha poi riferito che è stato raggiunto da 15 colpi d'arma da fuoco. L'esercito ha sottolineato che l'uomo era in possesso di una pistola, un fucile e munizioni.

Membri di Hamas hanno poi percorso in auto le strade di Nablus annunciando con gli altoparlanti la morte del loro capo. Il funerale, secondo la tradizione islamica di una rapida sepoltura, è previsto per questa mattina. Fonti palestinesi riferiscono che altri otto membri dell'organizzazione estremista islamica sono stati arrestati durante il raid.

Intanto, il segretario di Stato americano Condoleezza Rice, in Israele per partecipare alle celebrazioni in memoria di Yitzhak Rabin - il primo ministro assassinato dieci anni fa -, ha incontrato questa mattina il collega Silvan Shalom. Il segretario di Stato Usa avrà anche un colloquio con il primo ministro Ariel Sharon nel corso del quale dovrebbe essere affrontata la questione dell'atteggiamento d'Israele nel caso Hamas partecipi alle elezioni parlamentari palestinesi di gennaio. La Rice ha affermato di volersi impegnare per dare una spinta al processo di pace fra israeliani e palestinesi, dopo il ritiro israeliano da Gaza.

Nel pomeriggio, a Ramallah, l'incontro con il leader palestinese Mahmoud Abbas.

Il segretario di Stato ha già anticipato che israeliani e palestinesi sono ''molto vicini'' al raggiungimento di un accordo sul controllo del valico di Rafah, fra la Striscia di Gaza e l'Egitto. Uno degli obiettivi della visita della Rice, infatti, è proprio quello di accelerare in negoziati sul valico di Rafah e sul terminal commerciale di Karni, fra Israele e la Striscia. Lo rivela sempre il sito Haaretz.




esteri
Negroponte e il suo super - KGB
Maurizio Blondet
13/11/2005

Hayden, Bush e Negroponte, alla cerimonia d'installazione della National Intelligence
WASHINGTON - I servizi francesi osservano con attenzione allarmata l'organigramma della National Intelligence, il nuovo super-organismo americano che raduna tutte i servizi segreti USA, interni ed esteri, sotto la direzione di John Negroponte.
Ex ambasciatore in Sudamerica, dove è diventato esperto di agitazioni e provocazioni, Negroponte è solo la figura più mediatica dell'organismo.
Molto meno il suo vice-direttore operativo, il Generale dell'US Air Force Michael Hayden: noto negli ambienti come grande e capace organizzatore, ha sotto di sé 400 dipendenti, che presto saliranno a 700.
Hayden è stato capo della NSA (National Security Agency), il più segreto dei servizi segreti interni - la sua sigla viene tradotta, da chi sa, come «Never Say Anithing» (1): si ritiene che darà la stessa forma (segretezza, struttura a cellule) al National Intelligence, che deve guidare e controllare quindici agenzie di intelligence americane.
Negroponte, per ora, si limita a fare il consigliere del presidente.
E' lui, e non più il capo della CIA (oggi Porter Goss, un altro amico fattosi le ossa in Sudamerica con azioni d'assassinio), a recitare il briefing quotidiano a Bush ogni mattina.
Hayden, intanto, pensa al compito vero e duro: imporre l'autorità del nuovo organismo sulle 15 agenzia, dalla CIA all'FBI, abituate ad ampi margini di autonomia.
Il 27 ottobre sorso, a firma Negroponte, il generale Hayden ha diffuso tra gli addetti ai lavori e suoi sottoposti il documento programmatico, 20 pagine, dal titolo: «The National Intelligence Strategy - Transformation through integration and innovation»; quattro giorni dopo, l'Ufficio del Direttore della National Intelligence (ODNI) rendeva noti i nomi degli otto «vicedirettori associati» incaricati di mettere in atto la «trasformazione».
All'ufficio del management, il vicedirettore è l'ambasciatore Patrick Kennedy; alla sicurezza interna ambasciatore Eric Boswell, già assistente segretario di Stato sotto Clinton; Melfin Heritage, 30 anni come dirigente del servizio segreto militare e dell'Army Space Program, sarà il responsabile delle acquisizioni.
Il vice-direttore del management dovrà «vegliare che i servizi di informazione in seno al dipartimento della giustizia e dell'Homeland Security siano strettamente integrati alla comunità del controspionaggio»: si allude qui all'FBI, che da polizia giudiziaria (dipende dal dipartimento della giustizia) va trasformata in polizia segreta, con un suo proprio servizio di sorveglianza dei «nemici interni»: giornalisti «alternativi», oppositori alle politiche di Stato, movimenti di base ostili.
La polizia giudiziaria dovrà essere più politicizzata.

L'ufficio «Customer Outcomes» avrà il compito di «far condividere le informazioni tra le agenzie». Marc Ewin, da cinque anni direttore della DIA (il servizio segreto militare) sarà il Principal Assistant Deputy Director.
Charlotte Martinsson, (viene dalla DIA, è esperta di SIGINT) sarà assistente del Direttorato «for intelligence capabilities requirements».
Mary M. Graham (viene dalla CIA, operazioni clandestine) sarà la responsabile per la raccolta e l'analisi dei dati raccolti all'estero e all'interno.
E' stato creato anche un «Foreign Denial and Deception Committee» per le provocazioni, la disinformazione e le «false flag operations».
Shishu Gupta (ex CIA), direttore del System Engineering Integration, sarà responsabile di tutti gli strumenti tecnici.
Thomas Fingar, che viene dal Dipartimento di Stato e dal suo controspionaggio (Intelligence and Research) dovrà reperire «competenze» interne ed esterne per creare gruppi «virtuali» di esperti per l'analisi.
Sotto di lui, come Chief Technology Officer, un matematico criptatore per la NSA da 20 anni.
E' un vero KGB, con i suoi Direttorati e le sue centrali estere e interne.
Il tutto radicalmente politicizzato: la vecchia CIA, con le sue analisi indipendenti, ha messo troppi bastoni tra le ruote ai progetti di Bush e dei neocon.
Di fatto, il nuovo organo è la fine della CIA.

Maurizio Blondet

Note
1) la NSA è fra l'altro l'ente criptologico degli USA: l'ufficio cifra del 21mo secolo, che protegge le informazioni riservate e ne produce da SIGINT (intelligence satellitare, intercettazioni, Echelon e simili).

«Jerusalem Summit» centrale neocon
Maurizio Blondet
13/11/2005

Gerusalemme come luce e guida di un mondo saldamente unito sotto il suo comando
«Due pericoli gemelli minacciano l'umanità: in Oriente il totalitarismo sotto forma di radicalismo islamico, e in Occidente il relativismo morale, che mira a privare le culture del loro contenuto spirituale».
Non è una frase di Giuliano Ferrara. E' il motto di una poco nota, ma potente, entità della lobby ebraica, chiamata «Jerusalem Summit».
E' un vero laboratorio delle strategie neocon, che si riunisce annualmente (e anche più volte l'anno) per elaborare le strategie anti-islamiche e incaricare della loro diffusione potenti amici goym, «cristiani» più o meno spurii.
Basta leggere il sito del «Jerusalem Summit» per farsi qualche idea di come funziona.
Il giugno 2005, in collaborazione con la Tel Aviv University, ha tenuto una «Conferenza sulla collaborazione strategica Israele-India».
Perché, ci viene spiegato, il «Jerusalem Summit» sostiene il bisogno per Israele di diversificare i suoi alleati strategici; e siccome gli Stati Uniti sono una potenza in rapido declino, è bene cominciare a stringere alleanze con le grandi potenze emergenti dei prossimi decenni.
Il 10-14 agosto, perciò, il «Jerusalem Summit» ha tenuto un grande raduno alle porte della Cina. Precisamente a Seoul, dove hanno presenziato il sindaco di Seul, vari parlamentari coreani e «dignitari dei maggiori Paesi circostanti».
Ha ospitato gli ebrei neocon «la più grande Chiesa dell'Asia sud-orientale, la Chiesa del dottor David Yonggi Cho»: una losca setta pentecostale il cui guru, dottor Cho, è un vero esperto della «Quarta Dimensione», da quando Cristo gli è apparso sotto gli abiti di un pompiere.
Se non ci credete, leggete la nota (1) che lo riguarda.
Insomma, una di quelle sette proliferate dall'esempio della «Chiesa» del reverendo Moon, tanto apprezzata da Massimo Introvigne, il noto cristianista neocon italiano.
Il «Jerusalem Summit» e il dottor Cho, in quella conferenza, hanno proclamato insieme - e chiesto ai rispettivi governi di intraprendere - i «'tre giusti passi' per la pace del mondo e di Israele».
I «tre giusti passi» sono:
- trasferire le ambasciate straniere a Gerusalemme (che implica il riconoscimento di Gerusalemme come capitale israeliana);
- spostare i palestinesi in Paesi terzi (l'espulsione in massa dei palestinesi in Giordania, vecchio sogno dell'estremismo giudaico);
- condizionare ogni aiuto ai palestinesi alla cessazione totale degli atti e dell'incitamento al terrorismo.
Il 28 gennaio 2006, il «Jerusalem Summit» conta di tenere una grande conferenza ad Odessa, nell'Ucraina tornata alla democrazia e neo-satellite USA.
Perché?
Spiegazione: «solo la 'nuova Europa' (dell'Est) è l'ultima speranza per l'Unione Europea di superare il relativismo morale, che rappresenta un mortale pericolo per la vecchia Europa».
E' in preparazione il «libro bianco» con le idee-guida della conferenza: «scienziati neoconservatori e leader cristiani» parleranno della «necessità di contrastare la de-cristianizzazione d'Europa e la radicalizzazione della popolazione musulmana», nel quadro di una «rinascita dei valori giudeo-cristiani in Europa».
Il programma preciso dei cristianisti italioti, di Giuliano Ferrara.
Ridiventiamo cristiani, lo vogliono gli ebrei.
Sempre nel 2006, il «Jerusalem Summit» terrà una simile conferenza in Africa.
Precisamente in Sud Africa, in collaborazione con l'ICEJ, la «International Christian Embassy in Jerusalem», che è una formazione degli evangelici americani, «cristiani rinati» e vecchi amici dei neocon giudaici.
Ma non basta ancora.
Il «Jerusalem Summit» è un vero vulcano di idee.
Le sua «migliori menti», leggiamo, stanno lavorando al «Piano alternativo del conflitto arabo-israeliano».
Su tre linee guida:
- de-politicizzazione del «problema palestinese». Ciò implica, ci viene detto, «un cambio di paradigma: anziché tentare invano di placare storicamente, legalmente e moralmente» le pretese palestinesi sulla loro terra, il mondo si concentri sul «prendersi cura dei legittimi bisogni umanitari del popolo palestinese»;
- de-militarizzazione dell'«autorità palestinese»;
- de-jihadizzazione dei palestinesi.
Ci stanno pensando personalità altamente umanitarie come Moshe Ayalon, capo di Stato Maggiore dell'armata israeliana, e Yuval Stehitz, membro della Knesset (parlamento ebraico) e della Commissione Difesa; più altri generali ebrei a riposo o in servizio.
Evidente il modello: anche il problema degli indiani d'America fu de-politicizzato.
Anziché soddisfare le loro pretese morali e legali sulla terra, umanitari americani cominciarono a curarsi dei «bisogni umanitari» dei pellerossa, ormai de-militarizzati: con abbondanti offerte di acqua di fuoco e distribuzione di coperte infettate dal vaiolo.
Il problema indiano fu così risolto.
Il «Jerusalem Summit» esiste da decenni.
Ma pare abbia cominciato a funzionare a tutto vapore nell'ottobre del 2003, decennale degli odiati accordi di Oslo (il processo di pace liquidato da Sharon), radunando una cinquantina di potenti personaggi occidentali per farne dei sostenitori delle pretese israeliane, anche le più insaziabili.
Finanziatore del grande raduno, la «Michael Cherney Foundation»: Cherney è un miliardario e un delinquente, un oligarca russo riparato in Israele per sfuggire alla giustizia di Mosca, ed oggi sotto inchiesta anche in Israele per frode e corruzione.
Ma in quell'occasione, a dare i soldi al «Jerusalem Summit», oltre al delinquente, sono stati anche il ministero del Turismo israeliano e la National Unity Coalition, che raduna «200 gruppi ebraici e cristiani» (evangelici, cristiani rinati, apocalittici ed esperti della «Quarta Dimensione»).
I partecipanti arrivavano dagli USA, dalla Francia, dalla «nuova Europa» (Slovacchia e Serbia); a fare gli onori di casa il noto Richard Perle, membro dell'ebraico think tank neocon «American Enterprise» del Defence Policy Board al Pentagono (da cui è uscito il progetto di attacco a Saddam e tutte le falsità sulle sue armi di distruzione massiccia); e Daniel Pipes, il super-estremista ebraico americano, spesso ascoltato dal Foglio di Ferrara.
Entrambi sono fondatori del «Jerusalem Summit», con il presidente della Bar-Ilan University Moshe Kaveh, il senatore USA (ebreo) Sam Brownback, e la baronessa inglese Caroline Cox, che per i suoi servizi è stata nominata presidentessa del «Jerusalerm Summit».
C'erano anche Morrie Amitay, vicepresidente del JINSA, Jewish Institute for National Security Affairs, il centro di collegamento fra il Likud e il sistema militare-industriale USA; il pastore evangelico Michael Evans, fondatore del Jerusalem Prayer Team, centro del sedicente ecumenismo giudaico-cristiano; Herbert Zweibon, presidente dell'Americans for a Safe Israel (altra lobby ebraica); Morton Klein, presidente della Zionisti Organization of America; Frank Gaffney, likudnik arrabbiato, presidente del Center for Security Policy (altro ramo della nota lobby).
Più vari giornalisti estremisti, come Cal Thomas, della Fox News e del Christian Syndicated Columnists, e vari disparati parlamentari giudeo-americani, giudeo-cristiani e «crociati» combattenti per il mistico «regno d'Israele».
Insomma tutti dei moderati, preoccupati della cura umanitaria dei palestinesi.
Nella conferenza infatti fu aspramente criticata l'ONU, accusata di «creare e perpetuare» il problema palestinese tenendo viva la loro «politicizzazione», ossia la loro pretesa sulla terra.
Pretesa infondata, dichiarò Herbert Zweibon (Americans for a Safe Israel): «la terra d'Israele appartiene al popolo ebraico, che ne ha i titoli biblici, storici e morali».
L'idea di far nascere uno Stato palestinese in Cisgiordania (Territori Occupati) fu respinta all'unanimità: «mette in pericolo l'esistenza stessa di Israele» (come dice anche Gad Lerner).
Tutti si alzarono a cantare lo slogan: «la Giordania è Palestina»: la vecchia idea Likud, di sbattere i palestinesi in Giordania.
I delegati serbi, che avevano sbattuto i kossovari fuori dal Kossovo, si sono addirittura commossi.
Rabbi Benny Elon, il ministro del Turismo ebraico, tenne una ispirata conferenza dal titolo «La giusta via alla pace»: che consiste, secondo lui (e non solo lui), nel disciogliere a cannonate l'Autorità Palestinese e nel riconoscere la Giordania come stato dei palestinesi, qualunque cosa ne pensi il re della Giordania.

S'intende, la Gisgiordania non sarà mai restituita al re, perché si chiama «Giudea e Samaria», antiche entità bibliche.
Poi l'intervento di Netaniyahu: Israele deve difendersi con le armi, «è in pericolo la sua stessa esistenza»; l'ONU è immorale; gli USA devono guidare l'alleanza contro il terrorismo.
Ehud Olmert, vice primo ministro: «il solo modo di vincere il terrorismo è farlo senza limitazioni». Israele deve decidere «su una base unitalerale, fondata su quel che vogliamo noi».
E ancora: «i palestinesi non faranno mai la pace finché il mondo gli farà credere che hanno diritto a Gerusalemme come loro capitale…ma non ci sarà mai un governo ebraico che avrà l'autorità morale per cedere Gerusalemme, culla dell'esistenza ebraica».
Cal Thomas: «il pericolo per il mondo è l'Islam radicale, anche quello evangelico (sic). Deve essere liquidato».
Lo scopo dell'Islam, aggiunse Zalman Shoval, ex ambasciatore israeliano in USA, «è di distruggere la tradizione giudaico-cristiana, e questa lotta culturale si vince con atti militari».
Poi, le premiazioni.
Richard Perle, co-presidente del «Jerusalem Summit», viene insignito (dal «Jerusalem Summit») del «Premio Scoop Jackson» (dal nome del senatore USA, superfalco).
Il premio viene conferito a coloro che si distinguono per il loro «inconcusso supporto al sionismo e la fede nella potenza militare americana».
Nel 2002, lo «Scoop Jackson» era andato, indovinate?, a Paul Wolfowitz.
Nel 2004 è andato Lady Caroline Cox, la presidentessa del Jerusalem Summit.
Come si vede, sempre loro: se la cantano, se la suonano, e si premiano.
Vari altri principii affermati dal «Jerusalem Smmit»: «Israele è la chiave dell'armonia fra le civiltà. Per il bene del mondo intero, la terra di Israele deve appartenere agli ebrei».
«Solo se Israele resta forte, Gerusalemme può diventare il centro sotto cui l'umanità si raccoglierà nella nuova era di pace e prosperità» (il regno ebraico mondiale? Il regno dell'Anticristo?).
«La creazione di uno Stato palestinese è una ingiustizia storica di proporzioni colossali: una piccola debole democrazia dovrebbe cedere la sola cosa che le manca - la terra - ad un regime totalitario in cambio della promessa che non vuole mantenere, la pace».
«Lo Stato totalitario palestinese diverrà il santuario del terrorismo globale».
«Le organizzazioni non governative (ONG) che sostengono il sedicente diritto dei palestinesi sono antidemocratiche. La loro maschera umanitaria cela l'eterno antisemitismo».
Per questo l'American Enterprise ha istituito un «osservatorio» contro le ONG, in cui «denuncia le loro menzogne» sulle tragiche condizioni di vita dei palestinesi.
Cerimonia finale: Chaim Silberstein, «savio anziano di Elon», guida una celebrazione cui partecipano centinaia di cristiani evangelici e cristianisti vari (c'erano anche i neocatecumenali? Piacerebbe saperlo) «che erano riuniti in Israele per celebrare la festa di Tabernacoli» (ormai le feste ebraiche sono le sole che i «cristiani» celebrano); nel corso della festa pseudo-religiosa, si è ripetuto che i politici del mondo devono abbandonare la «road map» cinica per aderire alla «road map biblica».
Gran finale: tutti i partecipanti all'incontro vengono invitati a promuovere le idee del «Jerusalem Summit» nei seguenti modi:
- scrivendo articoli, rapporti e libri;
- parlando in dibattiti pubblici e sui media;
- producendo documentari;
- organizzando seminari e conferenze;
- utilizzando internet a favore di Israele;
- informando e facendo lobby per gli ideali del Summit.
Da queste righe potete già intuire perché abbiamo parlato troppo a lungo di questa organizzazione ebraica e della sua festività a metà fra Rotary Club e Quarto Reich: perché qui vedete esposte le idee che i nostri neocon promuovono con conferenze giornali e interventi.
Scoprite qui da dove Giuliano Ferrara trae le sue idee e il suo zelo.
Vi siete mai domandati da dove Renato Pera, notoriamente privo di originalità, trae il suo messaggio sui pericoli che corre la «civiltà cristiana» minacciata dal «relativismo»?
Ecco qui da dove gli vengono inoculate le idee.
Ecco chi fa il suggeritore di neocatecumenali e degli altri cristianisti italioti.

E che dirà Papa Ratzinger?
Anche lui, amico di Pera, parla di «relativismo»: e sì che come frequentatore della filosofia dovrebbe sapere che l'uso di questo termine, a proposito della scristianizzazione della societa', e' perlomeno incompleto, che la vera ragione dell'apostasia generale da Cristo si chiama certamente «relativismo»; ma soprattutto «nichilismo».
Ma fa parte del nichilismo anche il cinico uso politico della religione come «instrumentum regni giudaici»: ecco perché la parola rigorosa non viene troppo usata, ed è sostituita più spesso da quella più debole.
Non siamo riusciti a sapere se Renato Pera abbia partecipato ai vertici del «Jerusalem Summit»: siamo sicuri che vi è stato invitato.
E qualcosa ci dice che può avervi preso parte anche Gianfranco Fini, l'onorevole kippà, magari su presentazione del suo grande amico Michael Leeden, già «persona non grata» in Italia.
Non ne abbiamo le prove: ma forse non è un caso se kippà sia stato nominato, poi, improbabile ministro degli Esteri.
Da quella più alta posizione, può meglio «promuovere le idee del 'Jerusalem Summit'».

Maurizio Blondet

Note
1) Cho claims to have received his call to preach from Jesus Christ Himself, who supposedly appeared to him dressed like a fireman. (Dwight J. Wilson, «Cho, Paul Yonggi», Dictionary of Pentecostal and Charismatic Movements, 161). Cho is well aware of his link to occultism, arguing that if Buddhists and Yoga practitioners can accomplish their objectives through fourth dimensional powers, then Christians should be able to accomplish much more by using the same means. (Paul Yonggi Cho, The Fourth Dimension, volume 1 (South Plainfield, NJ, Bridge Publishing, 1979), 37, 41).
As Cho tells the story of his name change, God showed him that Paul Cho had to die and David Cho was to be resurrected in his place. According to Cho, God Himself came up with his new name. (Paul Yonggi Cho interviewed by C. Peter Wagner, «Yonggi Cho Changes His Name», Charisma & Christian Life, November 1992, 80)
In 1993, doctor Cho, pastor of the world's largest church in Seoul, Korea was conducting a meeting in Seattle, Washington. He was praying for revival in America. «God are you going to send revival to America, or is she destined for judgment?» While he was praying the Lord told him to get a map of America. He did so and the Holy Spirit told him to point his finger at the map. As he did, he felt his finger drawn to the Florida panhandle and to the city of Pensacola. «I am going to send revival to the seaside city of Pensacola and it will spread like a fire until all of America has been consumed by it», said the Lord to doctor Cho. Doctor Cho shared his experience with others and the word predictably spread to many of the pastors in the Pensacola area. Since this prophesy came true, in a certain sense, Cho is not a false prophet. However, if this revival is not of God, then Cho must be receiving messages from another source. (Brownsville Revival web site at: http://www.brownsville-revival.org/choprop.html, with comments by Sandy Simpson)
«You create the presence of Jesus with your mouth ... He is bound by your lips and by your words ... Remember that Christ is depending upon you and your spoken word to release His presence». (Paul Yonggi Cho, The Fourth Dimension, Volume One (So. Plainfield, NJ. Bridge Publishing, 1979), 83). Cho's concept of fourth - dimensional thinking is nothing short of occultism. In his best - selling book «The Fourth Dimension», Cho unveils his departure from historic christian theology and his entry into the world of the occult. Cho lists four steps in his incubation formula: 1) visualize a clear-cut goal or idea in your mind; 2) have a burning desire for your objective; 3) pray until you get the guarantee or assurance from God that what you desire is already yours; 4) speak or confess the end result into existence. (Hank Hanegraaff, Christianity in Crisis, 1993, citing Paul Yonggi Cho, The Fourth Dimension, volume One (So. Plainfield, NJ, Bridge Publishing, 1979), 9 - 35; volume 2, 18-33).



esteri
Bel colpo, Al Qaeda!
Maurizio Blondet
11/11/2005

Mahmoud Abbas assiste ai funerali di 4 autorita' palestinesi, uccise negli attentati di mercoledi'
AMMAN - Nuovi particolari sul sanguinoso attentato di Amman, quello da cui turisti israeliani sono stati salvati in anticipo dal Mossad, che sapeva tutto prima.
«Al Qaeda» e «Al Zarkawi» possono davvero vantarsi di aver fatto un buon lavoro per Israele.
Anzitutto, gli alberghi colpiti sono di proprietà palestinese, e le bombe hanno ucciso quasi tutti palestinesi.
Delle vittime, 17 sono membri di una stessa famiglia o cabila, gli Akhras palestinesi, che celebravano un matrimonio.
Altre vittime: il capo dei servizi segreti palestinesi Bashir Nafeh; l'attaché commerciale palestinese al Cairo; un importante banchiere palestinese; un grosso uomo d'affari di Gerusalemme Est.
E un numero imprecisato di diplomatici palestinesi (1).
Insomma, il fantomatico al Zarkawi ha decapitato una bella parte della classe dirigente palestinese: complimenti.
Non a caso l'Autorità Palestinese ha ordinato le bandiere a mezz'asta e tre giorni di lutto nazionale.
Non basta: sono stati uccisi anche tre diplomatici cinesi, che erano a colloquio con i diplomatici palestinesi.
Si tratta di Sun Jingbo, Zhang Kangping e Pan Wei, tutti quarantenni, tutti alti funzionari del Ministero della Difesa di Pecchino, sezione Affari Esteri.
La delegazione cinese era alloggiata al Day Inn Hotel, e aveva partecipato ad una cena di benvenuto nell'ambasciata cinese in Giordania.
Perché quei delegati cinesi si trovavano lì?
Bisogna sapere che il 17 maggio scorso Mahmoud Abbas, presidente dell'Autorità Palestinese, aveva fatto visita ufficiale a Pechino al presidente Hu Jingtao.
In quell'incontro, a cui parteciparono i ministri degli Esteri delle due nazioni, la Cina e l'Autorità firmarono cinque trattati di cooperazione e di assistenza del povero staterello palestinese: cooperazione «economica, tecnologica e commerciale», 50 milioni di dollari in aiuti vari, e parecchio materiale ospedaliero gratuito.
La cooperazione «tecnologica» doveva avere un aspetto militare: i tre cinesi uccisi stavano evidentemente trattando armamenti da vendere o donare all'Autorità Palestinese, e probabilmente alla Giordania.
Poteva piacere questo accordo a Sharon?
No.
Perciò, non poteva piacere ad Al Zarkawi.
Non poteva piacere ad Al Qaeda (della CIA).
Secondo la sua biografia, Al Zarkawi è un palestinese, nato da profughi rifugiati nella cittadina giordana di Zarka; secondo i suoi familiari a Zarka, il super-terrorista è morto da due anni, e loro ne hanno celebrato il funerale.
Invece Al Zarkawi è vivo e vegeto, come dicono gli americani.
Ancorché imprendibile.
Ma il Mossad sa tutto delle sue mosse: al punto che sapeva in anticipo quello che il terrorista islamico stava per perpetrare ad Amman.
Il palestinese Al Zarkawi ha ritenuto necessario soffocare nel sangue l'accordo militare fra Cina e Palestina: bel colpo.
Un vero amico di Israele.
In questo contesto, acquista un illuminante significato l'allarme che l'ambasciata USA a Pechino ha lanciato da una settimana: attenti, ha avvertito i turisti e viaggiatori americani, perché «il terrorismo islamico» si prepara a colpire in Cina, ed anche ad Hong Kong.
Facendo saltare «alberghi a quattro e cinque stelle» : guarda caso, proprio come sarebbe avvenuto poche ore dopo ad Amman.
Anche la CIA sapeva qualcosa in anticipo.
Da dove aveva saputo di questa imminente minaccia l'Ambasciata USA?
Dalla polizia cinese, ha scritto nel comunicato.
Ma il ministero della Pubblica Sicurezza cinese (cioè la «polizia» citata come fonte dagli americani) ha smentito.
Anzi, in un fax alla CNN, il ministero di Pechino ha definito questo allarme americano «una mistificazione», una «fabbricazione» di «taluni stranieri».
Insomma: Pechino ha denunciato bombe e allarmismi «islamici» come parte della strategia della tensione mondiale in corso, preludio psicologico a qualche grave atto di terrorismo «false flag».
Della stessa opinione è Hanan Hashrawi, parlamentare palestinese: «Al Qaeda sta facendo di tutto per mettere tutti gli arabi contro di sé», ha detto con invidiabile humour.
Altri fanno finta di non capire.
Così Guido Olimpio, l'esperto del Corriere della Sera in terrorismo «islamico», spiega sul suo giornale che questa è la nuova strategia di Al Qaeda, e ne interpreta i motivi, come deve averglieli riferiti il Mossad.
Perché è il Mossad la fonte di tutti gli «esperti di terrorismo» che scrivono o sono intervistati sui «grandi» giornali e dalla «grandi» TV.
Nel '300, c'erano zoologi famosi perché spiegavano quale erba mangia l'unicorno, l'habitat del grifone, il sistema riproduttivo della fenice.
Guido Olimpio è come loro un esperto di zoologia fantastica, e spiega i moventi di un'entità inesistente.
Il terrorismo di marca islamica è solo e tutto israeliano.


esteri
I repubblicani USA: «solo Al Qaeda può salvare Bush»
Maurizio Blondet
12/11/2005

Il congresso del partito repubblicano durante le elezioni del 2004
WASHINGTON - Con i sondaggi che danno Bush in caduta libera, i maggiorenti del partito repubblicano USA temono di perdere le elezioni di medio termine del 2006, e perciò la maggioranza al Congresso.
Il Partito Repubblicano (GOP, «Gran Old Party») ha fatto circolare fra i suoi membri più selezionati un rapporto confidenziale, dove delinea le strategie per il recupero.
Prima strategia suggerita: un nuovo attacco tipo 11 settembre, di marca araba.
Un nuovo mega-attentato, si spiega, può «convalidare» a posteriori «la guerra mondiale al terrorismo».
Inoltre, «in tempi di dolore nazionale» gli americani «si uniscono dietro il loro presidente» (1).
Un bell'attentato di Al Qaeda è proprio quel che ci vuole per «restaurare l'immagine» di Bush come «guida di tutti gli americani».
E' un malcelato invito ad agire, e presto, agli stessi ambienti «musulmani» che l'11 settembre colpirono il World Trade Center e il Pentagono con tecniche ultrasofisticate: tecnologie disponibili al Pentagono e al viceministro Dov Zakheim, israelo-americano, rabbino, e proprietario di una ditta che produce apparati di teleguida per aerei.
Per la verità, il documento riservato del GOP esamina altri scenari capaci di risollevare le sorti di Bush e del partito:
la cattura di Osama Bin Laden, o almeno la prova della sua morte;
un drastico miglioramento dell'economia;
un «esito di successo della guerra in Iraq».
Si noti che il documento nemmeno parla di vittoria, ma di un qualche «esito» che possa essere esaltato come «un successo».
Più precisamente, come ha detto un anonimo insider del Partito, «un esito che consenta a noi di uscirne senza danni»: per esempio, bisognerebbe che la guerra civile in Iraq «non scoppiasse se non dopo le elezioni di medio termine».
I repubblicani, in fondo, non chiedono troppo.
Il «successo» che vogliono non è esagerato.
Ma, data la situazione in Iraq, nemmeno questo limitato «successo» è alla loro portata.
E nemmeno il «drastico miglioramento dell'economia» sembra facilmente conseguibile.
Forse la morte o la cattura di Osama?
Quella sì: si può confezionare a Hollwood un drammatico video che mostri la caduta del super-terrorista.
Ma la cosa presenta dei rischi.
No, lo scenario preferito resta «l'attacco terroristico islamico sul suolo americano», una replica dell'11 settembre: questa sì alla portata della Casa Bianca.
Questo spiegherebbe la vasta strategia della tensione in corso, dai disordini a Parigi («islamici» per gli americani) alle bombe di «Al Qaeda» (Al-Mossad) in Giordania, fino agli annunciati attentati islamici in Cina.
Pare però che alcuni maggiorenti repubblicani abbiano messo in guardia: un nuovo 11 settembre può essere interpretato dall'opinione pubblica USA come il segno che Bush «non ha fatto abbastanza per proteggere il Paese».
Al punto in cui siamo, è evidente che «gli americani non anno più fiducia nel presidente come elemento di unione», e un attentato potrebbe essere controproducente.
Il fatto è che il Grand Old Party è nel panico: ha perduto le votazioni per il governatore della Virginia e del New Jersey, e in California il repubblicano Schwarzenegger è stato sconfitto in una serie di referendum da lui proposti.
In Virginia, l'apparizione di Bush a fianco del governatore uscente, il repubblicano Jerry Kilgore, ha danneggiato il candidato anziché sostenerne le malferme fortune elettorali.
«E' stato Karl Rove», accusa un esponente repubblicano, «a convincere Bush che ha ancora abbastanza popolarità da fare la differenza» nel voto in Virginia: ma l'arma segreta si è rivelata un flop, anzi la bomba è scoppiata fra le mani di chi l'ha tirata.

Il senatore Rick Santorum della Pennsylvania ha detto pubblicamente alla radio che non vuole Bush al suo fianco, e che lui se ne starà alla larga dalla visita che Bush farà nel suo Stato.
Il presidente è ormai un appestato per il suo stesso partito, «radioattivo», dicono i sondaggisti repubblicani.
Il repubblicano Thomas Davis III (parlamentare della Virginia) ha constatato che solo «la nostra base rurale» resta solidamente a favore di Bush, ossia l'«estrema destra» retriva, cristiana e contadina della Bible Belt.
«Ma viviamo in un paese sempre meno rurale, e l'appoggio della base rurale ci fa pagare un alto prezzo».
Il partito non riesce ad attuare una nuova strategia di recupero proprio perché è dominato da questa «estrema destra» arretrata.
Non resta che pregare Al Qaeda.
E chiedere aiuto al Mossad (pardon, ad Al Zarkawi) perché escogiti un mega-attentato che, però, non riveli che «il presidente non ha fatto nulla per proteggere il Paese».
I migliori cervelli di «Al Qaeda» sono sicuramente già all'opera.

Maurizio Blondet

Note
1) Doug Thompson, «GOP memo touts new terror attack as a way to riverse party's decline», Capitol Hill Blue, 10 novembre 2005.


esteri
Israeliani via da Amman prima dell’attentato
Maurizio Blondet
10/11/2005

Uno dei tre alberghi colpiti dagli attentati
AMMAN - Un numero imprecisato di israeliani che alloggiavano al Radisson Hotel di Amman, sono stati evacuati «ore prima» del sanguinoso attentato che ha colpito la capitale della Giordania, uccidendo 57 persone.
Non è una voce cospirazionista.
La fonte è il giornale Haaretz (1).
Le autorità israeliane, spiega il giornale ebraico, sembrano aver avuto «uno specifico allarme» con largo anticipo.
Più largo di quello che indusse il Mossad, nella Londra del 7 luglio, tre minuti prima delle esplosioni nella metropolitana, ad avvisare il ministro israeliano Netanyiahu a non uscire dall’albergo londinese in cui si trovava.
Gli israeliani sembrano sapere tutto sugli attentati arabi e sugli estremisti musulmani; stupisce che non condividano le loro così puntuali informazioni con gli altri Paesi impegnati a debellare il terrorismo islamico.
Se gli israeliani fossero nostri alleati nella lotta mondiale al terrorismo, Al Qaeda da tempo sarebbe stata smantellata.

Nel caso della Giordania, da almeno una settimana il ministero degli Esteri di Israele aveva sconsigliato ai suoi concittadini viaggi d’affari e turistici in Giordania.
Poiché parecchi israeliani non avevano seguito il consiglio, pare di capire da Haaretz, «elementi della sicurezza israeliana» li hanno raggiunti uno per uno negli alberghi e li hanno guidati «sotto scorta del personale di sicurezza israeliano» fino in patria.
I sospettosi potranno chiamare questa un’operazione di «esfiltrazione», grazie alla quale, con i veri e presunti turisti, saranno stati fatti evacuare anche gli autori dell’attentato islamico da militari israeliani.
E con tanti saluti alla «sovranità» giordana, che non ha potuto controllare gli uscenti.
La BBC assicura che l’attentato di Amman, che ha colpito alberghi di lusso frequentati da occidentali (e che distrugge il turismo, unica risorsa della Giordania) reca «l’inequivocabile impronta di Al Qaeda».
Magdi Allam non avrebbe potuto dir meglio.
Naturalmente senza portare alcuna prova; ma aspettiamo la rivendicazione con video hollywoodiano da Al-Zawahiri.
A meno che stavolta non venga opportuno attribuire l’attentato alla Siria.
Fatto è che, secondo William Arkin del Washington Post (2), Donald Rumsfeld ha dato ordine all’USS Central Command (CENTCOM) del Pentagono di «preparare liste aggiornate dei bersagli siriani e accrescere la preparazione per operazioni militari contro Damasco».
Fin qui, nulla di nuovo.
E’ dal 2004 che la DIA (lo spionaggio militare USA), dice Arkin, ha intensificato la raccolta di informazioni di tipo bellico sulla Siria; e il suo «Direttorato dell’Analisi» ha preparato l’ordine di battaglia, ossia la struttura della forza, l’equipaggiamento e il comando necessari per l’attacco.
E il piano comprende la valutazione dei «nodi vulnerabili» siriani, dalle reti elettriche, alle comunicazioni, e l’assassinio del dittatore siriano Assad con la famiglia.

La novità sta nel fatto che la Siria sia passata in prima linea nella lista dei candidati all’aggressione americana, sostituendovi l’Iran.
Per il momento, almeno, Sharon ha smesso di chiedere a una Casa Bianca in difficoltà l’attacco contro l’Iran: tre volte più grande dell’Iraq e con il triplo della popolazione, è un osso troppo duro, e l’opinione pubblica USA è già stufa del pantano iracheno.
La Siria pare preferita perché debole.
«Washington non ha molta fortuna nel debellare la resistena [irachena], allora perché non montare una bella campagna contro la Siria?», dice Josh Landis, ebreo e analista strategico della University of Oklahoma.
Le intenzioni americane su Damasco sono state illustrate chiaramente alla Fox News da William Kristol, neocon e likudnik: «possiamo bombardare le istallazioni militari siriane; oltrepassare i suoi confini per bloccare l’infiltrazione [di guerriglieri arabi che vanno in Iraq, secondo gli USA]; possiamo occupare la città di Abu Kamal nella Siria orientale, a pochi chilometri dal confine, che sembra il centro organizzativo delle attività siriane in Iraq; possiamo sostenere, occultamente o apertamente, l’opposizione siriana…».
In questo contesto, una strategia della tensione ben orchestrata, con sempre nuovi attentati islamici e disordini islamisti qua e là per il mondo, è la preparazione psicologica necessaria: l’opinione pubblica, spaventata dall’intensificazione del terrore, accetterà un attacco alla Siria che promette di «bloccare le infiltrazioni» terroristiche.
E può dare agli USA, finalmente, una facile vittoria, soddisfacente anche per Israele.

Maurizio Blondet


Note
1) Yoav Stern, «Israelis evacuated from Amman hotels hours before bombings», Haaretz, 10 novembre 2005. Come si ricorderà, l’11 settembre a New York, corse la voce che migliaia di ebrei americani che lavoravano al World Trade Center s’erano concessi un giorno di vacanza. Si disse allora che quella era una leggenda metropolitana di stampo antisemita.
2) Arkin non ha potuto scrivere queste informazioni per il Washington Post: le ha postate sul suo blog personale, da cui le ha riprese il sito Prisonplanet («Bush Syrian mass murder campaign inches forward», 9 novembre 2005). Luminoso esempio della libertà si stampa americana.


Usa voleva mettere in Iraq gas nervini
Maurizio Blondet
14/11/2005

Wayne Madsen
WASHINGTON - Valerie Plame è il nome dell’agente della CIA il cui nome è stato fatto filtrare dalla Casa Bianca: un reato, perché la Plame era «operativa sotto copertura».
Lo scandalo ha portato all’incriminazione di Levis «Scooter» Libby e ha rovinato la carriera di Judy Miller, troppo brillante giornalista del New York Times con agganci intimi alla Casa Bianca.
Ma non è tutto.
Ora, Wayne Madsen fornisce particolari allucinanti sul tipo di «operazioni sotto copertura» che Valerie Plame stava conducendo.
Su ordine della CIA (Counter - Proliferation Division) la Plame aveva allestito un’azienda di facciata, la «Brewster Jennings & Associates», che fingendo di trattare di import-export in realtà cercava di penetrare e smantellare le reti internazionali di traffico di armi proibite, specie nucleari, sparite dai mal sorvegliati arsenali ex-sovietici.
Nell’ambito del suo lavoro investigativo la Plame, attraverso i suoi informatori turchi, scoprì e riuscì a intercettare, la spedizione di un carico di gas nervino binario, chiamato VX, dalla Turchia all’Iraq nel novembre 2002.
Ancor peggio: la Plame scoprì che a fare la spedizione erano elementi del governo USA (Pentagono? Dick Cheney?) che volevano seppellire il gas nervino da qualche parte in Iraq per poi «scoprirlo», ed esibirlo come «prova» che Saddam, dopotutto, aveva armi di distruzione di massa.
La Plame insomma era colpevole di aver mandato all’aria un trucco sporco del suo stesso governo. Il che può spiegare la rabbia di Dick Cheney e del suo entourage contro di lei, e la decisione di prenderla di mira e di metterne in pericolo la vita (pare che diversi informatori medio-orientali della «Brewster & Associates» siano stati uccisi, dopo le rivelazioni soffiate dalla Casa Bianca).

Wayne Madsen, che dice di aver avuto queste informazioni da un’anonima fonte della CIA, aggiunge un particolare assai istruttivo: Saddam aveva ricevuto carichi di gas nervino VX dagli USA in più riprese, a cominciare dal 1988 - 89, quando era in guerra con l’Iraq.
Ad occuparsi della fornitura era una ditta fondata nel 1987, il Carlyle Group: ossia la finanziaria che Bush padre, l’ex-presidente, aveva messo in piedi con vari ex ministri del suo governo presidenziale, e che investe soprattutto in industria dell’armamento.
L’anonima fonte ha dato a Madsen altre informazioni: per esempio che ufficiali israeliani operano, o hanno operato, al Comando Centrale americano di Baghdad.
La loro presenza a Baghdad veniva tenuta accuratamente segreta.
Gli israeliani erano impiegati nell’ufficio J2X, ossia nell’ufficio di Collegamento congiunto Intelligence: evidentemente a guidare gli «interrogatori» (torture) ad Abu Ghraib.

Maurizio Blondet


Guida l’Iran una società segreta?
Maurizio Blondet
08/11/2005

Mahmud Ahmadinejad
TEHERAN - Con l’elezione in Iran dell’ex sindaco di Teheran Mahmud Ahmadinejad, nella repubblica islamica ha preso il potere una società segreta sciita, la Hujjatiya.
Così almeno sostengono i servizi di spionaggio sauditi, che sembrano molto allarmati di questa scoperta, al punto da aver messo a punto delle misure di sicurezza preventiva molto rigide per evitare infiltrazioni nel regno saudita, che è massicciamente sunnita.
La Hujjatiya è un gruppo religioso che si era formato nella clandestinità nel 1953, per sfuggire alla sorveglianza dello Scià.
Derivato da una corrente chiamata Mehdawi (il nome fa riferimento al dodicesimo imam, «l’imam nascosto» della Scià, di cui si attende il ritorno), la Hujjatiya professa una dottrina insieme gnostica, fatalista e determinista: sicché ad esempio rifiuta l’idea coranica di retribuzione divina delle azioni, poiché ogni azione umana è necessariamente determinata e dunque non implica né scelta, né colpa, né merito.
In odio ai Pahlavi, la società segreta non si è opposta, se non ha favorito, all’avvento al potere dell’ayatollah Khomeini, che quando è tornato dal suo esilio a Parigi ha tenuto i suoi primi incendiari discorsi nella madrassa della Hujjatiya a Qom.
Ma in seguito Khomeini l’ha combattuta.
E una sorta di armistizio tra Khomeini e il gruppo segreto si è stabilito solo durante la guerra con l’Iraq di Saddam.
Ma dalla morte di Khomeini (1989) la Hujjatiya pare abbia rafforzato e consolidato la sua rete, sia nella piccola borghesia del bazar di Teheran, sia nelle scuole religiose di Qom e Mashad: qui vive la sua guida religiosa, l’ayatollah Muhammad Mesbah al-Yazdi.
Secondo i servizi sauditi, della società farebbe parte Ahmadinejad, ma non da solo.
Anche il ministro del controspionaggio Gholam Hossein Mohseni Ejehi ne sarebbe un adepto; e così il ministro della Difesa Mohammed Mostafa Najar e quello degli Esteri, Manucher Motaki.

I pasdaran (guardie della rivoluzione) sarebbero egemonizzati dalla società segreta, come la Vavak (la polizia segreta islamica, gemella della Savak dello Scià).
Lo stesso Ali Khamenei, l’ayatollah supremo successore di Khomeini, sarebbe «ostaggio» di questo movimento.
E la società segreta avrebbe avocato a sé la questione del nucleare iraniano, con la sostituzione al posto di segretario della sicurezza nazionale del diplomatico Hassan Rohani con l’adepto Ali Lariani.
Se l’ipotesi è fondata, getta una luce anche più significativa sul recente discorso di Ahmadinejad (passato sui media come «cancellare Israele dalla carta geografica»): Ahmadinejad si è riferito alle «profezie» avveratesi di Khomeini (la caduta dell’URSS, di Saddam e dello Scià) per invitare alla ferma fede-deterministica nel prossimo avverarsi dell’altra, «un mondo senza l’America e senza il sionismo».

Maurizio Blondet

(Fonte: Intelligence online, n. 509).



esteri
«Scomparsi» testimoni delle torture USA
Maurizio Blondet
07/11/2005

La sicurezza e' stata aumentata al carcere di Bagram in seguito alla «fuga» di Omar Al-Farouq
AFGHANISTAN - Omar Al-Farouq è stato arrestato in Indonesia nell'estate del 2002 e consegnato agli americani: che lo hanno subito etichettato come «il braccio destro di Osama bin Laden» e uno dei massimi dirigenti di Al Qaeda.
Il fatto è che Omar Al-Farouq, deportato e detenuto nella base americana di Bagram in Afghanistan, era stato torturato.
Quando è scoppiato lo scandalo degli abusi e maltrattamenti nei luoghi di detenzione americani, Omar si è fatto avanti come testimone, pronto a deporre contro il soldato che lo aveva angariato (sergente Alan J. Driver), e probabilmente contro altri abusi cui aveva assistito.
La sua testimonianza era molto attesa.
Ma alla vigilia della deposizione, Omar è «evaso».
Dal carcere di massima sicurezza in cui era rinchiuso.
Quando l'avvocato del sergente accusato da Omar ha chiesto al comando americano assicurazioni sul fatto che Omar fosse ancora sotto custodia, è risultato che i carcerieri americani avevano perso le tracce del testimone: e dal 10 luglio scorso.
Evidentemente, Omar era stato da tempo declassato da «braccio destro di Osama», soggetto a sorveglianza continua, ad anonima scartina del terrorismo globale, trascurabile al punto di perderne le tracce.
Secondo il procuratore militare capitano John B. Parker, Omar Al-Farouq è evaso con tre altri detenuti a Bagram e non si riesce a trovare.
«Se lo troveremo lo renderemo disponibile per il processo», ha detto il capitano-procuratore.
Stranamente, anche gli altri tre evasi erano, come Omar, testimoni pronti a deporre contro i militari americani.
I soli quattro personaggi che mai siano riusciti a scappare dal carcere di massima sicurezza sotto controllo militare; e per coincidenza, sono quattro testimoni d'accusa.
Che dire?
C'è solo da sperare che i quattro testimoni non siano sepolti sotto qualche cumulo di pietre afgane.
Che siano stati fatti «sparire» con un trasferimento in qualche altro carcere del gulag che il Pentagono e la CIA hanno rimesso in funzione nei Paesi dell'est ex comunista ora loro alleati nella lotta al terrorismo globale, Polonia e Romania.

Ecco i vantaggi di un Gulag segreto, i cui registri dei prigionieri (se pure esistono) non sono pubblici, dove i detenuti non hanno diritti, né accesso ad avvocati o alla Croce Rossa.
Detenuti scomodi possono «sparire» con facilità, in queste condizioni.
Il compagno Beria non lo sapeva, ma stava già lavorando per gli americani (1).

Maurizio Blondet


Note
1) «Iraq prisoner abuse witnesses 'disappear' in US custody», The Insider, 3 novembre 2005.

Forse non tutti sanno che....
1. L'80% di tutti i voti americani sono stati elaborati solo da due aziende: Diebold e ES&S.
http://www.onlinejournal.com/evoting/042804Landes/042804landes.html
http://en.wikipedia.org/wiki/Diebold
2. Non esiste un'agenzia federale che abbia autorità di supervisione o vigilanza sull'industria dei sistemi di votazione.
http://www.commondreams.org/views02/0916-04.htm
http://www.onlinejournal.com/evoting/042804Landes/042804landes.html
3. Il vice presidente della Diebold e il presidente della ES&S sono fratelli
http://www.americanfreepress.net/html/private_company.html http://www.onlinejournal.com/evoting/042804Landes/042804landes.html
4. Il chairman e CEO della Diebold è uno dei maggiori sponsor e organizzatori della campagna a favore di Bush e nel 2003 ha scritto che si era "impegnato ad aiutare l'Ohio a portare i suoi voti elettorali al presidente per il prossimo anno."
http://www.cbsnews.com/stories/2004/07/28/sunday/main632436.shtml
http://www.wishtv.com/Global/story.asp?S=1647886
5. Il Senatore Repubblicano Chuck Hagel è stato chairman della ES&S. I voti con cui è divenuto Senatore sono stati contati da macchine della ES&S.
http://www.motherjones.com/commentary/columns/2004/03/03_200.html
http://www.onlinejournal.com/evoting/031004Fitrakis/031004fitrakis.html
6. Il Senatore Repubblicano Chuck Hagel, il cui collegamento con la famiglia Bush è di lunga data, è stato recentemente ripreso dal Comitato Etico del Senato per avere mentito a riguardo dei suoi trascorsi nella ES&S.
http://www.blackboxvoting.com/modules.php?name=News&file=article&sid=26
http://www.hillnews.com/news/012903/hagel.aspx
http://www.onlisareinsradar.com/archives/000896.php)
7. Il Senatore Chuck Hagel figurava in una lista ristretta di candidati alla vicepresidenza di George W. Bush.
http://www.businessweek.com/2000/00_28/b3689130.htm
http://theindependent.com/stories/052700/new_hagel27.html
8. La ES &S è la maggiore azienda americana di macchinette per votare e le sue macchinette scrutinano quasi il 60% di tutti i voti.
http://www.essvote.com/HTML/about/about.html
http://www.onlinejournal.com/evoting/042804Landes/042804landes.html
9. Le nuove macchientte con touch screen della Diebold non creano documentazione cartacea di nessun voto. Detto altrimenti, non c'è maniera di controllare se le scelte registrate dalla macchina siano le stesse che sono state espresse dai votanti.
http://www.commondreams.org/views04/0225-05.htm
http://www.itworld.com/Tech/2987/041020evotestates/pfindex.html
10. La Diebold costruisce anche le ATM, lettori ottici e biglietterie automatiche, ognuna delle quali registrano ogni transazione e possono generare un registro cartaceo.
http://www.commondreams.org/views04/0225-05.htm
http://www.diebold.com/solutions/default.htm
11. La Diebold ha sede in Ohio.
http://www.diebold.com/aboutus/ataglance/default.htm
12. La Diebold ha impiegato 5 pregiudicati condannati quali consulenti e sviluppatori come aiuto per scrivere il codice del programma che conteggia il 50% dei voti in 30 stati.
http://www.wired.com/news/evote/0,2645,61640,00.html
http://portland.indymedia.org/en/2004/10/301469.shtml
13. Jeff Dean era Senior Vice-President della Global Election Systems quando si trasferì alla Diebold. Sebbene fosse stato condannato per 23 capi d'imputazione connessi a furto in primo grado, Jeff Dean fu utilizzato come consulente alla Diebold ed è stato il principale responsabile della programmazione del software di ricognizione ottica ora in uso in quasi tutti gli Stati Uniti.
http://www.scoop.co.nz/mason/stories/HL0312/S00191.htm
http://www.chuckherrin.com/HackthevoteFAQ.htm#how
http://www.blackboxvoting.org/bbv_chapter-8.pdf
14. Il consulente della Diebold, Jeff Dean, è stato condannato per l'uso di back doors nei suoi programmi e per l'uso di “alto livello di sofisticazione” per sviare le ricerche, durante un periodo di due anni.
http://www.chuckherrin.com/HackthevoteFAQ.htm#how
http://www.blackboxvoting.org/bbv_chapter-8.pdf
15. Nessun osservatore internazionale è stato ammesso ai seggi elettorali dell'Ohio.
http://www.globalexchange.org/update/press/2638.html
http://www.enquirer.com/editions/2004/10/26/loc_elexoh.html
16. La California ha bandito l'uso delle macchinette Diebold per questioni di sicurezza. Di fronte alle affermazioni della Diebold che i log di controllo non potevano essere violati, è riuscito a farlo uno scimpanzè! (Per vederne il film fare click qui http://blackboxvoting.org/baxter/baxterVPR.mov.)
http://wired.com/news/evote/0,2645,63298,00.html
http://www.msnbc.msn.com/id/4874190
17. Il 30% di tutti i voti degli Stati Uniti vengono espressi tramite touch screen non controllabili e senza registro cartaceo.
http://www.cbsnews.com/stories/2004/07/28/sunday/main632436.shtml
18. Tutti – non alcuni -- ma tutti gli errori dei sistemi di votazione scoperti e denunciati in Florida erano a favore di Bush o dei candidati Repubblicani..
http://www.wired.com/news/evote/0,2645,65757,00.html
http://www.yuricareport.com/ElectionAftermath04/ThreeResearchStudiesBushIsOut.htm
http://www.rise4news.net/extravotes.html
http://www.ilcaonline.org/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=950
http://www.scoop.co.nz/mason/stories/HL0411/S00227.htm
19. Il governatore dello stato della Florida, Jeb Bush, è il fratello del Presidente.
http://www.tallahassee.com/mld/tallahassee/news/local/7628725.htm
http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/articles/A10544-2004Oct29.html
20. Seri brogli elettorali in Florida – ancora sempre a favore di Bush – sono stati matematicamente dimostrati ed esperti hanno raccomandato ulteriori investigazioni.
http://www.yuricareport.com/ElectionAftermath04/ThreeResearchStudiesBushIsOut.htm
http://www.computerworld.com/governmenttopics/government/policy/story/0,10801,97614,00.html
http://www.americanfreepress.net/html/tens_of_thousands.html
http://www.commondreams.org/headlines04/1106-30.htm
http://www.consortiumnews.com/2004/110904.html
http://uscountvotes.org/
NOTA: Copiate questa lista e distribuitela liberamente!
CHE I FATTI SIANO CONOSCIUTI! Grazie!

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CLAUDIO